Distruggere per conservare: lo strazzo del Carro nella Festa della Madonna della Bruna a Matera

Distruggere per conservare: lo strazzo del Carro della Bruna a Matera Il Restauro Architettonico

Ogni 2 luglio, a Matera, un’opera monumentale di cartapesta viene costruita per essere distrutta. È il Carro trionfale della Madonna della Bruna, protagonista di una tradizione secolare che unisce devozione, arte, architettura e identità collettiva.In questo episodio raccontiamo la storia del Carro, la sua complessa realizzazione e il significato dello “strazzo”: un gesto che, dietro l’apparente distruzione, custodisce la memoria della comunità e rinnova il legame tra Matera e la sua patrona.Un viaggio nel patrimonio culturale immateriale per comprendere come, a volte, distruggere possa diventare un modo per conservare.Il Restauro Architettonico è un podcast di Vincenzo Biancamano.Episodio sostenuto da VBH Restauri, studio di progettazione specializzato nel restauro e nella riqualificazione del patrimonio architettonico.www.vbhrestauri.sitewww.ilrestauroarchitettonico.com

Esiste un’opera d’arte lunga dodici metri, alta più di quattro e popolata da statue, angeli, fiori e architetture di cartapesta. Per realizzarla occorrono quasi sei mesi di lavoro. Eppure, ogni anno, viene consegnata a una folla che la smembra in pochi minuti.

Non è vandalismo, né una perdita accidentale. È lo strazzo del Carro trionfale della Madonna della Bruna, il momento culminante della festa patronale di Matera.

Un rito nel quale la distruzione non rappresenta la fine dell’opera, ma il suo compimento.

La Festa della Bruna pone così una domanda fondamentale anche per il restauro architettonico: conservare significa sempre proteggere la materia oppure, in alcuni casi, la sopravvivenza di un patrimonio richiede che esso possa trasformarsi, consumarsi e rinascere?

Questo approfondimento è realizzato con il supporto di VBH Restauri, studio di progettazione specializzato nel restauro e nella riqualificazione del patrimonio architettonico.

Il giorno più lungo di Matera

Ogni 2 luglio Matera cambia volto. Le strade vengono illuminate, le piazze si riempiono e la città sembra muoversi secondo un tempo diverso da quello ordinario.

L’edizione del 2026 ha richiamato circa centomila persone, con ottanta cavalieri e più di tre chilometri di luminarie. La partecipazione è proseguita nonostante la pioggia, confermando quanto la festa continui a essere parte dell’identità materana.

La Bruna, tuttavia, non è soltanto un grande evento spettacolare. È un complesso sistema di processioni, percorsi, simboli e pratiche artigianali attraverso cui la comunità rinnova il proprio legame con la città.

Il culto mariano è attestato nel territorio materano almeno dall’VIII secolo. Ne sono testimonianza le numerose immagini della Vergine presenti nelle chiese rupestri dei Sassi e dell’altopiano circostante.

Anche l’affresco della Madonna della Bruna custodito nella Cattedrale di Matera deriva dalla tradizione bizantina dell’Odigitria: Maria indica il Bambino, mostrandolo come la via della salvezza.

Tra storia e leggenda

L’origine della festa si muove sul confine tra storia e leggenda.

Secondo il racconto tradizionale, un contadino stava tornando a Matera dopo una giornata di lavoro quando incontrò una giovane sconosciuta. La donna gli chiese un passaggio sul suo carro.

Giunti nei pressi dell’attuale quartiere di Piccianello, la giovane scese e affidò al contadino un messaggio da consegnare al vescovo. Subito dopo scomparve.

Nel messaggio rivelava la propria identità: era la Vergine e desiderava rimanere a Matera.

Il vescovo, accompagnato dal clero e dal popolo, raggiunse il luogo indicato. Qui sarebbe stata ritrovata un’immagine della Madonna, collocata sopra un carro ornato e condotta in processione fino alla cattedrale.

La leggenda riunisce già gli elementi fondamentali della festa: il viaggio, il Carro, Piccianello, la città e la volontà della Vergine di restare a Matera.

La storia documentabile conduce invece al 1389. In quell’anno papa Urbano VI, già arcivescovo di Matera e Acerenza, collegò la celebrazione materana alla Visitazione di Maria a Elisabetta, fissandola al 2 luglio.

Il primo Carro trionfale documentato comparve nel 1690. Otto anni più tardi fecero la loro comparsa anche i Cavalieri della Bruna.

Il Carro, tuttavia, non era ancora necessariamente destinato alla distruzione. Durante il Settecento poteva essere riparato, modificato e riutilizzato. Soltanto verso la fine dell’Ottocento lo strazzo annuale divenne una consuetudine stabile.

Quella che oggi percepiamo come una tradizione immutabile è dunque il risultato di una lunga stratificazione.

Proprio come gli edifici storici, anche i riti cambiano, assorbono nuovi significati e vengono reinterpretati dalle comunità che li custodiscono.

Il Carro come architettura in movimento

Definire il Carro della Bruna un semplice veicolo sarebbe riduttivo. Si tratta di una vera macchina scenica barocca, concepita come un’architettura in movimento.

La sua forma ricorda un antico galeone. È costruito sopra un’ossatura permanente in legno, con una base centrale in ferro e due torrette poste alle estremità.

Secondo la descrizione ufficiale, misura circa dodici metri di lunghezza, due metri e settanta di larghezza e supera i quattro metri di altezza quando il trono della Madonna è completamente sollevato.

All’interno della torre posteriore si trova un ascensore manuale a cremagliera. Il dispositivo permette di abbassare la statua durante il passaggio sotto la Porta di Suso e di sollevarla nuovamente all’arrivo in Piazza Duomo.

Tecnica e ritualità risultano inseparabili.

L’ascensore non risolve soltanto un problema dimensionale. Permette alla Madonna di scomparire temporaneamente all’interno della macchina e poi di riapparire sulla sua sommità. Attraverso un movimento meccanico, l’invisibile diventa visibile.

Sopra lo scheletro permanente viene costruito ogni anno un nuovo apparato di cartapesta. Statue a tutto tondo, angeli, colombe, fiori, cornici e volute trasformano la struttura in un’esuberante architettura barocca.

La cartapesta è un materiale economico e leggero, ma capace di assumere forme estremamente complesse. Carta, colla, argilla, gesso, colore e abilità manuale consentono di costruire un mondo monumentale dotato, nello stesso tempo, della fragilità di un foglio.

Questa fragilità non è un difetto, ma una condizione progettuale.

Il Carro deve essere abbastanza resistente da attraversare la città, trasportare l’immagine della Madonna e sostenere le sollecitazioni del percorso. Deve però anche poter essere smembrato alla fine della processione.

La sua materia contiene già il proprio destino.

La Fabbrica del Carro e la catechesi visiva

Il Carro viene realizzato nella sua fabbrica, nel quartiere di Piccianello. Il lavoro prosegue per quasi sei mesi, generalmente lontano dagli sguardi del pubblico.

Il progetto nasce da un bozzetto legato al tema religioso indicato per ogni edizione. Il manufatto non è quindi una semplice decorazione festiva: è una forma di catechesi visiva.

Le sculture traducono un episodio evangelico o un messaggio pastorale in immagini accessibili all’intera comunità.

Il Carro del 2026, realizzato da Francesca Cascione, era dedicato alla lavanda dei piedi e al servizio reciproco. Comprendeva ventuno statue a grandezza naturale, diciassette angioletti e grandi altorilievi laterali.

Ventuno figure modellate e dipinte per essere mostrate durante una sola processione. Un’opera che raggiunge la massima visibilità proprio nel momento che precede la sua scomparsa.

Nel cantiere di un edificio storico si lavora normalmente affinché la materia possa durare più a lungo. Nella Fabbrica del Carro, invece, l’artigiano costruisce sapendo che quanto sta realizzando verrà distrutto.

Questa consapevolezza non riduce il valore del lavoro. Al contrario, lo rende più intenso: ogni figura esiste pienamente proprio perché non potrà essere ripetuta nello stesso modo.

Dall’alba alla processione serale

La giornata del 2 luglio comincia quando Matera è ancora immersa nel buio.

Alle quattro e trenta del mattino la luce dei ceri accompagna la Processione dei Pastori. Dopo la celebrazione sul sagrato della chiesa di San Francesco d’Assisi, le batterie pirotecniche svegliano la città. Il fragore attraversa i Sassi e si riflette sulla Murgia.

Questo momento è chiamato Diana e conserva il ricordo dell’antica cultura agropastorale del territorio.

Secondo la tradizione orale, la processione sarebbe nata per consentire ai pastori di partecipare alla festa prima di tornare al lavoro e alla cura degli animali. Ancora oggi il corteo mantiene un carattere spontaneo e impetuoso, fatto di preghiere, corse, fischi e scoppi di mortaretti.

A metà giornata si svolge la processione verso Piccianello.

La statua del Bambino viene separata da quella della Madonna. Il gesto richiama il racconto evangelico della Visitazione: quando Maria raggiunge Elisabetta, Gesù non è ancora nato ed è invisibile nel suo grembo.

Matera assume idealmente il ruolo di Nazaret, mentre Piccianello rappresenta la città di Giuda verso la quale Maria si mette in viaggio.

Nel pomeriggio le due immagini vengono ricongiunte. La Madonna entra nella torre posteriore del Carro e viene sollevata sulla sommità mediante l’ascensore manuale. Il Bambino torna sul suo braccio.

Al tramonto il Carro parte da Piccianello, trainato da otto muli. Lo precedono la bassa musica, i Cavalieri in costume, le bande, il clero e le autorità.

Non si tratta soltanto di una processione religiosa. È una rappresentazione nella quale l’intera città diventa scenografia.

Le strade formano il palcoscenico, le luminarie costruiscono un’architettura temporanea e il movimento del Carro unisce la periferia al centro storico, Piccianello alla cattedrale, la leggenda medievale alla Matera contemporanea.

I tre giri e lo strazzo

Quando raggiunge Piazza Duomo, il Carro compie tre giri portando ancora l’immagine della Madonna.

Secondo la tradizione, attraverso questo gesto la Vergine viene simbolicamente vincolata alla protezione della città.

Soltanto dopo i tre giri l’immagine sacra viene rimossa e riportata nella cattedrale. In quel momento avviene una trasformazione fondamentale.

Fino a pochi istanti prima, il Carro era un trono destinato alla Madonna. Dopo la deposizione dell’immagine, la presenza sacra viene separata dalla macchina materiale.

Il Carro può quindi tornare verso Piazza Vittorio Veneto, dove lo attende la folla.

Gli Angeli del Carro, i cocchieri e gli addetti alla sicurezza cercano di proteggerlo dagli assalti anticipati. La tensione cresce a ogni metro.

Quando il Carro entra nella piazza, il tempo lento e ordinato della processione finisce.

Comincia lo strazzo.

Il termine non indica soltanto una distruzione. Nel glossario ufficiale della festa viene interpretato come uno strappo finalizzato alla condivisione: la ripartizione di una reliquia da custodire nelle abitazioni e nei luoghi di lavoro.

Le persone si arrampicano sulla struttura. Le statue vengono separate dalla base e gli apparati di cartapesta progressivamente smembrati. Teste, braccia, ali, panneggi e fiori emergono sopra la folla.

In pochi minuti, dell’opera costruita durante mesi di lavoro rimane soltanto lo scheletro permanente.

Il Carro, tuttavia, non scompare davvero.

La sua materia viene distribuita nella città. Un frammento entra in una casa, un altro viene esposto in una bottega, una decorazione viene conservata accanto a un’immagine sacra.

L’opera unitaria cessa di esistere, ma centinaia di sue parti entrano nella vita quotidiana delle persone.

Da monumento collettivo, il Carro diventa memoria domestica.

Conservare la materia o conservare il rito?

Lo strazzo rappresenta una provocazione straordinaria per la teoria del restauro.

La cultura occidentale della conservazione attribuisce un valore fondamentale all’autenticità materiale. Proteggiamo una pietra perché è quella lavorata secoli fa. Conserviamo una superficie perché contiene i segni del tempo. Evitiamo le sostituzioni non necessarie perché ogni perdita di materia originale è irreversibile.

Nel Carro della Bruna, però, l’autenticità funziona diversamente.

L’ossatura lignea viene conservata e riutilizzata, mentre l’apparato figurativo cambia ogni anno. La materia si rinnova, ma il rito mantiene la propria identità.

Ci troviamo davanti a una sorta di nave di Teseo: se statue, colori e decorazioni vengono continuamente sostituiti, siamo ancora davanti allo stesso Carro?

Probabilmente sì, perché la sua identità non risiede soltanto nei materiali.

Risiede nel sapere dei cartapestai, nel percorso attraverso la città, nei tre giri in Piazza Duomo, nel lavoro della comunità e nell’attesa dello strazzo.

Il vero monumento non è soltanto l’oggetto, ma la relazione tra l’oggetto e le persone.

Se il Carro fosse collocato definitivamente all’interno di un museo, conserveremmo certamente la sua materia. Rischieremmo però di perdere la ragione per cui quella materia è stata modellata.

Preserveremmo l’opera oppure la priveremmo della sua vita?

Musealizzazione e tradizione non devono necessariamente escludersi. È possibile conservare bozzetti, fotografie, strumenti, frammenti significativi e testimonianze degli artigiani.

Un patrimonio vivente, tuttavia, richiede qualcosa in più della protezione fisica.

Richiede continuità.

Il restauro come governo della trasformazione

Conservare la Festa della Bruna significa trasmettere le tecniche della cartapesta, mantenere leggibile il percorso urbano, documentare le trasformazioni del rito e consentire alle nuove generazioni di riconoscersi in esso.

Significa anche governare la sicurezza senza cancellare la partecipazione popolare.

Il restauro, in questo caso, non consiste nel fermare il cambiamento, ma nel guidarlo.

La festa non è mai rimasta immobile. Nel corso dei secoli ha accolto nuovi apparati, tecniche e forme organizzative. Le guerre e, più recentemente, la pandemia hanno interrotto le manifestazioni esterne.

Nel 2020 e nel 2021 il Carro non ha potuto compiere il proprio viaggio tradizionale. Quell’interruzione ha mostrato quanto un patrimonio immateriale possa essere fragile.

Un edificio può rimanere chiuso per alcuni anni e continuare materialmente a esistere. Un rito, invece, sopravvive soltanto se viene praticato, ricordato e trasmesso.

Oggi la Festa della Bruna deve confrontarsi con folle immense, normative di sicurezza, trasformazioni urbane, turismo e comunicazione digitale.

Il percorso verso la candidatura al patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO esprime la volontà di riconoscere un valore che supera la dimensione locale. Ma valorizzare non deve significare trasformare il rito in uno spettacolo costruito esclusivamente per il visitatore.

La festa deve continuare ad appartenere, prima di tutto, alla comunità che l’ha generata.

La rinascita del Carro

La sera del 2 luglio il Carro muore. La mattina seguente, però, Matera possiede già il progetto simbolico di quello futuro.

La struttura permanente torna nella Fabbrica. Un nuovo tema verrà scelto, un altro bozzetto sarà disegnato e nuove mani modelleranno la carta.

Un’altra architettura attraverserà la città.

La Festa della Bruna dimostra che conservare non significa necessariamente impedire la fine delle cose. A volte significa assicurarsi che, dopo quella fine, qualcosa possa ricominciare.

Il Carro sopravvive perché viene distrutto, condiviso e ricostruito. La sua autenticità non risiede nell’immobilità, ma nella capacità di rinascere.

È forse per questo che, al termine della festa, i materani pronunciano il proprio augurio:

A mogghj a mogghj aquonn c’ vahn.

Di meglio in meglio, l’anno prossimo.


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Articolo realizzato con il supporto di VBH Restauri, studio di progettazione, restauro e riqualificazione.

Fonti e approfondimenti


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