Abstract
Benvenuti nel podcast Il restauro architettonico. Oggi esploreremo la chiesa di Santa Maria Donnaregina Vecchia, uno straordinario esempio del patrimonio architettonico di Napoli. Costruita nei primi anni del XIV secolo per le monache clarisse, la chiesa presenta un ricco ciclo di affreschi ed è oggi parte del Museo diocesano. Questo edificio ha attraversato secoli di cambiamenti e restauri, come l’intervento significativo voluto da Maria d’Ungheria, che ne favorì la ricostruzione dopo il terremoto del 1293. Consacrata nel 1320, la chiesa ha ospitato la regina in un sepolcro monumentale, poi ricollocato nell’edificio storico grazie ai restauri del XX secolo. L’opera di restauro guidata dall’architetto Gino Chierici tra il 1928 e il 1934 ha ridato vita a questa chiesa, risolvendo problematiche strutturali e recuperando gli affreschi gotici. Questo episodio racconta l’evoluzione architettonica e storica della chiesa e il delicato lavoro di conservazione che ne ha preservato l’integrità.
Iscriviti
Inserisci la tua e-mail di seguito per ricevere gli aggiornamenti.
12–18 minuti
Benvenuti nel podcast il restauro architettonico, oggi l’episodio ha come oggetto La chiesa di Santa Maria Donnaregina Vecchia . Un edificio monumentale situato a Napoli, eretto nei primi anni del XIV secolo per ospitare le monache clarisse del monastero omonimo. Posta alle spalle di Santa Maria Donnaregina Nuova, quest’ultima costruita nel Seicento con l’intento di sostituire la chiesa Vecchia, quest’ultima è entrata a far parte del circuito del Museo diocesano di Napoli dal 2007. Il coro delle monache conserva lungo le pareti il più grande e uno dei più significativi cicli di affreschi del XIV secolo a Napoli. Il complesso originario occupava un’insula doppia della città greco-romana, attestandosi a partire dal 780 come “monastero di San Pietro del Monte di Donna Regina,” appartenente alle monache basiliane. Inizialmente dotato di una porta difesa da una torre, nel IX secolo il monastero passò alle monache benedettine, che lo intitolarono a Santa Maria; nel corso del XIII secolo, seguì la regola delle clarisse. Sotto il regno di Carlo I d’Angiò, il monastero fu utilizzato come prigione per i nobili avversari della casa regnante. Danneggiato dal terremoto del Sannio del 1293, la struttura venne ricostruita grazie alle generose donazioni della regina di Napoli Maria d’Ungheria. La nuova chiesa, consacrata nel 1320, vide la sepoltura della regina in una tomba monumentale realizzata da Tino di Camaino nel 1326. Nel 1390, un violento incendio causato da un fulmine danneggiò il tetto della chiesa . I successivi lavori di restauro furono commissionati dalla regina Giovanna II d’Angiò, così come gli interventi successivi ai terremoti del XV secolo. Nel XVI secolo, al complesso fu aggiunto un nuovo chiostro, mentre nel XVII secolo venne costruita Donnaregina Nuova, accessibile direttamente dalla chiesa più antica tramite ambienti nei piani superiori degli spazi absidali, riservata anch’essa alle monache. Nel 1860, l’espansione di via Duomo comportò la demolizione di una parte del complesso monastico, che venne soppresso nel febbraio del 1861. La chiesa Vecchia passò al comune di Napoli, diventando sede di uffici delle guardie municipali nel 1864, di una scuola froebeliana nel 1865 e di abitazioni provvisorie per i poveri dal 1866 al 1872. Successivamente, ospitò la Corte d’assise e, dal 1878, la commissione municipale per la conservazione dei monumenti. Tra il 1892 e il 1902, su decisione del consiglio municipale, fu aperto il “Museo della città,” mentre dal 1899 ospitò la sede dell’Accademia Pontaniana. Le due chiese furono separate nel 1928-1934, durante i lavori di Gino Chierici che eliminarono le suddivisioni interne della chiesa Vecchia per rendere visibili le strutture gotiche dell’abside della chiesa più antica. Quest’ultima fu ricostruita grazie all’accorciamento e alla parziale demolizione del coro delle monache di quella più recente. Il sepolcro di Maria d’Ungheria, precedentemente spostato nel 1727 nella nuova chiesa, fu nuovamente trasferito nella chiesa Vecchia, addossato alla parete di sinistra prima dell’abside, anche se questa non è la sua collocazione originale. Le sculture rinascimentali, invece, rimasero nella sala della chiesa nuova. Attualmente, ciò che rimane del monastero di Donnaregina ospita la “Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio” dell’Università di Napoli. La chiesa si caratterizza per una facciata semplice e stretta, arricchita da due monofore e un ovale che ospita lo stemma della regina Maria d’Ungheria, promotrice della costruzione del convento. Di fronte si trova il “Chiostro dei Marmi”, un cortile settecentesco, forse progettato da Ferdinando Sanfelice, con archi a tutto sesto e pilastri ionici con specchiature marmoree. L’interno si estende per circa tre quarti della lunghezza dell’unica navata, lunga poco più di 38 metri. La navata presenta tre campate a soffitto ribassato rispetto alla chiesa, terminando con un’abside poligonale composta da cinque lati di un ottagono. Precedendo l’abside, c’è uno spazio rettangolare alto fino al soffitto originale dell’edificio. Il coro delle monache si sviluppa sopra il soffitto ribassato della navata, sostenuto da sei pilastri ottagonali che reggono volte a crociera. L’altezza del coro e del pronao culmina in uno slancio unico con l’abside, introducendo una caratteristica architettonica che sarà successivamente osservata anche in alcune chiese tedesche. L’illuminazione dell’ambiente proviene da piccole finestre sul lato sinistro, mentre la parte a tutta altezza prima dell’abside è caratterizzata da grandi finestre monofore. La zona absidale conserva tracce della pavimentazione in cotto maiolicato, esemplare dell’arte ceramica napoletana del periodo angioino, databile tra la fine del XIV e l’inizio del XV secolo. Sia l’abside che lo spazio antistante sono coperti da volte a crociera affrescate con colori angioini e del casato d’Ungheria. Queste decorazioni si ripetono anche nelle volte sotto il coro. Ai lati dell’arco absidale, si possono ammirare due affreschi trecenteschi raffiguranti la Crocifissione di autore sconosciuto nella parte inferiore e figure di Angeli, Troni e Dominazioni nella parte superiore. Il tetto originale della navata è a capriate con frammenti di decorazioni su fresco, risalenti al Trecento, nascosti da un soffitto ligneo cassettonato del Cinquecento, aggiunto successivamente e decorato al centro con un rilievo raffigurante l’Incoronazione della Vergine, opera di Pietro Belverte. Sulla parete sinistra della navata, dopo lo spazio a soffitto ribassato, si trova il monumento sepolcrale di Maria d’Ungheria, opera trecentesca di Tino di Camaino, originariamente spostato nella chiesa Nuova e successivamente ricollocato nella chiesa Vecchia. Un’altra opera sulla parete della navata è il Martirio di Sant’Orsola e delle sue compagne del 1520, probabilmente eseguito da Francesco da Tolentino. Di fronte al monumento funebre si apre l’unica cappella della chiesa, la cappella Loffredo, a pianta rettangolare con due bifore e coperta da una volta a crociera. La cappella conserva cicli di affreschi trecenteschi sull’Annunciazione e la Madonna col Bambino nella parete di fondo, con un crocifisso ligneo anch’esso del Trecento. Sulla parete di destra sono presenti le Storie della vita di san Giovanni, mentre sulla parete d’ingresso si trova il San Francesco che predica agli uccelli e riceve le stigmate, e sulla volta sono raffigurati i santi Pietro e Paolo. L’intero ciclo è di attribuzione sconosciuta e presenta elementi influenzati da Giotto e reminiscenze bizantine. I monumenti sepolcrali cinquecenteschi appartenenti alla famiglia Loffredo, originariamente presenti nella cappella, sono stati successivamente spostati nel Settecento nella sala del comunichino della chiesa nuova. Una porta sulla parete destra, subito dopo l’ingresso, conduce a vari ambienti superiori, inclusi il coro delle monache e due sale con affreschi seicenteschi e trecenteschi di attribuzione ignota. In chiesa erano inoltre presenti altre opere scultoree, pittoriche e reliquiarie, poi trasferite all’interno della chiesa nuova, negli ambienti museali del retroaltare e al primo piano.
Benvenuti nel nuovo episodio del podcast il restauro architettonico. Nel mese di maggio del 1928, Gino Chierici intraprende ciò che, secondo la sua stessa ammissione, rappresenterà il suo intervento più significativo, progettato e diretto nel capoluogo campano: il restauro della chiesa trecentesca di Santa Maria Donnaregina, attuale sede della Scuola di Specializzazione in Restauro dei Monumenti. Il convento originario, posizionato tra il decumano superiore e la cinta muraria del centro antico di Napoli, in un’area già edificata nell’epoca greco-romana, risale alla fine del VII secolo. Dopo le gravi distruzioni causate dall’edificio sacro nel terremoto del 1293, Maria d’Ungheria, consorte di Carlo II d’Angiò, favorì la ricostruzione che fu completata entro il 1320. La chiesa trecentesca fu concepita secondo il modello francese, con una navata unica coperta da capriate e conclusa da un’abside pentagonale con volta a crociera costolonata. Quest’ultima, preceduta da un modulo rettangolare coperto anch’esso da una volta a crociera, presenta costoloni che poggiano su mezze colonne intervallate da alte bifore, il tutto incorniciato dall’arco trionfale. 1-2
L’architetto angioino, considerata la limitata disponibilità di spazio nell’abside e ai lati della navata, collocò il coro delle clarisse su un piano rialzato che si arresta a circa un terzo dell’aula inferiore. La chiesa è suddivisa in tre navate e coperta con volte a crociera sostenute da pilastri ottagoni in trachite di Pozzuoli. Questa soluzione permette la transizione da uno spazio sopraelevato a uno a tutta altezza, consentendo di ammirare completamente il grande arco maggiore e la complessa scenografia dell’abside. Alla destra di quest’ultima si trova la cappella Loffredo, interamente affrescata. Appena sei anni dopo la sua costruzione, la chiesa fu arricchita con il sepolcro marmoreo di Maria d’Ungheria, commissionato da Roberto d’Angiò. Nel corso del tempo, la copertura di parte del ciclo superiore degli affreschi sulle pareti del coro. Nel corso del XV e XVI secolo, chiesa e convento subirono continue trasformazioni fino a quando, nel 1620, le religiose decisero di edificare una nuova chiesa più adatta ai gusti dell’epoca. La progettazione fu affidata al laico teatino Giovanni Guarini, che portò a termine l’opera nel 1649. L’impossibilità di ampliare oltre i confini stabiliti dall’arcivescovado nella piazza Donnaregina e il rispetto per il progetto di Guarini portarono all’inclusione, con la nuova struttura, dell’abside trecentesca della vecchia chiesa, che venne in parte demolita. Quest’ultima, privata della sua funzione di luogo di culto aperto ai fedeli, fu divisa in due piani, estendendo il soppalco del coro fino all’ingresso. Al suo interno rimase la tomba marmorea di Maria d’Ungheria fino al 1727, quando la badessa Eleonora Gonzaga la fece trasferire in una sala dietro il coro della nuova chiesa. Nello stesso periodo, furono effettuati interventi di consolidamento e trasformazione del convento, che vide l’aggiunta del nuovo porticato, un’opera attribuita a Ferdinando Sanfelice. Da questo momento iniziò il lento declino dell’antica chiesa e del monastero che, soppresso nel 1861, passò al controllo del Comune. Quest’ultimo suddivise gli spazi del piano terra in piccoli ambienti, corrispondenti alla disposizione trasversale dei pilastri ottagoni della navata.
Dal 1864 in poi, la chiesa fu utilizzata come caserma, scuola, alloggio per bisognosi, sede della Corte d’Assise, della Commissione municipale per la conservazione dei monumenti, dell’Accademia Pontaniana e della Borsa del Lavoro. In quest’ultima occasione, il ciclo di affreschi del coro subì danni a causa dell’affissione di manifesti e targhe. Il primo a segnalare lo stato di abbandono della chiesa e dell’arte a Napoli nel XIV secolo è Emile Berrau, che nel 1899 scrive una monografia sull’argomento. Successivamente, la rivista “Napoli nobilissima” cerca di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla questione. Nonostante tali sforzi, la chiesa rimane in uno stato di degrado totale fino al 1926, quando il Chierici la riceve in consegna dal Comune per condurre studi e saggi preliminari. Un’analisi iniziale rivela la necessità di interventi costosi. Il sovrintendente, consapevole di non poter gravare sui fondi pubblici, cerca finanziamenti privati e trova sostegno nel Banco di Napoli. Tuttavia, le sfide del restauro emergono, come sottolineato da Chierici, che considera il restauro come una “progettazione aperta”. Questo approccio richiede adattamenti caso per caso, guidati dalla struttura stessa del monumento. La prima fase del restauro a Donnaregina consiste nell’analisi dei dissesti, rivelando cedimenti fondazionali. Uno scavo armato rivela terreno più affidabile, su cui vengono posizionati nuovi pilastri di sottofondazione. La ricostruzione dei contrafforti, la riparazione delle bifore e la demolizione dei tramezzi costruiti di recente sono parte del processo. Contrariamente all’idea di completamento per analogia, Chierici rifà le finestrelle ad arco ribassato utilizzando tracce esistenti. Il nodo concettuale e tecnico principale riguarda la liberazione dell’abside trecentesca dal coro della chiesa barocca adiacente. Chierici decide di ridurre il coro barocco e affronta sfide come il trasporto degli affreschi e la demolizione e ricostruzione della volta a padiglione. La scelta solleva questioni teoriche e il parere di Gustavo Giovannoni, esperto dell’epoca, è richiesto. L’approvazione del progetto di Chierici comporta la necessità di arretrare la parete affrescata, presentando difficoltà tecniche significative. Il fissaggio delle pitture e il restauro della parete diventano operazioni cruciali, coinvolgendo iniezioni adesive e la correzione dei danni strutturali. La prima fase dell’intervento condotto consiste nella fissazione delle pitture mediante iniezioni adesive a base di caseina, gesso o calce. Successivamente, si procede al fissaggio dei colori, un passaggio indispensabile per l’applicazione di un’intelaiatura di tavole di legno sulla parte affrescata. Simultaneamente, si realizza il consolidamento del muro, riducendone lo spessore di oltre la metà. Viene quindi creata una soletta di cemento armato, aderente alla faccia posteriore del muro e resa solidale ad esso mediante ammorsature. Questa soletta è collegata a un telaio in cemento che viene costruito lungo la linea periferica del quadro. In questo modo, la parete risulta bloccata tra due piani, uno di legno e l’altro di cemento. Sette muretti vengono costruiti per sostenere altrettante coppie di rotaie, che costituiscono i piani di scorrimento dei rulli di acciaio. Su di essi si posizionano sette travi di legno di pino, ciascuna lunga 14 metri, disposte al di sotto della parete affrescata e racchiuse in un’armatura indeformabile di saettoni e croci di Sant’Andrea. Dopo cinque mesi di lavoro preparatorio, liberato il muro dal resto dell’edificio mediante due argani manovrati a mano, esso viene spostato da una posizione originaria a un nuovo muro costruito a sei metri di distanza.
Successivamente, vengono demolite alcune fabbriche addossate all’esterno della chiesa, rivelando le fondazioni del tratto di abside distrutto. Su queste fondazioni, si avvia la ricostruzione delle pareti e dei contrafforti dell’elemento radiale. Ripristinata l’immagine dell’abside trecentesca all’esterno, l’attenzione si sposta all’interno della chiesa. Qui, vengono rifatti i costoloni della volta sulla base delle sagome incise sulla faccia superiore degli abachi dei capitelli. La parte di solaio costruita per prolungare il piano del coro viene demolita, evidenziando gli archi a doppia ghiera che rappresentano la testata del coro trecentesco verso l’abside. Una nuova pavimentazione in coccio pesto viene creata sulla base delle tracce rinvenute in prossimità dei pilastri e delle pareti. Il Chierici si dedica poi alla cappella Loffredo, mettendo in luce gli affreschi che ricoprivano integralmente le pareti interne.
Vengono ripristinate le aperture sul chiostro e la finestra, una bifora sormontata da un occhio polilobato, che si affaccia sulla chiesa. Riguardo al preciso posizionamento del sepolcro marmoreo di Maria d’Ungheria nella chiesa, egli, basandosi su studi e misurazioni accurati, confuta la tesi del Bertaux e lo fissa sul lato sinistro della navata. Questo posizionamento avrebbe reso il sepolcro visibile anche dal coro superiore, conducendo alla decisione di ricollocarlo in quel sito. Completato l’intervento sulle parti architettoniche, il soprintendente coordina i restauri del sepolcro stesso, del ciclo di affreschi del coro superiore e della cappella Loffredo. Sebbene i lavori siano materialmente eseguiti da tecnici specializzati, egli mantiene la supervisione complessiva delle operazioni, immergendosi nelle tecniche e nei criteri adottati. Rivendica giustamente il ruolo fondamentale di responsabile e coordinatore degli molteplici aspetti intrinseci ad ogni intervento. La chiesa di Donnaregina riapre al culto nel novembre 1934, dopo sei anni di lavori ininterrotti. Nonostante la rigorosa cautela nei ripristini e il rispetto scrupoloso della regola di evitare aggiunte non ampiamente documentate, la chiesa appare come un’opera completa grazie alla facilità con cui è possibile colmare le lacune mentalmente, utilizzando i numerosi frammenti decorativi scoperti e conservati nei loro luoghi originari.
La chiesa di Santa Maria Donnaregina Vecchia è un tesoro architettonico e storico di Napoli. La sua storia affascinante, le sue trasformazioni nel corso dei secoli e il suo recente restauro testimoniano il valore del nostro patrimonio culturale e l’importanza di preservarlo.
Attraverso la sua descrizione accurata, abbiamo viaggiato nel tempo, scoprendo le radici medievali della chiesa e il suo legame con la regina Maria d’Ungheria. Abbiamo ammirato gli affreschi trecenteschi, le volte a crociera e l’abside poligonale, che sono testimonianze di maestria architettonica.
Il restauro condotto da Gino Chierici è stato un impegno di passione e rigore, che ha portato alla rinascita di questo gioiello architettonico. La sua attenzione ai dettagli e la cura nel rispetto della struttura originaria hanno permesso di restituire alla chiesa la sua bellezza e autenticità.
Oggi, la chiesa di Santa Maria Donnaregina Vecchia brilla di nuovo, offrendo ai visitatori una testimonianza tangibile del passato glorioso di Napoli. Invito tutti a scoprire di persona questa meraviglia architettonica, apprezzando la sua storia e l’arte che custodisce.
In conclusione, la chiesa di Santa Maria Donnaregina Vecchia è un simbolo vivente del nostro patrimonio culturale e della nostra identità. Grazie al lavoro di restauro, possiamo ammirare e preservare questa preziosa eredità per le generazioni future. Chiudiamo con una citazione di Gino Chierici
Noi abbiamo inteso compiere opera onesta e sincera di rivalutazione storica e artistica, lontana così dalla fredda concezione dei conservatori ad oltranza, i quali non ammettono neppure il ripristino di qualche tratto di cornice distrutto o di un paramento corroso, come dai pericolosi tentativi degli estetizzanti, che attraverso deduzioni ed analogie vorrebbero veder compiuti i monumenti in ogni loro parte.
Grazie a tutti a presto con un nuovo episodio del podcast il restauro architettonico.
Bibliografia:
- Napoli e dintorni, Milano, Touring Club Italiano, 2007, ISBN 978-88-365-3893-5.
- Ferdinando Bologna, I pittori alla corte angioina di Napoli (1266-1414), Roma 1969.
- E. Carelli e S. Casiello, Santa Maria di Donnaregina a Napoli, Napoli 1975.
- G. A. Galante, Napoli sacra, Napoli 1872.
- Rosa A. Genovese, La chiesa trecentesca di Donnaregina, 1993.
- A. Venditti, Urbanistica e architettura Angioina in La storia di Napoli, Napoli1969.
- La cultura del restauro. Teorie e fondatori – 22 agosto 1996 di S. Casiello