Il restauro del complesso di Sant’Agostino a Pietrasanta: quando la pietra torna a raccontare la città

Il restauro del complesso di Sant’Agostino a Pietrasanta non è soltanto la conclusione di un intervento conservativo. È, più correttamente, un atto di restituzione: restituzione di un monumento alla comunità, ma anche di nuove informazioni alla storia materiale della città.

Il 27 giugno 2026 il complesso restaurato è stato ufficialmente riconsegnato a Pietrasanta, al termine di un percorso di riqualificazione e valorizzazione avviato nel 2020 e sostenuto dalla Fondazione Paolo e Giuliana Clerici, con un investimento complessivo superiore ai 900 mila euro. Il progetto ha avuto una prima tappa significativa nel maggio 2023 con il recupero della Sala dell’Annunziata, tornata a essere spazio culturale ed espositivo, e si è completato con il restauro della facciata marmorea della chiesa di Sant’Agostino.

Un complesso tra storia religiosa, vita civile e identità urbana

Sant’Agostino è uno dei luoghi più rappresentativi di Pietrasanta. La chiesa, originariamente nota come Santissima Annunziata, nasce nel corso del Trecento nell’ambito della presenza agostiniana in città; l’ex convento, invece, appartiene alla fase cinquecentesca del complesso. Nel tempo, questo insieme architettonico ha assunto un ruolo non soltanto religioso, ma anche civile, sociale e culturale.

La posizione urbana è determinante. Sant’Agostino si colloca nel cuore monumentale di Pietrasanta, in relazione diretta con la piazza principale e con gli altri edifici storici che definiscono l’immagine della città. Non è un monumento isolato, ma una vera quinta urbana: la sua facciata marmorea chiude e qualifica lo spazio pubblico, partecipando alla costruzione visiva e simbolica del centro storico.

La facciata, elevata su una scalinata in marmo, presenta tre grandi archi ciechi e un apparato decorativo tardogotico che testimonia il legame profondo tra Pietrasanta e la cultura del marmo. Visit Tuscany ricorda come la chiesa sia considerata uno dei principali edifici gotici del territorio, pur avendo subito modifiche e adattamenti successivi, tra cui interventi cinquecenteschi sulle aperture.

Il restauro come cantiere di conoscenza

Uno degli aspetti più interessanti dell’intervento è che il restauro non si è limitato alla riparazione del degrado. Il cantiere è stato impostato come occasione di conoscenza, secondo un principio essenziale del restauro architettonico: intervenire significa prima di tutto comprendere.

Il piano di lavoro per la facciata, redatto da RED Studio per la Fondazione Clerici e autorizzato dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio competente, è stato impostato sulle necessità conservative del bene e sull’acquisizione di nuove informazioni relative alla tecnica costruttiva. L’intervento ha riguardato il materiale lapideo — in particolare marmo bianco delle Apuane e calcare cavernoso — e le superfici intonacate. Le fasi previste comprendevano pulitura preliminare e disinfezione, stuccature e microstuccature, rimozione di integrazioni non compatibili, messa in sicurezza delle porzioni decoese e trattamento protettivo finale.

Questa sequenza operativa restituisce bene la natura dell’intervento: non un’azione aggressiva di “rinnovamento”, ma un processo calibrato di conservazione, selezione critica e protezione. La pulitura, in particolare, non può essere intesa come semplice cancellazione delle tracce del tempo. In un manufatto storico, pulire significa distinguere tra deposito dannoso, patina, alterazione, precedente manutenzione e materia originale. È qui che il restauro si allontana dalla manutenzione ordinaria e diventa disciplina critica.

La facciata come atlante dei marmi apuani

Le indagini condotte durante il cantiere hanno rivelato un dato di grande interesse: la facciata di Sant’Agostino conserva una notevole varietà di materiali lapidei provenienti dalle Alpi Apuane, alcune tipologie anche rare. Per questo il prospetto è stato definito un vero “atlante dei marmi delle Apuane”.

Questa definizione è particolarmente efficace, perché sposta l’attenzione dalla facciata come sola immagine architettonica alla facciata come documento materiale. Le pietre non sono soltanto rivestimento: sono tracce di cave, maestranze, economie locali, reti commerciali, scelte costruttive e trasformazioni storiche.

Nel caso di Pietrasanta, questo valore è ancora più evidente. La città ha costruito nel tempo una parte fondamentale della propria identità sul rapporto con il marmo, la scultura e l’artigianato artistico. Il restauro di Sant’Agostino mostra dunque come la conservazione di un prospetto storico possa diventare anche una forma di lettura del territorio: le superfici lapidee raccontano non solo l’edificio, ma il sistema culturale e produttivo che lo ha generato.

Reimpieghi, cronologie e nuove ipotesi attributive

Durante i lavori sono stati individuati anche frammenti di antiche lastre tombali medievali reimpiegate nella costruzione della facciata. È un dato tutt’altro che secondario. Il reimpiego, infatti, non va letto soltanto come pratica economica o tecnica, ma come fenomeno stratigrafico e culturale: il monumento incorpora frammenti di altre memorie, trasformandoli in parte della propria architettura.

Le indagini hanno inoltre contribuito a ridefinire alcuni aspetti della cronologia del complesso, rafforzando l’ipotesi di attribuzione della parte inferiore del prospetto alla bottega del maestro pisano Giovanni di Gante.

È proprio in questi passaggi che il restauro manifesta il suo valore più alto: non semplicemente conservare ciò che già sappiamo, ma creare le condizioni per sapere di più. Ogni cantiere ben condotto può diventare un laboratorio interdisciplinare, in cui restauratori, architetti, storici dell’arte, geologi, archeometri e ingegneri concorrono alla lettura del manufatto.

La Sala dell’Annunziata: conservazione e nuova fruizione

Il percorso di recupero del complesso non si è concentrato esclusivamente sulla facciata. Una tappa fondamentale è stata la Sala dell’Annunziata, inaugurata nel maggio 2023 dopo un intervento di valorizzazione e restauro sostenuto da Coeclerici e dalla Fondazione Paolo e Giuliana Clerici. La sala, in origine refettorio del convento, si trova al piano terra, tra il chiostro e il loggiato sud, ed è oggi parte del sistema culturale del complesso.

L’intervento ha riguardato il restauro degli affreschi degli inizi del XVII secolo, il miglioramento degli impianti di climatizzazione e illuminazione, l’inserimento di tecnologia LED, il rinnovo degli arredi e il potenziamento della fruibilità dello spazio.

Questo punto merita attenzione. In molti interventi sul patrimonio storico, il tema più delicato è il rapporto tra conservazione e uso contemporaneo. Un edificio restaurato ma privo di funzione rischia di diventare un guscio fragile; al contrario, un uso eccessivo o tecnicamente invasivo può compromettere l’autenticità materiale del bene. Il caso della Sala dell’Annunziata mostra una direzione equilibrata: aggiornare le prestazioni dello spazio senza cancellarne la natura storica.

Il chiostro, le lunette e il tema della conservazione programmata

Il complesso di Sant’Agostino comprende anche il chiostro, caratterizzato da corridoi porticati, colonne marmoree e lunette affrescate con episodi della vita di Sant’Agostino. La scheda Art Bonus segnala la presenza di ventotto lunette affrescate nel chiostro, attribuite al pittore senese Astolfo Petrazzi, con problemi conservativi legati a scialbi, distacchi, lacune, cadute della pellicola pittorica e degrado degli intonaci.

Questi dati aprono un tema decisivo: il restauro di un complesso monumentale non può esaurirsi in un singolo intervento concluso una volta per tutte. Deve trasformarsi in conservazione programmata, cioè in un sistema continuo di monitoraggio, manutenzione, controllo microclimatico, gestione degli usi e aggiornamento delle conoscenze.

Sant’Agostino, da questo punto di vista, è un caso esemplare. La facciata restaurata, la Sala dell’Annunziata recuperata, il chiostro e le lunette ancora bisognosi di attenzione mostrano come un complesso storico sia sempre un organismo stratificato, composto da parti con materiali, vulnerabilità e priorità diverse.

Mecenatismo contemporaneo e patrimonio pubblico

Un altro tema centrale è il ruolo del mecenatismo privato. Il complesso è di proprietà del Comune di Pietrasanta, ma il percorso di recupero è stato interamente sostenuto dalla Fondazione Paolo e Giuliana Clerici. Il Comune ha riconosciuto questo rapporto conferendo ai coniugi Clerici la cittadinanza onoraria, sottolineando il valore della sinergia tra soggetto pubblico, fondazione privata, uffici comunali, Soprintendenza e team tecnico.

In Italia il mecenatismo contemporaneo può avere un ruolo importante, purché resti dentro un quadro chiaro: il patrimonio culturale non deve diventare terreno di appropriazione simbolica privata, ma spazio di responsabilità condivisa. Nel caso di Sant’Agostino, il punto rilevante è proprio questo: l’investimento privato ha prodotto un beneficio pubblico, restituendo alla città un bene identitario e potenziandone la funzione culturale.

Un restauro che non cancella il tempo

Il restauro di Sant’Agostino a Pietrasanta dimostra che la conservazione non è mai un ritorno ingenuo all’origine. Non si tratta di riportare l’edificio a un presunto stato iniziale, ma di rendere leggibile la sua complessità: la fase medievale, le trasformazioni successive, il ruolo delle famiglie mercantili, il rapporto con il marmo, il reimpiego di materiali, le stratificazioni pittoriche, gli usi contemporanei.

Il valore del progetto sta proprio nella capacità di tenere insieme questi livelli. La facciata restaurata non appare come una superficie nuova, ma come una superficie interrogata, compresa e protetta. La pietra non viene resa muta da un eccesso di pulitura; torna, piuttosto, a parlare.

Sant’Agostino è oggi un caso utile per riflettere su cosa significhi restaurare un complesso monumentale nel XXI secolo. Non basta conservare la materia, non basta adeguare gli spazi, non basta riaprire un edificio. Occorre costruire un equilibrio tra tutela, ricerca, fruizione e continuità d’uso.

In questo senso, il restauro del complesso di Sant’Agostino non restituisce solo un monumento a Pietrasanta. Restituisce anche un metodo: guardare il patrimonio come documento vivo, fragile e ancora capace di generare conoscenza.

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Fonti e link di approfondimento

Comune di Pietrasanta – La Fondazione Clerici restituisce alla città il Complesso di Sant’Agostino
https://www.comune.pietrasanta.lu.it/it/news/la-fondazione-clerici-restituisce-alla-citta-il-complesso-di-sant-agostino-restaurato

Comune di Pietrasanta – A fine mese via al restauro della chiesa di Sant’Agostino
https://www.comune.pietrasanta.lu.it/it/news/a-fine-mese-via-al-restauro-della-chiesa-di-sant-agostino

Comune di Pietrasanta – Note legali e licenza dei contenuti
https://www.comune.pietrasanta.lu.it/it/legal_notices

Fondazione Paolo e Giuliana Clerici – Ristrutturazione Sala dell’Annunziata
https://www.fondazionepaoloegiulianaclerici.com/progetti/ristrutturazione-dellannunziata/

Art Bonus – Centro culturale Luigi Russo, Complesso monumentale di Sant’Agostino
https://artbonus.gov.it/1121-centro-culturale-luigi-russo-%28complesso-monumentale-di-s.-agostino%29.html

Visit Tuscany – La chiesa e il convento di Sant’Agostino a Pietrasanta
https://www.visittuscany.com/it/attrazioni/la-chiesa-e-il-convento-di-santagostino-a-pietrasanta/

Artribune – A Pietrasanta concluso il restauro della Chiesa di Sant’Agostino
https://www.artribune.com/progettazione/architettura/2026/06/restauro-chiesa-santagostino-pietrasanta-scoperte-marmi-fondazione-paolo-giuliana-clerici/

Il Giornale dell’Arte – Pietrasanta ritrova Sant’Agostino
https://www.ilgiornaledellarte.com/Articolo/Pietrasanta-ritrova-SantAgostino

ANSA Toscana – Fondazione Clerici, restaurata a Pietrasanta la Chiesa di Sant’Agostino
https://www.ansa.it/toscana/notizie/2026/06/22/fondazione-clerici-restaurata-a-pietrasanta-la-chiesa-di-santagostino_d8427eba-653f-487a-a5cb-300b8f1fd1c7.html

Versilia Today – La Santità della Pietra, mostra fotografica di Luca Forno
https://www.versiliatoday.it/2026/06/01/a-pietrasanta-la-mostra-fotografica-la-santita-della-pietra-di-luca-forno/

Per approfondire

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Abu Simbel. Il restauro del deserto: quando l’umanità salvò un patrimonio universale

Abu Simbel. Il restauro del deserto: quando l’umanità salvò un patrimonio universale Il Restauro Architettonico

Abu Simbel. Il restauro del deserto: quando l’umanità salvò un patrimonio universaleIn questo episodio de Il Restauro Architettonico, Vincenzo Biancamano racconta una delle più grandi imprese di tutela del Novecento: il salvataggio dei templi di Abu Simbel.Negli anni Sessanta, la costruzione della Grande Diga di Assuan minacciò di sommergere interi siti archeologici della Nubia. Tra questi, anche i templi di Ramses II e Nefertari ad Abu Simbel.La risposta fu una campagna internazionale coordinata dall’UNESCO: i templi vennero tagliati in blocchi, smontati, trasferiti e ricostruiti più in alto, al riparo dalle acque del Lago Nasser.Ma Abu Simbel non è soltanto una storia tecnica. È anche una domanda teorica:un monumento trasferito può restare autentico?Attraverso il caso di Abu Simbel, l’episodio riflette sul rapporto tra materia, immagine, memoria e patrimonio universale, con riferimenti alla teoria del restauro e al pensiero di Cesare Brandi.Ascolta anche su Spotify, Apple Podcasts e sul sito:www.ilrestauroarchitettonico.comIscriviti al canale per seguire i prossimi episodi.#AbuSimbel #RestauroArchitettonico #PatrimonioCulturale #UNESCO #CesareBrandi #Architettura #BeniCulturali

Ci sono luoghi in cui la pietra non è soltanto materia. È memoria, potere, immagine, rito. Abu Simbel appartiene a questa categoria di architetture assolute: monumenti che sembrano eccedere il proprio tempo storico per diventare simboli universali.

Il grande tempio di Ramses II, scavato nella roccia della Nubia nel XIII secolo a.C., non è soltanto una celebrazione della potenza faraonica. È anche un dispositivo di luce. Due volte l’anno, il sole penetra nel cuore del tempio e raggiunge il santuario interno, illuminando le statue divine e il volto del faraone. È un fenomeno astronomico, architettonico e simbolico insieme: la luce attraversa la materia e riattiva la memoria.

Eppure, negli anni Sessanta del Novecento, questo luogo rischiò di scomparire.

La costruzione della Grande Diga di Assuan, progettata per regolare le piene del Nilo e sostenere lo sviluppo energetico e agricolo dell’Egitto moderno, avrebbe generato un enorme bacino artificiale: il Lago Nasser. L’acqua avrebbe sommerso gran parte della Nubia storica, cancellando templi, villaggi, paesaggi e testimonianze archeologiche millenarie.

Tra i monumenti minacciati c’erano anche i templi di Abu Simbel.

Di fronte a questa emergenza, l’UNESCO avviò una delle più grandi campagne internazionali di salvaguardia mai realizzate. Non si trattava solo di proteggere un sito archeologico egiziano. Si trattava di affermare un principio nuovo: alcuni beni culturali appartengono simbolicamente all’intera umanità. La loro perdita non riguarda soltanto uno Stato, una regione o una comunità locale, ma la memoria collettiva del mondo.

Il caso di Abu Simbel anticipa, in modo concreto, la nozione moderna di patrimonio universale.

L’intervento fu un’impresa tecnica straordinaria. I templi vennero tagliati in grandi blocchi, numerati, smontati, sollevati e ricostruiti in una nuova posizione, oltre sessanta metri più in alto e più all’interno rispetto alla collocazione originaria, al riparo dalle acque del futuro lago.

Non fu un semplice spostamento. Fu una ricostruzione complessa, condotta con una precisione quasi chirurgica. La montagna originaria venne sostituita da una struttura artificiale capace di ricreare l’immagine del sito antico. Dietro la facciata monumentale e dietro le sale interne, una nuova struttura portante garantiva stabilità e protezione.

Il tempio fu trasferito, ma la sua immagine venne salvata.

Ed è proprio qui che Abu Simbel diventa un caso teorico fondamentale per il restauro. Cosa accade all’autenticità di un monumento quando esso viene smontato e ricostruito altrove? La materia è ancora la stessa? Il luogo è ancora lo stesso? L’opera è ancora autentica?

Il pensiero di Cesare Brandi aiuta a leggere questa vicenda con maggiore profondità. Nella Teoria del Restauro, Brandi distingue tra la materia dell’opera e la sua immagine. Il restauro non è una semplice riparazione fisica, ma un atto critico volto a riconoscere l’opera nella sua consistenza materiale e nella sua unità figurativa.

Ad Abu Simbel, la materia venne frammentata per essere salvata. Il contesto originario venne modificato. Ma l’immagine del monumento, la sua potenza figurativa, il suo rapporto con la luce e con la memoria, vennero preservati con una cura estrema.

È questo il punto essenziale: l’intervento non fu una riduzione del monumento a oggetto museale, ma un tentativo di conservarne la presenza storica e simbolica. Abu Simbel non venne sottratto alla storia. Venne salvato dalla distruzione.

Il “trasloco del secolo”, come fu spesso definito, non fu soltanto un trionfo dell’ingegneria. Fu anche un gesto etico e politico. Decine di Paesi, tecnici, archeologi, ingegneri, operai e maestranze locali collaborarono per impedire che un patrimonio millenario fosse cancellato. Anche l’Italia ebbe un ruolo importante, attraverso competenze tecniche, contributi scientifici e maestranze specializzate.

In quel cantiere nel deserto, il restauro divenne cooperazione internazionale.

Abu Simbel ci parla ancora oggi perché le minacce al patrimonio non sono finite. Se negli anni Sessanta il pericolo era rappresentato dall’acqua della diga, oggi i beni culturali sono esposti a guerre, cambiamenti climatici, abbandono, turismo incontrollato, trasformazioni urbane aggressive e perdita di conoscenza.

Il restauro contemporaneo non può più essere pensato solo come una disciplina tecnica. È anche una scelta culturale. Ogni intervento su un monumento implica una domanda di responsabilità: cosa decidiamo di trasmettere al futuro? Che rapporto vogliamo costruire tra memoria e trasformazione? Fino a che punto possiamo modificare la materia senza tradire il significato dell’opera?

Abu Simbel mostra che, in alcuni casi estremi, conservare significa trasformare. Spostare, smontare, ricostruire possono diventare azioni legittime quando l’alternativa è la perdita totale. Ma queste azioni devono essere guidate da conoscenza, rigore, rispetto e consapevolezza critica.

Il tempio di Ramses II oggi non si trova più esattamente dove si trovava in origine. Eppure, quando il sole penetra ancora nel suo interno, quando la luce raggiunge il volto del faraone, comprendiamo che qualcosa è sopravvissuto.

Non soltanto la pietra.

È sopravvissuta l’immagine. È sopravvissuto il rito. È sopravvissuta la memoria.

Il nuovo episodio de Il Restauro Architettonico, intitolato “Abu Simbel. Il restauro del deserto: quando l’umanità salvò un patrimonio universale”, racconta questa vicenda come una delle pagine più importanti della storia della tutela: una storia di tecnica, luce, cooperazione e responsabilità.

Ascolta l’episodio completo su Spotify, Apple Podcasts e sul sito:

Il progetto divulgativo de Il Restauro Architettonico è supportato da VBH Restauri, studio specializzato in restauro, conservazione e valorizzazione del patrimonio architettonico.

Bibliografia e fonti

UNESCO World Heritage Centre, Working Together: Abu Simbel:
https://whc.unesco.org/en/story-abu-simbel/

UNESCO World Heritage Centre, Nubian Monuments from Abu Simbel to Philae:
https://whc.unesco.org/en/list/88/

UNESCO World Heritage Centre, Convention Concerning the Protection of the World Cultural and Natural Heritage, 1972:
https://whc.unesco.org/en/conventiontext/

Webuild Group, Abu Simbel Temples Rescue:
https://www.webuildgroup.com/en/projects/civil-industrial-buildings/salvataggio-dei-templi-di-abu-simbel/

UNESCO Digital Library, Salvage of Abu Simbel: estimate of cost, 1962:
https://unesdoc.unesco.org/ark:/48223/pf0000154811

UNESCO Digital Library, Financial aspects of the International Campaign to Save the Monuments of Nubia, 1962:
https://unesdoc.unesco.org/ark:/48223/pf0000247975

ICOMOS, The Venice Charter, 1964:
https://www.icomos.org/charters/venice_e.pdf

ICOMOS, The Nara Document on Authenticity, 1994:
http://www.icomos.org/charters/nara-e.pdf

Brandi, C., Teoria del restauro, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1963; Torino, Einaudi, 1977.

Carbonara, G., Avvicinamento al restauro. Teoria, storia, monumenti, Napoli, Liguori, 1997.

Jokilehto, J., A History of Architectural Conservation, Oxford, Butterworth-Heinemann, 1999.

Hangzhou LOFT49: quando la fabbrica diventa città

C’è un tema che torna spesso quando parliamo di restauro, recupero e rigenerazione urbana: cosa fare degli edifici industriali dismessi?

Demolirli? Conservarli come reperti? Trasformarli in contenitori per nuove funzioni? Oppure usarli come occasione per ricostruire un pezzo di città?

Il progetto Hangzhou LOFT49 Regeneration Phase II, firmato da line+ studio, prova a rispondere proprio a questa domanda. L’intervento si trova a Hangzhou, in Cina, lungo il Grand Canal, in un’area nata come stabilimento industriale e poi progressivamente trasformata in distretto creativo.

LOFT49 affonda le sue radici nella Hangzhou Chemical Fiber Factory, fondata nel 1958, poi evoluta nel complesso produttivo noto come Blue Peacock Nylon Plant. Con la dismissione industriale e il mutamento dell’economia urbana, gli edifici abbandonati sono stati occupati da artisti, studi creativi e attività culturali, fino a diventare uno dei primi poli creativi della città.

La seconda fase del progetto non si limita a “riutilizzare” alcuni capannoni, ma tenta un’operazione più complessa: trasformare un’ex area produttiva chiusa e frammentata in un quartiere urbano aperto, attraversabile, con nuove funzioni, spazi pubblici, percorsi sopraelevati e una forte componente culturale.

Non cancellare la frattura

Il concetto guida del progetto è definito come “Urban Jinshan”. L’idea è vicina al principio del kintsugi: non nascondere le fratture, ma renderle parte del nuovo racconto.

La ferita urbana non viene cancellata. Viene assunta come materia progettuale.

È una posizione interessante, perché sposta il tema dal semplice recupero edilizio alla costruzione di una nuova relazione tra memoria e trasformazione. Il passato industriale non viene ridotto soltanto a scenografia, ma diventa una struttura narrativa: capannoni, attrezzature produttive, murature, tubazioni, grandi luci strutturali e tracce del lavoro diventano elementi attraverso cui leggere la storia del luogo.

Il progetto conserva in particolare gli edifici 6 e 10, considerati quelli con maggiore valore testimoniale e migliore stato di conservazione. Gli edifici secondari, meno caratterizzati e più compromessi, vengono invece rimossi per consentire nuove edificazioni e una diversa organizzazione del comparto.

Questa è una scelta tipica dei processi di rigenerazione: non tutto viene conservato, ma la conservazione avviene attraverso una selezione critica.

Il punto centrale diventa allora la qualità di questa selezione: cosa si conserva, perché lo si conserva e quale ruolo assume nel nuovo assetto urbano.

Vecchio e nuovo: contrasto, non imitazione

Uno degli aspetti più evidenti dell’intervento è il rapporto tra preesistenza e nuova architettura.

Le nuove volumetrie vengono collocate soprattutto lungo il perimetro dell’area, lasciando agli edifici industriali storici una posizione centrale. In questo modo il progetto costruisce una sorta di nucleo identitario: il vecchio non viene marginalizzato, ma diventa asse del nuovo distretto.

Il linguaggio contemporaneo non cerca la mimesi. I nuovi corpi utilizzano materiali come acciaio resistente agli agenti atmosferici, pannelli ceramici smaltati rosso scuro, metallo e vetro. Il risultato è un contrasto dichiarato, in cui le diverse fasi storiche restano leggibili.

È una scelta significativa dal punto di vista del restauro e della rigenerazione: il nuovo dovrebbe essere riconoscibile, ma non arrogante; autonomo, ma non indifferente; contemporaneo, ma capace di misurarsi con le permanenze.

LOFT49 lavora esattamente su questo confine.

Da un lato conserva la memoria materiale dell’industria.
Dall’altro introduce nuove funzioni, nuovi volumi, nuovi percorsi e nuove immagini urbane.

Gli edifici industriali come spazi pubblici

Il Building 10, originariamente principale spazio produttivo della fabbrica, viene trattato come grande contenitore flessibile. Le facciate mantengono l’immagine del capannone industriale, mentre alcune aperture vengono ridefinite per mostrare la struttura interna, le capriate e le attrezzature superstiti.

La copertura deteriorata viene sostituita con un nuovo sistema strutturale, distaccato dalla preesistenza, che permette anche la realizzazione di una piattaforma superiore: una sorta di giardino pensile urbano e spazio pubblico sopraelevato.

Qui il progetto diventa più radicale: non si limita a restaurare, ma inserisce un dispositivo contemporaneo che modifica l’uso dell’edificio e lo connette alla vita pubblica.

Il Building 6, invece, mantiene la propria configurazione con campate alte e basse, aperture, tubazioni e segni industriali. Gli spazi interni vengono organizzati attorno alle attrezzature produttive conservate, con nuovi materiali e nuove finiture che costruiscono un dialogo tra sistema storico e intervento contemporaneo.

In entrambi i casi, gli edifici industriali non sono trattati come oggetti isolati. Diventano parte di un sistema più ampio: piazze, passerelle, percorsi, spazi espositivi, funzioni culturali e commerciali.

Rigenerazione o spettacolarizzazione?

Il progetto è certamente interessante, ma apre anche una questione critica.

Molti interventi di recupero industriale contemporaneo rischiano di trasformare il patrimonio in un’immagine consumabile: mattoni, acciaio, tubazioni e macchinari diventano atmosfera, sfondo, estetica dell’industriale.

La domanda quindi è inevitabile:

LOFT49 conserva davvero la memoria del lavoro o la trasforma in scenario per nuove funzioni commerciali?

La risposta non è semplice.

Da un lato, il progetto sembra andare oltre la semplice decorazione industriale: conserva edifici significativi, mantiene attrezzature produttive, rende visibile la stratificazione e costruisce percorsi capaci di raccontare la storia del luogo.

Dall’altro lato, l’inserimento di brand spaces, ristoranti, bar, mercati, spazi per eventi e funzioni lifestyle porta con sé il rischio tipico della rigenerazione urbana globale: la trasformazione della memoria in prodotto.

È proprio qui che il progetto diventa utile per una riflessione sul restauro contemporaneo. Perché ci ricorda che conservare non significa soltanto mantenere muri e strutture. Conservare significa anche chiedersi quale identità venga trasmessa, quale memoria venga selezionata e quale narrazione venga costruita.

Una lezione per il restauro contemporaneo

Hangzhou LOFT49 mostra una strada possibile: il patrimonio industriale può diventare città, spazio pubblico, infrastruttura culturale e luogo di nuova socialità.

Ma perché questo processo sia realmente convincente, il progetto deve evitare due estremi: da un lato la musealizzazione immobile, dall’altro la commercializzazione superficiale del passato.

La forza dell’intervento sta nella volontà di rendere visibile la frattura tra vecchio e nuovo. Il limite potenziale sta nel rischio che la rigenerazione perda densità storica e diventi semplice immagine urbana.

In ogni caso, LOFT49 è un progetto da osservare con attenzione, perché affronta una questione decisiva per molte città contemporanee:

come trasformare il patrimonio industriale dismesso senza cancellarne la memoria?

Il restauro, oggi, non riguarda solo il monumento antico. Riguarda anche le fabbriche, i depositi, i mercati, le infrastrutture, i luoghi del lavoro e le architetture del Novecento.

Riguarda tutto ciò che ha costruito la città moderna e che oggi chiede una nuova vita.


Questo approfondimento fa parte del progetto editoriale “Il Restauro Architettonico”, podcast e spazio di divulgazione dedicato al restauro, alla conservazione e alla rigenerazione del patrimonio costruito.

Il podcast è sostenuto da VBH Restauri, studio specializzato in restauro architettonico, conservazione e valorizzazione del patrimonio.

Ascolta e segui il podcast:
https://ilrestauroarchitettonico.com/

Scopri i progetti di VBH Restauri:
https://vbhrestauri.site/

Fonte progetto:
https://www.archilovers.com/projects/349451/hangzhou-loft49-regeneration-phase-ii.html

Questo contenuto ha finalità critico-divulgative nell’ambito del progetto editoriale “Il Restauro Architettonico”.
Le immagini del progetto sono utilizzate come riferimento alla scheda ufficiale pubblicata su Archilovers e restano di proprietà dei rispettivi autori/titolari.

Roscigno Vecchia: storia e restauro del borgo fantasma

Roscigno Vecchia la Pompei del XX secolo Il Restauro Architettonico

In questo nuovo episodio de Il Restauro Architettonico, l'architetto Vincenzo Biancamano, fondatore dello studio VBH restauri, ci accompagna nell'affascinante e malinconica Roscigno Vecchia, il borgo del Cilento noto come il paese che cammina a causa delle antiche frane. Attraverso una rigorosa analisi storica e architettonica, esploreremo le vicende dell'abbandono dettato dalle ordinanze del Genio Civile all'inizio del Novecento e la commovente resistenza dell'ultimo abitante, Giuseppe Spagnuolo. Dal punto di vista della teoria del restauro, muovendo pesanti critiche ai rifacimenti non filologici, analizzeremo tesi fondamentali sulla manutenzione programmata e sulla conservazione dei centri minori, arrivando alle attuali sfide legate alla Convenzione di Faro e al Piano Olivetti. Un episodio imperdibile per capire come l'architettura in rovina possa mantenere intatto il suo valore complesso senza cedere alla museificazione. Sponsorizzato da VBH restauri. Visita http://www.ilrestauroarchitettonico.com.

C’è un luogo, nel cuore verde del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, dove il tempo ha smesso di scorrere secondo le regole della modernità. È Roscigno Vecchia, un borgo adagiato a 547 metri di altitudine sulle pendici del Monte Pruno. Definito negli anni ’80 dal giornalista Onorato Volzone e dall’allora Soprintendente Mario A. De Cunzo come la “Pompei del Novecento”, questo insediamento rurale rappresenta oggi uno straordinario museo a cielo aperto, ma anche un caso studio cruciale per chi si occupa di restauro architettonico e conservazione del paesaggio.

La storia di un borgo in fuga

Il destino di Roscigno è scritto nella sua terra e nel suo nome. Il toponimo, secondo alcune interpretazioni, deriverebbe dal latino roscidus (“stillante acqua”). È proprio la ricchezza d’acqua sotterranea, unita a un terreno argilloso e instabile, ad aver reso la zona soggetta a continue frane. Non a caso, Roscigno è storicamente noto come “il paese che frana da 400 anni” o “il paese che cammina”.

Nel corso dei secoli, gli abitanti sono stati costretti a spostare l’abitato più volte per sfuggire agli smottamenti. Il colpo di grazia per l’insediamento sette-ottocentesco (l’odierna Roscigno Vecchia) arrivò all’inizio del Novecento: due ordinanze del Genio Civile, emanate nel 1902 e nel 1908, obbligarono la popolazione a trasferirsi nell’attuale Roscigno Nuova, costruita a circa un chilometro di distanza in zona sicura.

Tuttavia, l’esodo fu lentissimo. Molti contadini, non avendo le risorse per costruire nuove case o non percependo il pericolo imminente, continuarono a vivere nel vecchio borgo fino agli anni ’50 e ’60, preservandolo di fatto dalle alterazioni edilizie del boom economico.

L’architettura contadina intatta

Oggi, chi arriva a Roscigno Vecchia viene accolto dalla grande Piazza Giovanni Nicotera, uno spazio irregolare, privo di selciato, dominato da platani secolari, dalla chiesa settecentesca di San Nicola di Bari e da una grande fontana circolare in pietra, un tempo abbeveratoio e lavatoio.

Passeggiando tra i vicoli si osserva la grammatica intatta dell’edilizia agro-pastorale cilentana: case a blocco accostato su due livelli, costruite in pietra calcarea locale sbozzata e legata con malta di calce. I portali in pietra, le scale esterne e i tetti in coppi raccontano di una vita in cui il piano terra era riservato agli animali e agli attrezzi agricoli, mentre il piano superiore, con il grande camino centrale, ospitava la vita domestica.

Gli ultimi custodi: da Dorina a Giuseppe Spagnuolo

Nonostante l’abbandono ufficiale, il borgo non è mai stato del tutto deserto. Fino all’anno 2000 vi ha abitato Teodora Lorenzo, detta Dorina, un’ex suora che scelse di vivere in solitudine tra preghiera e natura.

Dopo di lei, il ruolo di guardiano è passato a Giuseppe Spagnuolo, scomparso nel gennaio del 2024 all’età di 76 anni. Con la sua folta barba bianca, la pipa sempre in bocca e la sua collezione di cravatte, Giuseppe si definiva un abitante “libero e abusivo”, oltre che sindaco e dottore del paese. Viveva senza luce né gas, diventando il simbolo della resistenza di Roscigno Vecchia, accogliendo i turisti e raccontando le storie di questo luogo magico.

Il dilemma del restauro: tra rudere e falso storico

Dal punto di vista dell’architettura e del restauro, Roscigno Vecchia pone sfide enormi. Inserita dal 1998 tra i siti Patrimonio Mondiale dell’UNESCO, è stata oggetto negli anni di interventi controversi.

Da un lato, c’è il lodevole sforzo di aver creato il Museo della Civiltà Contadina nell’ex municipio e canonica. Dall’altro, come evidenziano storici e urbanisti, alcune ristrutturazioni finanziate con fondi europei non hanno rispettato le tecniche costruttive antiche, alterando l’autenticità materica del luogo.

La dottoressa Tiziana Coletta, nella sua tesi di dottorato presso l’Università Federico II, mette in guardia contro il rischio di trasformare i centri minori abbandonati in “simulacri”, simili alla casa di Biancaneve, dove si perde il valore complesso (il legame tra materia e comunità) per cedere il passo a vuote scenografie turistiche.

Qual è allora la strada giusta per un borgo condannato dalla geologia ma prezioso per la storia? La risposta risiede negli studi dell’ingegner Emanuele Reccia, che nella sua tesi di Master del 2009 presso lo IUAV di Venezia ha proposto un piano di manutenzione preventiva e programmata. Interventi minimi: consolidare i ruderi senza ricostruirli mimetizzandoli, regimentare le acque e controllare la vegetazione, “congelando” il degrado per permettere alla rovina di raccontare la sua storia.

Verso un nuovo modello di rigenerazione

Oggi, il dibattito si sposta sulla funzione sociale del borgo. Come emerso in un importante incontro operativo promosso dalla Soprintendenza di Salerno e Avellino nel giugno 2026, Roscigno Vecchia guarda al futuro ispirandosi al Piano Olivetti per la Cultura e alla Convenzione di Faro.

L’obiettivo è superare la museificazione passiva per farne un laboratorio permanente di sperimentazione culturale, dove le comunità si riappropriano del patrimonio. Un esempio virtuoso in tal senso è la Festa dell’Asparago Selvatico, giunta nel 2026 alla sua quindicesima edizione (in programma dal 1 al 3 maggio), che unisce gastronomia locale, tradizioni e visite guidate in un modello di turismo sostenibile e rispettoso.

Roscigno Vecchia ci insegna che il restauro non è solo una tecnica, ma un atto di cura e umiltà. Consolidare le ferite di queste pietre senza nasconderle è l’unico modo per preservare l’anima del “paese che cammina

Vuoi approfondire l’approccio teorico e progettuale al recupero dei centri storici minori abbandonati? Ascolta l’episodio “Roscigno Vecchia tra rovina, memoria e rigenerazione” del nostro podcast Il Restauro Architettonico e scopri i servizi del nostro studio su http://www.ilrestauroarchitettonico.com.

Tesi Accademiche e Documenti di Ricerca (PDF)

  • Coletta Tiziana, La conservazione dei centri storici minori abbandonati. Il caso della Campania, Tesi di Dottorato in Conservazione dei Beni Architettonici, Università degli Studi di Napoli Federico II, 2005. Documento PDF depositato presso l’archivio fedOA.
  • Reccia Emanuele, Planned maintenance and conservation: a maintenance plan for restoration projects. The case study of Roscigno Vecchia, Tesi di Master, Università IUAV di Venezia e University of Nova Gorica, 2009. L’opera è menzionata all’interno del suo Curriculum Vitae ufficiale del Dipartimento di Ingegneria Strutturale e Geotecnica.

Articoli di Approfondimento (Siti e Blog)

  • Di Bitonto Fabio, Roscigno – Il paese che frana da 400 anni, articolo pubblicato sul portale Paesi Fantasma.
  • Mangione Serena e Focarazzo Claudio, Roscigno Vecchia: il paese fantasma che cammina sul tempo, indagine pubblicata sul blog Derive Suburbane (Link al dominio: derivesuburbane.it).
  • Zanoboni Cristina, Roscigno Vecchia, tra abbandono e valorizzazione, reportage pubblicato su Witness Journal a Settembre 2020.
  • Adduci Gianfranco, Roscigno vecchia, il borgo fantasma che incanta il mondo, articolo pubblicato sul portale Ecoturismo Campania il 24 Maggio 2017 (Link al dominio: ecoturismocampania.it).
  • Bernabò Silorata Donatella, Roscigno vecchia, addio a Giuseppe Spagnuolo, articolo commemorativo pubblicato sul blog personale di viaggi dell’autrice a Gennaio 2024.
  • Taste of Freedom, La storia di Giuseppe Spagnuolo, l’unico abitante di Roscigno Vecchia, articolo pubblicato sul blog Taste Of Freedom (Link al dominio: tasteoffreedom.it).
  • Turisti per Caso, Per oltre 20 anni ci ha abitato un solo uomo, ma oggi il borgo abbandonato del Cilento ha un’altra storia da raccontare, pubblicato sul portale omonimo (Link al dominio: turistipercaso.it).

Cronaca, Eventi e Notizie Locali (Web)

  • Redazione Cilento Reporter, Roscigno Vecchia, la “Pompei del XX secolo” un modello di futuro tra la Convenzione di Faro e il Piano Olivetti per la Cultura, articolo pubblicato sulla testata online Cilento Reporter il 15 Giugno 2026 (Link al dominio: cilentoreporter.it).
  • Gianfranco Stabile (Redazione Vallo Più), Roscigno Vecchia, domani importante incontro sul futuro, articolo pubblicato sul magazine Vallo Più il 15 Giugno 2026 (Link al dominio: vallopiu.it).
  • Redazione Radio Alfa, L’asparago selvatico torna protagonista a Roscigno Vecchia tra sapori, musica e tradizioni, articolo pubblicato sul sito di Radio Alfa il 27 Aprile 2026 (Link al dominio: radioalfa.fm).
  • Redazione Eventi nel Cilento, Festa dell’Asparago Selvatico 2026 a Roscigno Vecchia, scheda evento pubblicata sul portale Eventi nel Cilento il 13 Aprile 2026 (Link al dominio: eventinelcilento.it).

Informazioni Turistiche e Guide (Web e PDF)

  • Museo della Civiltà Contadina, pagina descrittiva all’interno del progetto per i borghi dell’entroterra IntraCilento.
  • Visit Cilento, Roscigno vecchia – risorsa per il turismo nel territorio del Parco Nazionale, scheda storico-turistica del portale (Link al dominio: visitcilento.com).
  • Bruno Sodano, Cilento – PostcardFrom, guida territoriale e PDF informativo edito dall’Associazione NoProfit “Vivi il Territorio” (Link al dominio: postcardfrom.it).
  • Komoot, Le escursioni e trekking migliori nei dintorni di Roscigno, guida per percorsi all’aria aperta e sentieristica (Link al dominio: komoot.com).
  • Park4Night, Roscigno Vecchia – Loc. Bosco Pianarelle, indicazioni logistiche e aree di parcheggio per camper (Link al dominio: park4night.com)

Il regime forfettario non è il problema: il problema è lasciare soli i giovani professionisti

La notizia circolata in questi giorni è forte: l’Unione europea avrebbe chiesto all’Italia di riformare il regime forfettario delle partite IVA perché favorirebbe l’evasione fiscale. Detta così, però, la questione rischia di essere letta male.

Non siamo davanti a un ordine immediato di abolizione del regime forfettario, ma a una raccomandazione inserita nel quadro del Semestre europeo e del Country Report dedicato all’Italia. La Commissione europea richiama il nostro Paese alla necessità di rendere il sistema fiscale più equo, più favorevole alla crescita e più efficace nel contrasto all’evasione. In questo quadro vengono criticati anche i regimi fiscali speciali per lavoratori autonomi e professionisti, perché possono ridurre la progressività del sistema, creare disparità tra contribuenti e indebolire la base imponibile.

La questione, quindi, esiste. Ma va affrontata con attenzione.

Il regime forfettario non può essere difeso come se fosse intoccabile. Ogni sistema fiscale deve essere valutato nella sua equità complessiva, nella sua capacità di sostenere il lavoro e nella sua coerenza con il principio di progressività. Tuttavia, allo stesso tempo, non si può nemmeno ridurre il tema a una formula superficiale: “partite IVA uguale evasione”. Sarebbe un errore grave, soprattutto per chi conosce dall’interno la condizione dei giovani professionisti.

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Per molti lavoratori autonomi, e in particolare per molti giovani architetti, il regime forfettario non è un privilegio. È spesso l’unica condizione minima per provare a iniziare.

Chi guarda il tema solo dal punto di vista fiscale rischia di non vedere il percorso reale che porta un giovane professionista ad aprire una partita IVA. Nel caso dell’architettura, il percorso è lungo, costoso e selettivo. Si inizia con cinque anni di università, che nella realtà italiana spesso diventano sei o sette. Molti studenti sono costretti a trasferirsi in grandi città, sostenendo spese di affitto, trasporti, materiali, libri, software, computer, stampe, modelli, rilievi e viaggi di studio. La formazione dell’architetto richiede tempo, risorse e una forte tenuta personale.

Dopo la laurea, però, il mercato non si apre automaticamente. Bisogna sostenere l’esame di Stato, iscriversi all’Ordine professionale, dotarsi di PEC, firma digitale, assicurazione, strumenti di lavoro, software, commercialista, formazione continua. Tutto questo avviene prima ancora di avere un vero reddito stabile.

Il giovane architetto entra nel mercato quando è già economicamente esposto.

E qui emerge il nodo più serio: il lavoro professionale, soprattutto nei primi anni, è spesso fragile. Molti studi non assumono realmente. Chiedono collaborazioni a partita IVA, compensi bassi, disponibilità elevate e responsabilità crescenti. In molti casi il giovane professionista non sceglie la partita IVA perché vuole costruire un vantaggio fiscale, ma perché il mercato del lavoro non gli offre alternative dignitose.

La partita IVA diventa così una forma di accesso al lavoro. Non sempre una scelta libera. Spesso una necessità.

Per chi non proviene da una famiglia di architetti, ingegneri, imprenditori o professionisti già inseriti, la difficoltà è ancora maggiore. L’architettura è una professione in cui le competenze sono fondamentali, ma non bastano. Servono relazioni, fiducia, clienti, occasioni, reputazione. E queste cose non si costruiscono in pochi mesi. Chi parte da zero deve investire anni solo per essere riconosciuto, ascoltato, chiamato.

L’università fornisce formazione, ma raramente accompagna davvero al mercato. L’Ordine professionale garantisce l’accesso alla professione e la formazione continua, ma non può sostituirsi alla costruzione di una rete di lavoro. Il risultato è che molti giovani architetti si trovano soli: formati, abilitati, iscritti, ma privi di una reale struttura economica e professionale di partenza.

In questo scenario, il regime forfettario consente almeno di non essere travolti subito dal peso fiscale e amministrativo. Non elimina i problemi. Non garantisce clienti. Non crea automaticamente lavoro. Non paga l’affitto, i software, le trasferte o le ore passate a preparare preventivi che magari non verranno mai accettati. Però riduce l’impatto iniziale della tassazione e permette a una nuova attività di respirare.

Per questo la discussione va spostata dal piano della semplificazione al piano della giustizia generazionale.

È corretto chiedersi se il regime forfettario, così come è oggi, produca squilibri. È corretto interrogarsi sulla soglia degli 85.000 euro, sul rapporto con il lavoro dipendente, sulle false partite IVA, sull’eventuale convenienza a non crescere oltre una certa dimensione. È corretto chiedere più controlli contro chi utilizza il sistema per nascondere reddito o per trasformare rapporti di lavoro subordinato in collaborazioni fittizie.

Ma non è corretto mettere sullo stesso piano chi evade e chi prova semplicemente a iniziare una professione.

Il problema dell’evasione fiscale va combattuto con strumenti mirati: controlli intelligenti, incrocio dei dati, tracciabilità, contrasto alle false partite IVA, verifica dei rapporti economicamente dipendenti, attenzione ai settori dove il rischio è più elevato. Non si combatte l’evasione penalizzando indistintamente tutti gli autonomi, compresi quelli che fatturano poco, pagano regolarmente le imposte, versano contributi e cercano solo di costruire un lavoro.

Per un giovane architetto, arrivare a 85.000 euro di compensi annui nei primi anni non è la normalità. È spesso un obiettivo lontanissimo. La realtà di molti professionisti è fatta di incarichi piccoli, consulenze, pratiche edilizie, rilievi, collaborazioni, preventivi, concorsi, sopralluoghi, relazioni, tentativi, attese. Prima di costruire uno studio solido possono passare anni. E in quegli anni ogni euro pesa.

Il tema non è difendere una fiscalità agevolata per sempre. Il tema è capire che una nuova attività professionale ha bisogno di una fase di accompagnamento.

Una riforma seria del regime forfettario dovrebbe partire da qui. Non dall’idea che chi apre partita IVA sia automaticamente un soggetto da guardare con sospetto, ma dalla consapevolezza che il lavoro autonomo giovanile è una delle aree più fragili del Paese.

Si potrebbe immaginare un regime più graduale, più intelligente e più selettivo. Ad esempio, mantenendo una tassazione agevolata per i primi anni di attività, soprattutto per chi apre davvero una nuova professione. Si potrebbe prevedere una maggiore tutela per i giovani sotto una certa età o per chi non ha già redditi elevati. Si potrebbe superare lo scalone degli 85.000 euro, introducendo una transizione progressiva invece di un passaggio brusco al regime ordinario. Si potrebbe distinguere meglio il professionista autonomo reale dalla falsa partita IVA che lavora di fatto come un dipendente. Si potrebbero collegare le agevolazioni agli investimenti in formazione, digitalizzazione, strumenti professionali, assunzioni, internazionalizzazione e crescita dello studio.

In altre parole, il forfettario non dovrebbe essere abolito in modo cieco. Dovrebbe essere migliorato.

Il rischio, altrimenti, è quello di colpire proprio chi è nella fase più debole: il giovane professionista che non ha ereditato uno studio, non ha una clientela familiare, non ha capitali importanti, non ha una struttura alle spalle e prova comunque a costruire una strada.

Nel campo dell’architettura questo rischio è evidente. Si parla spesso di qualità del progetto, rigenerazione urbana, tutela del patrimonio, restauro, sostenibilità, sicurezza, paesaggio. Ma chi dovrebbe occuparsi di tutto questo, soprattutto tra i giovani, viene spesso lasciato solo. Gli si chiede di essere formato, competitivo, aggiornato, assicurato, digitale, internazionale, capace di gestire responsabilità tecniche e normative complesse. Poi, però, quando apre una partita IVA, lo si considera quasi un problema fiscale.

Questa contraddizione va detta con chiarezza.

Un Paese che vuole giovani professionisti preparati deve anche creare le condizioni perché possano iniziare. Non basta chiedere competenze. Non basta pretendere aggiornamento continuo. Non basta parlare di merito. Il merito, senza condizioni minime di accesso, diventa una parola vuota.

Il regime forfettario, con tutti i suoi limiti, ha rappresentato per molti una porta d’ingresso. Non la soluzione definitiva, ma una possibilità. Toglierla o restringerla senza costruire alternative significherebbe rendere ancora più difficile l’avvio di nuove attività professionali, soprattutto nei territori periferici, nelle aree interne, nei piccoli comuni e nei settori specialistici come il restauro architettonico.

Il vero tema, allora, non è scegliere tra forfettario ed evasione. Questa è una falsa alternativa.

Il vero tema è costruire un sistema fiscale capace di distinguere. Distinguere chi lavora davvero da chi simula. Distinguere chi cresce da chi si nasconde. Distinguere chi usa un’agevolazione per partire da chi la usa per evitare responsabilità. Distinguere il giovane professionista fragile dal contribuente strutturato che sfrutta le pieghe del sistema.

La lotta all’evasione è necessaria. Ma non può diventare una lotta contro il lavoro autonomo giovane.

Riformare il regime forfettario può essere giusto. Farlo senza comprendere la realtà concreta delle professioni sarebbe profondamente sbagliato.

Perché il problema dell’Italia non è che troppi giovani architetti pagano poche tasse. Il problema è che troppi giovani architetti non riescono nemmeno a costruire le condizioni per lavorare, crescere, aprire uno studio, assumere, investire e restare nel proprio territorio.

Se davvero si vuole una riforma equa, bisogna partire da questa domanda: vogliamo un sistema fiscale che punisce chi prova a iniziare, oppure un sistema che accompagna chi vuole costruire lavoro vero?

Il regime forfettario non deve essere un rifugio permanente. Ma per molti giovani professionisti è stato, ed è ancora, una soglia di ingresso. Prima di eliminarla, bisognerebbe chiedersi che cosa resta a chi parte da zero.

Perché senza strumenti di avvio, senza politiche per le professioni, senza credito, senza reti, senza commesse accessibili e senza un mercato meno chiuso, il rischio è semplice: non si riduce l’evasione, si riduce il numero di persone che avranno il coraggio di mettersi in proprio.

La poetica del tempo e la materia fragile. Il restauro dell’opera di Carlo Scarpa

La poetica del tempo e la materia fragile: il restauro dell'opera di Carlo Scarpa Il Restauro Architettonico

Carlo Scarpa è stato uno degli architetti italiani più complessi e raffinati del Novecento. La sua opera non può essere compresa soltanto attraverso le categorie del modernismo, né può essere ridotta alla dimensione del dettaglio costruttivo, per quanto quest’ultimo rappresenti uno degli aspetti più riconoscibili della sua architettura. Scarpa ha lavorato sulla materia, sulla luce, sull’acqua, sulla stratificazione storica e sul rapporto tra antico e contemporaneo, costruendo un linguaggio in cui ogni giunto, ogni soglia, ogni variazione di quota diventa parte di un racconto architettonico più ampio.

La questione si fa ancora più interessante quando l’opera di Scarpa diventa essa stessa oggetto di restauro. Come si conserva l’architettura di un autore che ha fatto del restauro, dell’allestimento e dell’intervento sull’esistente una parte essenziale della propria ricerca? Come si interviene su materiali moderni, spesso fragili o sperimentali, senza cancellare il tempo che li ha attraversati? E fino a che punto è possibile sostituire una parte degradata senza alterare l’autenticità dell’opera?

Queste domande sono oggi centrali nel dibattito sul restauro del moderno. L’architettura del Novecento, infatti, pone problemi diversi rispetto a quella storica tradizionale. Molti materiali utilizzati nel secolo scorso erano innovativi, industriali, talvolta prodotti in serie limitate o oggi non più disponibili. In altri casi si tratta di materiali che, pur essendo moderni, non sono stati pensati per durare secoli. Il restauro del moderno deve quindi muoversi in un equilibrio delicato tra conservazione della materia originale, necessità di sostituzione, compatibilità tecnica e rispetto dell’immagine architettonica.

Nel caso di Scarpa, questo problema assume una forza particolare. La sua architettura è fatta di dettagli, accostamenti, superfici, profondità, ombre e riflessi. Ogni materiale è scelto non solo per la sua funzione, ma per la sua capacità di costruire un’atmosfera. Per questo motivo, sostituire un elemento degradato non significa semplicemente ripristinare una parte tecnica dell’edificio: significa intervenire su un sistema poetico e percettivo.

Un primo caso emblematico è il Negozio Olivetti in Piazza San Marco a Venezia. Realizzato tra il 1957 e il 1958 su incarico di Adriano Olivetti, lo spazio nasce dalla trasformazione di un ambiente originariamente buio e angusto in un luogo espositivo di straordinaria qualità. Scarpa costruisce un interno prezioso, in cui marmo di Aurisina, legno, metalli, stucchi e mosaici dialogano con la tradizione veneziana e con una sensibilità pienamente moderna. La scala centrale, con i suoi gradini sfalsati e sospesi, diventa uno degli elementi più celebri dell’intervento.

Dopo la chiusura del negozio nel 1997 e un periodo di abbandono e uso improprio, l’ambiente è stato recuperato attraverso un restauro attento. L’intervento ha dovuto affrontare il tema della pulitura delle superfici, della conservazione dei materiali e della reintegrazione delle parti mancanti, in particolare delle tessere del pavimento musivo. La sfida non era riportare lo spazio a una condizione astrattamente “nuova”, ma restituirne la leggibilità senza cancellare la sua natura materiale.

Un altro esempio significativo è la Biglietteria della Biennale ai Giardini di Venezia, progettata da Scarpa nel 1952. Si tratta di una piccola architettura circolare in vetro, cemento e legno, sospesa in un equilibrio leggero e quasi sperimentale. Dopo anni di abbandono, la struttura è stata recentemente recuperata e rifunzionalizzata. Il suo restauro dimostra come un manufatto moderno possa essere salvato dal degrado non solo attraverso la conservazione materiale, ma anche mediante un nuovo uso compatibile, capace di restituirgli una funzione nel presente.

Il caso più complesso e forse più intenso resta però il Memoriale Brion, nel cimitero di San Vito d’Altivole. Commissionato nel 1969 da Onorina Tomasin Brion in memoria del marito Giuseppe Brion, fondatore della Brionvega, il complesso rappresenta una delle opere più profonde di Scarpa. È un luogo funerario, ma anche un giardino, un percorso simbolico, uno spazio meditativo in cui acqua, cemento, mosaico, metallo e vegetazione costruiscono una narrazione sul tempo, sull’amore e sulla morte.

Proprio qui la fragilità della materia scarpiana appare con maggiore evidenza. Il cemento armato, utilizzato con grande raffinatezza formale, presenta in alcuni punti spessori ridotti e copriferri minimi. L’acqua, elemento fondamentale nella composizione del Memoriale, ha contribuito nel tempo all’innesco di fenomeni di degrado: infiltrazioni, ossidazione delle armature, microfessurazioni, distacchi e alterazioni delle superfici. Anche gli elementi lignei, in particolare quelli del padiglione della meditazione, hanno subito un progressivo deterioramento.

Il restauro del Memoriale Brion, condotto tra il 2018 e il 2021 sotto la guida dell’architetto Guido Pietropoli, già collaboratore di Scarpa, ha posto questioni metodologiche decisive. In alcuni casi è stato necessario smontare e ricostruire parti dell’opera; in altri si è scelto di intervenire con tecniche conservative minime, cercando di arrestare il degrado senza cancellare i segni del tempo. Il celebre riferimento alla frase di Anna Magnani, “Non ritoccate le mie rughe”, sintetizza bene il problema: restaurare non significa eliminare ogni traccia dell’invecchiamento, ma distinguere tra patina del tempo e degrado distruttivo.

Questa distinzione è fondamentale. La patina può essere parte della storia dell’opera; il degrado, invece, può comprometterne la sopravvivenza. Nel restauro di Scarpa, il tempo non è un nemico da cancellare, ma una dimensione da comprendere. Tuttavia, quando la materia non è più in grado di garantire la stabilità e la leggibilità dell’opera, l’intervento diventa necessario. Il problema non è quindi scegliere tra conservare o sostituire, ma capire cosa, come e perché conservare o sostituire.

Da questo punto di vista, il restauro dell’opera di Scarpa conferma una lezione più generale: il progetto di conservazione deve nascere dalla conoscenza. Prima di intervenire occorre studiare il manufatto, comprenderne i materiali, le tecniche costruttive, le intenzioni formali, le trasformazioni subite e i processi di degrado in atto. Solo attraverso questa conoscenza è possibile costruire un intervento responsabile.

L’architettura di Scarpa ci obbliga a superare una visione semplificata del restauro. Non basta conservare la materia in modo passivo, né è corretto ricostruire tutto in nome dell’immagine originaria. Occorre piuttosto lavorare dentro una tensione continua tra autenticità materiale, intenzione progettuale e vita futura dell’opera. Nel moderno, e in particolare nell’opera scarpiana, questa tensione è ancora più evidente perché ogni dettaglio è parte di un sistema unitario.

Restaurare Carlo Scarpa significa quindi misurarsi con un paradosso affascinante: conservare un’architettura che ha fatto della trasformazione dell’esistente la propria ragione poetica. Significa accettare che il tempo abbia inciso la materia, ma anche impedire che la distrugga. Significa riconoscere che l’opera non è soltanto un oggetto da proteggere, ma un organismo fragile, fatto di relazioni, superfici, soglie e silenzi.

La lezione che emerge è chiara: il restauro del moderno non può essere considerato un tema secondario o recente. Le architetture del Novecento stanno entrando pienamente nel campo della tutela e richiedono strumenti critici, tecnici e culturali adeguati. Scarpa, più di altri, ci mostra che la conservazione non riguarda solo ciò che è antico, ma tutto ciò che possiede un valore culturale, testimoniale e poetico.

Nel suo lavoro, la materia non è mai neutra. È memoria, costruzione, luce, ferita e tempo. Restaurarla significa ascoltarla.

Bibliografia e sitografia

Bugatti, E., Erzen, J. N., Carlo Scarpa: The Complete Buildings, Prestel, 2024.
Approfondimenti sul volume:
https://castellobooks.com/en/monographs/368-at-last-carlo-scarpas-complete-oeuvre.html
https://www.stirworld.com/think-books-and-movies-the-inimitable-compositions-and-details-of-carlo-scarpa-the-complete-buildings

Ciucci, G., Gizzi, S., “Intervista a Giorgio Ciucci”, in Il restauro del moderno, Quaderni di restauro architettonico, n. 1, Artem, 2012.

De Matteis, F., “Suggestions of Movement. Atmospheric techniques in Carlo Scarpa’s museum designs”, Archimaera, 2019.
https://www.archimaera.de/article/view/101/97
http://www.archimaera.de

Dodds, G., “Carlo Scarpa’s Brion Memorial, restored by Studio Pietropoli”, Architectural Record, 2022.
https://www.architecturalrecord.com/articles/15486-carlo-scarpas-brion-memorial-restored-by-studio-pietropoli

Goffi, F., Architecture in Conversion and the Work of Carlo Scarpa, Routledge, 2022.
Recensione di Stephen Bayley su The Spectator:
https://spectator.com/article/carlo-scarpas-artful-management-of-light-and-space/

Lain, E., “The Brion Memorial, the fragility of things”, Enrico Lain Architectures, 2024.
https://enricolainarchitectures.eu/the-brion-memorial-the-fragility-of-things/

Lindner, T., “A visit to Brion Vega cemetery”, in CourseCompendium.
https://narrative-environments.github.io/CourseCompendium/Brion-Vega-Tombs.html

Vicat, “Restoration of the Brion Tomb complex”, Ciment Prompt Vicat.
https://www.prompt-natural-cement.com/restoration-brion-tomb-complex

Buchanan, P., “Garden of death and dreams: Brion Cemetery by Carlo Scarpa”, The Architectural Review, 1985.

Stern, M., “Passages in the Garden: An Iconology of the Brion Tomb”, Landscape Journal, 1994.

FAI – Fondo per l’Ambiente Italiano, documentazione sul Negozio Olivetti, Venezia.
https://fondoambiente.it/luoghi/negozio-olivetti

Venezia da Vivere, “Carlo Scarpa’s Venice”, 2025.

La nuova galleria di Kengo Kuma per la Cattedrale di Angers: restauro, protezione e architettura contemporanea

Tra Gotico e Contemporaneità: La Nuova Galleria di Kengo Kuma Il Restauro Architettonico

La Cattedrale di Saint-Maurice ad Angers, nel cuore della Valle della Loira, è oggi al centro di uno dei più interessanti dibattiti europei sul rapporto tra conservazione del patrimonio storico e architettura contemporanea. L’inaugurazione, nell’aprile 2026, della nuova galleria d’ingresso progettata da Kengo Kuma and Associates ha infatti riaperto una questione fondamentale: come si può proteggere un monumento antico senza trasformare il restauro in imitazione storicista?

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Un monumento stratificato tra romanico, gotico e Rinascimento

La Cattedrale di Angers è uno degli edifici più significativi della transizione tra architettura romanica e gotica in Francia. Costruita a partire dall’XI secolo e profondamente trasformata nel XII, è considerata uno dei capolavori del cosiddetto gotico angioino, o stile Plantageneto, riconoscibile nella grande navata unica coperta da volte fortemente bombate.

La facciata occidentale, posta al culmine della Montée Saint-Maurice, racconta secoli di trasformazioni. Il livello inferiore, databile intorno al 1170, conserva il grande portale medievale, mentre le torri gemelle appartengono al XV secolo. A completare la composizione si aggiunge la torre centrale rinascimentale del XVI secolo, decorata con figure scultoree dedicate a San Maurizio e ai suoi compagni cavalieri.

Questo fronte non è dunque un’immagine congelata nel tempo, ma il risultato di una stratificazione continua. È proprio questa natura plurale del monumento a rendere particolarmente delicato ogni intervento contemporaneo.

Il portale policromo e la scoperta del colore medievale

Il punto di svolta nella storia recente della cattedrale arriva nel 2009, durante una campagna di pulitura del portale. Sotto lo scialbo ottocentesco e gli strati di deposito accumulati nel tempo, i restauratori individuano tracce estese di policromia medievale.

La scoperta è eccezionale. Emergono pigmenti preziosi, tra cui lapislazzuli, cinabro, lacche indiane e dorature su foglia di stagno, insieme a ridipinture successive. Secondo gli studi richiamati nel testo di partenza, circa il 70% delle superfici scolpite conserva ancora tracce della decorazione originaria o storica, rendendo il portale di Angers uno degli esempi più rilevanti di scultura monumentale esterna policroma in Europa.

Questa rivelazione modifica radicalmente la percezione del portale. Non si tratta più soltanto di un complesso scultoreo in pietra, ma di un’opera pensata fin dall’origine anche attraverso il colore. Il portale può quindi essere letto come un vero “dipinto tridimensionale”, nel quale scultura, luce, materia e cromia concorrevano a costruire l’esperienza religiosa e visiva del fedele.

La necessità di una nuova protezione

Per secoli il portale non fu esposto direttamente agli agenti atmosferici. Dal XIII secolo era infatti protetto da una galleria, o nartece, profonda circa otto metri, utilizzata come spazio liturgico, luogo di accoglienza e area funeraria per ecclesiastici. Questa struttura venne demolita nel 1807 a causa del degrado, lasciando il portale privo della sua protezione originaria.

Dopo il restauro concluso nel 2019, la questione conservativa diventa urgente: come tutelare le fragili pellicole pittoriche riemerse senza ricostruire arbitrariamente una struttura medievale di cui non esisteva una documentazione sufficiente?

La risposta delle istituzioni francesi è stata la scelta di una galleria contemporanea. Nel 2019 viene bandito un concorso internazionale, vinto nel 2020 dallo studio Kengo Kuma and Associates. L’obiettivo non era ricostruire il nartece perduto, ma progettare una nuova architettura capace di proteggere il portale e, allo stesso tempo, dichiarare apertamente la propria appartenenza al XXI secolo.

Il progetto di Kengo Kuma

La nuova galleria si presenta come un volume essenziale, lungo circa ventuno metri, scandito da cinque grandi archi a sesto acuto. La scelta dell’arco non è una citazione ornamentale del gotico, ma un riferimento alla sua logica geometrica. Kuma non imita il linguaggio medievale: ne interpreta la matrice proporzionale.

Il materiale scelto è un calcestruzzo prefabbricato ad alta precisione, realizzato con sabbie e aggregati provenienti dal bacino della Loira. La sua tonalità chiara, quasi gessosa, consente alla nuova struttura di dialogare con la pietra della cattedrale senza confondersi con essa. Per le parti più sottili e strutturalmente complesse è stato utilizzato calcestruzzo fibrorinforzato ad altissime prestazioni, capace di garantire leggerezza visiva e resistenza.

Le archivolte non presentano decorazioni figurative. Sono composte da fasce continue e scanalate che lavorano sulla luce e sull’ombra, producendo una vibrazione chiaroscurale sobria ma efficace. La galleria diventa così una soglia: non un oggetto autonomo e autoreferenziale, ma un dispositivo di protezione, orientamento e mediazione tra città e cattedrale.

Archeologia e reversibilità dell’intervento

Uno degli aspetti più rilevanti del progetto riguarda il rapporto con il sottosuolo archeologico. Tra il 2024 e il 2025, prima della costruzione, gli scavi condotti dall’INRAP hanno portato alla luce 182 sepolture medievali e moderne, resti tessili, cuoio, una bolla papale, una scala monumentale dell’XI secolo e una fornace circolare utilizzata per la fusione delle campane.

Queste scoperte hanno imposto un ripensamento strutturale. La galleria non poggia su fondazioni massive, ma su otto micropali posizionati in modo da evitare le preesistenze archeologiche. Inoltre, la struttura è completamente autoportante e non tocca la facciata della cattedrale.

Questo dato è decisivo dal punto di vista del restauro: l’intervento è reversibile, fisicamente rispettoso del monumento e progettato per ridurre al minimo l’impatto sulle stratificazioni storiche.

Un intervento discusso

Come spesso accade quando il contemporaneo entra in dialogo con il patrimonio storico, la galleria ha suscitato reazioni contrastanti. Alcuni critici l’hanno definita un corpo estraneo, un “UFO di cemento”, contestando la serialità degli archi, il profilo orizzontale della copertura e la mancata gerarchia tra portale centrale e aperture laterali. Secondo questa lettura, la nuova architettura indebolirebbe la verticalità e la solennità della facciata gotica.

Altri, invece, vedono nell’intervento una scelta coerente con i principi del restauro contemporaneo. Ricostruire il nartece medievale in forme storicistiche avrebbe comportato il rischio di un falso storico, fondato più sull’evocazione che su dati certi. Kuma sceglie invece una via più onesta: costruire un elemento nuovo, riconoscibile, ma subordinato alla tutela del portale.

La galleria non pretende di sostituire ciò che è scomparso. Ne recupera la funzione protettiva, ma lo fa attraverso il linguaggio tecnico, materico e compositivo del nostro tempo.

Restauro come continuità storica

Il caso di Angers è interessante perché mostra come il restauro non coincida con la semplice conservazione passiva. Restaurare significa anche prendere decisioni progettuali, accettare la complessità del monumento e inserirsi responsabilmente nella sua storia.

La Cattedrale di Saint-Maurice è il prodotto di secoli di aggiunte, trasformazioni e adattamenti. I costruttori romanici, gotici e rinascimentali non hanno imitato meccanicamente ciò che li precedeva: hanno costruito secondo le conoscenze, le tecniche e la sensibilità del proprio tempo. In questa prospettiva, l’intervento di Kengo Kuma può essere letto come un nuovo capitolo della stessa storia.

La galleria protegge le policromie medievali, preserva le testimonianze archeologiche, migliora la fruizione dello spazio urbano e introduce una soglia architettonica tra la piazza e l’interno sacro. La sua forza non sta nell’invisibilità, ma nella chiarezza del suo ruolo.

La nuova galleria della Cattedrale di Angers è un intervento audace, destinato a dividere opinione pubblica e critica. Ma proprio per questo rappresenta un caso studio prezioso per il restauro architettonico contemporaneo.

Essa dimostra che proteggere un monumento non significa necessariamente ricostruire il passato, né neutralizzare ogni segno del presente. Significa piuttosto costruire un rapporto consapevole tra memoria e trasformazione, tra tutela e progetto, tra permanenza e cambiamento.

Nel caso di Angers, il calcestruzzo contemporaneo non cancella la pietra medievale: la difende, la incornicia e la rende nuovamente leggibile. La galleria di Kengo Kuma diventa così non solo una protezione fisica, ma anche una dichiarazione teorica: il patrimonio vive quando continua a generare architettura.

Bibliografia Essenziale

  • Fillion-Braguet, Bénédicte, Nathalie Le Luel, and Clémentine Mathurin, eds. La pierre, la couleur et la restauration. Le portail polychromé de la cathédrale d’Angers (XIIe-XXIe siècle). Presses Universitaires de Rennes, 2024.
  • Kengo Kuma and Associates. The Gallery Of Saint Maurice Cathedral in Angers, documentazione di progetto, 2020-2026.
  • Ministère de la Culture (Francia). Dossier de Presse: Galerie contemporaine de la cathédrale Saint-Maurice d’Angers, 9 Aprile 2026.
  • Lours, Mathieu. Dictionnaire des Cathédrales. Editions Jean-Paul Gisserot, 2018.

Citazioni usate

  • “Dipinti tridimensionali” (Riferito ai portali policromi). Da: Fillion-Braguet et al., La pierre, la couleur et la restauration, Presses Universitaires de Rennes, 2024, p. 271.
  • “Volevamo metterci nei panni dei costruttori del Medioevo e creare un quadro normativo, usando il compasso, generando così le proporzioni che portano all’unità. È questo processo tecnico che crea un sentimento contemporaneo nell’edificio, pur rimanendo parte della storia della costruzione”. Da: Kengo Kuma and Associates, Dezeen, 2026.
  • “Il primo bisogno documentato di ricostruire una galleria risale al 1823”. Da: Christophe Béchu, Sindaco di Angers, 2026.
  • “La galleria della cattedrale è diventata un simbolo dell’impegno dello Stato per il suo patrimonio…”. Da: Catherine Pégard, Ministro della Cultura francese, 2026.
  • “UFO di cemento”. Da: Ouest-France, citato nel dibattito critico sulla stampa, 2026.

Il Gigante Imperfetto: l’infinita metamorfosi del Colosseo tra antichi crolli e arene del futuro

Il gigante imperfetto: l'infinita metamorfosi del Colosseo Il Restauro Architettonico

Come può un monumento con duemila anni di storia essere considerato "nuovo"? In questo episodio, l'architetto Vincenzo Biancamano ci guida in un'esplorazione profonda del cantiere più iconico del pianeta: l'Anfiteatro Flavio.Partendo dalla vulnerabilità geologica del suolo e dal catastrofico terremoto del 1349 che trasformò l'edificio in una cava a cielo aperto, analizzeremo i pionieristici interventi ottocenteschi di Stern e Valadier. Il viaggio prosegue poi nel cuore delle tecnologie contemporanee: dalla nuova arena iper-tecnologica in fibra di carbonio e legno Accoya, fino al recentissimo allestimento degli ambulacri meridionali inaugurato a marzo 2026 e firmato Stefano Boeri Interiors.Approfondiremo il funzionamento del NanolaQ, una rivoluzionaria nanocalce capace di curare la pietra e assorbire lo smog, e affronteremo il vivace scontro accademico tra chi grida al falso storico e chi difende l'astrazione architettonica.Ascolta la puntata completa e leggi l'approfondimento sul nostro sito:https://linktr.ee/ilrestauroarchitettonico

Il Colosseo non è mai stato un fossile inerte, ma un cantiere in perenne evoluzione. Questo concetto emerge in modo lampante leggendo un recente articolo de Il Post significativamente intitolato “Il Colosseo ora è un po’ più nuovo”. Definire “nuovo” un gigante di duemila anni sembra un paradosso, eppure è proprio questa l’essenza del restauro architettonico. Un settore affascinante e complesso in cui operano professionisti come l’architetto Vincenzo Biancamano, esperto in restauro, supportato da eccellenze come lo studio vbh restauri.

Le ferite del passato: perché il Colosseo è asimmetrico?

Chiunque ammiri l’Anfiteatro Flavio nota la sua brusca interruzione sul lato sud. Questa enorme cicatrice non è casuale: la metà meridionale dell’edificio poggiava su un terreno instabile, formato dai depositi alluvionali paludosi dell’antico stagno artificiale della Domus Aurea di Nerone. A causa di questa debolezza strutturale di base, la struttura ha subito cedimenti già dal VI-VII secolo, culminati in un devastante collasso a seguito del terremoto del 1349. Da quel momento fatale, le enormi macerie del fronte meridionale hanno trasformato il Colosseo in una vera e propria cava di travertino a cielo aperto da cui, per secoli, sono stati prelevati i materiali per costruire palazzi e chiese di Roma.

La svolta dell’Ottocento: due filosofie a confronto

Per assistere ai primi veri interventi di ingegneria conservativa bisogna attendere l’Ottocento. A seguito di un violento terremoto nel 1806, che compromise gravemente la statica dell’anello esterno, l’architetto Raffaele Stern realizzò un poderoso sperone in laterizio rustico. Operando in una condizione di totale emergenza, Stern bloccò le arcate pericolanti “congelando” l’immagine del rudere e rinunciando intenzionalmente a qualsiasi abbellimento estetico o ricostruzione di forme. Al contrario, l’intervento di Giuseppe Valadier del 1823 sul lato occidentale fu concepito con maggiore calma. Valadier scelse una strada diametralmente opposta, quella della ricostruzione architettonica armoniosa: pur utilizzando mattoni per distinguere l’aggiunta moderna, ricostruì per analogia le arcate crollate in senso decrescente e inserì elementi in travertino scolpito (basi e capitelli) per rispettare in modo mimetico la simmetria originaria.

L’arena hi-tech e sostenibile del XXI secolo

Oggi le sfide del restauro si intrecciano con la bioedilizia e l’innovazione ingegneristica. Il bando per la ricostruzione del nuovo piano dell’arena, un progetto del valore di 18,5 milioni di euro, è stato vinto dal raggruppamento guidato da Milan Ingegneria e dallo studio Labics. La nuova piattaforma calpestabile di circa 3.000 metri quadrati sarà estremamente leggera, reversibile e priva di ancoraggi meccanici invasivi che potrebbero ferire le fragili murature antiche. Sarà realizzata con pannelli in fibra di carbonio rivestiti in legno di Accoya, un materiale ecosostenibile trattato per resistere all’usura e agli agenti biologici senza ricorrere all’abbattimento di specie arboree pregiate. Questa grande piazza sarà una “macchina scenica” viva: un sistema motorizzato permetterà alle lamelle di ruotare e traslare per illuminare e ventilare naturalmente gli antichi sotterranei. In aggiunta, 24 unità di ventilazione meccanica nascoste controlleranno temperatura e umidità garantendo il ricambio d’aria completo in soli 30 minuti, mentre un sistema hi-tech raccoglierà l’acqua piovana per riutilizzarla nei servizi igienici.

Il progetto Boeri (2026): nanotecnologie e un aspro dibattito

Tornando alla cronaca più recente di marzo 2026, il dibattito si è riacceso con l’inaugurazione del nuovo allestimento degli ambulacri meridionali – proprio la zona dei grandi crolli – a cura di Stefano Boeri Interiors e con la sponsorizzazione tecnica di Mapei. L’intervento ha interessato un’area di 1.300 metri quadrati. I sampietrini ottocenteschi sono stati rimossi per ritrovare l’antica quota flavia e sostituiti con lastre di travertino classico proveniente da Tivoli, con incisi a terra i numeri romani per restituire l’orientamento originale degli ingressi.

L’innovazione più potente si trova però a livello microscopico: per consolidare le superfici è stato impiegato il NanolaQ, una soluzione brevettata dal Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università dell’Aquila. Questa tecnologia, basata su un’emulsione acquosa di nanoparticelle di calce, penetra profondamente nei pori della pietra consolidandola dall’interno senza usare un grammo di cemento. Straordinariamente, durante la sua reazione (carbonatazione), la nanocalce assorbe 600 grammi di anidride carbonica per ogni chilo di nanoparticelle, pulendo l’aria inquinata e rendendo l’operazione un manifesto di “restauro green”.

Nonostante l’eccellenza scientifica, l’intervento estetico ha spaccato a metà gli addetti ai lavori. Il progetto, attraverso un’astrazione architettonica, ha inserito dei blocchi di travertino stilizzati (alti 40 centimetri) nei punti in cui sorgevano gli antichi pilastri, per suggerirne il volume perduto, servendo anche da sedute per il pubblico. Il professor Michele Zampilli, ordinario di Restauro architettonico a Roma Tre, ha bocciato senza mezzi termini l’opera definendola un “intervento molto brutto e inutile” e considerandolo uno “spreco di denaro pubblico”. Secondo Zampilli, le lastre di travertino al posto dei sampietrini non aiutano la valorizzazione storica, e i finti basamenti non verrebbero assolutamente compresi dal pubblico, risultando solo come comode “sedute per i turisti”. Diametralmente opposto è il parere dell’archeologo Andrea Carandini, che ha difeso l’opera con vigore. Carandini ha affermato che gli archeologi non possono limitarsi a guardare “quel che c’è”, ma devono promuovere una battaglia culturale per “concentrare l’attenzione su ciò che non c’è più”. Per lui, rievocare – anche solo stilizzandole – le volumetrie scomparse è l’unico modo reale per “dare un senso” e integrare le macerie che sono sopravvissute.

Leggere la storia dei restauri del Colosseo significa capire che questo edificio è molto più di una rovina: è il luogo dove la fragilità della memoria storica scende costantemente a patti con l’urgenza e le audaci visioni del nostro tempo.

Ecco la bibliografia aggiornata con i relativi link diretti alle fonti originali presenti nei documenti:

Bibliografia e Fonti Web:

Quali libri leggere sul restauro architettonico? Nasce la libreria ufficiale del Podcast

Ricevo spessissimo questa domanda. Che sia tramite un messaggio sui social, una mail o dopo una chiacchierata dal vivo, prima o poi la richiesta arriva puntuale: “Vincenzo, mi consiglieresti un buon libro per approfondire il restauro?” oppure “Come si intitolava quel manuale tecnico che hai citato nello scorso episodio?”.

È una domanda che mi fa sempre molto piacere, perché dimostra una cosa fondamentale: chi si occupa di restauro sa che lo studio non finisce mai. La nostra è una disciplina in cui la teoria e la pratica di cantiere devono dialogare continuamente, e per farlo abbiamo bisogno degli strumenti giusti.

Fino ad oggi ho sempre risposto singolarmente, consigliando titoli in base alle specifiche esigenze di chi mi scriveva. Ma man mano che gli episodi de Il Restauro Architettonico aumentano, la bibliografia citata inizia a diventare corposa.

Per questo motivo, ho deciso di mettere ordine e creare uno strumento utile e accessibile a tutti.

Benvenuti nella vetrina Amazon de “Il Restauro Architettonico”

Ho aperto uno spazio dedicato, una sorta di biblioteca digitale in continuo aggiornamento, dove ho raccolto e organizzato i migliori testi del nostro settore. L’obiettivo è avere un unico punto di riferimento, comodo da consultare ogni volta che vi serve un approfondimento.

👉 Clicca qui per esplorare la vetrina “I consigli del podcast”

Cosa troverete all’interno della lista?

Ho strutturato la selezione pensando sia allo studente che deve costruire le proprie basi, sia al professionista che cerca soluzioni operative. All’interno della vetrina troverete diverse categorie:

  • I Grandi Classici e la Teoria: I testi sacri che hanno fatto la storia della disciplina. Libri imprescindibili per comprendere l’evoluzione del pensiero critico legato alla conservazione.
  • Manualistica e Pratica di Cantiere: Il restauro è anche, e soprattutto, materia. Qui ho inserito i testi operativi dedicati alle tecniche di intervento, alla diagnostica, al consolidamento e al recupero dei materiali.
  • I Libri citati nel Podcast: Una sezione speciale dedicata esclusivamente ai volumi che sfogliamo virtualmente insieme durante le puntate. Se un episodio vi ha incuriosito, qui troverete il libro da cui sono partito.

Un “cantiere aperto”

Come ogni buon progetto di restauro, anche questa vetrina è un cantiere aperto. La lista non è chiusa, ma verrà aggiornata costantemente di settimana in settimana, accompagnando l’uscita dei nuovi episodi del podcast e le nuove scoperte editoriali.

Vi invito a salvare il link tra i preferiti del vostro browser per averlo sempre a portata di mano quando cercate la prossima lettura o dovete affrontare un nuovo progetto.

La bellezza del restauro sta anche nel confronto. C’è un manuale, un saggio o un libro fotografico che vi ha cambiato la prospettiva e che secondo voi non può assolutamente mancare in questa lista? Scrivetemelo nei commenti qui sotto o sui social, sarò felice di valutarlo e aggiungerlo alla nostra libreria condivisa.

Buona lettura e buon cantiere a tutti!

La Riconnessione Urbana del Complesso Gesuitico: Il Nuovo Ingresso del Museo Barocco di Catalogna Slug

Il dibattito contemporaneo sul restauro architettonico e sul riuso adattivo del patrimonio storico trova nel progetto di David Closes per il Baroque Museum of Catalonia (Museu del Barroc de Catalunya) a Manresa un caso studio di estrema lucidità. L’intervento non si limita a una sterile operazione conservativa, ma affronta il complesso tema del limite e della permeabilità nei complessi monastici, trasformando la facciata in un nuovo dispositivo di connessione urbana.

I complessi religiosi di matrice gesuitica si distinguono per una spiccata introversione spaziale, presentandosi storicamente alla città come recinti chiusi, impermeabili e massivi. La sfida principale a Manresa era quella di sovvertire questa chiusura tipologica senza alterare in modo distruttivo la stratificazione storica del manufatto in pietra. Era necessario concepire un nuovo accesso che potesse fungere da elemento di transizione volumetrica, in grado di accogliere i flussi museali e, contemporaneamente, denunciare con onestà la sua natura contemporanea.

L’architetto opera attraverso un calibrato processo di sutura urbana concretizzato in un innesto volumetrico. Il nuovo corpo di fabbrica si inserisce nelle preesistenze murarie rompendo l’isolamento dell’edificio. L’uso di materiali contemporanei e di ampie specchiature vetrate instaura un dialogo materico fondato sul principio del contrasto. Questo approccio garantisce la totale leggibilità dell’intervento, permettendo di distinguere chiaramente l’aggiunta moderna dalla fabbrica antica, restituendo al complesso una rinnovata gerarchia degli accessi e trasformando il volume d’ingresso in una lanterna che irradia luce nei connettivi interni.

Come dichiarato nelle note di progetto, l’intento programmatico è chiaro e aderente ai principi del restauro critico: “Il progetto, in definitiva, mira a risignificare il luogo dell’intervento ristabilendo i legami con il passato del complesso gesuitico e con la città.” Una dichiarazione che sottolinea la volontà di operare una risemantizzazione dello spazio pubblico antistante e delle dinamiche di fruizione.

L’opera di Manresa dimostra come la vitalità del patrimonio dipenda dalla nostra capacità di aggiornarne le funzioni attraverso interventi filologicamente ineccepibili ma coraggiosi. La nuova facciata diventa così non solo un riparo tecnico, ma un vero e proprio manifesto di reintegrazione critica.

ASCOLTA IL PODCAST: https://linktr.ee/ilrestauroarchitettonico

I MIEI PROGETTI (VBH RESTAURI): https://vbhrestauri.site/ FONTI PROGETTO: Sito Studio: https://davidcloses.cat/

Divisare: https://divisare.com/projects/498704-david-closes-adria-goula-jose-hevia-new-entrance-facade-of-the-baroque-museum-of-catalonia

Archilovers: https://www.archilovers.com/projects/325091/baroque-museum-of-catalonia-new-entrance-facade.html

Foto: Adrià Goula e José Hevia – Courtesy of: David Closes, arquitecte