Rinascita dalle rovine : Il restauro dell’abbazia di San Galgano

Rinascita delle rovine : Il restauro dell'abbazia di San Galgano Il Restauro Architettonico

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Benvenuti in un nuovo episodio del podcast “Il Restauro Architettonico”. Sono Vincenzo Biancamano e oggi parleremo dell’Abbazia di San Galgano a Chiusdino in provincia di Siena e del suo famoso restauro. Iniziamo con una descrizione dello stato di conservazione:

“L’ultimo arco del transetto, un grande arco ogivale, apparentemente piegato dal vento come uno stelo, collassò di notte qualche anno fa. Nemmeno questa rovina riuscì a suscitare l’interesse di chi aveva la responsabilità, in qualità di proprietario, di preservare i resti del maestoso tempio che la cupidigia e l’ignoranza umana, insieme all’azione subdola del tempo, avevano condannato alla distruzione. Il processo di smantellamento continuò con precisione, quasi come se fosse il risultato di un piano preordinato: l’edera persistente aprì la strada all’acqua, che infiltrandosi indebolì le malte e, durante il gelo, fece leva tra i blocchi; le radici dei fichi, con la loro forza straordinaria, sollevarono e spezzarono tratti di muro massicci come le pareti di una fortezza; il vento penetrò fischiando nelle fessure, spostando qua un mattone, là un detrito, minando sempre più la stabilità di parapetti, pilastri e cornici, finché un colpo più deciso, privando il punto di appoggio essenziale, ne causò il crollo”.

Gino Chierici, dal testo Il consolidamento degli avanzi del tempio di San Galgano, in «Bollettino d’arte», settembre 1924 osservò che la struttura dell’abbazia di S. Galgano presentava le seguenti condizioni mentre la Soprintendenza ai Monumenti di Siena stava studiando un progetto per consolidarne i resti:

Solo pochi frammenti di tegole tra i detriti, nessuna copertura. I materiali erano stati rimossi dalle volte e dagli archi della navata centrale, delle navate laterali (tranne l’ultima campata), dell’abside e del transetto, che erano distrutti. La volta dell’ultima cappella a sinistra del coro è crollata completamente. I muri esterni del corpo principale erano demoliti fino all’altezza dei capitelli dei pilastri. Quelli della navata centrale e del transetto erano abbassati al livello delle chiavi degli archi delle finestre. I contrafforti lungo i muri esterni della navata centrale pendevano pericolosamente, sospesi per il crollo delle arcate trasversali, sembrando incapaci di mantenere un equilibrio precario e minacciando di trascinare con sé le murature danneggiate.

Gli oculi del coro e delle due campate della nave maggiore vicine al transetto non erano presenti, né la ruota che l’Enlart ritiene decorasse il grande finestrone circolare del coro. I resti dei trafori di alcuni oculi e della finestra circolare nel transetto rischiavano il crollo, mentre nelle bifore della nave principale rimanevano tracce della decorazione delle lunette. Non c’erano tracce degli altari, tranne i residui delle fondazioni. Del pavimento rimanevano solo poche mezze tegole presso le basi dei pilastri. Si trovavano rosoni di travertino sparsi che adornavano le volte e resti dei colonnati ogivali che costituivano la struttura delle volte.

Due osservazioni rassicuranti emersero in mezzo a questa vasta rovina, confortando sull’efficacia delle misure per conservare i resti dell’abbazia: la stabilità dei pilastri e degli archi dei passaggi, e la solidità delle fondazioni. Nel 1916 furono effettuati interventi di conservazione e puntellamento di alcune sezioni del muro, insufficienti data l’entità del danno. L’abbazia, tra le istituzioni toscane più ricche e influenti, non ha senso tracciare la sua storia. L’Enlart e il Canestrelli hanno discusso approfonditamente; quest’ultimo, nel suo erudito studio, offre una valida bibliografia, citando e riproducendo numerosi documenti.

La costruzione dei monasteri iniziò nel 1224; entro il 1262 erano già abitati e si stava costruendo il tempio, consacrato nel 1288. Non si conoscono i costruttori dell’abbazia, ma spesso erano monaci architetti che seguivano le regole del loro ordine. L’affinità con le abbazie di Fossanova e Casamari, le prime dei Cistercensi in Italia; la guida di un monaco francese, Buono, tra i primi Cistercensi sul monte Siepi, e poi nella pianura più adatta a un grande complesso; e l’influenza borgognona nella pianta, struttura e ornamenti, attestano l’origine cistercense degli architetti di S. Galgano.

Tuttavia, è certo che presto, nella nuova costruzione, le forme elaborate dall’architettura francese, sviluppando i principi della tradizione lombarda, persero la loro rigidezza e assorbirono lo spirito senese, indipendentemente se gli artisti locali si siano riavvicinati alle tradizioni dell’arte italiana o se i monaci architetti di altre regioni siano stati influenzati localmente. La decadenza dell’abbazia iniziò nella seconda metà del XV secolo. Papa Giulio II la affidò in commenda al cardinale Sanseverino nel 1503. Da lui passò al cardinale Basso della Rovere, poi al cardinale Britto e ad altri. Questi commendatari, con poche eccezioni, miravano a massimizzare i profitti del monastero e ridurre al minimo le spese, specialmente quelle per la manutenzione degli edifici. Monsignor Giovanni Andrea Vitelliche, commendatario dal 1538 al 1576, arrivò a vendere il piombo della cupola della chiesa.

Nel 1723, l’architetto Alessandro Galilei dichiarò che la chiesa sarebbe andata presto in rovina senza un restauro tempestivo del tetto. Era stato incaricato dal commendatario Monsignor Feroni di valutare le condizioni del tempio e del monastero, cosi scrisse:

“Sarebbe veramente deplorevole lasciare che uno dei templi più belli e magnifici della Toscana perisse”.

Tuttavia, la relazione dettagliata di Galilei e le esortazioni non furono sufficienti a salvare l’abbazia di S. Galgano. Nel 1786, il campanile crollò, dando al marchese Francesco Feroni, nipote del cardinale, motivo per proporre al Granduca di Toscana di demolire il convento. Si offrì di costruire una canonica presso la vicina cappella di Monte Siepi, a condizione di poter utilizzare i materiali dalla demolizione della chiesa e del convento. La richiesta fu accettata. Le antiche pietre di S. Galgano opposero una resistenza notevole a questo atto di vandalismo, rendendo la distruzione degli edifici troppo lunga e costosa, e quindi fu rinviata a tempi successivi.

Nel restauro architettonico, c’è un dibattito tra il ripristino audace e il consolidamento minimale, nonostante risultati significativi. La verità non è intermedia. Ogni restauro è un problema unico che richiede un’attenta valutazione con spirito storico, anziché artistico o tecnico.

La chiesa di S. Galgano si presenta come un monumento di grandiosa e suggestiva bellezza. L’edera si attacca alle mura grigie, dorate e rosse; le pareti spezzate conferiscono un aspetto unico; i grandi finestroni vuoti sono immaginati con colonne marmoree e vetri istoriati; il prato verde cambia tonalità ad ogni ora e al soffio del vento; e il cielo azzurro luminoso sulle navate; il silenzio dei campi circostanti: tutti questi elementi contribuiscono a rendere più solenne e mistico questo tempio abbandonato e sconsacrato.

Alcuni hanno proposto il restauro del tempio. Tuttavia, si è opposto a qualsiasi ripristino artistico, sostenendo che comprometterebbe l’autenticità di ciò che è rimasto, sostituendo l’ammirazione con la diffidenza. Ovvero la rifinitura degli archi e delle volte, la ricostruzione del tetto, l’intonacatura delle pareti, la sostituzione dell’erba con mezzane arrotolate, il completamento delle finestre copiando le bifore del Duomo di Siena.

Il principio guida nel progetto è stato chiaro: consolidare il monumento senza alterarne l’aspetto. Gli studi completati hanno ottenuto l’approvazione del Direttore Generale per le Antichità e Belle Arti, che ha fornito un finanziamento per l’avvio dei lavori.

Il puntellamento dei contrafforti lungo il muro sud della navata centrale è iniziato per affrontare lo strapiombo preoccupante. Successivamente, la volta che copre l’ultima campata della navata laterale sinistra è stata demolita e ricostruita, riutilizzando i materiali originali e aggiungendo i nuovi indispensabili. Le arcate trasversali, uguali a quelle preesistenti, sono state progettate e parzialmente costruite per unire i muri esterni a quelli della navata centrale, assicurando stabilità senza modificare l’aspetto del monumento.

Dopo aver eliminato il rischio di crollo dai contrafforti, è necessario consolidare la muratura sugli archi dei valichi. Questo si ottiene inserendo archi in laterizio con la funzione strutturale di sorreggere gli archi esistenti. Tutte queste operazioni sono facilmente leggibili. I vari interventi includono la demolizione e la ricostruzione dei tratti instabili, la saldatura delle lesioni con sbarre di ferro e colate di cemento, la riparazione degli archi di travertino e la protezione dei muri contro le infiltrazioni d’acqua. Queste operazioni delicate e meticolose si estenderanno alle murature del transetto, dell’abside e della facciata, compreso l’inserimento in sommità dei muri delle tegole.

Durante i lavori, si è riutilizzato il materiale vecchio quando possibile, trovato in loco o nelle vicinanze, e si è cercata la provenienza antica per il nuovo materiale. Si sono scelti con cura travertino, mattoni e malte per assicurare coerenza con gli elementi originali.

Il restauro dell’abbazia di S. Galgano si rivela un’opera potente, trasformando lo stato di rudere in nuova vitalità con il consolidamento delle sue caratteristiche uniche. Questo monumento, ora suggestivo e maestoso, è un esempio paradigmatico di restauro a rudere, tra le migliori espressioni italiane in questo ambito.

Il restauro dell’abbazia di S. Galgano è un dialogo sensibile tra il restauratore e il monumento. Si percepisce il desiderio di trasmettere l’eredità senza alterarne l’essenza. Ascoltare il “grande muto” delle pietre, contrafforti e mura che raccontano una storia millenaria guida il conservatore.

Nel suo stato attuale, l’abbazia di S. Galgano offre un’emozionante visione della sua essenza, accettando il degrado come parte del suo racconto. Il restauro a rudere mira a preservare e rivelare la bellezza delle tracce del tempo. Quest’opera è un esempio di coesistenza armoniosa tra antico e presente, un equilibrio tra il desiderio di conservazione e l’intervento necessario per la sopravvivenza di un patrimonio culturale unico.

Il restauro dell’abbazia di S. Galgano è un modello ispiratore, dimostra come conservare i monumenti con rispetto, intelligenza e senso di responsabilità storica. Quest’opera è un esempio di connessione empatica tra restauratore e monumento, trasformando il dialogo tra passato e presente in un’esperienza di ricchezza culturale e artistica.

Bibliografia:

L’abbazia di S. Galgano di Antonio Canestrelli 

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Gino Chierici : L’ascolto del grande muto

Gino Chierici l'ascolto del grande muto Il Restauro Architettonico

Un saluto a tutti gli lettori del podcast il restauro architettonico. Sono Vincenzo Biancamano e oggi esploreremo il mondo affascinante del restauro attraverso la lente di uno dei grandi restauratori del passato: Gino Chierici, approfondiamo la sua biografia.

Gli Anni Formativi a Pisa e Bologna (1887-1910)

Gino Chierici nasce a Pisa nel 1887 e successivamente compie gli studi a Bologna, ottenendo il diploma di perito agrimensore ea partire dal 1º ottobre 1902 fu assunto come ragioniere geometra presso la direzione del Genio militare di Bologna e ottenne la licenza di professore di disegno architettonico al Regio Istituto di Belle Arti di Bologna.. La sua formazione lo prepara a una carriera che si svilupperà in modo straordinario.

Architetto e Impegno a Pisa (1910-1919)

Nel 1910, Chierici diventa architetto presso la sovrintendenza di Pisa, distinguendosi per il contributo alla commissione per la torre di Pisa. Durante la Prima Guerra Mondiale, lavora a Pavia presso gli uffici del Genio Civile, sviluppando notevoli capacità tecniche per la sua futura attività di restauratore.

Sovrintendenza a Siena e il Ruolo Accademico (1919-1924)

Dopo la guerra, nel 1919, assume la posizione di soprintendente a Siena, rimanendovi fino al 1924. Si occupa del restauro di San Galgano e di case medievali a San Gimignano. Nel 1924, destinato alla Soprintendenza alle Arti Medievali Moderne di Napoli, inizia un capitolo significativo nella sua carriera.

Napoli e l’Accademia (1924-1935)

A Napoli, oltre al ruolo di attivo soprintendente, diventa un influente accademico, insegnando il restauro dei monumenti presso la sezione architettura dell’Accademia e poi nella neonata Scuola Superiore di Architettura.  Nel 1925 Pubblica l’opuscolo Per la tutela delle bellezze naturali in Campania, promuovendo l’applicazione della legge del 1922 a salvaguardia delle strade panoramiche di Napoli e dei laghi dei Campi Flegrei contro le mire della speculazione. Avvia i restauri della chiesa di Santa Maria Incoronata a Napoli. . 1928 Iniziano i lavori a Donnaregina, che si concluderanno nel 1934.

Milano e la Direzione della Sovrintendenza (1935-1961)

Nel dicembre del 1935, assume la direzione della sovrintendenza di Milano, realizzando importanti restauri, inclusi quelli della Basilica di San Lorenzo, di San Satiro e di Santa Maria delle Grazie. Diviene professore di storia dell’architettura al Politecnico di Milano.

Contributi Post-Guerra e Ultimi Anni (1945-1961)

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, Chierici predispone un piano per la difesa antiaerea dei monumenti lombardi. Al termine della guerra, chiede il collocamento a riposo, dedicandosi alla ricerca. La sua fase finale è caratterizzata da approfondimenti istolografici su temi già affrontati, inclusi studi sulla Necropoli di Cimitele, fino alla sua morte nel 1961 a Pavia.

Adesso approfondiamo il pensiero di Gino Chierici. Iniziamo riflettendo sulla citazione, d’introduzione al libro che nel 1934 egli dedica al suo intervento nella chiesa di Donnaregina a Napoli

 Noi abbiamo inteso compiere opera onesta e sincera di rivalutazione storica e artistica, lontana così dalla fredda concezione dei conservatori ad oltranza, i quali non ammettono neppure il ripristino di qualche tratto di cornice distrutto o di un paramento corroso, come dai pericolosi tentativi degli estetizzanti, che attraverso deduzioni ed analogie vorrebbero veder compiuti i monumenti in ogni loro parte.

 Per comprendere appieno l’approccio di Chierici, è fondamentale situarlo nel suo contesto storico. Svolse un ruolo chiave come soprintendente a Napoli negli anni ’20 e ’30, un periodo fecondo per la storia della tutela, segnato da una transizione dalle teorie di ricostruzione stilistica francesi verso la necessità di oggettività negli interventi di restauro.

I Principi Guida di Chierici nell’Opera di Restauro

Chierici, uomo di grande rettitudine, incorporava l’onestà intellettuale nel suo approccio al restauro. Oltre alle tesi giovannoniane, Chierici riconosceva la natura aperta della ricerca storica, consapevole delle sfide nel passaggio dalle teorizzazioni alle pratiche di cantiere. Il suo “colloquio” con le opere sottolineava l’importanza di superare le aporie, un approccio che si rifletteva in un restauro ispirato alla storia e aperto alle nuove possibilità di conoscenza.

Il Processo di Restauro secondo Chierici

Il restauro, secondo Chierici, doveva essere guidato dal monumento stesso. Ogni colpo di piccone poteva sollevare nuove sfide e richiedere orientamenti inaspettati. La sua diffidenza per i progetti grafici rifletteva la sua visione di un restauro come “progettazione aperta”, dove ogni scoperta durante l’opera poteva generare un cambiamento di rotta. Analizziamo il suo approccio durante interventi specifici, come quello nella chiesa di Donnaregina a Napoli, dove il restauro si trasformava in uno strumento per la storia.

Stavo lavorando attorno al solito argomento, non ne potevo più di segnare quote e dimostrare che cosa esprimevano. Mi pareva di perdere il filo del discorso e la testa mi si confondeva ma poi piano piano la testa, piano piano il Grande Muto si è commosso ed ha cominciato a confidarsi e ancora fra le principali fasi del restauro la più delicata è quella che riguarda l’inizio dei lavori con cui comincia quel dialogo fra noi e l’opera d’arte che ci consiglia le direttive da seguire, ci aiuta a risolvere i più intricati problemi, ci svela tanti piccoli segreti tenuti in serbo per noi.

L’ evoluzione della Tutela del Patrimonio

Oltre al suo lavoro pratico, Chierici contribuì allo sviluppo delle teorie di tutela. Il suo impegno nel pubblicare rilievi, progetti e documentazione relativa agli interventi dimostra un desiderio di trasparenza e condivisione. Analizziamo il suo ruolo nella delegazione italiana alla conferenza internazionale di Atene del 1931, dove si definirono aspetti fondamentali della tutela internazionale.

LETTURE CONSIGLIATE

L’abbazia di San Galgano, editore Fratelli Alinari

Il restauro nell’opera di Gino Chierici (1877-1961) di Letizia Galli

Gino Chierici. Tra teoria e prassi del restauro  (2011) di Raffaele Amore 

G. Chierici, Per la tutela delle bellezze naturali della Campania, 1925

Bollettino d’arte il restauro della chiesa dell’incoronata a Napoli 1925

La cultura del restauro di Stella Casiello

G. Tinacci (a cura di), Scritti di Gino Chierici, in Emanuela Carpani (a cura di), Gino Chiericitra Medioevo e Liberty. Progetti, studi e restauri nei disegni della donazione Chierici, Siena,

Chierici Gino, su SIUSA Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche.

Conclusioni e Eredità di Chierici

In conclusione, Gino Chierici ha lasciato un’impronta indelebile nel campo del restauro architettonico. La sua dedizione all’onestà intellettuale, la ricerca approfondita e l’approccio al restauro come dialogo con l’opera d’arte continuano a ispirare i restauratori moderni. Sono sicuro che questo viaggio nel passato abbia arricchito la vostra comprensione del restauro architettonico. Nei prossimi episodi approfondiremo alcuni dei suoi interventi di maggior prestigio. Grazie per essere stati con noi oggi.

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Dal Campus al Cantiere: Scegliere il Percorso Post-Laurea nel Restauro

Dal Campus al Cantiere: Scegliere il Percorso Post-Laurea nel Restauro Il Restauro Architettonico

Ciao a tutti, sono Vincenzo Biancamano, il creatore del podcast “Il Restauro Architettonico”. Seguiteci sui nostri canali social Instagram e Facebook, e su Spotify. Oggi vi parlerò di un argomento molto importante per chi ha appena concluso gli studi universitari e vuole avvicinarsi al mondo del restauro architettonico attraverso un percorso post-laurea: le opzioni sono diverse, ma le più interessanti sono un dottorato di ricerca, una scuola di specializzazione o un master di secondo livello.

Cominciamo con il dottorato, un percorso di ricerca intensivo che consente di approfondire un tema specifico nel campo del restauro architettonico. Il dottorato di ricerca è un percorso avanzato che forma ricercatori e professionisti altamente qualificati, rappresentando un punto di partenza nella carriera accademica. Il titolo di dottorato è il massimo riconoscimento accademico. Le fasi del dottorato includono:

  • Ammissione : Il processo varia tra le università ma generalmente richiede una domanda, documenti accademici e potrebbe prevedere un colloquio o un esame di ammissione.
  • Corsi e Seminari: Gli studenti partecipano a corsi e seminari per approfondire le loro conoscenze.
  • Ricerca: La parte principale del dottorato è la ricerca su un progetto supervisionato da un professore.
  • Tesi di Dottorato: Alla fine, gli studenti presentano una tesi discussa davanti a una commissione di esperti.

In Italia, i dottorati di ricerca spesso sono finanziati tramite borse di studio, con un importo annuale di circa 16.243 euro. Queste borse sono rinnovate annualmente, a condizione che il dottorando venga ammesso all’anno successivo. Ricorda che queste cifre possono variare tra le università e i programmi di dottorato. Ti consiglio di verificare i dettagli specifici del programma di tuo interesse per ottenere informazioni accurate.

Un dottorato di ricerca in Italia di solito dura 3 anni, anche se alcuni programmi possono estendersi a 5 anni. Alla fine di ogni anno, il dottorando viene ammesso all’anno successivo con una relazione favorevole. Ecco alcuni programmi di dottorato in tutto il mondo focalizzati sul restauro architettonico e la conservazione del patrimonio architettonico e culturale:

Ecco alcuni dottorati in restauro architettonico e conservazione dei beni culturali in Italia:


Le Scuole di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio sono istituti universitari di terzo livello e mirano a formare figure di alto profilo professionale specifico nel settore della conoscenza, della tutela, del restauro, della gestione e valorizzazione del patrimonio culturale, architettonico e paesaggistico, inteso nel suo senso più lato. Si rivolgono pertanto a coloro che, in possesso della laurea in architettura, in ingegneria, in beni culturali, in storia dell’arte, in conservazione o in archeologia, intendono arricchire la propria formazione, sviluppare e aggiornare le proprie competenze professionali.

A conclusione degli studi, le Scuole rilasciano il diploma universitario abilitante di Specialista in Beni Architettonici e del Paesaggio, titolo che ricorre nei bandi per l’ammissione ai concorsi per l’accesso alle Soprintendenze e alle istituzioni pubbliche, nonché nelle gare d’appalto inerenti il restauro del patrimonio costruito e paesaggistico.

Una scuola di specializzazione in beni architettonici e del paesaggio offre una formazione più pratica e specifica. Se sei più interessato a lavorare direttamente sul campo e ad acquisire competenze pratiche, allora una scuola di specializzazione potrebbe essere l’opzione migliore. In Italia, ci sono diverse Scuole di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio.

Ecco un elenco delle Scuole di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio in Italia:

Per ottenere il diploma di Specialista in Beni Architettonici e del Paesaggio, devi superare una serie di esami. Una volta che hai superato tutti gli esami e hai presentato la tua tesi, sarai in grado di sostenere la prova finale e ottenere il tuo diploma. Il costo è di circa 1500 euro all’anno, per un totale di 3000 euro per i due anni.

Ti consiglierei di consultare il regolamento della Scuola di Specializzazione per ulteriori dettagli.


Un master in restauro architettonico, invece, offre un equilibrio tra teoria e pratica. Questo percorso di studi ti permette di acquisire competenze specifiche nel campo del restauro, ma con un focus più ampio rispetto a una scuola di specializzazione. Un master può essere un’ottima opzione se vuoi ampliare le tue competenze e avere una visione più completa del campo del restauro architettonico. I master di secondo livello hanno durata pluriennale e si può accedervi solo al conseguimento di una laurea di secondo livello. I costi variano dai 3000 fino ai 7000 euro e sono previste borse di studio. La frequentazione dei master può essere in presenza o online.

Ecco una lista di opzioni per la formazione post-laurea in restauro architettonico, sia in Italia che all’estero:

Master in Italia:

Politecnico di Milano

Master di II livello in Management dei Beni e delle Istituzioni Culturali

Università degli Studi Roma TRE

Master Internazionale di II livello in Restauro Architettonico e Cultura del Patrimonio

Università di Napoli Federico II

Master in Restauro e Progetto per l’Archeologia

Università di Ferrara

Master di II livello in Miglioramento sismico, restauro e consolidamento del costruito storico e monumentale

Università degli Studi di Firenze

Master di II livello in Progettazione Paesaggistica

SAHC International Masters Course

Master internazionale di II livello in Structural Analysis of Monuments and Historical Constructions

Elenco Master Universita La Sapienaza per Area Architettura

Master all’estero:

MArch (parte 2) – University of Westminster

Advanced Master of Conservation of Monuments and Sites – KU Leuven[^10^]

Entrambe le opzioni richiedono impegno e dedizione, ma la scelta dipende da quello che vuoi fare nel tuo futuro professionale. Ricorda, non c’è una scelta giusta o sbagliata, solo quella che è giusta per te.


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Sul luogo dell’assenza : Il Duomo di Venzone

Sul luogo dell'assenza: Il Duomo di Venzone Il Restauro Architettonico

La distruzione e la ricostruzione di monumenti storici hanno sempre alimentato un dibattito tra coloro che mirano a preservare l’aspetto originale e coloro che propongono nuove direzioni. Da eventi come il crollo del campanile di San Marco nel 1902 a quelli causati dalla guerra, dal terremoto o dall’azione umana, si è aperto un dilemma continuo: ricreare “com’era, dov’era” o adottare soluzioni alternative.

L’evoluzione del restauro nel corso dei decenni ha mostrato diverse risposte: alcune strutture sono state ricostruite parzialmente, altre lasciate come simboli di tragedie passate. La Carta di Venezia del 1964 ha proposto un approccio cauto legando la legittimità della ricostruzione a criteri di conservazione fisica e documentazione obiettiva.

Tuttavia, nonostante queste linee guida, ad ogni tragedia che colpisce un monumento si suscita un nuovo dibattito tra chi invoca il ripristino delle forme perdute per preservare l’identità del luogo e chi si oppone in nome della coerenza architettonica contemporanea o dell’etica.

In alcuni casi, ragioni di ordine simbolico hanno guidato le decisioni: la risposta al terrorismo in Italia ha portato alla ricostruzione di edifici colpiti. Allo stesso modo, la scelta internazionale di ricostruire il ponte di Mostar ha significato un rifiuto della divisione etnica causata dalla guerra.

La differenza di trattamento nella ricostruzione dei monumenti colpiti da calamità naturali rispetto a quelli danneggiati da azioni umane solleva dubbi sulla coerenza delle decisioni. Alcuni edifici, come la torre di Pavia, non sono stati ricostruiti nonostante il danno strutturale, mentre altri avrebbero forse richiesto una diversa valutazione se la causa del crollo fosse stata diversa.

Si potrebbero elencare numerosi casi di distruzione e ricostruzione, dalle ricostruzioni post-incendio in Inghilterra a eventi più recenti come la distruzione del Budda di Bamiyan o della Cupola d’Oro in Iraq. Ogni tragedia impone il confronto tra le diverse visioni del restauro.

Un caso emblematico è quello di Venzone, colpita da un terremoto nel 1976. Dopo la tragedia, si è avviata una discussione sulla ricostruzione. Si è documentato accuratamente il patrimonio architettonico, mantenendo vivo il ricordo della struttura distrutta. Un comitato internazionale ha avviato una riflessione ponderata sulle modalità di recupero e conservazione, creando un “Progetto culturale” che ha funto da guida per la ricostruzione, durata otto anni.

Questo progetto ha sottolineato l’importanza di preservare le tracce storiche e identitarie presenti nei resti del Duomo di Venzone, evitando una mera riproduzione formale dell’edificio originale ma piuttosto cercando di valorizzare le diverse forme di esistenza e permanenza presenti sul sito. La documentazione storica, fotografica e fotogrammetrica ha svolto un ruolo fondamentale nella ricostruzione, offrendo una testimonianza precisa del Duomo prima del crollo e guidando i lavori di recupero nel corso degli anni. La riflessione teorica e pratica su come procedere ha fatto sì che il restauro non fosse solo una ricostruzione fisica, ma un processo di conservazione e valorizzazione della storia e dell’identità della struttura.

La ricostruzione e il restauro dei monumenti storici rimangono un tema complesso, coinvolgendo aspetti di identità culturale, simbolismo e etica. Ogni evento traumatico che colpisce un monumento pone in discussione le scelte che la società fa riguardo alla sua conservazione o alla sua ricostruzione, richiedendo un equilibrio tra preservazione dell’identità storica e rispetto per la contemporaneità e l’etica del restauro.

Bibliografia

Nel restauro. Progetti per le architetture del passato  – 5 novembre 2008

di Francesco Doglioni (Autore)

Dall’abbandono alla bellezza : il potere dell’anastilosi

Dall'abbandono alla bellezza : il potere dell'anastilosi Il Restauro Architettonico

In questo episodio del podcast Il Restauro Architettonico intitolato Dall'abbandono alla bellezza : il potere dell'anastilosi L'anastilosi è una tecnica di restauro architettonico che riporta gli edifici alle loro condizioni originali, pezzo per pezzo. Questo metodo è ampiamente usato per ricostruire parti complesse degli edifici, come colonne e elementi architettonici. La Carta del Restauro di Atene del 1931 lo riconosce come l'approccio scientificamente accettabile, confermato successivamente dalla Carta di Venezia del 1964. L'integrazione delle nuove parti deve essere chiaramente distinguibile per preservare la leggibilità dell'intervento. Alcuni esempi di successo includono la Biblioteca di Efeso, il Tempio di Selinunte, e il Ponte di Mostar, noto come lo Stari Most, ricostruito dopo le guerre degli anni '90. Questa tecnica spesso utilizza pietre locali collegate con perni metallici al piombo, seguendo una tecnica medievale. L'anastilosi è stata utilizzata anche per il restauro di antiche città come Atene, con progetti guidati da esperti italiani come Bartoccini e Giacomo Gendi. Questo approccio conserva l'autenticità del materiale esistente, reinserendolo nella sua posizione originale. La riuscita di queste operazioni dipende dall'abilità nell'integrazione delle nuove parti. Nel prossimo episodio, esploreremo la ricostruzione del Duomo di Venzone, danneggiato da un terremoto nel 1979, come esempio emblematico di anastilosi. Contatti: http://www.ilrestauroarchitettonico.com

Spesso sento parlare dell’anastilosi, un termine che deriva dal greco antico e che rappresenta una tecnica di restauro architettonico. L’anastilosi è il processo attraverso il quale un edificio o una struttura vengono restaurati, pezzo per pezzo, con l’obiettivo di riportarli alle loro condizioni originali. Questa tecnica è ampiamente utilizzata per la ricostruzione di parti complesse degli edifici, come colonne o altri elementi architettonici. Molte delle meraviglie architettoniche che ammiriamo oggi sono il risultato di questa pratica.

Quando si esegue un’anastilosi, è fondamentale che l’integrazione delle nuove parti sia chiaramente distinguibile al fine di preservare la leggibilità dell’intervento. Questo è un aspetto cruciale. Esistono numerosi esempi di successo di ricostruzioni attraverso l’anastilosi, come il prospetto anteriore della Biblioteca di Efeso e parti monumentali nelle vicinanze. Un altro esempio notevole è la ricostruzione del Tempio di Selinunte, i cui resti erano stati conservati in buone condizioni sotto terra a causa di un terremoto. La ricostruzione ha permesso di ammirare appieno la sua configurazione architettonica. Altri interventi di anastilosi includono il restauro del Ponte di Mostar, noto come lo Stari Most, in Bosnia ed Erzegovina, abbattuto durante le guerre degli anni ’90 ma ricostruito con successo e incluso nel patrimonio dell’UNESCO.

Questa tecnica di restauro spesso prevede l’uso di pietre locali collegate tra loro mediante perni metallici con piombo, seguendo una tecnica prettamente medievale. Un altro esempio di successo è la ricostruzione del portico della chiesa di San Giorgio Velabro a Roma dopo l’attentato dell’agosto 1993. L’anastilosi è stata ampiamente utilizzata per la ricostruzione di antiche città, come Atene, con progetti guidati da esperti italiani come Bartoccini e Giacomo Gendi. Questo perché l’anastilosi permette di rispettare il materiale esistente e di reinserirlo nella sua posizione originale, ricostruendo le parti precedentemente smembrate senza comprometterne l’autenticità. È importante notare che il successo di queste operazioni dipende dall’abilità nell’integrazione delle nuove parti. Nel prossimo episodio, esploreremo un esempio emblematico di intervento di anastilosi, ovvero la ricostruzione del Duomo di Venzone, che fu gravemente danneggiato da un terremoto nel maggio 1979.

Camillo Boito: Un Maestro del Restauro Architettonico

Camillo Boito: Un Maestro del Restauro Architettonico Il Restauro Architettonico

Nell'episodio di oggi del podcast "Il Restauro Architettonico", esploreremo la vita e il lavoro di Camillo Boito, uno dei più grandi maestri del restauro architettonico nella storia dell'Italia. Attraverso aneddoti e analisi approfondite, scopriremo le sue innovazioni e il suo impatto duraturo sul campo del restauro. Inizieremo l'episodio presentando Camillo Boito, raccontando la sua formazione e le influenze che hanno plasmato la sua carriera. Esploreremo il suo legame con l'architettura storica italiana e come abbia contribuito a preservare e ripristinare alcuni dei più importanti edifici storici del paese. Successivamente, analizzeremo i principi e le metodologie che Boito ha introdotto nel campo del restauro architettonico. Discuteremo delle sue teorie sulla conservazione autentica, dell'importanza di comprendere l'intento originale dell'architetto e di come abbia promosso una pratica di restauro rispettosa dell'integrità storica degli edifici. Approfondiremo anche alcuni dei progetti di restauro più celebri guidati da Boito. Racconteremo storie di edifici storici che hanno subito danni gravi o trasformazioni inappropriate e di come Boito abbia affrontato tali sfide con sensibilità e competenza. Illustreremo le sue soluzioni innovative e come abbiano influenzato la pratica del restauro architettonico fino ai giorni nostri. Infine, esploreremo l'eredità di Camillo Boito e il suo impatto duraturo nel campo del restauro architettonico. Discuteremo il suo ruolo nella formazione di una nuova generazione di restauratori e l'influenza che ha esercitato sulle politiche di conservazione del patrimonio storico. Questo episodio del podcast "Il Restauro Architettonico" ci condurrà in un viaggio affascinante attraverso la vita e il lavoro di Camillo Boito, svelando le sue idee innovative e il suo straordinario contributo al campo del restauro architettonico in Italia. – Contatti ⁠Blog – http://www.ilrestauroarchitettonico.com⁠ ⁠Instagram – ilrestauroarchitettonico⁠- – Musica di fondo: LiQWYD-Tropical-Dreams  

Il campo della letteratura filologica è un insieme di studi volti a riportare un testo alla sua forma originale, eliminando errori e modifiche. Inoltre, si cerca di interpretare il testo, identificando l’autore, il periodo storico e l’ambiente culturale in cui è stato scritto. Secondo Giovanni Carbonara, il restauro filologico è la prima moderna dottrina di restauro, sviluppata in Italia, e le sue radici derivano non solo dalla filologia, ma anche dall’archeologia e dalla critica testuale.

Il principale esponente del restauro filologico è Camillo Boito, un architetto teorico dell’architettura. Boito ha teorizzato una nuova cultura basata su una diversa visione del Medioevo, che nasce da un desiderio patriottico e da presupposti moderni. Questa cultura promuove una nuova relazione tra passato e presente, distinguendo la conservazione dell’architettura antica dalla progettazione delle nuove.

Un esempio dell’architettura di Boito è l’ospedale di Gallarate del 1871, che è stato considerato un nuovo stile italiano. Boito ha enfatizzato l’importanza di evitare restauri stilistici e ha ironizzato sul fatalismo di alcuni teorici del restauro. Boito ha anche tratto spunti dalla teoria di Ruskin. Tuttavia, ha sottolineato l’importanza della manutenzione per preservare gli edifici nel tempo. La posizione di Boito ha superato il restauro conservativo e stilistico, adottando una nuova prospettiva culturale. Questa posizione è stata definita da Ceschi come una naturale disposizione verso l’equilibrio e l’armonia, che ha costituito la base della moderna scuola italiana di restauro.

Boito ha delineato due criteri fondamentali: conservare l’aspetto artistico e pittoresco originale dei monumenti e, se necessario, apportare modifiche che siano chiaramente identificabili come opere moderne. Ha anche distinto tre qualità nei monumenti: importanza archeologica, apparenza pittoresca e bellezza architettonica, applicando diverse approcci di restauro a ciascuna. Boito ha lavorato su numerosi progetti di restauro, tra cui la chiesa dei Santi Maria e Donato a Murano. Ha cercato di conservare l’aspetto originale dell’altare di Donatello, evitando restauri eccessivi.

Infine, Boito ha promosso l’importanza della documentazione fotografica e scritta durante i restauri e ha sottolineato che i monumenti antichi dovrebbero essere considerati come documenti storici essenziali. In sintesi, il pensiero di Camillo Boito enfatizza la conservazione degli aspetti originali dei monumenti, con interventi di restauro mirati e una rigorosa documentazione, evitando restauri eccessivamente invasivi. La sua visione ha avuto un impatto significativo sul campo del restauro architettonico in Italia.


Biografia

Camillo Boito, figlio dell’artista Silvestro Boito e fratello maggiore del celebre letterato e musicista Arrigo Boito, fu un architetto di grande rilievo. Dopo aver studiato a Padova e all’Accademia di Venezia sotto la guida di Pietro Selvatico, divenne professore aggiunto di architettura nel 1856. Successivamente, insegnò architettura all’Accademia di Belle Arti di Brera dal 1860 al marzo 1908 e, per ben 43 anni a partire dal 1865, fu docente all’Istituto Tecnico Superiore di Milano. Fu uno dei fondatori della Scuola Professionale d’Arte Muraria di Milano nel 1888. Nel 1862, Camillo Boito sposò la cugina Celestina, ma ben presto si separarono. Nel 1887, si risposò con la contessa Madonnina Malaspina dei marchesi di Portogruaro, che lo soprannominò “Casamatta.”

Despite his various activities, architecture remained his main occupation. Among his most well-known projects are the intervention in the Palazzo della Ragione in Padua, the creation of the Palazzo delle Debite, the transformation of an Antonian convent into the Civic Museum, the expansion of the cemetery, and the works on the basilica of Sant’Antonio in Padua, including a controversial restoration of Donatello’s altar. Additionally, Boito was involved in the restoration of the Pusterla di Porta Ticinese and designed the “Giuseppe Verdi” Retirement Home for Musicians in Milan, the facade of the church of Santa Maria Assunta, and the hospital in Gallarate, Varese. Camillo Boito also participated in the literary movement of Scapigliatura, debuting with “Storielle vane” in 1876 and following it with “Senso. Nuove storielle vane” in 1883. This latter story inspired Luchino Visconti’s famous film, but the original plot was very different and far from patriotic. Boito also wrote “Il Maestro di setticlavio” in 1891, published in the Nuova Antologia magazine, along with other stories featuring fantastic and macabre elements reminiscent of authors like E.T.A. Hoffmann, Edgar Allan Poe, and Iginio Ugo Tarchetti. However, unlike these authors, Boito maintained a clear and rigorous style, far from the excesses of the Scapigliatura prose of the time. The central theme of Camillo Boito’s works was always beauty in all its forms, especially feminine beauty, but also musical and artistic beauty. His refined and sober style made him beloved by readers, especially those who were approaching literature for the first time. His last work, “Il maestro di setticlavio,” a collection of stories, was published in 1891. From 1898, Boito also served as the second director of the Poldi Pezzoli Museum.


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Il pensiero di Gustavo Giovannoni

Il pensiero di Gustavo Giovannoni Il Restauro Architettonico

In questo episodio trattiamo dell'interesse per i monumenti come documenti artistici storici, enfatizzando l'approccio della teoria intermedia nel campo del restauro in Italia durante la prima metà del ventesimo secolo. Questa teoria, influenzata da Boito e sviluppata da Giovannoni, si concentra sul restauro filologico e scientifico. Giovannoni, architetto e storico, si oppone al restauro stilistico e sostiene un approccio che consideri la struttura culturale e il contesto. Critica il restauro stilistico come anti-scientifico e promuove il recupero delle condizioni originali del monumento. La teoria di Giovannoni si basa su concetti come il restauro di consolidamento, ricomposizione, liberazione, completamento e innovazione. La sua proposta mira a un restauro graduale, rispettando l'autenticità, considerando le fasi storiche e ambientali e distinguendo le aggiunte. La necessità di restauri massicci dopo la Seconda Guerra Mondiale porta a una revisione dell'approccio. L'obiettivo è la conservazione delle parti autentiche, anche se danneggiate, e il rispetto dell'aspetto caratteristico. Si discute anche dei danni bellici e della necessità di un approccio critico al restauro. Il lavoro del restauratore è descritto come osservazione, studio accurato e dedizione al monumento. Info: http://www.ilrestauroarchitettonico.com

L’interesse per il monumento come documento d’arte è il risultato di numerose componenti ed è il fulcro della cosiddetta teoria intermedia, che in Italia ha prevalso per gran parte del ventesimo secolo. Le sue linee guida fondamentali erano state inizialmente delineate da Boito e poi ulteriormente sviluppate da Giovannoni, insieme a Boito stesso, attraverso il loro dialogo con la cultura europea.

Possiamo considerare la teoria intermedia come un approccio al restauro che va oltre l’approccio filologico e scientifico di Boito. Questa teoria fornisce una struttura culturale e un sistema per i restauratori. Gustavo Giovannoni, figura chiave in questo contesto, si oppose al restauro stilistico e, di conseguenza, anche al restauro storico. Sebbene l’approccio metodologico del restauro storico avesse contribuito a una maggiore comprensione critica, Giovannoni, con il suo background di architetto, ingegnere civile, archeologo, tecnologo e storico dell’architettura, avanzò una visione più ampia e culturale del restauro.

Nel suo approccio, il restauro non riguardava solo il ripristino di un’opera d’arte, ma anche la sua integrazione nell’ambiente circostante. Giovannoni insisteva sulla necessità di comprendere approfonditamente la storia analitica dei monumenti attraverso la raccolta e l’analisi di documenti diretti, l’indagine anatomica delle strutture e la comprensione dell’organismo strutturale.

Inoltre, Giovannoni distingueva tra diversi tipi di monumenti e proponeva diverse categorie di restauro, come il restauro di consolidamento, di ricomposizione, di liberazione, di completamento e di innovazione. Ogni tipo di restauro aveva le proprie linee guida e scopi specifici.

Giovannoni riconosceva l’importanza dell’ambiente circostante nel processo di restauro, anche se non originale, e sottolineava la necessità di armonia e coerenza con l’architettura esistente. Inoltre, promuoveva una rigorosa documentazione delle fasi di restauro, compreso un rilevamento accurato e uno studio approfondito dei dati storici e artistici.

La teoria intermedia di Giovannoni ha avuto un impatto significativo sull’approccio al restauro in Italia e ha contribuito a definire linee guida per il restauro di monumenti storici. La sua visione del restauro come processo scientifico, culturale ed estetico ha influenzato il modo in cui vengono preservati e restaurati i monumenti storici in Italia e in altre parti del mondo.

Bibliografia:

Dal capitello alla città. Con un regesto delle opere di Giuseppe Bonaccorso – 1 aprile 1997

Gustavo Giovannoni. L’opera architettonica nella prima metà del Novecento – 3 luglio 2018

Gustavo Giovannoni, tra storia e progetto. Catalogo della mostra (Roma, 5 febbraio-15 marzo 2016; Napoli, 5-23 marzo 2018). – Illustrato, 10 marzo 2018

Gustavo Giovannoni. Riflessioni agli albori del XXI secolo – 15 gennaio 2005


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Le carte del restauro : La carta di Atene

Le Carte del Restauro : La Carta di Atene Il Restauro Architettonico

La Carta di Atene del 1931 è il risultato della conferenza tenutasi ad Atene dal 21 al 31 ottobre 1931. Il suo scopo principale era preservare i beni culturali, stabilendo i principi e i valori per il restauro. In breve, questi principi includono la conservazione delle opere senza alterarle in modo significativo, la promozione dell'anastilosi, l'adozione di materiali e tecnologie innovative in modo discreto per non influenzare l'aspetto dell'opera d'arte, la promozione della cooperazione tra conservatori e ricerca scientifica, il rispetto per opere storiche e artistiche senza escludere lo stile di alcuna epoca, il riconoscimento dell'importanza della città e dell'ambiente urbano, lo sviluppo della conoscenza del patrimonio attraverso un inventario dei monumenti storici e l'introduzione del concetto di internazionalità del patrimonio culturale Contatti: http://www.ilrestauroarchitettonico.com Bibliografia: Le carte del restauro. I criteri per gli interventi di recupero dei beni architettonici

La Carta di Atene del 1931 è il risultato della conferenza tenutasi ad Atene dal 21 al 31 ottobre 1931. Il suo scopo principale era preservare i beni culturali, stabilendo i principi e i valori per il restauro. In breve, questi principi includono la conservazione delle opere senza alterarle in modo significativo, la promozione dell’anastilosi, l’adozione di materiali e tecnologie innovative in modo discreto per non influenzare l’aspetto dell’opera d’arte, la promozione della cooperazione tra conservatori e ricerca scientifica, il rispetto per opere storiche e artistiche senza escludere lo stile di alcuna epoca, il riconoscimento dell’importanza della città e dell’ambiente urbano, lo sviluppo della conoscenza del patrimonio attraverso un inventario dei monumenti storici e l’introduzione del concetto di internazionalità del patrimonio culturale


Contatti:

www.ilrestauroarchitettonico.com

Bibliografia:

Le carte del restauro. I criteri per gli interventi di recupero dei beni architettonici

Carta di Atene

Alois Riegl : Il Culto Moderno dei Monumenti

Alois Reigl :Il Culto Moderno dei Monumenti Il Restauro Architettonico

EN – Alois Riegl : The Modern Cult of Monuments

Alois Riegl è stato un importante storico dell’arte appartenente alla scuola di Vienna. Nato il 14 gennaio 1850, è scomparso il 17 giugno 1905. Il suo contributo teorico è considerato uno dei più rilevanti nel campo dell’arte e della conservazione dei monumenti.

Alois Riegl was an important art historian belonging to the Vienna School. He was born on January 14, 1850, and passed away on June 17, 1905. His theoretical contribution is considered one of the most significant in the field of art and monument preservation.

Riegl ha introdotto un nuovo concetto di “monumento”, definendolo come una testimonianza storica. Come professore presso l’Università di Vienna, ha sostenuto che la scienza della conservazione dei monumenti dovrebbe essere considerata un campo disciplinare autonomo. Ha superato la tradizionale distinzione tra architettura, pittura, scultura e arti minori, come l’artigianato, cercando di aiutare a comprendere le finalità e le azioni di tutela necessarie.

Riegl introduced a new concept of “monument,” defining it as a historical testimony. As a professor at the University of Vienna, he argued that the science of monument preservation should be considered a separate disciplinary field. He transcended the traditional distinction between architecture, painting, sculpture, and minor arts, such as craftsmanship, seeking to help understand the purposes and necessary conservation actions.

Il suo saggio più importante, intitolato “Il culto moderno dei monumenti” del 1903, fornisce una definizione molto ampia di “monumento”. Secondo Riegl, un monumento è un’opera creata dall’uomo con uno scopo specifico: preservare nella coscienza delle generazioni future atti o destini umani singoli, mantenendoli vivi e presenti.

His most important essay, titled “The Modern Cult of Monuments” from 1903, provides a very broad definition of “monument”. According to Riegl, a monument is a work created by man with a specific purpose: to preserve in the consciousness of future generations individual human acts or destinies, keeping them alive and present.

Riegl distingue tra monumenti intenzionali, creati appositamente come monumenti, e monumenti non intenzionali, che diventano tali a causa di eventi storici o per la loro qualità artistica. Egli sostiene che un monumento storico sia anche un monumento artistico.

According to Riegl, there is a distinction between intentional monuments, which are purposely created as monuments, and unintentional monuments, which become monuments due to historical events or their artistic quality. He argues that a historical monument is also an artistic monument.

Il concetto di “opera d’arte” secondo Riegl include ogni opera tangibile, visibile e udibile creata dall’uomo che possiede un valore artistico. Allo stesso modo, un monumento storico è considerato tale se possiede un valore storico. Riegl ritiene che ogni attività umana di cui abbiamo testimonianze o notizie possa rivendicare un valore storico, senza eccezioni. Ogni avvenimento storico, infatti, ha un valore insostituibile per noi e costituisce una catena di relazioni causa-effetto che non può essere interrotta.

The concept of “work of art” according to Riegl includes every tangible, visible, and audible work created by man that possesses artistic value. Similarly, a historic monument is considered as such if it possesses historical value. Riegl believes that every human activity for which we have evidence or information can claim historical value, without exceptions. Every historical event, in fact, has an irreplaceable value for us and constitutes a chain of cause-and-effect relationships that cannot be interrupted.

La teoria dei valori di Riegl si divide in valori memoria e valori contemporanei. I valori memoria riguardano l’idea che il monumento sia un’opera creata dall’uomo per conservare e mantenere vivi atti e destini umani nella coscienza delle generazioni future. Il valore dell’antico, ad esempio, rappresenta un valore sentimentale, legato alla sensibilità delle masse. Riegl sostiene che la conservazione dei monumenti sia giustificata come un aspetto documentario storico, poiché un monumento è una testimonianza particolare e chiara di una specifica evoluzione nell’attività umana.

The theory of values by Riegl can be divided into memory values and contemporary values. Memory values concern the idea that monuments are created by humans to preserve and keep alive human actions and destinies in the consciousness of future generations. The value of the ancient, for example, represents a sentimental value, linked to the sensibility of the masses. Riegl argues that the preservation of monuments is justified as a historical documentary aspect, since a monument is a particular and clear testimony of a specific evolution in human activity.

Il valore d’uso fa invece parte dei valori contemporanei e si riferisce alla conservazione di un edificio antico in modo che possa ancora essere utilizzato senza mettere in pericolo la vita e la salute delle persone. I valori sono classificati in tre tipi di monumento: monumento involontario (tipico dell’antichità e del Medioevo), monumento storico involontario (come quelli del Rinascimento) e monumento antico. Riegl sostiene che ogni monumento d’arte, senza eccezioni, possa essere considerato sia un monumento storico che artistico, in quanto rappresenta una fase specifica nello sviluppo dell’arte figurativa.

The use value, on the other hand, is part of contemporary values and refers to the preservation of an ancient building so that it can still be used without endangering the lives and health of people. Values are classified into three types of monuments: involuntary monument (typical of antiquity and the Middle Ages), involuntary historical monument (such as those from the Renaissance), and ancient monument. Riegl argues that every work of art monument, without exception, can be considered both a historical and artistic monument, as it represents a specific phase in the development of figurative art.



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Rivelate la Bellezza: Scopri le 7 Lampade dell’Architettura secondo John Ruskin

EN – Reveal the Beauty: Discover the 7 Lamps of Architecture according to John Ruskin

L’opera Le sette lampade dell’architettura di Ruskin ha come obiettivo quello di sensibilizzare tutti sul significato dell’architettura e sui doveri dell’uomo nei confronti delle nuove costruzioni e della conservazione del patrimonio antico. Secondo l’autore, i capitoli dell’opera rappresentano l’illustrazione dei principi dell’architettura, e non un saggio sull’architettura europea. Ogni capitolo è dedicato ad una delle sette lampade dell’architettura: sacrificio, verità, potenza, bellezza, vita, memoria e obbedienza.

Ruskin’s work The Seven Lamps of Architecture aims to make everyone aware of the significance of architecture and of human duties towards new buildings and the preservation of ancient heritage. According to the author, the chapters of the work are an illustration of the principles of architecture, not an essay on European architecture. Each chapter is dedicated to one of the seven lamps of architecture: sacrifice, truth, power, beauty, life, memory and obedience.

In particolare, il sesto capitolo, intitolato ‘La lampada della memoria’, contiene le pagine in cui Ruskin ha espresso la sua dottrina sulla conservazione, sostenuta dalla cultura moderna. L’autore afferma la necessità di applicare gli stessi principi alla costruzione della nuova architettura e alla tutela dell’architettura antica, affinché esse diventino elementi integranti dell’ambiente di vita della società umana. Il capitolo è diviso in due parti: la prima riguarda la costruzione del nuovo, gli effetti del tempo sugli edifici e il concetto di ‘pittoresco’; la seconda affronta i problemi della tutela e del restauro dell’architettura antica. Ruskin parte dall’affermazione dell’importanza del rapporto tra natura e opera dell’uomo e tra le cose e il ricordo, individuando nell’architettura l’elemento fondamentale per non dimenticare.

In particular, the sixth chapter, titled ‘The Lamp of Memory,’ contains the pages in which Ruskin expressed his doctrine on preservation, supported by modern culture. The author asserts the need to apply the same principles to the construction of new architecture and the preservation of ancient architecture, so that they become integral elements of the living environment of human society. The chapter is divided into two parts: the first deals with the construction of the new, the effects of time on buildings, and the concept of the ‘picturesque’; the second deals with the problems of the protection and restoration of ancient architecture. Ruskin starts from the affirmation of the importance of the relationship between nature and man’s work and between things and remembrance, identifying architecture as the key element in not forgetting.

L’uomo ha il compito di conferire una dimensione storica all’architettura di oggi e di conservare quella delle epoche passate come la più preziosa delle eredità

John Ruskin

Human beings have the task of giving a historical dimension to the architecture of today and preserving that of past eras as the most precious of legacies

John Ruskin

Verso una storia del restauro: dall'Antichità Classica al Primo Ottocento Il Restauro Architettonico

Libri consultati

Le sette lampade dell’architettura di John Ruskin

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