La notizia circolata in questi giorni è forte: l’Unione europea avrebbe chiesto all’Italia di riformare il regime forfettario delle partite IVA perché favorirebbe l’evasione fiscale. Detta così, però, la questione rischia di essere letta male.
Non siamo davanti a un ordine immediato di abolizione del regime forfettario, ma a una raccomandazione inserita nel quadro del Semestre europeo e del Country Report dedicato all’Italia. La Commissione europea richiama il nostro Paese alla necessità di rendere il sistema fiscale più equo, più favorevole alla crescita e più efficace nel contrasto all’evasione. In questo quadro vengono criticati anche i regimi fiscali speciali per lavoratori autonomi e professionisti, perché possono ridurre la progressività del sistema, creare disparità tra contribuenti e indebolire la base imponibile.
La questione, quindi, esiste. Ma va affrontata con attenzione.
Il regime forfettario non può essere difeso come se fosse intoccabile. Ogni sistema fiscale deve essere valutato nella sua equità complessiva, nella sua capacità di sostenere il lavoro e nella sua coerenza con il principio di progressività. Tuttavia, allo stesso tempo, non si può nemmeno ridurre il tema a una formula superficiale: “partite IVA uguale evasione”. Sarebbe un errore grave, soprattutto per chi conosce dall’interno la condizione dei giovani professionisti.
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Per molti lavoratori autonomi, e in particolare per molti giovani architetti, il regime forfettario non è un privilegio. È spesso l’unica condizione minima per provare a iniziare.
Chi guarda il tema solo dal punto di vista fiscale rischia di non vedere il percorso reale che porta un giovane professionista ad aprire una partita IVA. Nel caso dell’architettura, il percorso è lungo, costoso e selettivo. Si inizia con cinque anni di università, che nella realtà italiana spesso diventano sei o sette. Molti studenti sono costretti a trasferirsi in grandi città, sostenendo spese di affitto, trasporti, materiali, libri, software, computer, stampe, modelli, rilievi e viaggi di studio. La formazione dell’architetto richiede tempo, risorse e una forte tenuta personale.
Dopo la laurea, però, il mercato non si apre automaticamente. Bisogna sostenere l’esame di Stato, iscriversi all’Ordine professionale, dotarsi di PEC, firma digitale, assicurazione, strumenti di lavoro, software, commercialista, formazione continua. Tutto questo avviene prima ancora di avere un vero reddito stabile.
Il giovane architetto entra nel mercato quando è già economicamente esposto.
E qui emerge il nodo più serio: il lavoro professionale, soprattutto nei primi anni, è spesso fragile. Molti studi non assumono realmente. Chiedono collaborazioni a partita IVA, compensi bassi, disponibilità elevate e responsabilità crescenti. In molti casi il giovane professionista non sceglie la partita IVA perché vuole costruire un vantaggio fiscale, ma perché il mercato del lavoro non gli offre alternative dignitose.
La partita IVA diventa così una forma di accesso al lavoro. Non sempre una scelta libera. Spesso una necessità.
Per chi non proviene da una famiglia di architetti, ingegneri, imprenditori o professionisti già inseriti, la difficoltà è ancora maggiore. L’architettura è una professione in cui le competenze sono fondamentali, ma non bastano. Servono relazioni, fiducia, clienti, occasioni, reputazione. E queste cose non si costruiscono in pochi mesi. Chi parte da zero deve investire anni solo per essere riconosciuto, ascoltato, chiamato.
L’università fornisce formazione, ma raramente accompagna davvero al mercato. L’Ordine professionale garantisce l’accesso alla professione e la formazione continua, ma non può sostituirsi alla costruzione di una rete di lavoro. Il risultato è che molti giovani architetti si trovano soli: formati, abilitati, iscritti, ma privi di una reale struttura economica e professionale di partenza.
In questo scenario, il regime forfettario consente almeno di non essere travolti subito dal peso fiscale e amministrativo. Non elimina i problemi. Non garantisce clienti. Non crea automaticamente lavoro. Non paga l’affitto, i software, le trasferte o le ore passate a preparare preventivi che magari non verranno mai accettati. Però riduce l’impatto iniziale della tassazione e permette a una nuova attività di respirare.
Per questo la discussione va spostata dal piano della semplificazione al piano della giustizia generazionale.
È corretto chiedersi se il regime forfettario, così come è oggi, produca squilibri. È corretto interrogarsi sulla soglia degli 85.000 euro, sul rapporto con il lavoro dipendente, sulle false partite IVA, sull’eventuale convenienza a non crescere oltre una certa dimensione. È corretto chiedere più controlli contro chi utilizza il sistema per nascondere reddito o per trasformare rapporti di lavoro subordinato in collaborazioni fittizie.
Ma non è corretto mettere sullo stesso piano chi evade e chi prova semplicemente a iniziare una professione.
Il problema dell’evasione fiscale va combattuto con strumenti mirati: controlli intelligenti, incrocio dei dati, tracciabilità, contrasto alle false partite IVA, verifica dei rapporti economicamente dipendenti, attenzione ai settori dove il rischio è più elevato. Non si combatte l’evasione penalizzando indistintamente tutti gli autonomi, compresi quelli che fatturano poco, pagano regolarmente le imposte, versano contributi e cercano solo di costruire un lavoro.
Per un giovane architetto, arrivare a 85.000 euro di compensi annui nei primi anni non è la normalità. È spesso un obiettivo lontanissimo. La realtà di molti professionisti è fatta di incarichi piccoli, consulenze, pratiche edilizie, rilievi, collaborazioni, preventivi, concorsi, sopralluoghi, relazioni, tentativi, attese. Prima di costruire uno studio solido possono passare anni. E in quegli anni ogni euro pesa.
Il tema non è difendere una fiscalità agevolata per sempre. Il tema è capire che una nuova attività professionale ha bisogno di una fase di accompagnamento.
Una riforma seria del regime forfettario dovrebbe partire da qui. Non dall’idea che chi apre partita IVA sia automaticamente un soggetto da guardare con sospetto, ma dalla consapevolezza che il lavoro autonomo giovanile è una delle aree più fragili del Paese.
Si potrebbe immaginare un regime più graduale, più intelligente e più selettivo. Ad esempio, mantenendo una tassazione agevolata per i primi anni di attività, soprattutto per chi apre davvero una nuova professione. Si potrebbe prevedere una maggiore tutela per i giovani sotto una certa età o per chi non ha già redditi elevati. Si potrebbe superare lo scalone degli 85.000 euro, introducendo una transizione progressiva invece di un passaggio brusco al regime ordinario. Si potrebbe distinguere meglio il professionista autonomo reale dalla falsa partita IVA che lavora di fatto come un dipendente. Si potrebbero collegare le agevolazioni agli investimenti in formazione, digitalizzazione, strumenti professionali, assunzioni, internazionalizzazione e crescita dello studio.
In altre parole, il forfettario non dovrebbe essere abolito in modo cieco. Dovrebbe essere migliorato.
Il rischio, altrimenti, è quello di colpire proprio chi è nella fase più debole: il giovane professionista che non ha ereditato uno studio, non ha una clientela familiare, non ha capitali importanti, non ha una struttura alle spalle e prova comunque a costruire una strada.
Nel campo dell’architettura questo rischio è evidente. Si parla spesso di qualità del progetto, rigenerazione urbana, tutela del patrimonio, restauro, sostenibilità, sicurezza, paesaggio. Ma chi dovrebbe occuparsi di tutto questo, soprattutto tra i giovani, viene spesso lasciato solo. Gli si chiede di essere formato, competitivo, aggiornato, assicurato, digitale, internazionale, capace di gestire responsabilità tecniche e normative complesse. Poi, però, quando apre una partita IVA, lo si considera quasi un problema fiscale.
Questa contraddizione va detta con chiarezza.
Un Paese che vuole giovani professionisti preparati deve anche creare le condizioni perché possano iniziare. Non basta chiedere competenze. Non basta pretendere aggiornamento continuo. Non basta parlare di merito. Il merito, senza condizioni minime di accesso, diventa una parola vuota.
Il regime forfettario, con tutti i suoi limiti, ha rappresentato per molti una porta d’ingresso. Non la soluzione definitiva, ma una possibilità. Toglierla o restringerla senza costruire alternative significherebbe rendere ancora più difficile l’avvio di nuove attività professionali, soprattutto nei territori periferici, nelle aree interne, nei piccoli comuni e nei settori specialistici come il restauro architettonico.
Il vero tema, allora, non è scegliere tra forfettario ed evasione. Questa è una falsa alternativa.
Il vero tema è costruire un sistema fiscale capace di distinguere. Distinguere chi lavora davvero da chi simula. Distinguere chi cresce da chi si nasconde. Distinguere chi usa un’agevolazione per partire da chi la usa per evitare responsabilità. Distinguere il giovane professionista fragile dal contribuente strutturato che sfrutta le pieghe del sistema.
La lotta all’evasione è necessaria. Ma non può diventare una lotta contro il lavoro autonomo giovane.
Riformare il regime forfettario può essere giusto. Farlo senza comprendere la realtà concreta delle professioni sarebbe profondamente sbagliato.
Perché il problema dell’Italia non è che troppi giovani architetti pagano poche tasse. Il problema è che troppi giovani architetti non riescono nemmeno a costruire le condizioni per lavorare, crescere, aprire uno studio, assumere, investire e restare nel proprio territorio.
Se davvero si vuole una riforma equa, bisogna partire da questa domanda: vogliamo un sistema fiscale che punisce chi prova a iniziare, oppure un sistema che accompagna chi vuole costruire lavoro vero?
Il regime forfettario non deve essere un rifugio permanente. Ma per molti giovani professionisti è stato, ed è ancora, una soglia di ingresso. Prima di eliminarla, bisognerebbe chiedersi che cosa resta a chi parte da zero.
Perché senza strumenti di avvio, senza politiche per le professioni, senza credito, senza reti, senza commesse accessibili e senza un mercato meno chiuso, il rischio è semplice: non si riduce l’evasione, si riduce il numero di persone che avranno il coraggio di mettersi in proprio.
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