Abstract
Marco Dezzi Bardeschi (1934–2018), figura centrale della conservazione architettonica italiana, ha fondato la sua teoria del restauro sul principio dell’autenticità documentale, rifiutando ogni forma di ricostruzione mimetica o stilistica. Per lui il monumento, anche nella sua condizione di rudere, è un documento irripetibile da preservare nella materia e nelle tracce storiche. Sostenitore della formula “dov’era, ma non com’era”, concepiva il restauro come somma di conservazione dell’esistente e progetto del nuovo, in un dialogo sincero e creativo tra antico e contemporaneo. Tra i suoi casi emblematici vi sono il Palazzo della Ragione di Milano e il Tempio-Duomo di Pozzuoli, nei quali praticò l’integrazione dichiarata di elementi moderni. Intellettuale e militante culturale, fondò nel 1993 la rivista ANANKE, divenuta piattaforma critica contro i falsi storici e laboratorio di idee per una tutela inclusiva, estesa anche alle architetture del Novecento. Professore al Politecnico di Milano, trasmise a generazioni di allievi un metodo basato su rigore tecnico, lettura storica e creatività progettuale. Bardeschi interpretò il restauro come atto politico e civile, contro la spettacolarizzazione del patrimonio e per la difesa della memoria collettiva. La sua lezione, fondata su verità, trasparenza e rispetto delle stratificazioni, rimane oggi un riferimento nella “crisi del patrimonio”, invitando a conservare, comprendere e rivitalizzare i monumenti come palinsesti vivi di storia.
Ananke come necessità: il pensiero di Marco Dezzi Bardeschi – Il Restauro Architettonico
Benvenuti a Il Restauro Architettonico. Io sono Vincenzo Biancamano architetto ed esperto in restauro, e oggi esploreremo Marco Dezzi Bardeschi, che ha rivoluzionato il restauro in Italia. Architetto, teorico e docente, fu tra i primi a parlare di autenticità documentale, rispetto per il rudere, e rifiuto del restauro mimetico. Ricostruiamo il suo pensiero, la sua attività culturale – attraverso la rivista Ananke – e analizziamo due cantieri: il Palazzo della Ragione di Milano e il Tempio-Duomo di Pozzuoli. Scopriremo il suo approccio al progetto contemporaneo, il valore dell’incompiuto, dell’errore, della stratificazione, e il ruolo politico del restauro come pratica critica.
Autenticità, innovazione e tutela del patrimonio architettonico
Durante una conferenza internazionale nel 2013, il professor Marco Dezzi Bardeschi (1934–2018), protagonista della conservazione architettonica italiana, noto per la sua teoria del restauro orientata alla tutela dell’autenticità materialee al rispetto del “rudere” (il monumento nella sua realtà di rovina), in opposizione a interventi imitativi. Ingegnere e architetto fiorentino, docente universitario e direttore della rivista ANANKE, unì attività intellettuale a realizzazioni concrete. Pubblicò centinaia di contributi su storia dell’architettura e restauro, e firmato interventi divenuti casi di studio internazionali, come il Palazzo della Ragione di Milano e il Tempio-Duomo di Pozzuoli, considerati tòpoi del restauro mondiale. Il suo pensiero e la sua opera hanno lasciato un segno indelebile, fondato sull’idea che l’architettura “vive solo una volta” e vada preservata nella sua unicità storica, dialogando creativamente col nuovo invece di venir mummificata in false ricostruzioni.
Autenticità del documento e rifiuto del restauro mimetico.
Al centro della filosofia di Bardeschi vi è l’autenticità documentale. Ogni edificio storico è un documento materiale unico, portatore di tracce irriproducibili della sua storia. Il restauro deve garantire la permanenza fisica di ciò che il tempo ci ha consegnato, evitando alterazioni che ne diminuiscano la consistenza materica. «Conservare, non sottrarre materia alla fabbrica» era l’imperativo etico del restauratore. Eliminare parti esistenti, anche degradate, significa perdere una testimonianza insostituibile. Bardeschi insisteva che rimuovere le cause di degrado non equivale a cancellare i “segni del tempo”, che vanno accettati come parte della storia dell’edificio.
Questa visione nega il restauro mimetico. Bardeschi rifiutava ogni approccio che imitasse lo stile originario per “completare” lacune o reintegrare parti perdute. Un intervento – per rendere indistinguibile il nuovo dall’antico – era un tradimento della verità storica, un tentativo illusorio di “rimuovere l’accaduto” come se nulla fosse successo. Criticòle scuole di restauro tradizionali: dal restauro stilistico, che alimentava ricostruzioni arbitrarie, al filologico volto a “correggere il testo”, fino al critico brandeiano, accusato di voler rimuovere il diverso e ricomporre l’unità perduta. In opposizione a tali approcci, Bardeschi sosteneva la massima sincerità dell’intervento: il nuovo su un edificio storico deve dichiararsi apertamente, senza camuffarsi da antico. Non accettava “strade analogiche” né aggiunte in stile, perché qualsiasi integrazione arbitraria falsificherebbe il documento. Coerentemente, nei suoi progetti praticò la regola del “dov’era, ma non com’era”: ricostruire – se necessario – un elemento crollato nello stesso luogo, ma non nella forma identica, bensì con un contributo contemporaneo riconoscibile. Il restauro diventa conservazione dell’esistente, non imitazione: significa salvaguardare il corpo autentico dell’architettura (materie, tracce, stratificazioni) e non riprodurne un’effigie metaforica o idealizzata.

Attivismo culturale e rivista ANANKE
Fin dagli esordi, Bardeschi fu un militante della conservazione. La sua attività teorica si è espressa in un attivismo culturale. Emblema di questo impegno è la rivista ‘ANANKE, da lui fondata nel 1993 e diretta fino alla scomparsa. La rivista nasce come quadrimestrale sui temi del restauro e della conservazione, concepito come piattaforma di dibattito e denuncia contro gli abusi sul patrimonio. Il titolo richiama la dea greca Ananke (la Necessità) e allude, come spiega Bardeschi, al grido profetico di Victor Hugo – «guerra ai demolitori!» – in difesa dei monumenti. La rivista, edita inizialmente dal Dipartimento di Progettazione dell’Architettura del Politecnico di Milano, divenne un riferimento critico nel settore, grazie a un Comitato Scientifico internazionale e a una rete di corrispondenti regionali.
Bardeschi e i suoi collaboratori sostenevano su ANANKE “un’attenzione consapevole e cura verso il patrimonio costruito diffuso, sia antico sia recente, e per promuovere un progetto contemporaneo di qualità”. Questo estratto del manifesto riassume i due fronti dell’attivismo bardeschiano: da un lato la tutela del costruito di valore culturale (incluse le architetture “minori” o recenti), dall’altro la promozione di una progettualità responsabile, capace di integrarsi nei contesti storici senza prevaricarli. Le pagine di ANANKE affiancavano riletture critiche dei teorici della conservazione a interventi sull’attualità, fungendo da osservatorio sulle politiche del restauro. Bardeschi usava toni polemici, denunciando gli eccessi di ricostruzione post-sismica “in stile Disneyland” e l’emergere di falsi storici nei centri urbani turistici. La direzione di ANANKE l’ha trasformato in un laboratorio di idee e un baluardo etico: una piattaforma critica indipendente, fondamentale per formare una coscienza sul valore della conservazione.
L’impegno editoriale di Bardeschi non iniziò con ANANKE. Negli anni ’70 aveva co-diretto con Eugenio Battisti e Marcello Fagiolo la rivista PSICON, dedicata a iconologia e arti (1974-1977). Questo testimonia la sua curiosità intellettuale, spaziando dalla storia dell’architettura alla semiologia delle immagini. Tuttavia, è con ANANKE che la militanza culturale raggiunge il culmine, influenzando il dibattito italiano sul restauro dagli anni ’90. Dopo la sua morte, la rivista è passata sotto la direzione di un suo allievo, a conferma della volontà di continuare quella battaglia ideale nel nuovo millennio.
Due cantieri manifesto: Pozzuoli e Palazzo della Ragione.
Tra le opere seguite da Bardeschi, due spiccano come manifesti del suo metodo: il Tempio-Duomo di Pozzuoli e il Palazzo della Ragione di Milano. Questi progetti, a distanza di decenni, esemplificano i principi teorici bardeschiani, dal “rispetto del rudere” all’inserimento creativo di elementi contemporanei. Entrambe sono tra i casi più significativi del restauro architettonico internazionale.
Il Tempio-Duomo di Pozzuoli, cattedrale del Rione Terra, rappresenta la sfida di far convivere un tempio romano in rovina (il Capitolium di età augustea) con la sua trasformazione seicentesca in chiesa cristiana, dopo un incendio nel 1964. Bardeschi vi lavorò dal 2003 al 2018, guidando un team multidisciplinare sotto il motto “L’elogio del palinsesto”, per valorizzare tutte le stratificazioni storiche. Il progetto ha evitato qualsiasi ripristino selettivo, rifuggendo l’idea di riportare l’edificio a un ipotetico stato originario. Si è scelto di accostare e giustapporre le diverse “pagine” di storia: le colonne del tempio romano sono rimaste nella navata della chiesa barocca, le mura antiche in rovina sono state consolidate e lasciate a vista, e i vuoti delle lacune strutturali sono stati reintegrati non da copie in stile, ma da elementi architettonici contemporanei. Dove il muro perimetrale e il campanile barocco mancavano, il progetto ha inserito un nuovo volume moderno (contenente la casa canonica, gli uffici e una nuova torre) che colma il vuoto “dov’era” ma con forme e materiali “non com’erano”, senza mimare quello antico demolito. Questo intervento, rivestito da una “pelle” di laterizio dal disegno contemporaneo, ridisegna lo skyline del Rione Terra in modo riconoscibile ma rispettoso, instaurando un dialogo dialettico e non conflittuale con il monumento preesistente. All’interno, il percorso di visita valorizza i resti archeologici sotterranei, mantenendo visibili le tracce di tutte le epoche. Il risultato è stato definito come l’applicazione coerente della teoria bardeschiana della somma di due operazioni: conservare l’esistente + aggiungere il nuovo. In sintesi, il Tempio-Duomo restaurato si presenta oggi come un palinsesto architettonico vivente, in cui antico e moderno coesistono: un manifesto del credo di Bardeschi, che assegna pari dignità a ogni fase storica e inserisce nuove forme per garantire la fruizione e la vita futura del monumento.
Il Palazzo della Ragione di Milano (broletto comunale del XIII secolo) fu per Bardeschi un terreno per affermare i suoi principi. Tra il 1978 e il 1986, si discuteva se eliminare un sopraelevamento settecentesco del palazzo (aggiunto nel periodo asburgico) ritenuto “estraneo” allo stile gotico originale. Molti auspicavano un ripristino dell’aspetto medievale tramite la demolizione di questa aggiunta. Bardeschi si oppose a tale sottrazione: grazie al suo contributo, prevalse la scelta di mantenere tutte le stratificazioni storiche e risolvere i problemi statici con soluzioni moderne. Sioccupò del consolidamento strutturale e dell’adeguamento funzionale per trasformarlo in spazio espositivo, introducendo elementi nuovi dove serviva, ma senza mimetismi. L’esempio più discusso fu una nuova scala di sicurezza esterna in acciaio e vetro: un’aggiunta necessaria per le uscite, progettata in forma dichiaratamente moderna, rifiutando di camuffarla in stile gotico. Questa scelta suscitò critiche da parte di chi avrebbe preferito una scala “invisibile”, ma per Bardeschi fu un punto d’onore: nessun elemento nuovo doveva sembrare antico, per onestà verso il pubblico. La “scala di Bardeschi”, riconoscibile nella facciata, è diventata il simbolo della “difesa della polifonia” del monumento – come titolò un critico – della convivenza di più epoche e interventi senza ridurli a un coro monocorde. Ilrestauro consolidò la struttura senza cancellarne la complessità storica, in linea con il principio di Bardeschi: «Restauro = progetto di conservazione dell’esistente (valore complessivo) + progetto del nuovo (valore aggiuntivo)». Questa definizione riassume l’approccio a Milano: la conservazione integrale della materia originale come “valore complessivo” e l’innesto misurato di un progetto contemporaneo come “valore aggiunto” per l’uso odierno. Oggi quel palazzo, con la sua scala moderna, testimonia la lezione di Bardeschi: un restauro può (e deve) far convivere continuità storica e innovazione architettonica, senza inganni mimetici.

Docente e teorico: l’eredità accademica e culturale
Marco Dezzi Bardeschi ha avuto un’importante carriera accademica, formando generazioni di architetti e restauratori, e una carriera professionale. Dopo un inizio alla Soprintendenza di Arezzo negli anni ’60, passò all’insegnamento universitario: prima a Firenze, nell’istituto diretto dal suo mentore Piero Sanpaolesi, e poi dal 1976 al Politecnico di Milano come professore ordinario di Restauro. Al Politecnico fondò nel 1980 il Dipartimento di Conservazione delle Risorse Architettoniche e Ambientali e coordinò il primo Dottorato di ricerca. Grazie a lui, si istituzionalizzò un percorso formativo sulla conservazione, basato su un approccio metodologico rinnovato. Convinto di “ritornare alla fabbrica e alla sua fisicità”, Bardeschi impostò la didattica del restauro su solide basi tecniche (studio dei materiali, strutture, degrado) e consapevolezza storica. Si ispirò alle ricerche della Nouvelle Histoire francese e alla visione del monumento come palinsesto di valori, portando nei corsi un approccio scientifico ma aperto alle interpretazioni culturali. I suoi corsi al Politecnico erano affollatissimi e coinvolgenti: gli studenti erano affascinati dalla sua energia e dalla passione con cui trasmetteva sia le nozioni tecniche sia l’amore per il patrimonio.
Bardeschi, teorico, ha scritto testi che hanno influenzato il dibattito sul restauro. Il suo libro “Restauro: punto e da capo” (Franco Angeli, 1991) divenne un riferimento, proponendo un “azzeramento” delle convenzioni e una ripartenza dai fondamenti etici. In esso e in altri saggi ribadisce i concetti cardine: autenticità, conservazione integrale, anti-storicismo (rifiuto di riportare un edificio a uno stile passato ignorando le aggiunte) e necessità del progetto contemporaneo. Celebre è la sua formula del restauro come somma di conservazione + innovazione, che sintetizza il superamento della dicotomia tra “restauratori” e “progettisti”: secondo Bardeschi, il buon restauratore è anche un progettista, perché deve saper progettare interventi nuovi calibrati sul contesto storico. In parallelo, un buon progettista di architettura non può ignorare la cultura della conservazione. Questa visione “ibrida” ha contribuito a far dialogare discipline un tempo separate, e ha formato professionisti completi.
L’eredità accademica di Bardeschi si misura attraverso i suoi allievi. In oltre quarant’anni di insegnamento, ha ispirato studenti in posizioni di rilievo nel restauro e nella tutela. Molti hanno collaborato con lui su ANANKE o nei suoi cantieri e ne hanno assorbito l’approccio critico. Esiste una “scuola di Bardeschi”, non formalizzata ma riconoscibile nei metodi e nella sensibilità di restauratori formati al Politecnico di Milano e altrove. Attraverso i suoi scritti diffusi anche fuori dall’Italia (ha tenuto conferenze in Europa e America, ed era visiting professor in Brasile), le idee hanno avuto risonanza internazionale, contribuendo al dialogo globale sulla conservazione del patrimonio. La sua eredità culturale risiede nell’aver rinnovato la cultura del restauro italiana negli ultimi decenni del ’900, spingendola “sulla strada della conservazione” più rigorosa e facendo evolvere il restauro critico di Brandi verso posizioni più rispettose della materia storica. La sua influenza è rintracciabile nell’opera di altri teorici coevi: Giovanni Carbonara, esponente del restauro critico, negli anni ’80 accentuò l’enfasi conservativa in risposta al dibattito innescato da Bardeschi.
Marco Dezzi Bardeschi ha trasmesso una lezione di metodo e valori che formano nuove generazioni. L’“operosa vita” di questo maestro prosegue negli allievi di tre generazioni e di molti paesi, “incantati dalla sua cultura, vitalità ed entusiasmo”. La sua eredità è nelle opere e in un modo di pensare il restauro che coniuga rigore scientifico, sensibilità storica e creatività progettuale.

Architettura contemporanea e inserimento del nuovo nell’antico
Un tema centrale del pensiero di Bardeschi è il rapporto tra architettura contemporanea e costruito storico. Sosteneva che il nuovo dovesse affiancarsi all’antico in modo complementare, non mimetico. La sua posizione può sembrare paradossale: era insieme conservatore estremo e innovatore audace. Era conservatore perché propugnava il rispetto delle preesistenze; era innovatore perché rivendicava al progetto contemporaneo un ruolo fondamentale nei contesti storici. Per Bardeschi queste due istanze non erano in conflitto ma parte di un unico processo virtuoso di trasformazione consapevole.
Egli definiva il restauro come un progetto duplice: conservazione + nuovo. Ogni intervento sul patrimonio deve proteggere e conservare l’esistente, e introdurre elementi nuovi per la fruizione e la “rivitalizzazione” nel presente. Senza un uso attuale, i monumenti moriranno. Tuttavia, ogni nuovo inserimento deve essere di alta qualità architettonica e rispettoso del contesto. Bardeschi parlava di “nuovi livelli di scrittura” aggiunti al testo architettonico preesistente. Il termine “scrittura”suggerisce che l’architetto contemporaneo deve redigere un nuovo “capitolo” del libro dell’edificio, dialogando con quelli precedenti. Non deve né copiare servilmente lo stile passato (sarebbe pastiche) né ignorare il luogo imponendo un progetto avulso; deve stabilire una contrapposizione armonica, una risposta creativaalle istanze formali e materiche dell’antico. In sintesi, Bardeschi afferma che «la contrapposizione e riscrittura complessiva dei valori spaziali è l’unica soluzione ammissibile quando il nuovo si affianca all’antico». Questa fraseindica che il progettista deve riscrivere gli spazi storici con il proprio linguaggio, accettando la contrapposizione di vecchio e nuovo come opportunità espressiva. Solo così, secondo Bardeschi, si evita la museificazione e si tiene vivo un monumento.
Le sue opere exemplificano questo approccio. Nel Duomo di Pozzuoli, l’architettura contemporanea (scale, passerelle, coperture vetrate, nuova torre) si inserisce tra i ruderi romani e barocchi senza confondersi, esaltandoli per contrasto. La scala moderna al Palazzo della Ragione di Milano evidenzia la facciata medievale, invece di falsificarla. Bardeschi amava ricordare la massima della Secessione viennese “A ogni secolo la sua arte”, per sottolineare che ogni epoca deve esprimersi con il proprio linguaggio, anche su preesistenze. Per lui il nuovo nell’antico non era un “male necessario” bensì un valore aggiunto. Un edificio storico, arricchito da un intervento contemporaneo ben calibrato, può aumentare il suo significato, diventando testimonianza di un dialogo tra epoche. In ANANKE la rivista esaminò progetti di restauro architettonico e il “rapporto tra nuovi progetti di architettura e cultura della conservazione”. Questa prospettiva contribuì a sdoganare l’idea di fare buona architettura moderna nel tessuto storico, senza danneggiare la memoria dei luoghi. Al contrario, come Bardeschi dimostrò, un progetto nuovo ben concepito può valorizzare il monumento, purché rimanga distinguibile e reversibile (rimuovibile in futuro senza distruggere l’antico) e non elimini nulla dell’originale.
Per Bardeschi, antico e contemporaneo non sono antitetici ma devono convivere in una “polifonia” architettonica. Rigettava l’idea di congelare le città storiche in teche museali e quella di sacrificare il passato al nuovo. La terza viaconsiste nel far interagire creativamente l’eredità storica, affinché l’intervento diventi un atto di continuità evolutiva: il monumento continua a vivere, arricchito di una nuova stratificazione che non cancella le precedenti. Questo approccio, oggi diffuso, era pionieristico quando Bardeschi iniziò a promuoverlo, e lo portò a scontrarsi con esperti più tradizionalisti o “integralisti”. Ma col tempo si è affermato come un modello virtuoso di intervento sul costruito storico.
Il valore del vuoto, dell’errore e dell’incompiuto
Un aspetto originale della sensibilità di Bardeschi è l’attenzione al vuoto, all’errore e all’incompiuto come elementi di valore nel restauro. Mentre un approccio convenzionale tenderebbe a “correggere” o riempire queste mancanze, Bardeschi insegnava a leggerle e valorizzarle nella storia dell’edificio.
Il termine “vuoto” si riferisce allo spazio lasciato da parti crollate o demolite, e ai vuoti di documentazione e discontinuità formali. Bardeschi considerava i vuoti fisici (lacune in una muratura o brani mancanti di un manufatto) non come problemi da eliminare, ma come testimonianze. Il “vuoto” racconta un’assenza, un evento (crollo, distruzione) nella biografia del monumento. Riempirlo arbitrariamente significherebbe cancellare quella traccia e produrre un falso. Meglio lasciare visibile il vuoto – stabilizzato e sicuro – oppure integrarlo con elementi moderni discreti (una struttura in vetro) che evidenzino la differenza. Un esempio è la mancata ricostruzione della porzione crollata del Duomo di Pozzuoli: invece di rifarla com’era, Bardeschi ha mantenuto un’apertura verso l’esterno, un atrio a cielo aperto che rivela lo stato di rovina e funge da spazio d’ingresso. Il vuoto diventa parte integrante del progetto di restauro, non azzerato ma reinterpretato.
Con “errore” si intendono le parti di un edificio giudicate “sbagliate” rispetto all’originale: aggiunte disarmoniche, manomissioni, interventi maldestri. Molti restauratori tenderebbero a eliminare tali interventi storicamente stratificati,considerandoli impurità. Tuttavia, Bardeschi professava la non selezione superficiale: anche ciò che appare un “errore” può avere valore di testimonianza. La sua regola era di non rimuovere nulla a priori, a meno di un pericolo grave o un disturbo funzionale insormontabile. Se in epoca ottocentesca un edificio medievale era stato alterato, quell’alterazione fa parte della storia di quell’architettura e va documentata e preservata, oppure reinterpretata, ma non cancellata. Bardeschi militò contro la “superficiale selezione” delle tracce da conservare: nel restauro non bisogna agire con pregiudizio estetico o ideologico, tenendo solo ciò che piace (magari perché medievale “autentico”) e rimuovendo il resto. Al contrario, ogni epoca e stratificazione meritano rispetto, in linea col pensiero di Alois Riegl sul valore storico di tutte le fasi di un monumento. Gli esiti di vecchi restauri errati venivano accettati come parte della biografia dell’opera, preferendo aggiungere correzioni discrete piuttosto che far finta che non fossero mai avvenuti. In questo Bardeschi si allontanava da certa ortodossia purista per abbracciare una visione inclusiva della storia edilizia. Il suo restauro della Biblioteca Classense di Ravenna, tra 1979 e 1988, mise in luce tutte le trasformazioni subite dal complesso senza cancellarne nessuna, documentandole a fondo con ricerche d’archivio. Ogni “errore” del passato fu storicizzato e reso comprensibile, non rimosso.
Bardeschi apprezzava il fascino dell’incompiuto in architettura. Opere a metà e progetti interrotti sono luoghi suggestivi. Non tradire l’incompiutezza con finzioni postume. Se un edificio storico è incompleto, il restauro non deve mascherarne tale stato “completandolo” arbitrariamente, ma integrarlo in modi non invasivi o evidenziare la poeticadell’interruzione. Un pensiero affine in alcuni colleghi come Carlo Scarpa, ma Bardeschi lo teorizzò nella pratica del restauro architettonico. Nel Palazzo della Ragione, il piano aggiunto nel Settecento – frutto di una trasformazione incompiuta rispetto all’assetto medievale – venne mantenuto e consolidato, accettando il palazzo nella sua forma storicamente “ibrida” e incompleta.
In conclusione, Bardeschi attribuiva dignità estetica e conoscitiva al vuoto, all’errore e all’incompiuto, visti non come negatività da eliminare ma come parte del racconto del monumento. Questa attitudine si ricollega alla sua etica della verità: meglio un muro sbrecciato che racconta una guerra o un crollo, che un muro finto antico rifatto; meglio una facciata asimmetrica per via di aggiunte posteriori, che una simmetria ricreata a tavolino togliendo quelle aggiunte. Ogni lacuna e irregolarità sono preziose perché autentiche. E laddove si decide di intervenire, lo si faccia aggiungendo – come diceva – “una scrittura di qualità tra le righe”, cioè un intervento leggero e contemporaneo, che valorizzi il contesto esistente senza negarne le peculiarità. Questo approccio ha insegnato a guardare ai monumenti storici con occhi nuovi, cogliendone le “imperfezioni” come fonte di significato e non di disturbo.
Restauro come atto politico e critica sociale
Marco Dezzi Bardeschi considerava il restauro non solo una pratica tecnica, ma anche un atto politico e un gesto critico verso la società contemporanea. Con le sue scelte progettuali e battaglie culturali, intendeva lanciare messaggisul rapporto tra comunità e patrimonio, tra memoria e modernità.
Il suo impegno per la salvaguardia dei beni culturali aveva una valenza etico-politica: opporsi alla speculazione edilizia e consumo rapido del territorio. Negli anni del boom economico e della “società dell’immagine”, Bardeschi fu una voce critica contro il sacrificio di pezzi di città storica o il loro “abbellimento” superficiale per il turismo. La sua parola d’ordine – “guerra ai demolitori” ripresa da Victor Hugo – lo pone in continuità con la tradizione degliintellettuali che vedevano nella tutela del patrimonio un atto di civiltà e resistenza al profitto. Da Accademico e presidente di ICOMOS Italia (2002-2007) intervenne in dibattiti pubblici, scrivendo articoli per denunciare demolizioni insensate o progetti di “ripristino” falsificanti. Si schierò contro la ricostruzione pedissequa della copertura crollata del Duomo di Noto, definendola un “effetto mummia” che nega la ferita storica. Lodò scelte come quella (caldeggiata dallo stesso Sgarbi) di non ricostruire artificialmente i Buddha di Bamiyan fatti saltare dai talebani, lasciando i vuoti come monito. Questo per Bardeschi è il restauro come atto critico: schierarsi per la verità storica contro le mistificazioni consolatorie. C’è una chiara dimensione politica: difendere l’identità collettiva rappresentata dai monumenti, anche quando essa è scomoda o triste, piuttosto che edulcorarla per consumo pubblico.
Bardeschi vedeva nel restauro un modo per servire la società, restituendo ai cittadini luoghi della memoria e spazi vivi. Ogni cantiere era concepito per conservare e rilanciare una funzione sociale: una cattedrale riaperta al culto (Pozzuoli), un palazzo storico come sede espositiva (Milano), una biblioteca rinnovata (Ravenna), per ridare significato e utilità pubblica all’architettura storica. Il restauro diventa un atto “politico” perché riguarda la polis, la comunità civile, e ibeni comuni. Bardeschi amava dire che non esistono beni culturali “minori”: ogni testimonianza materiale di civiltà ha diritto a esistere e tramandarsi. Questo principio lo portò a difendere non solo chiese e palazzi illustri, ma anche architetture del Novecento minacciate perchè ritenute brutte o fuori moda, come quelle del Movimento Moderno o del razionalismo. Negli anni in cui molti ne chiedevano la demolizione o la pesante alterazione, Bardeschi le difese come parte integrante del patrimonio culturale. Era dunque un atteggiamento inclusivo e democratico verso il patrimonio, quasi “politico” nel senso di affermare un diritto alla memoria per tutte le fasce temporali, senza élitismi.
Nei suoi scritti contro la commercializzazione della storia, la critica alla società contemporanea è esplicita.Denunciava la trasformazione dei centri storici in scenografie consumistiche, tra outlet e centri commerciali mascherati da vecchi borghi. Nei suoi articoli, parole come “presepi per turisti” o “Bella Italia di cartapesta” indicano la degenerazione di una politica culturale che svendeva l’autenticità per un facile richiamo. Per Bardeschi, è una forma di resistenza culturale: restaurare responsabilmente significa rifiutare la logica dell’apparenza e del consumo rapido, a favore di una cura lenta e sostanziale. È un gesto “contro-corrente” rispetto a una contemporaneità votata al nuovo a tutti i costi o al falso antico di facciata. Non temeva di sembrare impopolare, consapevole che il patrimonio appartiene alla collettività e il suo tradimento è un danno sociale. I suoi editoriali post-terremoto (dopo il sisma in Emilia del 2012) invitavano a riflettere sul rischio di ricostruzioni affrettate che cancellano la memoria del disastro in nome di una normalità di facciata. Meglio conservare crepe e macerie come monito (almeno in parte), che rifare tutto come se nulla fosse: una posizione controcorrente ma eticamente forte.
In conclusione, per Bardeschi il restauro è anche politica culturale. Ogni scelta – conservare vs demolire, nuovo vs mimetizzarlo, musealizzare vs riutilizzare – trasmette un’idea di società e rapporto col passato. La sua idea era chiara: una società matura e colta rispetta le testimonianze materiali (anche scomode o poco “belle”), non riscrive il passato e integra creativamente il presente con la storia. Questo messaggio, veicolato con passione da Bardeschi, rende il suo insegnamento qualcosa che trascende l’architettura e parla di civiltà.
Disegno e grafica nel restauro
Un tratto distintivo dell’approccio di Bardeschi è l’enfasi sul disegno e la rappresentazione grafica nel restauro. Egli considerava il rilievo dell’architettura – il disegno accurato dello stato di fatto di un edificio – un passo imprescindibile per coglierne i valori e guidare l’intervento. “Disegnare per capire” riassume il concetto: attraverso il disegno, l’architetto-restauratore entra in sintonia con l’opera, scopre dettagli, proporzioni nascoste, tracce stratificate nel tempo. Con formazione pratica di cantiere, Bardeschi incoraggiava studenti e collaboratori a studiare graficamente il monumento prima di qualsiasi progetto, producendo mappe del degrado, delle epoche costruttive, sezioni e prospetti che evidenziassero aggiunte e mancanze. Questi documentano visivamente lo “stato di salute” e la storia costruttiva di un edificio, evidenziando i valori da tutelare. Nei suoi progetti, Bardeschi preparava tavole con codici colore per distinguere le parti antiche dalle integrazioni nuove, assicurando leggibilità all’intervento anche a posteriori. Questo riflette la sua filosofia della trasparenza: niente interventi nascosti, tutto tracciabile. La rappresentazione grafica è lo strumento chiave per raggiungere questa trasparenza, sia in fase progettuale sia come documentazione finale.
Un caso emblematico fu la ricostruzione grafica e fotografica delle fasi storiche del Tempio-Duomo di Pozzuoli. Il team di Bardeschi realizzò disegni del tempio romano, del duomo barocco, dello stato post-incendio, per illustrare il nuovo progetto. Queste tavole, oltre a costituire un archivio prezioso, furono esposte al pubblico per far comprendere le scelte: disegno e comunicazione vanno di pari passo. Bardeschi attribuiva al disegno un ruolo di mediazione verso il pubblico: un lavoro ben fatto può spiegare ai non addetti ai lavori cose complesse, come la stratificazione di un monumento o l’impatto di un progetto di restauro. Era anche divulgatore: sotto la sua direzione ANANKE pubblicava rilievi e disegni dettagliati di architetture, affinché la comunità scientifica avesse dati accurati e la comprensione fosse diffusa.
Bardeschi, appassionato di storia dell’arte, conosceva il potere del disegno come atto creativo. Schizzava molto: celebri i suoi lavori per progetti visionari e ironici come Necropoli (una rivista sperimentale) o per allestimenti museali. Nel restauro, incoraggiava a usare il disegno non solo come rilievo misurato ma anche come strumento interpretativo: attraverso prospettive e collage grafici si possono immaginare soluzioni, valutare visivamente l’effetto di un’aggiunta contemporanea tra ruderi, ecc. Un disegno può far emergere l’“immagine” dell’architetto da confrontare con la realtà.Così, il progetto di restauro prende forma su carta, rispettando i vincoli ma aggiungendo il tocco creativo. Bardeschi sottolineava come l’immagine graficadi un’idea progettuale serva a ordinarne gli elementi e verificarne la coerenza con i valori del monumento. In altre parole, disegnare è già restaurare in potenza, perché implica una comprensione profonda e una proposta di dialogo tra nuovo e antico.
Per Bardeschi, la rappresentazione grafica era la documentazione finale dell’intervento. Era attento a lasciare traccia di ciò che veniva fatto: ogni restauro diretto da lui è stato seguito da pubblicazioni monografiche con piante, sezioni, dettagli costruttivi, schemi prima/dopo. Questa meticolosità rispondeva a un’etica della condivisione del sapere: il restauro non doveva essere un processo opaco confinato nel cantiere, ma un’esperienza conoscitiva per la comunità scientifica. Alla fine dei lavori al Palazzo della Ragione, venne prodotto un dossier con i rilievi delle strutture e la descrizione grafica delle tecniche innovative per consolidare senza rimuovere la sopraelevazione storica. Il cantiere di Pozzuoli generò studi approfonditi, confluiti in volumi illustrati che oggi costituiscono un manuale su come intervenire su un sito archeologico riusandolo come edificio vivo.
Marco Dezzi Bardeschi ha attribuito al disegno tecnico e artistico nel restauro un ruolo di conoscenza, ideazione e comunicazione. Integrava arte e scienza: il rilievo rigoroso forniva la base scientifica, il disegno progettuale aggiungeva la visione artistica, e insieme concorrevano a un intervento rispettoso. Questa importanza dellarappresentazione grafica ha elevato gli standard del restauro, imponendo un alto livello di documentazione (oggi richiesto da molte Sovrintendenze) e formando architetti con capacità di lettura visiva del patrimonio. In un’epoca in cui la tecnologia digitale offre nuovi mezzi (scansioni 3D, modellazioni), il principio bardeschiano resta attuale: qualunque sia lo strumento, comprendere e restituire per immagini i valori di un edificio è essenziale per salvaguardarlo.

L’attualità della lezione di Bardeschi in un’epoca di crisi del patrimonio.
Oggi le idee e l’opera di Marco Dezzi Bardeschi sono attuali, considerando la “crisi del patrimonio” attuale. Questaespressione indica il rischio di beni culturali (per incuria, calamità, cambiamenti climatici, guerre) e la crisi di valori e risorse per tutelarli. La lezione di Bardeschi offre spunti preziosi e pertinenti.
Di fronte allo spopolamento di borghi storici e al degrado di edifici, il messaggio del “conservare tutto il possibile” è un forte antidoto. Bardeschi ci insegna che ogni frammento del nostro passato merita attenzione: non esistono monumenti minori o sacrificabili, perché la perdita di ciascuno impoverisce irreversibilmente la memoria collettiva. In un’epoca di risorse scarse e tentazioni di concentrarle sui beni “famosi”, la visione inclusiva di Bardeschi ricorda l’importanza di una tutela diffusa, dal manufatto rurale alla cattedrale. La sua battaglia contro le “superficiali selezioni” è un monito: occorre evitare di scegliere cosa salvare in base a criteri effimeri. Serve trovare nuovi modi di riuso e valorizzazione per il patrimonio, come lui fece reintroducendo funzioni (culturali, religiose, espositive) nei monumenti restaurati. La sua idea di restauro come progetto di riattivazionesociale è cruciale oggi: molti centri storici possono rinascere solo se gli si restituisce un ruolo attuale, senza snaturarli. L’approccio di Bardeschi fornisce una guida metodologica per conciliare queste esigenze.
In tempi di distruzioni causate da terremoti o disastri, si ripropone il dilemma tra ricostruire com’era o conservare ciò che resta. Pensiamo ai crolli di monumenti (L’Aquila 2009, Centro Italia 2016) o atti di guerra (Palmira in Siria, chiese ucraine bombardate). Se presente, la voce di Bardeschi sarebbe per l’autenticità dolorosa ma onesta: ricostruire dove possibile, ma non falsificare le parti irrimediabilmente perdute. La sua critica all’“effetto mummia” delle ricostruzioni identiche andrebbe riletta da chi oggi rifarebbe tutto senza traccia del trauma. Ogni caso è diverso e la sensibilità collettiva conta, ma il principio bardeschiano è un utile contrappeso all’entusiasmo per le ricostruzioni. Ciinviterebbe a riflettere sul senso della perdita: mantenere un rudere consolidato in un centro urbano terremotato, integrandolo in un nuovo contesto, può avere più forza storica ed educativa che riprodurre ex novo una finta antichità. E sicuramente ribadirebbe: se si ricostruisce (per necessità funzionale, ad esempio una chiesa per restituire un luogo di culto), lo si faccia in modo dichiarato, magari con forme contemporanee che onorino la memoria senza simulare l’originale. Questo dibattito è vivo e la lezione di Bardeschi è una voce da ascoltare per evitare scelte affrettate.
Un altro aspetto della “crisi del patrimonio” è la sua commercializzazione e spettacolarizzazione. Oggi molte città d’arte affrontano un sovraccarico turistico che spinge a teatralizzare i centri storici, rischiando di perdere autenticità. Bardeschi aveva già denunciato questa deriva: “Basta con i falsi centri storici come improbabili presepi per turisti da shopping”, scriveva. In un’epoca in cui le ricostruzioni storiche diventano attrazioni (progetti di rebuild integrali di antichi quartieri, o scenografie urbane costruite ex novo), la sua posizione richiama l’etica della verità: un centro deve mostrare le proprie ferite e rughe, non diventare un parco a tema. Questo è un messaggio attualissimo verso amministratori e progettisti: non svendere l’anima dei luoghi per un consenso immediato. Puntare sulla qualità – nella conservazione e nelle nuove architetture – renderà i nostri centri vivi e preziosi. Bardeschi era convinto che l’autenticità paghi nel lungo periodo: l’Italia, diceva, non dev’essere un Paese dei Balocchi immateriale, ma un luogo dove la storia vera possa essere percepita e non mascherata. Di fronte alle sfide odierne (gestione di siti UNESCO eturismo di massa), questo consiglio strategico risuona con forza.
In conclusione, la “lezione” di Marco Dezzi Bardeschi – rigore, amore per l’autentico, apertura al nuovo di qualità e impegno civile – è attuale in questa crisi del patrimonio. Ci fornisce criteri solidi e lungimiranti per affrontare i problemi odierni: salvare beni con meno risorse, ricucire i rapporti tra cittadini e memoria storica, reagire agli shock senza tradirne lo spirito. La sua eredità invita a operare con coraggio e coscienza critica, evitando l’abbandono e il falso storicismo. Possiamo dire che Bardeschi continua a “vivere” nelle idee di chi oggi si batte per un restauro colto e onesto: la fiducia “nella continuità delle sue idee e delle sue opere” è alimentata dalla consapevolezza che solo attraverso quella continuità il nostro patrimonio potrà vivere nel futuro.
Ogni monumento è un palinsesto di segni e tempi. Il restauro deve leggerlo, non riscriverlo.
Marco Dezzi Bardeschi ci ha lasciato un patrimonio di idee e opere. In un tempo minacciato da abbandono, disastri e semplificazioni, il suo pensiero ci ricorda che il restauro non è riparazione o imitazione: è conoscenza, rispetto e progetto consapevole. La materia antica è unica, e ogni intervento è una nuova scrittura che deve dichiararsi senza ambiguità. Difendere l’autenticità, rifiutare i falsi storici, valorizzare il vuoto e l’errore: sono le sfide che ci ha lasciato.Io sono Vincenzo Biancamano, e questo è Il Restauro Architettonico. Approfondimenti, fonti e materiali sono sul blog e sul nostro canale YouTube. Ci sentiamo presto, con un nuovo episodio.
Fonti: rivista ANANKE (Altralinea Edizioni) – articolo di A. Pane su Docomomo Italia; Il Giornale dell’Architettura; contributi di R. Dalla Negra (Paesaggio Urbano, 2018); note di progetto di M. Dezzi Bardeschi (Themaprogetto); scritti originali di M. Dezzi Bardeschi (Corriere della Sera – La Lettura, 2012); schede storiche (Lombardia Beni Culturali) e Wikipedia (edizioni italiana e spagnola).
📖 Bibliografia essenziale – Marco Dezzi Bardeschi
Dezzi Bardeschi, M. (1991). Restauro: punto e da capo. Milano: FrancoAngeli.
Dezzi Bardeschi, M. (2001). La fabbrica dell’antico. Progetti per il passato. Milano: FrancoAngeli.
Dezzi Bardeschi, M. (2005). Restauro e progetto. Il valore dell’autenticità. Milano: FrancoAngeli.
Dezzi Bardeschi, M. (a cura di). (2003). Restauro oggi. Ananke 1993–2003. Dieci anni di dibattito. Firenze: Alinea Editrice.
AA.VV. (dal 1993). ANANKE – Quadrimestrale di cultura, storia e tecniche della conservazione per il progetto. Firenze: Altralinea Edizioni. [Rivista diretta da Marco Dezzi Bardeschi fino al 2018].
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