I calchi di Pompei: Il vuoto che prende forma – Il Restauro Architettonico
Dalla tecnica di Giuseppe Fiorelli alle TAC e alle analisi del DNA, i calchi pompeiani raccontano una storia nella quale archeologia, conservazione e memoria si incontrano intorno a un paradosso: proteggere ciò che materialmente non esiste più.
di Arch. Vincenzo Biancamano · Tempo di lettura: 10 minuti

Le immagini sono tra le più conosciute di Pompei: un uomo disteso, una figura rannicchiata, un bambino, una persona che sembra proteggersi il volto, il celebre cane trattenuto dalla catena. Siamo abituati a definirli genericamente “i corpi di Pompei”. Eppure ciò che osserviamo non sono corpi pietrificati, non sono mummie e non sono resti umani conservati nella loro materia originaria.
Sono calchi: figure ottenute usando come stampo il vuoto lasciato dai corpi nel deposito vulcanico.
È proprio questo a renderli straordinari. La persona non è più presente, ma il materiale dell’eruzione ne ha registrato la forma. L’archeologo non recupera direttamente il corpo: riconosce una cavità e la trasforma in un documento tridimensionale. L’assenza prende forma.
In breve — Il calco non coincide con la vittima. È un oggetto complesso, nato dall’incontro fra una traccia del 79 d.C., lo scavo moderno, il materiale di colata e gli interventi di conservazione successivi.
Non corpi pietrificati, ma impronte dell’assenza
Per comprendere il procedimento bisogna tornare all’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Pompei non fu sepolta in un solo istante e da un unico materiale. Nella prima fase, pomici e lapilli si accumularono sulle strade, nei cortili e sulle coperture, provocando anche il crollo di alcuni edifici. In seguito la città venne investita da correnti piroclastiche composte da gas, cenere e frammenti vulcanici.
In determinate condizioni, i materiali più fini avvolsero i corpi e aderirono alle superfici degli abiti, delle calzature e della pelle. Il deposito si consolidò, mentre i tessuti organici andarono incontro al naturale processo di decomposizione. Dove prima si trovava una persona rimase così una cavità: un negativo tridimensionale capace di conservare la forma esterna del corpo.
Non era una statua e non era ancora un calco. Era uno spazio vuoto rimasto nascosto nel terreno per quasi diciotto secoli.
Il Parco Archeologico di Pompei ricorda che i resti di oltre mille vittime sono stati rinvenuti nel sito, mentre i calchi realizzati dall’Ottocento a oggi sono poco più di un centinaio. La formazione di una cavità leggibile e la possibilità di riempirla dipendono infatti dalle specifiche condizioni stratigrafiche e conservative.

Giuseppe Fiorelli e l’intuizione del 1863
La svolta avvenne con Giuseppe Fiorelli, direttore degli scavi di Pompei dal 1860 al 1875. Tra il 2 e il 5 febbraio 1863, durante lo scavo del vicolo compreso tra le insulae VII 9 e VII 14 — in seguito chiamato Vicolo degli Scheletri — furono individuate le cavità lasciate da quattro vittime.
Fiorelli comprese che continuare a scavare avrebbe distrutto quelle forme. Decise quindi di compiere un gesto apparentemente semplice: riempire il vuoto.
Il procedimento prevedeva alcune fasi essenziali:
- individuare la cavità nel deposito vulcanico;
- preparare un gesso abbastanza fluido da penetrare negli spazi interni;
- versarlo lentamente e attendere la presa del materiale;
- rimuovere con cautela la cenere consolidata circostante;
- liberare il positivo ottenuto dal negativo lasciato dal corpo.
Il risultato non era la ricostruzione arbitraria di una persona, ma la registrazione della superficie interna della cavità. Pieghe degli abiti, volumi, posture e dettagli delle calzature potevano così tornare leggibili.
L’impatto dei primi calchi fu immediato. Lo scrittore Luigi Settembrini riassunse la portata dell’invenzione rivolgendosi idealmente a Fiorelli con parole divenute celebri: “hai scoverto il dolore umano”. Pompei non mostrava più soltanto case, strade, affreschi e oggetti della vita quotidiana. Restituiva la forma delle persone travolte dalla catastrofe.

Il calco come documento stratificato
Dal punto di vista della conservazione, il calco è un oggetto complesso. La sua forma deriva da una persona vissuta nel I secolo, mentre la materia visibile è soprattutto il risultato di una colata realizzata durante uno scavo moderno. All’interno possono essere presenti ossa o altri elementi originari, ma il volume che percepiamo appartiene anche alla storia dell’archeologia e del restauro.
Ogni calco contiene quindi più tempi:
- l’eruzione del 79 d.C.;
- la decomposizione del corpo;
- la formazione e la conservazione della cavità;
- lo scavo archeologico;
- la colata di gesso o di altri materiali;
- gli interventi di restauro, integrazione ed esposizione successivi.
Non si tratta di un’istantanea neutrale rimasta immutata nel terreno. È un documento stratificato, sul quale hanno agito decisioni, tecniche e interpretazioni diverse. La forma rinvia alla vittima; la materia racconta anche la storia di chi l’ha scoperta, studiata e conservata.
Questa distinzione è fondamentale. Il calco non coincide con la persona e non può essere letto come una riproduzione completamente trasparente del momento della morte. È una testimonianza potentissima, ma deve essere interrogata criticamente.
Amedeo Maiuri e l’Orto dei Fuggiaschi
La tecnica viene spesso associata ad Amedeo Maiuri, protagonista della grande stagione novecentesca degli scavi. L’invenzione appartiene però a Fiorelli. Maiuri ne raccolse l’eredità e contribuì in modo decisivo alla nuova immagine pubblica di Pompei.
Soprintendente dal 1924 al 1961, Maiuri guidò campagne estese, restauri e riallestimenti del sito. Nel 1961 seguì la scoperta del gruppo più celebre: i tredici individui dell’Orto dei Fuggiaschi, lasciati in prossimità del luogo del ritrovamento. Le figure, vicine tra loro, trasformarono quel settore dell’antico vigneto in una delle immagini universali della tragedia pompeiana.

Davanti a questi calchi nasce spontaneamente il desiderio di costruire storie. Un adulto accanto a un individuo più giovane diventa un genitore; due persone vicine vengono descritte come parenti o amanti; una posizione è interpretata come gesto di protezione. Sono letture comprensibili, ma non sempre dimostrabili.
Il calco registra una forma. Il racconto che costruiamo intorno a quella forma resta un’interpretazione, da verificare e, quando necessario, correggere.
TAC, radiografie e scansioni tridimensionali
Le tecnologie contemporanee consentono di studiare l’interno dei calchi senza smontarli o distruggerli. Radiografie, tomografie computerizzate e rilievi tridimensionali permettono di distinguere ossa, gesso, vuoti, oggetti e integrazioni realizzate nel tempo.
Nel 2015 il Pompeii Cast Project sottopose ventisei calchi a TAC o indagini radiografiche. I risultati, pubblicati nei Papers of the British School at Rome, mostrarono una realtà più complessa di quanto si immaginasse: in diversi casi alcune ossa erano state rimosse prima della colata, mentre altri elementi erano stati aggiunti o manipolati durante la formazione e i restauri successivi.
Le scansioni laser svolgono anche una funzione conservativa e museografica. I modelli digitali possono documentare lo stato dell’opera, sostenere il monitoraggio e consentire la produzione di copie tridimensionali destinate alle mostre temporanee, riducendo la necessità di movimentare gli originali.
Il calco diventa così un archivio da leggere per strati: non soltanto il segno della vittima, ma anche la traccia delle pratiche archeologiche ottocentesche e novecentesche.
Il DNA mette in discussione le vecchie interpretazioni
Nel 2024 una ricerca pubblicata su Current Biology ha ottenuto dati genetici da materiale scheletrico incorporato in alcuni calchi. Le analisi hanno messo in discussione attribuzioni di sesso e relazioni familiari costruite in passato soprattutto sulla postura e sull’aspetto esterno delle figure.
Uno degli esempi più significativi riguarda un adulto con un bracciale d’oro e un bambino, tradizionalmente interpretati come madre e figlio: i dati hanno indicato che l’adulto era un individuo di sesso maschile e non biologicamente imparentato con il bambino. Anche altre narrazioni familiari sono risultate incompatibili con le evidenze genetiche.
Questo non riduce il valore umano dei calchi. Al contrario, ricorda quanto sia importante distinguere ciò che il documento mostra da ciò che noi proiettiamo su di esso. Ogni nuova analisi può ampliare la conoscenza e, nello stesso tempo, obbligarci a rivedere interpretazioni che sembravano consolidate.
Conservare significa anche lasciare aperta questa possibilità.
Conservare ed esporre: una responsabilità etica
Come dobbiamo considerare i calchi? Reperti archeologici, manufatti ottocenteschi, documenti scientifici o resti umani?
La materia visibile è prevalentemente moderna, ma la forma deriva da persone realmente esistite e in molti casi contiene resti scheletrici autentici. La loro esposizione non può quindi essere trattata come quella di una comune statua.
La capacità dei calchi di attirare l’attenzione è indiscutibile. Proprio per questo esiste il rischio della spettacolarizzazione. Archeologia, museografia e conservazione devono trovare un equilibrio tra studio, tutela, comprensione pubblica e rispetto.
I calchi possono e devono essere mostrati perché permettono di comprendere la catastrofe del 79 d.C. con una forza che pochi altri reperti possiedono. Ma non dovrebbero diventare semplici oggetti macabri. Dietro ogni figura vi è una persona della quale, nella maggior parte dei casi, ignoriamo nome e storia. Ci rimane l’ultimo spazio occupato dal suo corpo.
Che cosa insegnano i calchi al restauro architettonico
L’intuizione di Fiorelli supera i confini dell’archeologia pompeiana. Dimostra che anche ciò che manca può costituire un documento.
Nel restauro siamo abituati a operare sulla materia: pietra, laterizio, intonaco, legno, metallo. Eppure una lacuna può raccontare una trasformazione; un foro può indicare un collegamento perduto; un’impronta può attestare la presenza di un elemento scomparso; una discontinuità muraria può rivelare una diversa fase costruttiva.
Non sempre conservare significa ricostruire ciò che manca. A volte significa riconoscere, documentare e rendere leggibile la sua traccia.
Il calco di Pompei porta questo principio alle conseguenze più estreme. La persona scompare, il deposito vulcanico ne conserva il negativo, l’archeologo riempie la cavità e il vuoto diventa materia. L’intervento rende leggibile l’assenza, ma allo stesso tempo trasforma irreversibilmente il documento. Per questo oggi il calco dovrebbe rappresentare l’ultima fase di un processo conoscitivo preceduto da fotografie, rilievi, scansioni e analisi.
La responsabilità del conservatore consiste proprio nell’acquisire il maggior numero possibile di informazioni prima di ogni trasformazione.
Il valore di ciò che è scomparso
La prossima volta che ci troveremo davanti a uno dei calchi di Pompei, proviamo per un momento a non pensare al gesso. Pensiamo al vuoto.
Per quasi diciotto secoli, all’interno di quel deposito non esistevano una statua o un corpo. Esisteva soltanto l’impronta lasciata da una persona che non c’era più. Fiorelli comprese che anche quello spazio meritava di essere conservato. Maiuri contribuì a trasformarlo in una delle immagini più riconoscibili di Pompei. Oggi TAC, rilievi tridimensionali, antropologia e DNA continuano a interrogarlo.
È forse questa la lezione più potente dei calchi: conservare non significa soltanto proteggere ciò che è rimasto. Significa anche riconoscere il valore di ciò che è scomparso.
Ascolta il nuovo episodio

Il nuovo episodio del podcast Il Restauro Architettonico, intitolato “I calchi di Pompei: il vuoto che prende forma”, è un viaggio tra archeologia, tecniche di conservazione e memoria.
Arch. Vincenzo Biancamano
Fondatore di VBH Restauri
Fonti essenziali
- Parco Archeologico di Pompei — I calchi
- Parco Archeologico di Pompei — The Casts
- Lazer et al., Inside the Casts of the Pompeian Victims, 2021
- Pilli et al., Ancient DNA challenges prevailing interpretations of the Pompeii plaster casts, 2024
Crediti fotografici
Fotografie storiche: Giorgio Sommer, The Metropolitan Museum of Art e National Gallery of Art, pubblico dominio. Fotografie del sito: Jebulon, CC0, e Fer.filol, pubblico dominio, via Wikimedia Commons. Copertina dell’episodio fornita dall’autore.



















































