Una scritta riemersa sulla facciata di una scuola può cambiare il modo in cui leggiamo un edificio. Al Liceo classico e linguistico Mariano Buratti di Viterbo, l’iscrizione “Casa del Balilla”, tornata visibile durante i lavori del 2026, ha riaperto una questione che riguarda insieme restauro, memoria civile e spazio pubblico: che cosa significa conservare una testimonianza del fascismo?
Il confronto tende a concentrarsi su due alternative: cancellare la scritta oppure restituirle piena leggibilità. Ma tra la perdita della materia e la ricostruzione dell’immagine esistono scelte diverse. Per valutarle occorre partire da una domanda più precisa: conservare significa sempre mostrare?
La mia risposta è no, non necessariamente. Prima di decidere che cosa rendere visibile, bisogna capire che cosa è sopravvissuto, come proteggerlo e quale rapporto costruire con la vita attuale dell’edificio.
Puoi ascoltare l’episodio nel lettore qui sotto e proseguire con l’approfondimento.
Una scritta fascista va conservata? Il caso del Liceo Mariano Buratt – Il Restauro Architettonico

Un edificio, molte storie
Costruito nei primi anni Trenta per le organizzazioni giovanili fasciste, l’edificio di via Tommaso Carletti ha attraversato più stagioni: Opera Nazionale Balilla, Gioventù Italiana del Littorio, dopoguerra e destinazione scolastica.
La storia pubblicata dall’istituto documenta il trasferimento del liceo nell’attuale sede nel 1952 e l’intitolazione a Mariano Buratti nel 1964. Docente di storia e filosofia e protagonista della Resistenza, Buratti fu fucilato dai nazifascisti a Forte Bravetta il 31 gennaio 1944.
Il passaggio da sede dell’inquadramento giovanile del regime a scuola intitolata a un educatore antifascista costituisce una parte essenziale della biografia del luogo. Leggere l’edificio come un palinsesto architettonico significa riconoscere proprio questo: ogni fase ha lasciato tracce, materiali o legate all’uso, che contribuiscono al suo significato presente.

La scritta riemersa: che cosa sappiamo e che cosa va chiarito
Nel resoconto del 28 luglio 2026 del Fatto Quotidiano, la Soprintendenza riferisce di avere identificato l’iscrizione “Casa del Balilla” attraverso verifiche in cantiere, condivise con il restauratore e i professionisti coinvolti. Lo stesso articolo dà conto delle obiezioni fondate su fotografie d’epoca, nelle quali compaiono altre denominazioni, tra cui “Opera Balilla” e “Gioventù Italiana del Littorio”. Riporta inoltre la richiesta della Provincia di attenuare il colore delle lettere e di contestualizzare la vicenda con pannelli esplicativi.
Questi elementi descrivono il dibattito, ma non sostituiscono una relazione tecnica. Una fotografia registra un momento preciso e può non documentare una fase precedente o successiva. Una traccia materiale, a sua volta, richiede una lettura stratigrafica: posizione, supporto, pigmenti e sovrapposizioni aiutano a comprenderne la cronologia.
Il nodo è dunque mettere in relazione le fonti. Quali lettere erano effettivamente conservate? Quali sono state integrate? Quali dati sostengono la ricostruzione della frase? Rendere accessibili fotografie prima e durante i lavori, mappature e criteri di intervento permetterebbe di discutere su una base verificabile.
Conservare la materia e reintegrare l’immagine
Anche se l’autenticità dell’iscrizione fosse accertata, il completamento delle parti mancanti resterebbe una decisione ulteriore. Conservare significa limitare il degrado e tutelare ciò che è sopravvissuto. Reintegrare significa intervenire sulle lacune per favorire la lettura dell’insieme: un’operazione che richiede dati e criteri espliciti.
La Carta di Venezia del 1964 offre un riferimento utile: l’articolo 9 pone un limite alle ricostruzioni fondate su congetture; l’articolo 11 richiede il rispetto dei contributi delle diverse epoche; l’articolo 12 affronta la riconoscibilità delle integrazioni. Il problema non è ottenere la scritta più nitida possibile, ma mantenere leggibile il rapporto tra documento storico e intervento contemporaneo.
Una lacuna può raccontare una perdita, una trasformazione o un cambiamento d’uso. Colmarla senza elementi sufficienti rischia di attribuire al passato una forma decisa oggi. Per il Liceo Buratti, quindi, sarebbe essenziale distinguere la materia rinvenuta dalle eventuali aggiunte del 2026, senza presumere dall’esterno quanto appartenga all’una o alle altre.
Conservare senza esporre: una possibilità da progettare
La tutela di una testimonianza non coincide sempre con la sua esposizione permanente. In archeologia, per esempio, il reinterro può essere una misura di protezione; sulle superfici architettoniche, la permanenza di uno strato sotto una finitura successiva può consentirne la conservazione. Sono situazioni diverse dal caso in esame, ma mostrano perché la visibilità non possa essere l’unico criterio.
Anche una copertura, però, è un intervento sulla materia. Non basta definirla “reversibile” per renderla innocua: occorre verificarne compatibilità, comportamento nel tempo ed effettiva rimovibilità senza danni. L’eventuale protezione dell’iscrizione sotto un nuovo strato andrebbe quindi studiata e sperimentata sul caso concreto, insieme alle alternative di esposizione.
Questo vale soprattutto per il patrimonio difficile, legato a dittature, persecuzioni e violenze. La conservazione può permettere una lettura critica del passato; una presentazione priva di contesto può invece rendere ambiguo il significato pubblico della testimonianza. Memoria e celebrazione dipendono anche dal modo in cui scegliamo di raccontare ciò che resta.
La scuola è parte della storia da conservare
Il Liceo Buratti è un luogo vissuto ogni giorno da studenti e docenti. La sua funzione educativa e l’intitolazione a Mariano Buratti contribuiscono alla percezione dell’edificio tanto quanto le sue forme e le sue iscrizioni.
Tenere conto di questa dimensione significa chiedersi quale messaggio produca l’intervento nel suo insieme. Una scritta ricomposta e cromaticamente dominante, una traccia frammentaria e un’iscrizione accompagnata da un apparato critico generano letture differenti. Anche l’uso repubblicano dell’edificio merita di essere riconoscibile nel progetto.
La contestualizzazione dovrebbe perciò entrare nel progetto fin dall’inizio. Il coinvolgimento della comunità scolastica può aiutare a costruire un racconto comprensibile, che metta in relazione l’origine dell’edificio, la figura di Buratti e le generazioni che lo hanno abitato.
Quattro passaggi per una scelta motivata
Senza un esame diretto delle superfici e della documentazione di cantiere, non è possibile indicare una soluzione definitiva. È invece possibile proporre un percorso di valutazione.
1. Documentare ciò che è stato trovato
Incrociare ricerca archivistica, fotografie storiche, rilievi e analisi stratigrafiche. Mappare le porzioni originali, le lacune e le eventuali integrazioni, conservando una documentazione confrontabile del prima, durante e dopo l’intervento.
2. Proteggere la materia autentica
Definire gli interventi necessari in base allo stato di conservazione. Se l’iscrizione è accertata come testimonianza storica, la sua distruzione comporterebbe una perdita irreversibile; la ricostruzione integrale, d’altra parte, richiederebbe una giustificazione autonoma.
3. Valutare come renderla percepibile
Confrontare il mantenimento della traccia visibile, le eventuali integrazioni e le possibili protezioni. Per ogni opzione valutare effetti sulla materia, riconoscibilità, manutenzione e rapporto con la facciata. Un’attenuazione cromatica o una copertura non sono soluzioni neutre: vanno motivate e verificate.
4. Rendere comprensibile la storia
Progettare un apparato permanente, eventualmente affiancato da materiali digitali, che spieghi le diverse fasi dell’edificio e le scelte del restauro. Fotografie, cronologia e documentazione delle parti originali potrebbero rendere il caso un’occasione di conoscenza per la scuola e per la città.
Trasmettere al futuro, senza fermare il tempo
La posizione che propongo è conservare la materia autentica e motivare separatamente la scelta di esporla. La visibilità può essere utile alla comprensione, ma non costituisce da sola una garanzia di tutela. Allo stesso modo, la documentazione è indispensabile e deve accompagnare la conservazione fisica, senza diventare un alibi per perderla.
Il valore del Liceo Buratti sta anche nella tensione tra le sue diverse storie: l’origine fascista, la destinazione scolastica, la memoria della Resistenza e l’esperienza quotidiana di chi lo frequenta. Il restauro dovrebbe permettere di leggerle insieme, evitando di ridurre l’edificio a una sola immagine del passato.
Restaurare non significa riportare indietro le lancette dell’orologio. Significa riconoscere che il tempo ha attraversato l’architettura e assumersi la responsabilità di ciò che consegniamo a chi verrà dopo di noi.
Ascolta l’episodio completo
Nel lettore all’inizio dell’articolo trovi l’episodio de Il Restauro Architettonico dedicato alla scritta “Casa del Balilla” al Liceo Buratti. Vincenzo Biancamano approfondisce il rapporto tra autenticità, reintegrazione e memoria dei luoghi.
Articolo realizzato con il supporto di VBH Restauri, partner de Il Restauro Architettonico.
Fonti e approfondimenti
Per la storia dell’istituto: Liceo Mariano Buratti, storia della scuola. Per le fotografie: scheda della sede centrale.
Per il dibattito e le dichiarazioni istituzionali riportate dalla stampa: Beatrice Manca, Il Fatto Quotidiano, 28 luglio 2026. Le notizie di cronaca qui richiamate si riferiscono a quel resoconto e non attestano l’esito conclusivo dei lavori.
Per i principi del restauro: ICOMOS, Carta di Venezia (1964), articoli 9, 11 e 12. Le valutazioni sul caso e il metodo proposto nell’articolo costituiscono una lettura critica dell’autore.
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