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  • Il Gigante Imperfetto: l’infinita metamorfosi del Colosseo tra antichi crolli e arene del futuro

    Il gigante imperfetto: l'infinita metamorfosi del Colosseo Il Restauro Architettonico

    Come può un monumento con duemila anni di storia essere considerato "nuovo"? In questo episodio, l'architetto Vincenzo Biancamano ci guida in un'esplorazione profonda del cantiere più iconico del pianeta: l'Anfiteatro Flavio.Partendo dalla vulnerabilità geologica del suolo e dal catastrofico terremoto del 1349 che trasformò l'edificio in una cava a cielo aperto, analizzeremo i pionieristici interventi ottocenteschi di Stern e Valadier. Il viaggio prosegue poi nel cuore delle tecnologie contemporanee: dalla nuova arena iper-tecnologica in fibra di carbonio e legno Accoya, fino al recentissimo allestimento degli ambulacri meridionali inaugurato a marzo 2026 e firmato Stefano Boeri Interiors.Approfondiremo il funzionamento del NanolaQ, una rivoluzionaria nanocalce capace di curare la pietra e assorbire lo smog, e affronteremo il vivace scontro accademico tra chi grida al falso storico e chi difende l'astrazione architettonica.Ascolta la puntata completa e leggi l'approfondimento sul nostro sito:https://linktr.ee/ilrestauroarchitettonico

    Il Colosseo non è mai stato un fossile inerte, ma un cantiere in perenne evoluzione. Questo concetto emerge in modo lampante leggendo un recente articolo de Il Post significativamente intitolato “Il Colosseo ora è un po’ più nuovo”. Definire “nuovo” un gigante di duemila anni sembra un paradosso, eppure è proprio questa l’essenza del restauro architettonico. Un settore affascinante e complesso in cui operano professionisti come l’architetto Vincenzo Biancamano, esperto in restauro, supportato da eccellenze come lo studio vbh restauri.

    Le ferite del passato: perché il Colosseo è asimmetrico?

    Chiunque ammiri l’Anfiteatro Flavio nota la sua brusca interruzione sul lato sud. Questa enorme cicatrice non è casuale: la metà meridionale dell’edificio poggiava su un terreno instabile, formato dai depositi alluvionali paludosi dell’antico stagno artificiale della Domus Aurea di Nerone. A causa di questa debolezza strutturale di base, la struttura ha subito cedimenti già dal VI-VII secolo, culminati in un devastante collasso a seguito del terremoto del 1349. Da quel momento fatale, le enormi macerie del fronte meridionale hanno trasformato il Colosseo in una vera e propria cava di travertino a cielo aperto da cui, per secoli, sono stati prelevati i materiali per costruire palazzi e chiese di Roma.

    La svolta dell’Ottocento: due filosofie a confronto

    Per assistere ai primi veri interventi di ingegneria conservativa bisogna attendere l’Ottocento. A seguito di un violento terremoto nel 1806, che compromise gravemente la statica dell’anello esterno, l’architetto Raffaele Stern realizzò un poderoso sperone in laterizio rustico. Operando in una condizione di totale emergenza, Stern bloccò le arcate pericolanti “congelando” l’immagine del rudere e rinunciando intenzionalmente a qualsiasi abbellimento estetico o ricostruzione di forme. Al contrario, l’intervento di Giuseppe Valadier del 1823 sul lato occidentale fu concepito con maggiore calma. Valadier scelse una strada diametralmente opposta, quella della ricostruzione architettonica armoniosa: pur utilizzando mattoni per distinguere l’aggiunta moderna, ricostruì per analogia le arcate crollate in senso decrescente e inserì elementi in travertino scolpito (basi e capitelli) per rispettare in modo mimetico la simmetria originaria.

    L’arena hi-tech e sostenibile del XXI secolo

    Oggi le sfide del restauro si intrecciano con la bioedilizia e l’innovazione ingegneristica. Il bando per la ricostruzione del nuovo piano dell’arena, un progetto del valore di 18,5 milioni di euro, è stato vinto dal raggruppamento guidato da Milan Ingegneria e dallo studio Labics. La nuova piattaforma calpestabile di circa 3.000 metri quadrati sarà estremamente leggera, reversibile e priva di ancoraggi meccanici invasivi che potrebbero ferire le fragili murature antiche. Sarà realizzata con pannelli in fibra di carbonio rivestiti in legno di Accoya, un materiale ecosostenibile trattato per resistere all’usura e agli agenti biologici senza ricorrere all’abbattimento di specie arboree pregiate. Questa grande piazza sarà una “macchina scenica” viva: un sistema motorizzato permetterà alle lamelle di ruotare e traslare per illuminare e ventilare naturalmente gli antichi sotterranei. In aggiunta, 24 unità di ventilazione meccanica nascoste controlleranno temperatura e umidità garantendo il ricambio d’aria completo in soli 30 minuti, mentre un sistema hi-tech raccoglierà l’acqua piovana per riutilizzarla nei servizi igienici.

    Il progetto Boeri (2026): nanotecnologie e un aspro dibattito

    Tornando alla cronaca più recente di marzo 2026, il dibattito si è riacceso con l’inaugurazione del nuovo allestimento degli ambulacri meridionali – proprio la zona dei grandi crolli – a cura di Stefano Boeri Interiors e con la sponsorizzazione tecnica di Mapei. L’intervento ha interessato un’area di 1.300 metri quadrati. I sampietrini ottocenteschi sono stati rimossi per ritrovare l’antica quota flavia e sostituiti con lastre di travertino classico proveniente da Tivoli, con incisi a terra i numeri romani per restituire l’orientamento originale degli ingressi.

    L’innovazione più potente si trova però a livello microscopico: per consolidare le superfici è stato impiegato il NanolaQ, una soluzione brevettata dal Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università dell’Aquila. Questa tecnologia, basata su un’emulsione acquosa di nanoparticelle di calce, penetra profondamente nei pori della pietra consolidandola dall’interno senza usare un grammo di cemento. Straordinariamente, durante la sua reazione (carbonatazione), la nanocalce assorbe 600 grammi di anidride carbonica per ogni chilo di nanoparticelle, pulendo l’aria inquinata e rendendo l’operazione un manifesto di “restauro green”.

    Nonostante l’eccellenza scientifica, l’intervento estetico ha spaccato a metà gli addetti ai lavori. Il progetto, attraverso un’astrazione architettonica, ha inserito dei blocchi di travertino stilizzati (alti 40 centimetri) nei punti in cui sorgevano gli antichi pilastri, per suggerirne il volume perduto, servendo anche da sedute per il pubblico. Il professor Michele Zampilli, ordinario di Restauro architettonico a Roma Tre, ha bocciato senza mezzi termini l’opera definendola un “intervento molto brutto e inutile” e considerandolo uno “spreco di denaro pubblico”. Secondo Zampilli, le lastre di travertino al posto dei sampietrini non aiutano la valorizzazione storica, e i finti basamenti non verrebbero assolutamente compresi dal pubblico, risultando solo come comode “sedute per i turisti”. Diametralmente opposto è il parere dell’archeologo Andrea Carandini, che ha difeso l’opera con vigore. Carandini ha affermato che gli archeologi non possono limitarsi a guardare “quel che c’è”, ma devono promuovere una battaglia culturale per “concentrare l’attenzione su ciò che non c’è più”. Per lui, rievocare – anche solo stilizzandole – le volumetrie scomparse è l’unico modo reale per “dare un senso” e integrare le macerie che sono sopravvissute.

    Leggere la storia dei restauri del Colosseo significa capire che questo edificio è molto più di una rovina: è il luogo dove la fragilità della memoria storica scende costantemente a patti con l’urgenza e le audaci visioni del nostro tempo.

    Ecco la bibliografia aggiornata con i relativi link diretti alle fonti originali presenti nei documenti:

    Bibliografia e Fonti Web:

  • Quali libri leggere sul restauro architettonico? Nasce la libreria ufficiale del Podcast

    Ricevo spessissimo questa domanda. Che sia tramite un messaggio sui social, una mail o dopo una chiacchierata dal vivo, prima o poi la richiesta arriva puntuale: “Vincenzo, mi consiglieresti un buon libro per approfondire il restauro?” oppure “Come si intitolava quel manuale tecnico che hai citato nello scorso episodio?”.

    È una domanda che mi fa sempre molto piacere, perché dimostra una cosa fondamentale: chi si occupa di restauro sa che lo studio non finisce mai. La nostra è una disciplina in cui la teoria e la pratica di cantiere devono dialogare continuamente, e per farlo abbiamo bisogno degli strumenti giusti.

    Fino ad oggi ho sempre risposto singolarmente, consigliando titoli in base alle specifiche esigenze di chi mi scriveva. Ma man mano che gli episodi de Il Restauro Architettonico aumentano, la bibliografia citata inizia a diventare corposa.

    Per questo motivo, ho deciso di mettere ordine e creare uno strumento utile e accessibile a tutti.

    Benvenuti nella vetrina Amazon de “Il Restauro Architettonico”

    Ho aperto uno spazio dedicato, una sorta di biblioteca digitale in continuo aggiornamento, dove ho raccolto e organizzato i migliori testi del nostro settore. L’obiettivo è avere un unico punto di riferimento, comodo da consultare ogni volta che vi serve un approfondimento.

    👉 Clicca qui per esplorare la vetrina “I consigli del podcast”

    Cosa troverete all’interno della lista?

    Ho strutturato la selezione pensando sia allo studente che deve costruire le proprie basi, sia al professionista che cerca soluzioni operative. All’interno della vetrina troverete diverse categorie:

    • I Grandi Classici e la Teoria: I testi sacri che hanno fatto la storia della disciplina. Libri imprescindibili per comprendere l’evoluzione del pensiero critico legato alla conservazione.
    • Manualistica e Pratica di Cantiere: Il restauro è anche, e soprattutto, materia. Qui ho inserito i testi operativi dedicati alle tecniche di intervento, alla diagnostica, al consolidamento e al recupero dei materiali.
    • I Libri citati nel Podcast: Una sezione speciale dedicata esclusivamente ai volumi che sfogliamo virtualmente insieme durante le puntate. Se un episodio vi ha incuriosito, qui troverete il libro da cui sono partito.

    Un “cantiere aperto”

    Come ogni buon progetto di restauro, anche questa vetrina è un cantiere aperto. La lista non è chiusa, ma verrà aggiornata costantemente di settimana in settimana, accompagnando l’uscita dei nuovi episodi del podcast e le nuove scoperte editoriali.

    Vi invito a salvare il link tra i preferiti del vostro browser per averlo sempre a portata di mano quando cercate la prossima lettura o dovete affrontare un nuovo progetto.

    La bellezza del restauro sta anche nel confronto. C’è un manuale, un saggio o un libro fotografico che vi ha cambiato la prospettiva e che secondo voi non può assolutamente mancare in questa lista? Scrivetemelo nei commenti qui sotto o sui social, sarò felice di valutarlo e aggiungerlo alla nostra libreria condivisa.

    Buona lettura e buon cantiere a tutti!

  • La Riconnessione Urbana del Complesso Gesuitico: Il Nuovo Ingresso del Museo Barocco di Catalogna Slug

    Il dibattito contemporaneo sul restauro architettonico e sul riuso adattivo del patrimonio storico trova nel progetto di David Closes per il Baroque Museum of Catalonia (Museu del Barroc de Catalunya) a Manresa un caso studio di estrema lucidità. L’intervento non si limita a una sterile operazione conservativa, ma affronta il complesso tema del limite e della permeabilità nei complessi monastici, trasformando la facciata in un nuovo dispositivo di connessione urbana.

    I complessi religiosi di matrice gesuitica si distinguono per una spiccata introversione spaziale, presentandosi storicamente alla città come recinti chiusi, impermeabili e massivi. La sfida principale a Manresa era quella di sovvertire questa chiusura tipologica senza alterare in modo distruttivo la stratificazione storica del manufatto in pietra. Era necessario concepire un nuovo accesso che potesse fungere da elemento di transizione volumetrica, in grado di accogliere i flussi museali e, contemporaneamente, denunciare con onestà la sua natura contemporanea.

    L’architetto opera attraverso un calibrato processo di sutura urbana concretizzato in un innesto volumetrico. Il nuovo corpo di fabbrica si inserisce nelle preesistenze murarie rompendo l’isolamento dell’edificio. L’uso di materiali contemporanei e di ampie specchiature vetrate instaura un dialogo materico fondato sul principio del contrasto. Questo approccio garantisce la totale leggibilità dell’intervento, permettendo di distinguere chiaramente l’aggiunta moderna dalla fabbrica antica, restituendo al complesso una rinnovata gerarchia degli accessi e trasformando il volume d’ingresso in una lanterna che irradia luce nei connettivi interni.

    Come dichiarato nelle note di progetto, l’intento programmatico è chiaro e aderente ai principi del restauro critico: “Il progetto, in definitiva, mira a risignificare il luogo dell’intervento ristabilendo i legami con il passato del complesso gesuitico e con la città.” Una dichiarazione che sottolinea la volontà di operare una risemantizzazione dello spazio pubblico antistante e delle dinamiche di fruizione.

    L’opera di Manresa dimostra come la vitalità del patrimonio dipenda dalla nostra capacità di aggiornarne le funzioni attraverso interventi filologicamente ineccepibili ma coraggiosi. La nuova facciata diventa così non solo un riparo tecnico, ma un vero e proprio manifesto di reintegrazione critica.

    ASCOLTA IL PODCAST: https://linktr.ee/ilrestauroarchitettonico

    I MIEI PROGETTI (VBH RESTAURI): https://vbhrestauri.site/ FONTI PROGETTO: Sito Studio: https://davidcloses.cat/

    Divisare: https://divisare.com/projects/498704-david-closes-adria-goula-jose-hevia-new-entrance-facade-of-the-baroque-museum-of-catalonia

    Archilovers: https://www.archilovers.com/projects/325091/baroque-museum-of-catalonia-new-entrance-facade.html

    Foto: Adrià Goula e José Hevia – Courtesy of: David Closes, arquitecte

  • La Cappella Sistina: Il luogo dove l’uomo ha quasi raggiunto Dio

    Cappella Sistina : il luogo dove l'uomo ha quasi raggiunto Dio Il Restauro Architettonico

    7–10 minuti

    Costruita per volere di papa Sisto IV della Rovere tra il 1477 e il 1483, la Cappella Sistina non è soltanto il fulcro visivo e teologico della civiltà occidentale, ma è a tutti gli effetti un organismo vivo e delicatissimo. La sua complessa storia conservativa, affrontata nel dettaglio nell’ultimo episodio de “Il Restauro Architettonico”, rappresenta una sintesi perfetta tra l’ingegno artistico del passato e il rigore scientifico moderno.

    Architettura e prime sfide strutturali

    L’edificio si presenta dall’esterno severo e quasi militare, ma le sue proporzioni interne ricalcano esattamente quelle descritte nei testi biblici per il leggendario Tempio di Salomone: circa 44 metri di lunghezza, 12 metri di larghezza e 21 metri di altezza. In origine, la cappella fu magnificamente decorata da una squadra di maestri del Quattrocento, tra cui Botticelli, Perugino e Ghirlandaio, mentre la volta sfoggiava un semplice cielo blu trapunto di stelle dorate, opera dell’umbro Piermatteo d’Amelia.

    Tuttavia, fin dalla sua nascita, la struttura dovette fare i conti con l’instabilità del colle Vaticano. Fu proprio una minacciosa e profonda crepa, apertasi nel 1504, a innescare il cambiamento radicale di questo luogo. Per riparare i gravi danni strutturali, papa Giulio II ordinò un intervento di consolidamento e commissionò a Michelangelo Buonarroti la ridipintura del soffitto.

    Il cantiere di Michelangelo: tra fatica e censura

    Michelangelo, che si considerava prima di tutto uno scultore, accettò l’incarico con estrema riluttanza. In un celebre componimento poetico, egli descrisse le sue durissime condizioni di lavoro e il disagio per una professione, quella della pittura a fresco, che non sentiva propria.

    Tra il 1508 e il 1512, lavorando su un ingegnoso ponteggio di legno a gradoni da lui stesso ideato, l’artista dipinse a “buon fresco” oltre 500 metri quadrati di superficie. Questa tecnica spietata, che sfrutta la carbonatazione della calce per inglobare indissolubilmente i pigmenti, non concede ripensamenti a secco. Michelangelo popolò il soffitto con un ciclo teologico immenso, che dalla Creazione di Adamo arriva fino all’Ebbrezza di Noè.

    Vent’anni dopo, in un mutato clima spirituale, l’artista tornò nella Sistina tra il 1536 e il 1541 per affrescare il Giudizio Universale sulla vasta parete dell’altare. Un’opera sublime e tormentata che suscitò un profondo scandalo a causa delle innumerevoli nudità raffigurate. L’indignazione fu tale che il Concilio di Trento ordinò di censurare l’affresco, incaricando il pittore Daniele da Volterra di aggiungere coperture pittoriche, passate alla storia con il celebre soprannome di “braghe”.

    Il mito del “Michelangelo Tenebroso” e i danni secolari

    Nonostante la resistenza chimica del buon fresco, le superfici pittoriche iniziarono a deteriorarsi precocemente. L’ambiente chiuso, illuminato e riscaldato per secoli esclusivamente da candele di cera e bracieri a carbone, favorì il deposito di una spessa e scura pellicola di nerofumo (carbonio amorfo). A questa coltre di fuliggine si sommarono i danni causati dalle infiltrazioni d’acqua dal tetto, che veicolavano sali solubili dall’interno delle murature, lasciando sulla superficie evidenti e tenaci macchie biancastre.

    Nel tentativo di ravvivare i colori offuscati e di rendere trasparenti le macchie saline, i restauratori del Settecento e dell’Ottocento, tra cui spicca l’intervento di Annibale Mazzuoli, applicarono strati spessi di colle animali, vernici vegetali e perfino bile di bue. Asciugandosi e ossidandosi con il passare dei decenni, queste sostanze organiche si scurirono drasticamente. Fu così che il mondo intero si abituò a contemplare e a studiare un Michelangelo cupo, scultoreo, plastico e quasi monocromatico, forgiando il mito duraturo del “genio tenebroso”.

    Il “Restauro del Secolo” (1980-1994) e la chimica dell’AB 57

    La vera e radicale svolta per la comprensione dell’opera michelangiolesca avvenne nel 1980, anno in cui i Musei Vaticani avviarono una monumentale campagna di restauro. L’impresa, diretta da Gianluigi Colalucci e interamente finanziata dalla rete televisiva giapponese Nippon Television in cambio dei diritti d’immagine, si fondava sulla moderna teoria del restauro di Cesare Brandi: l’obiettivo non era abbellire, ma rimuovere scientificamente ogni deposito estraneo alla materia originale.

    Il vero miracolo tecnico fu reso possibile dall’impiego del solvente chimico AB 57, una soluzione all’avanguardia composta da acqua distillata, bicarbonato di ammonio, bicarbonato di sodio e un potente agente chelante chiamato EDTA. Questo gel viscoso veniva applicato sull’affresco interponendo un foglio di carta giapponese e lasciato agire per intervalli rigidamente cronometrati dai 3 ai 15 minuti. L’EDTA catturava le incrostazioni senza intaccare in alcun modo il carbonato di calcio originale dell’intonaco.

    Asportando la scorza nera secolare, i restauratori scoprirono un artista rivoluzionario e un colorista formidabile. Michelangelo conferiva tridimensionalità alle figure utilizzando la raffinata tecnica del “cangiantismo”, ovvero accostando colori puri, vividi e contrastanti (come verdi mela, gialli squillanti e violetti cangianti) nelle zone d’ombra, anticipando di interi decenni le audaci sperimentazioni cromatiche dei pittori del Manierismo.

    Il dibattito e le polemiche internazionali

    Un restauro di tale impatto visivo non fu esente da aspre e prolungate polemiche a livello globale. Lo storico dell’arte statunitense James Beck, fondatore di ArtWatch International, guidò il fronte dei critici accusando i tecnici vaticani di aver irrimediabilmente rovinato il capolavoro.

    Secondo i detrattori, Michelangelo aveva deliberatamente applicato velature di nerofumo misto a colla “a secco” per accentuare le ombre, i contorni e la profondità drammatica delle scene. L’accusa rivolta ai restauratori era di aver scambiato queste preziose finiture originali per sporcizia, lavandole via per sempre insieme a dettagli anatomici e ad elementi espressivi fondamentali, come gli occhi di specifiche figure minori.

    I Musei Vaticani difesero l’intervento dimostrando, attraverso rigorose analisi scientifiche, spettroscopie e test al microscopio, che la stragrande maggioranza del nerofumo rimosso era di natura ambientale e che le ombre grossolane asportate erano in realtà goffe ridipinture risalenti ai restauri settecenteschi, eseguite per mascherare i danni delle infiltrazioni d’acqua.

    La conservazione moderna e il cantiere innovativo del 2026

    Oggi, l’urgenza principale non è più il restauro invasivo, ma la conservazione preventiva. La Cappella Sistina accoglie oltre sei milioni di visitatori all’anno. Questo afflusso immette calore, polvere, umidità e, soprattutto, enormi quantità di anidride carbonica attraverso la normale respirazione. L’interazione tra la CO2 e i componenti basici dell’intonaco favorisce nel tempo la formazione di una dannosa patina biancastra composta da lattato di calcio.

    Per neutralizzare questa minaccia invisibile, nel 2014 è stato installato un sofisticatissimo impianto di climatizzazione (progettato in collaborazione con Carrier), gestito da decine di sensori intelligenti. Il sistema purifica l’aria filtrando le polveri sottili, mantiene l’umidità costante intorno al 55% e abbatte la concentrazione di CO2 al di sotto delle 800 parti per milione, garantendo un ricambio d’aria che raggiunge le 60 volte al giorno nei momenti di massima affluenza. A questo si aggiunge un innovativo impianto di illuminazione a LED che ha azzerato l’emissione di calore e radiazioni ultraviolette.

    La prova più recente ed entusiasmante di questa cura ininterrotta è la manutenzione straordinaria del Giudizio Universale, iniziata a febbraio 2026. L’intervento è mirato alla rimozione mirata della leggerissima velatura di lattato di calcio accumulatasi negli ultimi anni. La straordinarietà di questo cantiere contemporaneo risiede nell’approccio conservativo al pubblico: la cappella non è mai stata chiusa. I restauratori operano eseguendo dolci impacchi di acqua distillata e carta giapponese su speciali ponteggi mobili, completamente nascosti alla vista da un monumentale telo protettivo che riproduce fedelmente l’affresco in scala reale e ad altissima risoluzione.

    La Cappella Sistina si conferma così non solo come un vertice assoluto della creatività, ma come un organismo tutelato da un patto continuo e scientifico tra l’arte del passato e la tecnologia del presente.

    Bibliografia Consigliata

    Vuoi approfondire i temi di questa puntata e scoprire i segreti tecnici, storici e artistici del capolavoro di Michelangelo? Ecco una selezione di letture imprescindibili per la biblioteca di ogni appassionato di restauro e storia dell’arte.

    • “Michelangelo e io” di Gianluigi Colalucci Il diario intimo e tecnico del capo restauratore dei Musei Vaticani. Un racconto in prima persona dei quattordici anni trascorsi sui ponteggi per rimuovere i secoli di sporco e scoprire i veri colori della volta. Una lettura fondamentale per comprendere il restauro moderno. Acquista su Amazon
    • “La Cappella Sistina. Storia di un capolavoro” di Antonio Paolucci Scritto dallo storico direttore dei Musei Vaticani, questo saggio offre la panoramica più autorevole e completa sulla storia, la teologia e le immense sfide legate alla conservazione preventiva della cappella più famosa del mondo. Acquista su Amazon
    • “I segreti della Sistina. Il messaggio proibito di Michelangelo” di Roy Doliner e Benjamin Blech Un testo affascinante che indaga i significati nascosti, le simbologie e le scelte iconografiche audaci inserite da Michelangelo negli affreschi, svelando un lato meno accademico e più misterioso dell’opera. Acquista su Amazon
    • “Michelangelo. L’opera completa” di Frank Zöllner (Edizione Taschen) Un volume visivamente monumentale. Perfetto per chi desidera studiare da vicino i dettagli anatomici, la tecnica del cangiantismo e le pennellate del maestro fiorentino grazie a riproduzioni fotografiche ad altissima definizione. Acquista su Amazon
    • “Il tormento e l’estasi” di Irving Stone Per chi preferisce un approccio narrativo, questo grande classico del romanzo storico fa rivivere in modo viscerale la fatica fisica, le pressioni papali e la furia creativa di Michelangelo durante i quattro anni trascorsi sull’impalcatura. Acquista su Amazon

    Altra documentazione consultata:

    Esplora ulteriori contenuti e rimani aggiornato sui futuri episodi attraverso le nostre piattaforme ufficiali: https://linktr.ee/ilrestauroarchitettonico

  • Il Grande Cretto di Gibellina: Architettura del Ricordo e Land Art nel Belice

    Il Grande Cretto di Gibellina: Architettura del Ricordo e Land Art nel Belice Il Restauro Architettonico

    Il restauro architettonico viene solitamente inteso come il recupero materico di un manufatto esistente, il consolidamento di una muratura o la riqualificazione di uno spazio storico. Tuttavia, esistono circostanze estreme in cui la distruzione è così radicale da rendere impossibile qualsiasi recupero fisico. In questi scenari, l’architettura e l’arte devono evolvere verso la tutela e il restauro della memoria collettiva. Il caso di Gibellina, nella Valle del Belice, rappresenta l’esempio più alto, complesso e dibattuto di questa transizione in Italia.

    Questo approfondimento, tratto dall’omonimo episodio del podcast “Il Restauro Architettonico” e supportato dallo Studio VBH, esplora le dinamiche tecniche, urbanistiche e artistiche che hanno portato alla creazione di una delle opere di Land Art in Italia più maestose del Novecento.

    Le conseguenze del terremoto del Belice del 1968

    La notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968, una sequenza sismica devastante colpì la Sicilia occidentale. Con una scossa principale di magnitudo momento 6.4, il terremoto rase al suolo interi centri abitati come Gibellina, Montevago, Poggioreale e Salaparuta. La devastazione totale non fu unicamente legata alla potenza tellurica, ma alle specifiche vulnerabilità dell’edilizia storica locale.

    Le costruzioni colpite erano prevalentemente in muratura non armata. L’impiego di pietre irregolari e malte di scarsa qualità, unito a sistemi di copertura estremamente pesanti composti da tegole in cotto su esili travi lignee, determinò il collasso strutturale immediato sotto l’azione delle forze orizzontali del sisma. Le stime ufficiali riportarono oltre 230 vittime e circa 100.000 sfollati, costretti a vivere in tendopoli per anni a causa della lenta e complessa gestione dell’emergenza.

    Gibellina Nuova e le sfide della pianificazione urbanistica

    Di fronte alla totale obliterazione dei centri storici, le istituzioni presero una decisione drastica: abbandonare le rovine e ricostruire altrove. Gibellina Nuova fu fondata a circa venti chilometri di distanza. Il sindaco dell’epoca, Ludovico Corrao, promosse una visione utopica: la rinascita della comunità doveva avvenire attraverso l’arte contemporanea. Architetti e urbanisti di fama internazionale vennero chiamati a progettare spazi postmoderni, come la discussa Chiesa Madre a forma di sfera di Ludovico Quaroni.

    Nonostante l’inequivocabile pregio artistico, il progetto evidenziò gravi lacune nella sociologia dello spazio. La nuova “città giardino”, progettata per le automobili e dimensionata per ospitare 50.000 abitanti (rispetto ai 6.000 originari), privò la comunità dei propri spazi intimi: scomparvero i cortili protetti e i vicoli stretti, sostituiti da grandi piazze deserte. Questo sradicamento spaziale generò alienazione, dimostrando che la ricostruzione urbana non può prescindere dalle radici e dalle abitudini secolari di una popolazione.

    Alberto Burri e la genesi del Grande Cretto

    Fu in questo clima di spaesamento che Alberto Burri, maestro dell’arte informale, visitò le rovine di Gibellina Vecchia nel 1981. Rifiutando l’invito a inserire una scultura isolata nel nuovo insediamento urbano, Burri rivolse la sua attenzione al cadavere della città distrutta.

    “Qui non ci faccio niente di sicuro… andiamo a vedere dove sorgeva il vecchio paese.” — Alberto Burri

    L’intuizione dell’artista fu radicale: non aggiungere nulla al nuovo, ma trasformare i resti del passato in un gigantesco monumento permanente. Il progetto del Grande Cretto prevedeva di compattare le macerie e coprirle con un’enorme gettata di cemento bianco, trasformando la tragedia in un labirinto eterno e in uno dei più importanti esempi di Land Art al mondo.

    Le tecniche di restauro conservativo e l’ingegneria monumentale

    I lavori del Grande Cretto iniziarono nel 1984 e richiesero un approccio da cantiere di ingegneria civile. Le macerie, contenenti non solo i resti degli edifici ma anche frammenti di vita quotidiana e ricordi personali, furono raccolte, compattate e bloccate tramite reti metalliche e gabbioni. Il posizionamento seguì rigorosamente l’antico sedime edilizio pre-terremoto.

    Sopra questa base fu colato il calcestruzzo bianco. I blocchi misurano tra i 10 e i 20 metri di lato, con un’altezza di circa 1,60 metri. Questa misura fu pensata per avvolgere il visitatore senza precludere lo sguardo sulla vallata circostante. Le fenditure, larghe tra i 2 e i 3 metri, ricalcano esattamente gli antichi vicoli. Camminare al loro interno significa, letteralmente, ripercorrere la mappa di una città fantasma.

    Il dibattito critico: distruzione creativa o archeologia del futuro?

    A differenza dei maestri della Land Art americana, che incidevano paesaggi incontaminati e desertici, il lavoro di Burri ha una matrice profondamente antropocentrica e urbana. Questo intervento estremo di sutura paesaggistica ha tuttavia sollevato interrogativi cruciali.

    Da un lato, critici e alcuni discendenti delle vittime hanno percepito l’opera come una forzatura: un sarcofago di cemento anonimo che ha cancellato l’evidenza storica e materica delle rovine, a differenza di quanto avvenuto nella vicina Poggioreale. Dall’altro lato, Burri e Corrao difesero la visione di una distruzione creativa, ritenuta l’unico mezzo per fermare l’incuria del tempo e della natura.

    Alberto Burri descrisse la sua opera come “l’archeologia del futuro”, convinto che trasformando i resti in un capolavoro assoluto, si garantiva che una civiltà colta continuasse a esistere in quel sito, resistendo per sempre all’oblio.

    Oggi, con il completamento totale dell’opera avvenuto nel 2015 su una superficie di 85.000 metri quadrati, il Grande Cretto è un organismo vivo. È diventato il palcoscenico per le Orestiadi di Gibellina e spazio per installazioni multimediali che continuano a interrogare visitatori, architetti e storici sul significato profondo della conservazione e del ricordo.

    Per esplorare i nostri progetti e comprendere come decliniamo i principi del restauro architettonico nella pratica contemporanea, vi invitiamo a visitare il sito ufficiale dello Studio VBH e a seguire le nostre pubblicazioni.

    Lettura consigliata

    Alberto Burri. Il grande cretto di Gibellina. Ediz. illustrata 

  • Il Restauro delle Serre di Parco Querini a Vicenza: Astrazione Volumetrica e Dialogo Materico

    Il dibattito contemporaneo sul restauro architettonico in Italia trova un nuovo e virtuoso paradigma di riferimento. L’intervento di recupero delle ex Serre Cunico, all’interno del Parco Querini di Vicenza, firmato da MAP Studio, rappresenta un’esemplare operazione di rigenerazione urbana. Di fronte a un complesso ottocentesco ridotto allo stato di rudere, i progettisti hanno rifiutato la facile via del falso storico, optando per una sintesi formale di altissimo profilo teorico e compositivo.

    La Rinuncia alla Mimesi e la Smaterializzazione del Volume

    La sfida primaria consisteva nel restituire la leggibilità tipologica delle perdute serre calde e fredde. MAP Studio agisce attraverso una consapevole rinuncia alla mimesi: non ricostruisce “com’era e dov’era”, ma sceglie la via dell’astrazione volumetrica.

    Attraverso l’inserimento di una nuova struttura metallica che ne ricalca le sagome, l’edificio subisce una vera e propria smaterializzazione. Il telaio d’acciaio nudo si trasforma in un diagramma spaziale a grandezza naturale, un’ombra architettonica che evoca la memoria dello volume originario garantendo un effetto di progressiva trasparenza tra interno, esterno e quinta scenica del parco.

    Dialogo Materico e Leggibilità dell’Intervento

    L’operazione aderisce in modo rigoroso ai postulati del restauro critico: ogni addizione contemporanea deve essere inequivocabilmente distinguibile.

    Da un lato, il restauro conservativo puro consolida le murature superstiti e la storica Torretta del Belvedere, cristallizzando i segni del degrado e le ferite storiche sui laterizi antichi. Dall’altro, l’innesto contemporaneo dichiara la sua precisione industriale. Questa dialettica materica instaura un rapporto controllato e onesto per contrasto, dove la tettonica leggera dell’acciaio esalta la matericità frammentata della rovina. La lacuna non viene nascosta, ma trattata come opportunità compositiva.

    Il Palinsesto Paesaggistico e la Fruizione Civica

    L’architettura in questo progetto supera il concetto di oggetto isolato per farsi dispositivo paesaggistico. L’intervento non si limita al ripristino dei volumi, ma ridefinisce i valori di paesaggio dell’intero comparto.

    La progettazione di un misurato sistema di rampe topografiche per il totale abbattimento delle barriere architettoniche, unito alla realizzazione di un padiglione integrato per i servizi, ricuce le quote del terreno. Questo trasforma un’area fino a ieri interdetta in una promenade architecturale e in un nodo vitale di fruizione pubblica cittadina.

    La Visione dei Progettisti

    Questa sensibilità metodologica è perfettamente riassunta nelle intenzioni dello studio: “Il progetto si propone di dar nuova vita ai ruderi delle Serre del Parco Querini, per permettere ai cittadini vicentini di riappropriarsi del loro rapporto con questi spazi.” L’atto del conservare supera la musealizzazione statica per farsi strumento di riattivazione sociale.

    L’intervento sulle Serre Querini dimostra l’efficacia e la maturità del linguaggio contemporaneo nell’affrontare le stratificazioni storiche. Scegliendo l’onestà costruttiva al posto della nostalgia, MAP Studio consegna alla città di Vicenza un’opera che è simultaneamente memoria silente dell’Ottocento e manifesto dell’architettura odierna.


  • Verso una storia del restauro: l’evoluzione della tutela dall’Antichità all’Ottocento

    Verso una storia del restauro: dall'Antichità Classica al Primo Ottocento Il Restauro Architettonico

    5–8 minuti

    Come si è rapportata l’umanità, nel corso dei secoli, con le architetture del proprio passato? Il restauro, inteso come disciplina, non è un concetto immobile. È piuttosto il riflesso diretto della cultura, della filosofia e delle capacità tecniche di un’epoca.

    In questo articolo, basato sull’approfondimento dell’episodio speciale del podcast “Il restauro architettonico” e guidati dalle densissime pagine del volume Verso una storia del restauro. Dall’età classica al primo Ottocento (a cura di Stella Casiello), ripercorriamo le tappe fondamentali che hanno portato alla codificazione della tutela moderna. Questo viaggio narrativo e scientifico è stato reso possibile grazie al supporto dello Studio VBH.

    L’Antichità Classica e il pragmatismo del ripristino

    Nel mondo greco e romano, l’aspirazione primaria degli edificatori era la durata dell’opera. Tuttavia, non esisteva il “restauro” nella sua accezione critica e moderna. L’obiettivo era la manutenzione continua, volta a garantire la sopravvivenza funzionale ed estetica del manufatto.

    Le fonti storiche ci offrono testimonianze preziose:

    • La protezione delle superfici: Plinio racconta di come il pittore Apelle stendesse sulle sue opere l’atramentum, una vernice riflettente che proteggeva i colori da polvere e usura.
    • La conservazione dei materiali deperibili: Sempre Plinio riferisce che, per il tempio di Artemide a Efeso, il simulacro ligneo della dea veniva costantemente irrorato di nardo attraverso piccoli fori per mantenere saldo il legno.
    • Il pragmatismo strutturale: Quando un edificio subiva danni, come nel caso del devastante terremoto di Pompei del 63 d.C. (documentato dagli scavi di Amedeo Maiuri), i costruttori romani adottavano la tecnica della sarcitura. Si trattava di una vera e propria cucitura strutturale in laterizio per sanare le crepe. Non vi era alcuna volontà di distinguere la parte nuova da quella antica: l’importante era il ripristino della solidità.

    Dalla Tarda Età Imperiale al Medioevo: l’era del reimpiego

    Con l’editto di Costantino del 326 d.C., che condannava i templi pagani, e la successiva caduta dell’Impero Romano, il rapporto con l’antico muta radicalmente. Nascono le prime, primordiali forme di tutela statale:

    • Nel Codice Teodosiano, Arcadio e Onorio stanziano fondi erariali per salvare terme e mura, vietando i saccheggi decorativi.
    • Il re ostrogoto Teodorico, supportato dall’intellettuale Cassiodoro, esprime un concetto sorprendentemente moderno, affermando che conservare gli edifici antichi porta la stessa gloria del costruirne di nuovi.
    • Nel VI secolo, il generale bizantino Belisario ammonisce Totila, ricordandogli che distruggere i monumenti di Roma significa privare l’umanità del suo possedimento più splendido.

    Tuttavia, il Medioevo si caratterizza principalmente come l’epoca degli spolia, ovvero del reimpiego. L’uomo medievale non percepisce la distanza storica dall’epoca classica: le rovine sono viste come enormi cave di materiali da smembrare e riutilizzare. Questo processo ha forti ragioni economiche, ma soprattutto ideologiche. Frazionare l’Impero Romano e inglobarlo nelle nuove basiliche cristiane significa trasferirne l’autorità e la gloria. Nel territorio campano troviamo esempi emblematici di questa prassi, come la chiesa di San Giovanni Maggiore e il Tempio dei Dioscuri inglobato in San Paolo Maggiore a Napoli, o la chiesa normanna di San Giovanni a mare, dove le colonne romane di spoglio instaurano un colto richiamo all’impero.

    Bisognerà attendere i primi bagliori dell’Umanesimo per assistere a una reazione emotiva a queste distruzioni: nel 1347 Francesco Petrarca, nella sua Hortatoria, denuncerà con forza lo scempio dei marmi romani venduti per vile mercato.

    Umanesimo e Rinascimento: la misurazione e l’etica dell’intervento

    Tra Quattro e Cinquecento si consolida finalmente la “coscienza della distanza”. L’Antichità diventa un cosmo culturale da ammirare e studiare. Filippo Brunelleschi si reca a Roma per misurare le rovine e carpire i segreti proporzionali e statici degli antichi (studi che gli permetteranno di erigere la cupola di Santa Maria del Fiore a Firenze).

    Il vero teorico di questo periodo è Leon Battista Alberti. Nel suo trattato De re aedificatoria, stabilisce una regola fondamentale: è obbligatorio rilevare e misurare l’antico prima di progettarvi sopra. Alberti introduce un’etica del rispetto. Quando trasforma la chiesa gotica di San Francesco a Rimini nel Tempio Malatestiano, decide di non distruggere l’edificio preesistente, ma di racchiuderlo in un nuovo, magnifico guscio marmoreo di ispirazione classica, mantenendo la nuova facciata rigorosamente staccata dalle vecchie pareti. Un principio di integrazione armonica che applicherà anche nella facciata di Santa Maria Novella a Firenze attraverso la suprema regola della concinnitas (l’armonia delle parti).

    Il Cinquecento: Raffaello e la sensibilità di Michelangelo

    Il rispetto per il passato raggiunge una codificazione formale nel 1519, quando Raffaello Sanzio e Baldassarre Castiglione scrivono una celebre Lettera a Papa Leone X. È il primo manifesto della tutela moderna. Raffaello accusa i pontefici del suo tempo di macinare i marmi romani per farne calcina e prega il Papa di salvare “le ossa del corpo senza carne” della gloriosa Roma.

    Questo atteggiamento devoto tocca il vertice con Michelangelo Buonarroti. Incaricato di convertire le diroccate Terme di Diocleziano nella basilica di Santa Maria degli Angeli, egli opera un vero miracolo di “non-intervento”. Michelangelo sceglie di conservare l’aspetto di rovina: rifiuta decorazioni posticce, imbianca le antiche volte a crociera e si spinge fino al punto di sostituire un capitello mancante con uno antico di scavo, pur di non inserire un elemento moderno che alterasse la solennità romana.

    Controriforma, Barocco e le grandi sfide statiche

    A cavallo tra Cinque e Seicento, il Concilio di Trento detta nuove regole per l’architettura sacra. San Carlo Borromeo, nel manuale Instructiones Fabricae (1577), codifica le norme per la manutenzione fisica delle chiese: dai tetti alle grondaie, tutto deve proteggere l’edificio e la liturgia.

    Il Barocco ci consegna due interventi antitetici ma geniali:

    • Francesco Borromini a San Giovanni in Laterano: Papa Innocenzo X vieta a Borromini di demolire le pareti costantiniane fatiscenti. L’architetto risolve il problema statico incapsulando le deboli colonne antiche all’interno di nuovi, massicci pilastri barocchi, salvando letteralmente l’ossatura della basilica.
    • Gian Lorenzo Bernini: Oltre all’arricchimento teatrale di Santa Maria del Popolo, Bernini interviene al Pantheon smontando e rimontando l’angolo sinistro del pronao crollato, scolpendo nuovi capitelli imitanti l’antico con l’aggiunta impercettibile dello stemma papale.

    L’Ottocento: nasce il restauro archeologico e scientifico

    Il secolo dei Lumi trasforma il restauro in una disciplina scientifica, spinta dalle teorie di Winckelmann e dagli scavi vesuviani. A Pompei ed Ercolano si passa dagli scavi distruttivi di D’Alcubierre ai cantieri sistematici a cielo aperto di Francesco La Vega, che inizia a conservare i ruderi in situ, proteggendoli con coperture.

    La figura chiave in ambito statico è l’ingegnere e architetto Luigi Vanvitelli, che insieme al matematico Giovanni Poleni salva la Cupola di San Pietro con una cerchiatura metallica e, a Napoli, ricostruisce la chiesa della Santissima Annunziata salvando magistralmente le preesistenze cinquecentesche sopravvissute a un grave incendio.

    Ma il punto di svolta assoluto avviene nei primi decenni dell’Ottocento. Nel 1813, l’ispettore francese Gisors teorizza che le parti mancanti di un monumento debbano essere ricostruite nelle masse e nelle proporzioni, ma omettendo i dettagli decorativi per non creare un “falso storico”. Due interventi romani segnano la nascita del restauro moderno:

    1. Il Colosseo (1806): Raffaele Stern salva l’anfiteatro da un crollo imminente costruendo un ciclopico sperone in laterizio. Non ricostruisce le arcate, ma “congela” l’edificio nell’esatto momento della sua rovina, bloccando le pietre con i mattoni in modo evidente ed estetico.
    2. L’Arco di Tito (anni ’20 dell’Ottocento): Giuseppe Valadier compie una magistrale anastilosi (smontaggio e rimontaggio). Per integrare i piloni mancanti, non utilizza il marmo romano ma il travertino locale, lasciando le nuove colonne lisce e senza scanalature. Da lontano l’arco recupera la sua proporzione; da vicino, chiunque può distinguere la pietra originale dall’aggiunta moderna.

    Ogni pietra integrata e ogni cicatrice conservata sui nostri monumenti non sono casuali, ma rispondono a un dialogo incessante tra generazioni.

    Continuate a seguire i nostri approfondimenti culturali.

  • Pritzker Prize 2026 a Smiljan Radić: La Fragilità come Nuova Frontiera del Restauro

    Abstract:
    L’assegnazione del Pritzker Architecture Prize 2026 all’architetto cileno Smiljan Radić Clarke rappresenta una profonda rottura con i dogmi tradizionali della costruzione e della conservazione. In questo articolo, derivato dall’ultima puntata del nostro podcast, analizziamo la sua poetica basata sull’accettazione della vulnerabilità umana e materiale. Attraverso lo studio dei suoi innesti leggeri su architetture storiche preesistenti, scopriamo come la “tettonica della fragilità” offra un nuovo paradigma metodologico per il restauro architettonico contemporaneo.

    Pritzker Prize 2026 a Smiljan Radić: La tettonica della fragilità e il restauro Il Restauro Architettonico

    Il coraggio di abbracciare la vulnerabilità dell’architettura

    Nel mondo delle costruzioni e della conservazione dei beni culturali, ci viene insegnato fin dai primi giorni di università a inseguire un obiettivo supremo: la solidità. I manuali antichi la chiamavano “firmitas”. L’architettura viene solitamente concepita per sfidare i secoli, per proteggerci dalle intemperie e per testimoniare la potenza di un’epoca. Eppure, a marzo 2026, il premio più prestigioso del settore – il Pritzker Architecture Prize, considerato il Nobel dell’architettura – ha celebrato esattamente l’opposto.

    L’annuncio del premio è giunto in un clima mediatico teso, ritardato a causa delle dimissioni del direttore della fondazione Tom Pritzker in seguito a scandali passati. Superata la bufera mediatica, la giuria guidata da Alejandro Aravena ha incoronato il progettista cileno Smiljan Radić Clarke. La motivazione della giuria è un manifesto che fa tremare i polsi a chiunque si occupi di restauro: premiare opere posizionate al crocevia tra incertezza e memoria culturale, favorendo la fragilità rispetto alla pretesa ingiustificata di certezza, per creare edifici che appaiono temporanei o deliberatamente incompiuti. Radić ci invita ad abbandonare l’illusione dell’eternità per abbracciare l’imperfezione.

    Dalla bocciatura accademica all’intelligenza materiale

    Nato a Santiago del Cile nel 1965 da una famiglia con radici croate e britanniche, Radić ha costruito il suo percorso intellettuale in modo anomalo. Paradossalmente, il suo vero apprendistato iniziò in seguito a un fallimento bruciante: la bocciatura all’esame finale di architettura in Cile. Questo evento lo spinse a viaggiare in Italia, studiando storia all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia (IUAV).

    Qui, circondato dalla densità del patrimonio storico italiano, ha imparato a non considerare gli edifici antichi come reliquie mummificate e intoccabili, ma come materiali vivi e in divenire. Tornato in patria nel 1995, ha fondato un piccolo studio, rifiutando categoricamente il modello della grande “archistar” multinazionale. Sostenuto da un sodalizio fondamentale con la moglie, la scultrice Marcela Correa, ha sviluppato un linguaggio fatto di intelligenza tattile, scontrando materiali poveri con strutture sofisticate.

    Innestare l’effimero sul passato: nuovi paradigmi di restauro

    Per comprendere come questo approccio si traduca nella pratica del restauro e dell’intervento sull’esistente, possiamo analizzare due dei suoi progetti più emblematici a Santiago del Cile.

    Il primo è il Centro NAVE, completato nel 2015. L’edificio di partenza era una struttura residenziale di inizio Novecento, gravemente compromessa dal catastrofico terremoto del 2010. L’approccio tradizionale avrebbe previsto una ricostruzione mimetica o una demolizione. Radić ha invece svuotato le parti irrecuperabili mantenendo l’involucro esterno come una “rovina” stabilizzata, inserendo all’interno volumi moderni. L’elemento dirompente si trova sulla copertura: un vivace tendone da circo. Questa aggiunta festosa ed effimera priva la muratura storica della sua pesantezza drammatica, creando una celebrazione provvisoria che accoglie la vita contemporanea senza cancellare i segni del sisma.

    Il secondo esempio è l’espansione del Museo Chileno de Arte Precolombino del 2013, inserita in un severo edificio coloniale settecentesco. Radić ha evitato la competizione volumetrica scavando una profonda galleria ipogea per i reperti archeologici. Ma per coprire il cortile storico ha evitato le classiche e pesanti tettoie in vetro e acciaio, optando per un gigantesco cuscino gonfiabile in ETFE. Ha letteralmente coperto la storia con una bolla d’aria. La contrapposizione tra lo scavo profondo e il tetto di pura pressione atmosferica annulla ogni competizione gerarchica tra l’antico e il nuovo.

    Lavorare sull’antico con questa delicatezza richiede una sensibilità e una precisione chirurgica per i materiali storici, un principio fondante che condividiamo con il partner di questo approfondimento, lo studio VBH restauri. Così come Radić accosta un materiale iper-tecnologico a una muratura settecentesca, professionisti come VBH restauri sanno integrare in modo impercettibile resine e fibre di carbonio con le antiche malte di calce, garantendo la conservazione senza stravolgere l’anima dell’edificio.

    L’architettura tra gravità e leggerezza

    L’opera di Radić sfugge costantemente alle definizioni. Nel 2014, il suo Serpentine Gallery Pavilion a Londra ha lasciato il mondo a bocca aperta: un guscio traslucido e sottilissimo in fibra di vetro posato in equilibrio precario su massi di cava estratti localmente, che fungevano da vere e proprie fondamenta. Una “finta rovina” illuminata dall’interno come una lanterna magica.

    Questo contrasto tra la forza geologica e i materiali poveri si ritrova in tutta la sua produzione: dagli enormi massi granitici che sorreggono il Ristorante Mestizo a Santiago, all’uso esplorativo della terra cruda e della paglia nella Casa del Carbonero, fino alla limitazione materica del Teatro Regional del Bío-Bío, avvolto in semplice policarbonato su telaio d’acciaio.

    Radić estende la sua concezione di rovina anche alla carta. La sua Fundación de Arquitectura Frágil custodisce oltre mille disegni originali dei maestri dell’architettura radicale del Novecento. In un mondo dominato da freddi rendering digitali, questi schizzi imperfetti vengono trattati come rovine preziose, tracce umane capaci di stimolare un dibattito critico profondo.

    I pilastri della poetica di Smiljan Radić

    Possiamo riassumere le lezioni fondamentali tratte dal lavoro di questo straordinario architetto in questi punti essenziali:

    • Accettazione della vulnerabilità: progettare sapendo che nulla è eterno e che l’architettura vive una condizione di fragilità umana.
    • Intelligenza materica: sfidare le convenzioni accostando materiali arcaici, come enormi rocce grezze, a materiali sintetici e sottili.
    • Rispetto per l’esistente senza sottomissione: intervenire su edifici storici inserendo elementi leggeri ed effimeri, evitando di imitare il passato.
    • Rifiuto della perfezione digitale: valorizzare il segno manuale, l’imperfezione e il contatto tattile con la materia.

    Oltre il mito dell’eternità

    Il riconoscimento a Smiljan Radić ci impone una riflessione obbligata. La conservazione e l’architettura contemporanea non devono essere due mondi in contrasto, e l’integrazione di nuove funzioni in contenitori storici non deve per forza avvenire con pesanti sovrastrutture di acciaio. La vera innovazione risiede nel sapersi ritrarre, nell’accettare la natura transitoria dell’esperienza umana e nel progettare spazi che siano dei rifugi sereni proprio perché provvisori. È un invito a toccare la materia con intelligenza e umiltà, qualità imprescindibili per chiunque ami e protegga l’architettura.

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  • La grammatica del riuso: La Fondazione Biscozzi Rimbaud a Lecce nell’intervento di Arrigoni Architetti

    2–3 minuti

    Il tema dell’inserimento di funzioni museali all’interno di tessuti storici consolidati rappresenta uno dei nodi più complessi del restauro architettonico contemporaneo. Il progetto per la Fondazione Biscozzi Rimbaud a Lecce, curato dallo studio Arrigoni Architetti, si inserisce in questo dibattito offrendo una risposta metodologica rigorosa. L’intervento non cerca la mimesi, bensì un dialogo silenzioso ma strutturale con la preesistenza, trasformando un edificio storico in un contenitore d’arte performante.

    La Sfida Progettuale

    La complessità dell’incarico risiedeva nella necessità di operare una sostituzione funzionale totale senza snaturare l’involucro storico. L’adeguamento normativo, impiantistico e illuminotecnico richiesto da una fondazione d’arte moderna e contemporanea doveva convivere con le peculiarità materiche e spaziali dell’edificio originale. La sfida era evitare l’effetto di sovrastruttura, integrando le nuove tecnologie necessarie alla conservazione delle opere d’arte all’interno di spessori murari e geometrie voltate non alterabili.

    La Soluzione Tecnica

    Il team di progettazione ha operato attraverso un processo di sottrazione e di accurata calibrazione degli innesti. La pietra leccese, materiale identitario del contesto, è stata sottoposta a un attento restauro conservativo, eliminando le stratificazioni incongrue per restituire la purezza delle superfici. Gli impianti di climatizzazione e illuminazione museografica sono stati celati attraverso soluzioni di micro-architettura d’interni, utilizzando contropareti tecniche e profili integrati che definiscono i percorsi espositivi senza interferire con la lettura della spazialità originaria. Il contrasto cromatico e materico tra l’involucro storico e i nuovi elementi espositivi diventa il fil rouge della narrazione spaziale.

    Parola al Progettista

    Come si evince dall’approccio dello studio, il cuore del progetto si riassume in questo concetto: “Un intervento di sostituzione funzionale che non altera l’edificio originario, ma ne esalta ogni singolo dettaglio attraverso una misurata grammatica del riuso.” Questa affermazione sottolinea come il rispetto per l’antico non debba precludere la totale operatività contemporanea.

     La Fondazione Biscozzi Rimbaud dimostra come l’architettura degli interni, quando applicata al restauro, possa agire come un dispositivo ottico: calibra la luce, ordina lo spazio e permette alla materia storica di diventare non solo quinta scenica, ma parte attiva dell’esperienza museale.

    ASCOLTA IL PODCAST: https://linktr.ee/ilrestauroarchitettonico 

    I MIEI PROGETTI (VBH RESTAURI): https://vbhrestauri.site/ 

    FONTE PROGETTO: http://www.arrigoniarchitetti.it

    Foto: Dario Borruto – Courtesy of: Arrigoni Architetti

  • Restauro e Resilienza: Progettare il futuro del patrimonio storico di fronte ai cambiamenti climatici

    La tutela del nostro patrimonio edilizio non è mai stata una disciplina statica. Oggi, chi si occupa di restauro e riqualificazione urbana è chiamato ad affrontare una sfida senza precedenti: proteggere le nostre architetture e i nostri centri storici dalle minacce sempre più pressanti dei cambiamenti climatici e dei rischi ambientali.

    È con questa consapevolezza che ho deciso di prendere parte alla RETURN Academy, il corso di Alta Formazione promosso dall’Università degli Studi di Napoli Federico II e finanziato dai fondi PNRR (NextGenerationEU), che si è da poco concluso con una cerimonia ripresa anche dall’agenzia di stampa nazionale ANSA.

    Essere tra i 40 professionisti selezionati in tutta Italia per questo percorso ha rappresentato non solo un traguardo personale e accademico, ma un passo fondamentale per l’evoluzione metodologica dello studio VBH Architettura.

    Cos’è la RETURN Academy e perché è fondamentale oggi

    Il progetto RETURN (Multi-Risk science for resilient communities under a changing climate) nasce con un obiettivo preciso: rafforzare le competenze professionali nella gestione dei rischi di disastro naturale e antropico. Nello specifico, il modulo a cui ho partecipato (Spoke TS1) si è concentrato sulle strategie per la resilienza degli insediamenti urbani.

    Attraverso 64 ore di lezione frontale, trasferte istituzionali (come quella al Dipartimento di Protezione Civile a Roma) e tavoli di lavoro tecnici, abbiamo approfondito la cosiddetta Multi-Risk Science. Ma come si traduce tutto questo nel lavoro quotidiano di un architetto restauratore?

    Il Restauro come strumento di Resilienza

    Spesso si tende a pensare al restauro come a una semplice “conservazione del passato”. Tuttavia, operare su edifici storici in contesti territoriali complessi (come le aree dell’Appennino meridionale in cui opero frequentemente, da Sala Consilina a Venosa, da Padula a Montesano) significa fare i conti con un’elevata vulnerabilità sismica e idrogeologica.

    La formazione acquisita alla RETURN Academy mi ha fornito strumenti aggiornati per integrare nei progetti di VBH Architettura tre pilastri fondamentali:

    • Valutazione multi-rischio integrata: Non limitarsi all’analisi di un singolo pericolo (es. solo sismico), ma comprendere come diverse minacce ambientali e climatiche possano interagire tra loro sul manufatto storico.
    • Adattamento climatico dei centri storici: Progettare interventi di riqualificazione che migliorino la risposta termica e idraulica degli edifici e degli spazi pubblici, rispettando al contempo i vincoli storici e paesaggistici.
    • Sostenibilità e Sicurezza a lungo termine: Garantire che i materiali e le tecniche di restauro scelti oggi siano in grado di resistere agli scenari climatici dei prossimi decenni.

    Guardare al futuro del nostro costruito

    Non basta più “recuperare” un edificio per riportarlo al suo antico splendore; oggi è nostro dovere civico e professionale progettare la sua adattabilità. Le città del futuro, per essere davvero vivibili e sicure, dovranno necessariamente fondarsi su una sinergia profonda tra la memoria storica dei luoghi e le più avanzate tecnologie di mitigazione dei rischi.

    Questo è l’approccio che continuerò a portare nei cantieri e nei progetti di VBH Architettura: un restauro che guarda avanti, per consegnare alle prossime generazioni un patrimonio non solo bellissimo, ma finalmente resiliente.


    Approfondimenti:

    📰 Leggi l’articolo dell’ANSA sulla conclusione della RETURN Academy: Clicca qui

    🏛️ Scopri i progetti e gli interventi di recupero di VBH Architettura: Visita il Portfolio


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