Dal palazzo sabaudo al museo contemporaneo: il restauro del Castello di Rivoli

Dal palazzo sabaudo al museo contemporaneo : Il restauro del castello di Rivoli Il Restauro Architettonico

Benvenuti a Il Restauro Architettonico. Io sono Vincenzo Biancamano. Oggi raccontiamo il Castello di Rivoli, un’architettura che attraversa i secoli e cambia funzione senza perdere identità: da roccaforte medievale a residenza sabauda, dal grande sogno incompiuto di Juvarra al lungo abbandono, fino alla rinascita come Museo d’Arte Contemporanea. Non un semplice recupero edilizio, ma un caso scuola di dialogo tra conservazione e progetto: muri antichi, ferite storiche e interventi contemporanei distinguibili e reversibili. Ripercorriamo le tappe della sua storia, le ragioni del declino e le scelte critiche del restauro di Andrea Bruno – tra Carta di Venezia e Brandi – per capire come si costruisce un equilibrio tra memoria e uso. In fondo, Rivoli ci chiede: si può custodire il passato trasformandolo?

Dalle origini all’età sabauda: nascita di una residenza

Il Castello di Rivoli, attestato già nell’XI secolo su una collina a ovest di Torino, entra nel dominio dei Savoia dal 1247. Tra tardo Cinquecento e Seicento, sotto Carlo Emanuele I e i suoi successori, la fortezza è trasformata in residenza. Vitozzi e poi i Castellamonte ampliano il complesso in forme tardo-rinascimentali e barocche, realizzando la Manica Lunga (oltre 140 m) come pinacoteca ducale. Alla fine del Seicento Rivoli è un insieme composito: preesistenze medievali e nuove ali barocche, simbolo del prestigio sabaudo.

Il grande progetto incompiuto di Juvarra

All’inizio del Settecento, dopo l’assedio di Torino (1706), Vittorio Amedeo II punta a una reggia moderna. Michelangelo Garove e Antonio Bertola impostano i primi ampliamenti; nel 1716 arriva Filippo Juvarra con un disegno monumentale: nuovo corpo centrale, atrio voltato, scaloni cerimoniali, gallerie. Il cantiere si arresta attorno al 1730: si elevano porzioni delle ali orientali, mentre facciata e corpo centrale restano incompiuti. Basamenti senza colonne, nicchie non finite e scale interrotte testimoniano il “non finito” juvarriano. Negli anni 1790 Carlo Randoni semplifica lo scalone e allestisce ambienti, ma le vicende rivoluzionarie e napoleoniche bloccano di nuovo i lavori. Rivoli entra nell’Ottocento come ibrido: Manica Lunga seicentesca, ali juvarriane tronche, integrazioni tardo-settecentesche.

«L’incompiutezza non è una mancanza da colmare, ma un documento da leggere.»

Declino, usi impropri e rovina (XIX–XX secolo)

Con il ridimensionamento della centralità sabauda e l’Unità d’Italia, il castello perde funzione. Tra caserma e usi impropri, i danni si sommano; a fine Ottocento crolla il tetto della Manica Lunga. I bombardamenti del 1942 aggravano il quadro. Nel 1948 si tenta un ripristino parziale con travi in c.a. al posto delle capriate lignee: intervento d’emergenza, non filologico. Nel secondo dopoguerra Rivoli è un relitto: vegetazione, macerie, solai pericolanti, umidità diffusa.

La svolta: il progetto di Andrea Bruno

Nel 1961 Andrea Bruno avvia i primi consolidamenti. Negli anni Settanta matura la rifunzionalizzazione in Museo d’Arte Contemporanea, colmando una lacuna nazionale. Dopo l’avvio del cantiere nell’agosto 1979, il museo riapre il 18 dicembre 1984 (prima fase, corpo principale); la Manica Lunga viene completata tra 1996 e 2000. Un restauro a tappe, coerente nel metodo.

Principi guida

  • Distinguibilità: niente mimetismi; acciaio, vetro e cemento a vista dichiarano la contemporaneità.
  • Reversibilità: aggiunte appoggiate o autoportanti, smontabili senza danni all’antico.
  • Valorizzazione del “non finito”: l’incompiuto juvarriano resta leggibile come documento storico (Brandi, Carta di Venezia).

Le scelte operative

  • Consolidamenti e puliture delle murature in laterizio; recupero degli intonaci superstiti con tinte neutre.
  • Solai e pavimentazioni: rinforzi e rifacimenti rispettando quote e tecniche tradizionali; reimpiego di materiali originali ove possibile.
  • Coperture: nuove capriate in legno lamellare e manto metallico dove necessario; nessuna “ricostruzione d’epoca” senza documenti.
  • Atrio juvarriano: rimozione delle superfetazioni e delle strutture pericolanti, lasciando in vista le tracce del cantiere settecentesco.
  • Connessioni: scale, ascensori e passerelle collocati all’esterno (specie nella Manica Lunga) per preservare gli interni e offrire viste sul paesaggio.

La Manica Lunga come galleria contemporanea

All’ultimo livello nasce una sala continua di 147 metri, modulabile per mostre temporanee. Pareti bianche e copertura metallica con centine a vista dichiarano la sostituzione delle strutture collassate. Le torri scala-ascensori (vetro/c.a.) sul prospetto nord e la scala in laterizio sul lato sud sono volumi moderni, leggibili e reversibili.

La capsula vetrata: belvedere e manifesto

Il belvedere vetrato a sbalzo sul fronte principale è elemento dichiaratamente contemporaneo: dispositivo panoramico e manifesto progettuale. Trasparente e smontabile, riassume la poetica dell’intervento.

Impatto culturale e urbano

Con l’inaugurazione del 1984, Rivoli diventa il primo museo italiano dedicato all’arte contemporanea, con risonanza nazionale e internazionale. La rifunzionalizzazione genera benefici urbani e territoriali. Nel 1997 il Castello di Rivoli entra, con le Residenze sabaude, nella Lista UNESCO: riconoscimento del valore storico e della qualità del recupero.

Lezioni da Rivoli: conservazione attiva

  • Riuso come tutela: la funzione museale dà futuro al monumento.
  • Stratificazioni leggibili: ogni epoca resta riconoscibile; il nuovo non imita l’antico.
  • Tecniche contemporanee al servizio dell’autenticità.
  • Rifiuto del falso storico: niente completamenti ipotetici; integrazioni oneste e distinguibili.

Conclusioni

Il restauro del Castello di Rivoli mostra come conservazione e progetto possano potenziarsi a vicenda. La visione di Andrea Bruno va oltre il recupero edilizio: restituisce senso, uso e futuro a un’architettura altrimenti destinata al collasso. Visitando Rivoli, si percepiscono simultaneamente fortezza medievale, residenza barocca e intervento contemporaneo: l’edificio diventa la prima opera esposta, un museo nel museo. La tutela più efficace è attiva: non imbalsama la storia, la rimette in circolo.


Bibliografia essenziale


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Il progetto del limite. Tempo, materia e monumento nell’opera di Andrea Bruno

Autore: Giorgio Danesi
Editore: Anteferma, Treviso
Anno: 2025
Collana: Iuav Ricerche Archivio Progetti
ISBN: 979-12-5953-174-2
Sito per l’acquisto: www.anteferma.it/prodotto/il-progetto-del-limite


Un volume per comprendere il pensiero di Andrea Bruno

Il volume Il progetto del limite. Tempo, materia e monumento nell’opera di Andrea Bruno, scritto da Giorgio Danesi e pubblicato da Anteferma Edizioni nella collana Quaderni Iuav. Ricerche Archivio Progetti, è una riflessione profonda sul concetto di limite applicato all’architettura del restauro.

A partire dall’etimologia del termine līmes — confine, soglia, spazio di relazione — la ricerca indaga come questo concetto diventi chiave di lettura dell’intera opera di Andrea Bruno, figura centrale del restauro contemporaneo italiano ed europeo.

Attraverso documenti d’archiviosopralluoghi, e confronti diretti, Danesi ripercorre oltre cinquant’anni di attività progettuale, dal Piemonte al Medio Oriente, restituendo una visione complessa e coerente del rapporto tra antico e nuovomateria e memoriateoria e pratica.


Tra conservazione e trasformazione

Il limite, inteso come luogo di tensione e dialogo tra passato e presente, diventa il filo conduttore del pensiero progettuale di Bruno. Formatosi con maestri come Giovanni MuzioCarlo MollinoPaolo Verzone e Umberto Chierici, l’architetto torinese ha saputo tradurre nel proprio linguaggio progettuale i principi fondamentali della scuola italiana del Novecento, elaborando una visione autonoma e riconoscibile.

L’opera affronta alcuni tra gli interventi più emblematici di Bruno, analizzando la loro dimensione tecnica, teorica e poetica. Ne emerge un approccio in cui il restauro non è mai semplice conservazione, ma atto di interpretazione critica e ricomposizione del senso del monumento.


Un riferimento per studiosi e professionisti

Il libro rappresenta un contributo prezioso non solo per chi studia il pensiero di Andrea Bruno, ma anche per chi si confronta quotidianamente con il progetto di restauro.
Un testo che invita a riflettere sul ruolo del limite come strumento di conoscenza e principio operativo, nella consapevolezza che ogni intervento sul costruito storico è anche un gesto di responsabilità verso la memoria collettiva.


📖 Per approfondire:
Acquista il volume su Anteferma Edizioni

 Il Restauro Architettonico apre il suo canale Telegram

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Andrea Bruno: Un Homo faber del restauro


Un “homo faber” del restauro: Andrea Bruno Il Restauro Architettonico

4–5 minuti

Introduzione

Andrea Bruno (Torino, 11 gennaio 1931 – 6 luglio 2025) è stato un protagonista del restauro e della museografia del secondo Novecento. Laureato al Politecnico di Torino nel 1956 con una tesi sul recupero del centro storico di Savona, ha iniziato la sua carriera alla Soprintendenza ai Beni Architettonici del Piemonte, intrecciando pratica e ricerca.

È stato assistente e docente di Restauro dei monumenti al Politecnico di Torino fino al 1990; professore di Restauro al Politecnico di Milano (1991-2001); docente all’ICCROM di Roma; presidente del Centre d’Études Raymond Lemaire (RLICC) dell’Università Cattolica di Lovanio, contribuendo alla formazione di generazioni di professionisti.

Mostra “Progettare l’esistente” e interventi di Andrea Bruno: dal modello di progetto al restauro del Castello di Rivoli, simbolo del suo metodo di dialogo tra antico e contemporaneo.

Dal 1974 è stato consulente UNESCO per la salvaguardia del patrimonio con missioni in Medio Oriente, Nord Africa e Asia centrale. Dalla fine degli anni Sessanta ha operato in Afghanistan come esperto per il Ministero degli Esteri italiano e poi per l’UNESCO, in un contesto fragile segnato da conflitti, dispersione di competenze e scarsità di risorse. Definiva quel Paese “un immenso museo da conoscere, proteggere e ordinare”: una dichiarazione di metodo e responsabilità che ha guidato la sua azione.


Torino, laboratorio di restauro e riuso

  • Palazzo Carignano: restauro e allestimento per il Museo Nazionale del Risorgimento Italiano, con adeguamento funzionale rispettoso del barocco guariniano.
  • Castello di Rivoli (1978-1984): recupero della residenza sabauda, con integrazioni contemporanee (scala sospesa in acciaio e vetro, percorsi e impianti tecnologici). Dal 1984 ospita il primo museo pubblico d’arte contemporanea in Italia.
  • MAO – Museo d’Arte Orientale (2008): adattamento di Palazzo Mazzonis a museo dedicato all’arte asiatica, con equilibrio tra esigenze conservative e qualità dell’esperienza del visitatore.

Progetti in Europa

  • Les Brigittines, Bruxelles (2007): cappella barocca trasformata in centro per danza e teatro, con dialogo tra “guscio” storico e volumi nuovi.
  • CNAM, Parigi (2000): ristrutturazione e allestimento dell’antica chiesa di Saint-Martin-des-Champs, museo “didattico” dove l’edificio stesso diventa parte del racconto.

Caucaso: autenticità e conflitti di valori

  • Cattedrale di Bagrati, Kutaisi (Georgia, 2010-2012): ricostruzione parziale con elementi contemporanei. Caso emblematico sulle tensioni tra uso, memoria e autenticità, culminato con la rimozione del sito dalla lista UNESCO.

Afghanistan: tutela in crisi

  • Bamiyan (2001): valorizzazione delle nicchie dei Buddha distrutti e musealizzazione dell’area.
  • Minareto di Jam (XII secolo): monitoraggi e messa in sicurezza per contrastare erosione e instabilità.

Altri interventi in Europa e nel Mediterraneo

Musée de l’Eau a Pont-en-Royans; Museo della Corsica a Corte; Castello di Lichtenberg in Alsazia; Museo Romain Rolland a Clamecy; Circo Romano di Tarragona; Museo Archeologico di Maa-Palaeokastro a Cipro; cittadella di Fort Vauban a Nîmes.


Una lezione di metodo

Per Bruno, la trasformazione è la vera garanzia di conservazione:

  • Conoscenza: base di ogni progetto.
  • Minimo intervento: fare solo quanto necessario.
  • Distinguibilità: il nuovo non imita l’antico.
  • Reversibilità: ciò che si aggiunge deve poter essere rimosso.
  • Compatibilità: materiali e tecniche in dialogo con l’originale.
  • Uso e gestione: funzione e governance come condizioni di sopravvivenza.
  • Comunicazione: rendere comprensibile il valore del bene al pubblico.

Didattica e formazione

Bruno ha promosso il cantiere come luogo di apprendimento, l’uso del disegno e delle maquette come strumenti di conoscenza e verifica. La responsabilità del progettista, per lui, era sempre etica: scegliere significa assumere valori e farsene carico nel tempo.


Pubblicazioni ed esposizioni

  • Il castello di Rivoli: 1734-1984, storia di un recupero (1984)
  • Architetture tra conservazione e riuso (1996)
  • Mostre: Architetture nel tempo (2003), Fare, disfare, rifare architettura (2014).

Riconoscimenti

  • Cavaliere dell’Ordre National du Mérite (Francia)
  • Membro associato dell’Académie Royale de Belgique
  • Médaille de la Restauration dall’Académie d’Architecture di Parigi
  • Premio Domus (2015) per Bagrati
  • Laurea honoris causa del CNAM (2016)
  • Monografia Andrea Bruno. Opere e progetti (Electa, 2024)

Un’eredità per il presente

La lezione di Bruno resta attuale in un’epoca segnata da transizione ecologica, rigenerazione urbana e nuove esigenze sociali. Rivoli è il manifesto del suo metodo: materia storica rispettata, nuovo dichiarato con sobrietà, uso contemporaneo come motore di sopravvivenza.

«Non ho mai amato la celebrazione della mia attività. Ho sempre pensato che prima si debba fare, sono un homo faber
(Andrea Bruno, intervista al Giornale dell’Arte, 1 settembre 2014)


Bibliografia essenziale


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Il Portico Vivo: dall’idea alla premiazione

Il progetto vincitore della Call di Idee “Il Futuro: una Storia Millenaria”

Sabato scorso, nella suggestiva cornice della Sala del Trono del Castello Aragonese di Venosa, si è svolta la premiazione della Call di Idee “Il Futuro: una Storia Millenaria”, promossa da Broxlab in collaborazione con il Comune di Venosa e l’Ordine degli Architetti PPC della Provincia di Potenza. Tra i progetti premiati si è distinto “Il Portico Vivo – Riqualificazione dell’Ex Stallo dei Cavalli di Venosa”, a firma dell’architetto Vincenzo Biancamano.

Un concorso per il futuro dei luoghi storici

La Call di Idee è nata per stimolare riflessioni e proposte dedicate alla valorizzazione del patrimonio storico e urbano di Venosa, con particolare attenzione a:

  • tutela e recupero dell’identità locale;
  • turismo lento e sostenibile;
  • innovazione sociale e culturale;
  • accessibilità e inclusione.

All’interno di questo quadro, la sezione 1 del concorso ha chiesto ai progettisti di elaborare idee per il recupero e la rifunzionalizzazione di immobili pubblici.

L’Ex Stallo dei Cavalli: un luogo da far rivivere

L’edificio scelto come oggetto del progetto, l’Ex Stallo dei Cavalli, è una struttura ottocentesca legata alla tradizione della transumanza e alla mobilità lungo la Via Appia, patrimonio UNESCO.
Si tratta di un portico con archi in pietra e copertura lignea a capriate che, nonostante il valore storico e urbano, oggi si presenta in condizioni di degrado e con una fruizione molto limitata.

Il concept: “Il Portico Vivo”

L’idea alla base del progetto è quella di trasformare uno spazio marginale in un luogo vivo, capace di ospitare nuove funzioni sociali e culturali.
Il portico diventa un hub polifunzionale con soluzioni leggere e reversibili:

  • restauro conservativo delle superfici e consolidamento della copertura;
  • predisposizioni impiantistiche e illuminazione a basso impatto;
  • arredi modulari per info-point turistico, microbiblioteca e coworking;
  • spazi dedicati al cicloturismo e alla mobilità dolce;
  • area esterna riqualificata con pavimentazione drenante, verde mediterraneo e illuminazione scenografica.

Il progetto restituisce al portico un ruolo centrale: luogo di incontro, cultura e turismo lento, vissuto sia di giorno che di notte.

La presentazione alla cittadinanza

Durante la cerimonia di premiazione, l’architetto Vincenzo Biancamano ha illustrato il progetto attraverso una presentazione che ha mostrato le soluzioni architettoniche e gli scenari d’uso.
Il pubblico ha potuto immaginare l’Ex Stallo dei Cavalli come spazio rinnovato, capace di ospitare eventi culturali, mercati, mostre e attività sociali, diventando così un nuovo punto di riferimento per la comunità.

La premiazione

Alla premiazione erano presenti il Sindaco di Venosa, Francesco Mollica, l’Assessora alla Cultura, Rosa Centrone, rappresentanti dell’Ordine degli Architetti PPC della Provincia di Potenza, docenti universitari e i project manager di Broxlab.
L’evento è stato un importante momento di confronto tra istituzioni, professionisti e cittadinanza, confermando il valore di progetti che coniugano tutela e innovazione.

Uno sguardo al futuro

“Il Portico Vivo” si propone come un ponte tra passato e futuro, un progetto che ridà vita a un bene storico, restituendolo alla comunità attraverso un modello di fruizione culturale e partecipata.
Un esempio di come l’architettura possa farsi strumento di valorizzazione, innovazione e inclusione, contribuendo a costruire nuove traiettorie di sviluppo per Venosa e per il suo straordinario patrimonio.

Il Tempio-Duomo di Pozzuoli: un elogio del palinsesto

Il Tempio Duomo di Pozzuoli: un elogio del palinsesto Il Restauro Architettonico

6–9 minuti

Nei Campi Flegrei, a Pozzuoli, c’è un edificio che più di altri racconta il dialogo tra passato e presente: il Tempio-Duomo di Pozzuoli, una cattedrale che ha attraversato duemila anni di storia, trasformandosi da tempio romano ad aula cristiana, da chiesa barocca a rovina, fino a diventare oggi un manifesto del restauro critico contemporaneo.


Divisare (2017), Cattedrale di Pozzuoli (Marco Dezzi Bardeschi / Gnosis Architettura) – immagini e dati sintetici. (Divisare)

Una storia millenaria tra trasformazioni e catastrofi

Il Duomo di Pozzuoli sorge sul Rione Terra, il colle che domina il porto. In età repubblicana era l’area del Capitolium, santuario civico della città. Nel I secolo a.C., in piena età augustea, vi fu costruito un imponente tempio dedicato all’imperatore Augusto e al culto imperiale: colonne in marmo cipollino, un grande pronao affacciato sulla città, una cella rettangolare monumentale.

Con l’avvento del Cristianesimo, quel tempio venne trasformato in chiesa. Le colonne furono inglobate nelle murature, l’aula romana divenne navata. Nel Cinquecento e Seicento, in piena epoca barocca, la chiesa fu ampliata e arricchita, diventando la cattedrale di San Procolo Martire, patrono di Pozzuoli. Per secoli rimase il cuore religioso e civile della comunità.

Poi arrivò il disastro. Nel 1964 un incendio devastò la cattedrale, distruggendo la copertura barocca, gli arredi e le decorazioni. Le fiamme misero a nudo ciò che per secoli era stato nascosto: le colonne romane del tempio augusteo, le murature antiche, l’impianto originario.
Come se non bastasse, negli anni ’70 e ’80 il bradisismo rese instabile l’intero Rione Terra, costringendo la popolazione a evacuare. Il terremoto del 1980 aggravò la rovina. Per decenni il Duomo rimase chiuso, abbandonato, una ferita aperta nel cuore della città.

Dal trauma all’occasione: il concorso degli anni Duemila

Quelle rovine, tuttavia, contenevano un potenziale straordinario. Tra colonne romane annerite, murature medievali e resti barocchi, il Duomo appariva come un palinsesto di pietra, un libro scritto da epoche diverse.
All’inizio degli anni Duemila, la Regione Campania decise di restituire vita al monumento e bandì un concorso internazionale. L’obiettivo: ridare al Duomo la sua funzione liturgica e insieme valorizzarne il valore storico e archeologico.

A vincere fu il gruppo guidato da Marco Dezzi Bardeschi, architetto e teorico del restauro critico, con un progetto dal titolo eloquente: Elogio del Palinsesto.

Cosa significa “elogio del palinsesto”?

In filologia, un palinsesto è un manoscritto che conserva tracce di scritture sovrapposte. In architettura, è un edificio che porta in sé le stratificazioni del tempo.
Il Duomo di Pozzuoli era esattamente questo: un testo fatto di strati visibili e invisibili. L’incendio aveva cancellato il barocco, ma aveva restituito alla vista il tempio romano; le rovine convivevano con le esigenze del culto contemporaneo.

Dezzi Bardeschi capì che la sfida non era scegliere un’epoca e cancellare le altre, ma mantenere in dialogo tutte le fasi: l’antico, il barocco, il moderno. Nessuna ricostruzione mimetica, nessuna “pulizia” archeologica radicale: solo la valorizzazione delle tracce, con l’inserimento di elementi nuovi, dichiaratamente contemporanei.

Entrare oggi nel Tempio-Duomo

L’esperienza del visitatore inizia dalla soglia. Si incontra la facciata barocca incompleta, ridotta a rudere. Subito dopo, una grande parete di vetro strutturale, sorretta da tiranti d’acciaio, filtra la luce e introduce a un interno sorprendente.

La navata è la cella del tempio di Augusto: un rettangolo di circa 35 metri per 15, scandito da dodici colonne corinzie in marmo cipollino. Un tempo erano libere, oggi sono inglobate nelle pareti, e mostrano i segni del tempo: rocchi consumati, superfici scalpellate, capitelli corrosi.
Tra le colonne si alternano campiture antiche e integrazioni moderne in pietra chiara, neutre, che segnalano il limite tra originale e nuovo.

Sopra, al posto della volta barocca, c’è un controsoffitto bianco a cassettoni in cemento armato. Sobrio, geometrico, ridisegna lo spazio con luce diffusa. Dove le murature sono perdute, grandi lastre di vetro e acciaio proteggono e lasciano filtrare la vista dell’esterno.
Il pavimento ligneo sopraelevato, inclinato, raccorda le diverse quote e lascia intravedere – attraverso inserti trasparenti – le stratificazioni archeologiche. Le panche in legno chiaro sono disposte in modo ordinato, senza interferire con la leggibilità del monumento.

Avanzando, si entra nel presbiterio barocco, attraverso un arco trionfale. Qui le volte affrescate e l’abside dipinta segnano un netto cambio di linguaggio: dalla severità romana alla ricchezza seicentesca.

Le scelte progettuali di Dezzi Bardeschi

L’intervento si basa su tre principi fondamentali:

  • Distinguibilità. I nuovi materiali – vetro, acciaio, cemento – sono dichiarati, non cercano di imitare l’antico.
  • Reversibilità. Ogni inserimento può essere rimosso senza danneggiare l’originale.
  • Leggibilità. La compresenza di antico e nuovo è resa chiara e immediata al visitatore.

Esempi concreti:

  • Il pronao romano, oggi atrio vetrato, con superfici che evocano le colonne mancanti senza falsificarle.
  • Il nuovo campanile contemporaneo (2017), volume autonomo in acciaio e laterizio, che ospita le campane storiche senza fingere l’antico.
  • Il pavimento in legno che permette di percepire le quote diverse e insieme proteggere i resti archeologici.

Un dibattito acceso

Il progetto di Dezzi Bardeschi suscitò polemiche.
Gli archeologi avrebbero preferito liberare completamente il tempio romano dalle aggiunte. La diocesi desiderava recuperare le funzioni liturgiche e magari ripristinare gli arredi barocchi.
Dezzi Bardeschi scelse di non schierarsi, mantenendo tutte le stratificazioni. Una scelta radicale, che molti criticarono:

  • per l’uso di materiali moderni in un contesto antico;
  • per la rinuncia a ricostruire la cattedrale barocca “com’era e dov’era”.

Ma proprio questa scelta ha reso l’intervento un caso emblematico di restauro critico contemporaneo, studiato oggi nelle scuole di architettura.

Il cantiere: tra difficoltà e innovazione

I lavori iniziarono nel 2004 e durarono oltre un decennio, con riapertura della cattedrale nel 2014 e completamento del campanile nel 2017.
Le sfide furono molte:

  • consolidare murature fragili, danneggiate da incendio e terremoto;
  • intervenire su materiali diversi (romano, barocco, moderno) con tecniche compatibili;
  • lavorare in un centro storico abbandonato, con accessi difficili e logistica complessa.

Ogni decisione fu frutto di confronto tra Regione, Diocesi, Soprintendenza, progettisti, archeologi e restauratori. Una mediazione continua tra esigenze liturgiche, scientifiche e di sicurezza.

Significato culturale

Oggi il Tempio-Duomo di Pozzuoli è una chiesa viva e insieme un museo di se stessa. È un caso di studio che dimostra come sia possibile intervenire senza privilegiare un solo volto della storia.
È anche un simbolo per la città: dopo decenni di abbandono, la comunità lo ha riabbracciato come segno di identità e rinascita.

Il messaggio è chiaro: il restauro non è ricostruzione nostalgica né mummificazione romantica, ma dialogo tra tempi diversi, reso leggibile attraverso un linguaggio contemporaneo.

Conclusione

Il restauro del Tempio-Duomo di Pozzuoli ci insegna che i monumenti non sono mai oggetti fissi, ma processi in trasformazione.
Il progetto di Marco Dezzi Bardeschi – con le sue scelte radicali e discusse – ha reso questo edificio un manifesto del restauro critico: non cancellare, non ricostruire, ma tenere insieme le tracce della storia e renderle comprensibili al presente.

Un elogio del palinsesto, che oggi possiamo attraversare entrando in una navata romana, pregando sotto un soffitto contemporaneo, guardando un’abside barocca. In un solo spazio, duemila anni di storia e la sfida viva del restauro.

Hai ragione — scusa per l’imprecisione. Ho ricontrollato tutto e ti lascio qui una bibliografia essenziale, centrata e verificata sul Tempio-Duomo di Pozzuoli e sul progetto “Elogio del Palinsesto”. È già pronta da incollare in fondo al post.

Bibliografia essenziale

  • Regione Campania (2003), Bando di concorso internazionale per il restauro del Tempio/Duomo di Pozzuoli. Gazzetta Ufficiale (avviso di pubblicazione). (Gazzetta Ufficiale)
  • Dezzi Bardeschi, M. et al. (2004), Elogio del Palinsesto (documentazione di concorso, 1º premio). Archivio IRIS Università di Napoli. (Iris UNINA)
  • Ministero della Cultura – Atlante dell’Architettura Contemporanea (s.d.), Tempio-Duomo. Scheda ufficiale dell’opera. (Atlante Architettura Contemporanea)
  • Pergoli Campanelli, A. (2010), Il restauro del Tempio-Duomo di Pozzuoli, in «L’Architetto Italiano», n. 35–36. (PDF con dati di progetto, lotti e cronoprogramma). (ArchiDiAP)
  • Censimento Architetture Contemporanee – MiC (s.d.), Restauro del Tempio-Duomo di Pozzuoli. (Riferimenti bibliografici e sintetica lettura critica). (Censimento Architetture Contemporanee)
  • Gnosis Architettura (s.d.), Rione Terra – Canonica e Campanile. (Scheda sul nuovo campanile e corpi annessi). (gnosisarchitettura.it)
  • Faraone (s.d.), Facciate sospese al Tempio di Augusto – Pozzuoli. (Caso studio tecnico: vetrate strutturali e serigrafia che evoca le colonne mancanti). (Faraone.it)
  • Divisare (2017), Cattedrale di Pozzuoli (Marco Dezzi Bardeschi / Gnosis Architettura) – immagini e dati sintetici. (Divisare)
  • Il Giornale dell’Architettura (8 maggio 2014), Dopo 50 anni, riecco il tempio-duomo di Pozzuoli. (Sulla riapertura al culto). (Giornale dell’Architettura)
  • Barrella, G. (a cura di) (2014), La cattedrale di Pozzuoli. Riscoperta del Rione Terra, Iniziative Editoriali. (Reperibile in cataloghi bibliografici). (BeWeBLibreria Universitaria)

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Ananke come necessità: il pensiero di Marco Dezzi Bardeschi

25–37 minuti

Ananke come necessità: il pensiero di Marco Dezzi Bardeschi Il Restauro Architettonico

Benvenuti a Il Restauro Architettonico. Io sono Vincenzo Biancamano architetto ed esperto in restauro, e oggi esploreremo Marco Dezzi Bardeschi, che ha rivoluzionato il restauro in Italia. Architetto, teorico e docente, fu tra i primi a parlare di autenticità documentale, rispetto per il rudere, e rifiuto del restauro mimetico. Ricostruiamo il suo pensiero, la sua attività culturale – attraverso la rivista Ananke – e analizziamo due cantieri: il Palazzo della Ragione di Milano e il Tempio-Duomo di Pozzuoli. Scopriremo il suo approccio al progetto contemporaneo, il valore dell’incompiuto, dell’errore, della stratificazione, e il ruolo politico del restauro come pratica critica.

Autenticità, innovazione e tutela del patrimonio architettonico

Durante una conferenza internazionale nel 2013, il professor Marco Dezzi Bardeschi (1934–2018), protagonista della conservazione architettonica italiana, noto per la sua teoria del restauro orientata alla tutela dell’autenticità materialee al rispetto del “rudere” (il monumento nella sua realtà di rovina), in opposizione a interventi imitativi. Ingegnere e architetto fiorentino, docente universitario e direttore della rivista ANANKE, unì attività intellettuale a realizzazioni concrete. Pubblicò centinaia di contributi su storia dell’architettura e restauro, e firmato interventi divenuti casi di studio internazionali, come il Palazzo della Ragione di Milano e il Tempio-Duomo di Pozzuoli, considerati tòpoi del restauro mondiale. Il suo pensiero e la sua opera hanno lasciato un segno indelebile, fondato sull’idea che l’architettura “vive solo una volta” e vada preservata nella sua unicità storica, dialogando creativamente col nuovo invece di venir mummificata in false ricostruzioni.

Autenticità del documento e rifiuto del restauro mimetico.

Al centro della filosofia di Bardeschi vi è l’autenticità documentale. Ogni edificio storico è un documento materiale unico, portatore di tracce irriproducibili della sua storia. Il restauro deve garantire la permanenza fisica di ciò che il tempo ci ha consegnato, evitando alterazioni che ne diminuiscano la consistenza materica. «Conservare, non sottrarre materia alla fabbrica» era l’imperativo etico del restauratore. Eliminare parti esistenti, anche degradate, significa perdere una testimonianza insostituibile. Bardeschi insisteva che rimuovere le cause di degrado non equivale a cancellare i “segni del tempo”, che vanno accettati come parte della storia dell’edificio.

Questa visione nega il restauro mimetico. Bardeschi rifiutava ogni approccio che imitasse lo stile originario per “completare” lacune o reintegrare parti perdute. Un intervento – per rendere indistinguibile il nuovo dall’antico – era un tradimento della verità storica, un tentativo illusorio di “rimuovere l’accaduto” come se nulla fosse successo. Criticòle scuole di restauro tradizionali: dal restauro stilistico, che alimentava ricostruzioni arbitrarie, al filologico volto a “correggere il testo”, fino al critico brandeiano, accusato di voler rimuovere il diverso e ricomporre l’unità perduta. In opposizione a tali approcci, Bardeschi sosteneva la massima sincerità dell’intervento: il nuovo su un edificio storico deve dichiararsi apertamente, senza camuffarsi da antico. Non accettava “strade analogiche” né aggiunte in stile, perché qualsiasi integrazione arbitraria falsificherebbe il documento. Coerentemente, nei suoi progetti praticò la regola del “dov’era, ma non com’era”: ricostruire – se necessario – un elemento crollato nello stesso luogo, ma non nella forma identica, bensì con un contributo contemporaneo riconoscibile. Il restauro diventa conservazione dell’esistente, non imitazione: significa salvaguardare il corpo autentico dell’architettura (materie, tracce, stratificazioni) e non riprodurne un’effigie metaforica o idealizzata.

Foto storica di Marco Dezzi Bardeschi – Corriere della Sera, archivio fotografico.

Attivismo culturale e rivista ANANKE

Fin dagli esordi, Bardeschi fu un militante della conservazione. La sua attività teorica si è espressa in un attivismo culturale. Emblema di questo impegno è la rivista ‘ANANKE, da lui fondata nel 1993 e diretta fino alla scomparsa. La rivista nasce come quadrimestrale sui temi del restauro e della conservazione, concepito come piattaforma di dibattito e denuncia contro gli abusi sul patrimonio. Il titolo richiama la dea greca Ananke (la Necessità) e allude, come spiega Bardeschi, al grido profetico di Victor Hugo – «guerra ai demolitori!» – in difesa dei monumenti. La rivista, edita inizialmente dal Dipartimento di Progettazione dell’Architettura del Politecnico di Milano, divenne un riferimento critico nel settore, grazie a un Comitato Scientifico internazionale e a una rete di corrispondenti regionali.

Bardeschi e i suoi collaboratori sostenevano su ANANKE “un’attenzione consapevole e cura verso il patrimonio costruito diffuso, sia antico sia recente, e per promuovere un progetto contemporaneo di qualità”. Questo estratto del manifesto riassume i due fronti dell’attivismo bardeschiano: da un lato la tutela del costruito di valore culturale (incluse le architetture “minori” o recenti), dall’altro la promozione di una progettualità responsabile, capace di integrarsi nei contesti storici senza prevaricarli. Le pagine di ANANKE affiancavano riletture critiche dei teorici della conservazione a interventi sull’attualità, fungendo da osservatorio sulle politiche del restauro. Bardeschi usava toni polemici, denunciando gli eccessi di ricostruzione post-sismica “in stile Disneyland” e l’emergere di falsi storici nei centri urbani turistici. La direzione di ANANKE l’ha trasformato in un laboratorio di idee e un baluardo etico: una piattaforma critica indipendente, fondamentale per formare una coscienza sul valore della conservazione.

L’impegno editoriale di Bardeschi non iniziò con ANANKE. Negli anni ’70 aveva co-diretto con Eugenio Battisti e Marcello Fagiolo la rivista PSICON, dedicata a iconologia e arti (1974-1977). Questo testimonia la sua curiosità intellettuale, spaziando dalla storia dell’architettura alla semiologia delle immagini. Tuttavia, è con ANANKE che la militanza culturale raggiunge il culmine, influenzando il dibattito italiano sul restauro dagli anni ’90. Dopo la sua morte, la rivista è passata sotto la direzione di un suo allievo, a conferma della volontà di continuare quella battaglia ideale nel nuovo millennio.

Due cantieri manifesto: Pozzuoli e Palazzo della Ragione.

Tra le opere seguite da Bardeschi, due spiccano come manifesti del suo metodo: il Tempio-Duomo di Pozzuoli e il Palazzo della Ragione di Milano. Questi progetti, a distanza di decenni, esemplificano i principi teorici bardeschiani, dal “rispetto del rudere” all’inserimento creativo di elementi contemporanei. Entrambe sono tra i casi più significativi del restauro architettonico internazionale.

Il Tempio-Duomo di Pozzuoli, cattedrale del Rione Terra, rappresenta la sfida di far convivere un tempio romano in rovina (il Capitolium di età augustea) con la sua trasformazione seicentesca in chiesa cristiana, dopo un incendio nel 1964. Bardeschi vi lavorò dal 2003 al 2018, guidando un team multidisciplinare sotto il motto “L’elogio del palinsesto”, per valorizzare tutte le stratificazioni storiche. Il progetto ha evitato qualsiasi ripristino selettivo, rifuggendo l’idea di riportare l’edificio a un ipotetico stato originario. Si è scelto di accostare e giustapporre le diverse “pagine” di storia: le colonne del tempio romano sono rimaste nella navata della chiesa barocca, le mura antiche in rovina sono state consolidate e lasciate a vista, e i vuoti delle lacune strutturali sono stati reintegrati non da copie in stile, ma da elementi architettonici contemporanei. Dove il muro perimetrale e il campanile barocco mancavano, il progetto ha inserito un nuovo volume moderno (contenente la casa canonica, gli uffici e una nuova torre) che colma il vuoto “dov’era” ma con forme e materiali “non com’erano”, senza mimare quello antico demolito. Questo intervento, rivestito da una “pelle” di laterizio dal disegno contemporaneo, ridisegna lo skyline del Rione Terra in modo riconoscibile ma rispettoso, instaurando un dialogo dialettico e non conflittuale con il monumento preesistente. All’interno, il percorso di visita valorizza i resti archeologici sotterranei, mantenendo visibili le tracce di tutte le epoche. Il risultato è stato definito come l’applicazione coerente della teoria bardeschiana della somma di due operazioni: conservare l’esistente + aggiungere il nuovo. In sintesi, il Tempio-Duomo restaurato si presenta oggi come un palinsesto architettonico vivente, in cui antico e moderno coesistono: un manifesto del credo di Bardeschi, che assegna pari dignità a ogni fase storica e inserisce nuove forme per garantire la fruizione e la vita futura del monumento.

Il Palazzo della Ragione di Milano (broletto comunale del XIII secolo) fu per Bardeschi un terreno per affermare i suoi principi. Tra il 1978 e il 1986, si discuteva se eliminare un sopraelevamento settecentesco del palazzo (aggiunto nel periodo asburgico) ritenuto “estraneo” allo stile gotico originale. Molti auspicavano un ripristino dell’aspetto medievale tramite la demolizione di questa aggiunta. Bardeschi si oppose a tale sottrazione: grazie al suo contributo, prevalse la scelta di mantenere tutte le stratificazioni storiche e risolvere i problemi statici con soluzioni moderne. Sioccupò del consolidamento strutturale e dell’adeguamento funzionale per trasformarlo in spazio espositivo, introducendo elementi nuovi dove serviva, ma senza mimetismi. L’esempio più discusso fu una nuova scala di sicurezza esterna in acciaio e vetro: un’aggiunta necessaria per le uscite, progettata in forma dichiaratamente moderna, rifiutando di camuffarla in stile gotico. Questa scelta suscitò critiche da parte di chi avrebbe preferito una scala “invisibile”, ma per Bardeschi fu un punto d’onore: nessun elemento nuovo doveva sembrare antico, per onestà verso il pubblico. La “scala di Bardeschi”, riconoscibile nella facciata, è diventata il simbolo della “difesa della polifonia” del monumento – come titolò un critico – della convivenza di più epoche e interventi senza ridurli a un coro monocorde. Ilrestauro consolidò la struttura senza cancellarne la complessità storica, in linea con il principio di Bardeschi: «Restauro = progetto di conservazione dell’esistente (valore complessivo) + progetto del nuovo (valore aggiuntivo)». Questa definizione riassume l’approccio a Milano: la conservazione integrale della materia originale come “valore complessivo” e l’innesto misurato di un progetto contemporaneo come “valore aggiunto” per l’uso odierno. Oggi quel palazzo, con la sua scala moderna, testimonia la lezione di Bardeschi: un restauro può (e deve) far convivere continuità storica e innovazione architettonica, senza inganni mimetici.

Palazzo della Ragione, Milano – scala progettata da Marco Dezzi Bardeschi – Lombardia Beni Culturali, scheda LMD80-00059.

Docente e teorico: l’eredità accademica e culturale

Marco Dezzi Bardeschi ha avuto un’importante carriera accademica, formando generazioni di architetti e restauratori, e una carriera professionale. Dopo un inizio alla Soprintendenza di Arezzo negli anni ’60, passò all’insegnamento universitario: prima a Firenze, nell’istituto diretto dal suo mentore Piero Sanpaolesi, e poi dal 1976 al Politecnico di Milano come professore ordinario di Restauro. Al Politecnico fondò nel 1980 il Dipartimento di Conservazione delle Risorse Architettoniche e Ambientali e coordinò il primo Dottorato di ricerca. Grazie a lui, si istituzionalizzò un percorso formativo sulla conservazione, basato su un approccio metodologico rinnovato. Convinto di “ritornare alla fabbrica e alla sua fisicità”, Bardeschi impostò la didattica del restauro su solide basi tecniche (studio dei materiali, strutture, degrado) e consapevolezza storica. Si ispirò alle ricerche della Nouvelle Histoire francese e alla visione del monumento come palinsesto di valori, portando nei corsi un approccio scientifico ma aperto alle interpretazioni culturali. I suoi corsi al Politecnico erano affollatissimi e coinvolgenti: gli studenti erano affascinati dalla sua energia e dalla passione con cui trasmetteva sia le nozioni tecniche sia l’amore per il patrimonio.

Bardeschi, teorico, ha scritto testi che hanno influenzato il dibattito sul restauro. Il suo libro “Restauro: punto e da capo” (Franco Angeli, 1991) divenne un riferimento, proponendo un “azzeramento” delle convenzioni e una ripartenza dai fondamenti etici. In esso e in altri saggi ribadisce i concetti cardine: autenticità, conservazione integrale, anti-storicismo (rifiuto di riportare un edificio a uno stile passato ignorando le aggiunte) e necessità del progetto contemporaneo. Celebre è la sua formula del restauro come somma di conservazione + innovazione, che sintetizza il superamento della dicotomia tra “restauratori” e “progettisti”: secondo Bardeschi, il buon restauratore è anche un progettista, perché deve saper progettare interventi nuovi calibrati sul contesto storico. In parallelo, un buon progettista di architettura non può ignorare la cultura della conservazione. Questa visione “ibrida” ha contribuito a far dialogare discipline un tempo separate, e ha formato professionisti completi.

L’eredità accademica di Bardeschi si misura attraverso i suoi allievi. In oltre quarant’anni di insegnamento, ha ispirato studenti in posizioni di rilievo nel restauro e nella tutela. Molti hanno collaborato con lui su ANANKE o nei suoi cantieri e ne hanno assorbito l’approccio critico. Esiste una “scuola di Bardeschi”, non formalizzata ma riconoscibile nei metodi e nella sensibilità di restauratori formati al Politecnico di Milano e altrove. Attraverso i suoi scritti diffusi anche fuori dall’Italia (ha tenuto conferenze in Europa e America, ed era visiting professor in Brasile), le idee hanno avuto risonanza internazionale, contribuendo al dialogo globale sulla conservazione del patrimonio. La sua eredità culturale risiede nell’aver rinnovato la cultura del restauro italiana negli ultimi decenni del ’900, spingendola “sulla strada della conservazione” più rigorosa e facendo evolvere il restauro critico di Brandi verso posizioni più rispettose della materia storica. La sua influenza è rintracciabile nell’opera di altri teorici coevi: Giovanni Carbonara, esponente del restauro critico, negli anni ’80 accentuò l’enfasi conservativa in risposta al dibattito innescato da Bardeschi.

Marco Dezzi Bardeschi ha trasmesso una lezione di metodo e valori che formano nuove generazioni. L’“operosa vita” di questo maestro prosegue negli allievi di tre generazioni e di molti paesi, “incantati dalla sua cultura, vitalità ed entusiasmo”. La sua eredità è nelle opere e in un modo di pensare il restauro che coniuga rigore scientifico, sensibilità storica e creatività progettuale.

Tempio-Duomo di Pozzuoli, interno – Foto di Mariano De Angelis e Francesco Cimmino, Gnosis Architettura, gnosisarchitettura.it

Architettura contemporanea e inserimento del nuovo nell’antico

Un tema centrale del pensiero di Bardeschi è il rapporto tra architettura contemporanea e costruito storico. Sosteneva che il nuovo dovesse affiancarsi all’antico in modo complementare, non mimetico. La sua posizione può sembrare paradossale: era insieme conservatore estremo e innovatore audace. Era conservatore perché propugnava il rispetto delle preesistenze; era innovatore perché rivendicava al progetto contemporaneo un ruolo fondamentale nei contesti storici. Per Bardeschi queste due istanze non erano in conflitto ma parte di un unico processo virtuoso di trasformazione consapevole.

Egli definiva il restauro come un progetto duplice: conservazione + nuovo. Ogni intervento sul patrimonio deve proteggere e conservare l’esistente, e introdurre elementi nuovi per la fruizione e la “rivitalizzazione” nel presente. Senza un uso attuale, i monumenti moriranno. Tuttavia, ogni nuovo inserimento deve essere di alta qualità architettonica e rispettoso del contesto. Bardeschi parlava di “nuovi livelli di scrittura” aggiunti al testo architettonico preesistente. Il termine “scrittura”suggerisce che l’architetto contemporaneo deve redigere un nuovo “capitolo” del libro dell’edificio, dialogando con quelli precedenti. Non deve né copiare servilmente lo stile passato (sarebbe pastiche) né ignorare il luogo imponendo un progetto avulso; deve stabilire una contrapposizione armonica, una risposta creativaalle istanze formali e materiche dell’antico. In sintesi, Bardeschi afferma che «la contrapposizione e riscrittura complessiva dei valori spaziali è l’unica soluzione ammissibile quando il nuovo si affianca all’antico». Questa fraseindica che il progettista deve riscrivere gli spazi storici con il proprio linguaggio, accettando la contrapposizione di vecchio e nuovo come opportunità espressiva. Solo così, secondo Bardeschi, si evita la museificazione e si tiene vivo un monumento.

Le sue opere exemplificano questo approccio. Nel Duomo di Pozzuoli, l’architettura contemporanea (scale, passerelle, coperture vetrate, nuova torre) si inserisce tra i ruderi romani e barocchi senza confondersi, esaltandoli per contrasto. La scala moderna al Palazzo della Ragione di Milano evidenzia la facciata medievale, invece di falsificarla. Bardeschi amava ricordare la massima della Secessione viennese “A ogni secolo la sua arte”, per sottolineare che ogni epoca deve esprimersi con il proprio linguaggio, anche su preesistenze. Per lui il nuovo nell’antico non era un “male necessario” bensì un valore aggiunto. Un edificio storico, arricchito da un intervento contemporaneo ben calibrato, può aumentare il suo significato, diventando testimonianza di un dialogo tra epoche. In ANANKE la rivista esaminò progetti di restauro architettonico e il “rapporto tra nuovi progetti di architettura e cultura della conservazione”. Questa prospettiva contribuì a sdoganare l’idea di fare buona architettura moderna nel tessuto storico, senza danneggiare la memoria dei luoghi. Al contrario, come Bardeschi dimostrò, un progetto nuovo ben concepito può valorizzare il monumento, purché rimanga distinguibile e reversibile (rimuovibile in futuro senza distruggere l’antico) e non elimini nulla dell’originale.

Per Bardeschi, antico e contemporaneo non sono antitetici ma devono convivere in una “polifonia” architettonica. Rigettava l’idea di congelare le città storiche in teche museali e quella di sacrificare il passato al nuovo. La terza viaconsiste nel far interagire creativamente l’eredità storica, affinché l’intervento diventi un atto di continuità evolutiva: il monumento continua a vivere, arricchito di una nuova stratificazione che non cancella le precedenti. Questo approccio, oggi diffuso, era pionieristico quando Bardeschi iniziò a promuoverlo, e lo portò a scontrarsi con esperti più tradizionalisti o “integralisti”. Ma col tempo si è affermato come un modello virtuoso di intervento sul costruito storico.

Il valore del vuoto, dell’errore e dell’incompiuto

Un aspetto originale della sensibilità di Bardeschi è l’attenzione al vuoto, all’errore e all’incompiuto come elementi di valore nel restauro. Mentre un approccio convenzionale tenderebbe a “correggere” o riempire queste mancanze, Bardeschi insegnava a leggerle e valorizzarle nella storia dell’edificio.

Il termine “vuoto” si riferisce allo spazio lasciato da parti crollate o demolite, e ai vuoti di documentazione e discontinuità formali. Bardeschi considerava i vuoti fisici (lacune in una muratura o brani mancanti di un manufatto) non come problemi da eliminare, ma come testimonianze. Il “vuoto” racconta un’assenza, un evento (crollo, distruzione) nella biografia del monumento. Riempirlo arbitrariamente significherebbe cancellare quella traccia e produrre un falso. Meglio lasciare visibile il vuoto – stabilizzato e sicuro – oppure integrarlo con elementi moderni discreti (una struttura in vetro) che evidenzino la differenza. Un esempio è la mancata ricostruzione della porzione crollata del Duomo di Pozzuoli: invece di rifarla com’era, Bardeschi ha mantenuto un’apertura verso l’esterno, un atrio a cielo aperto che rivela lo stato di rovina e funge da spazio d’ingresso. Il vuoto diventa parte integrante del progetto di restauro, non azzerato ma reinterpretato.

Con “errore” si intendono le parti di un edificio giudicate “sbagliate” rispetto all’originale: aggiunte disarmoniche, manomissioni, interventi maldestri. Molti restauratori tenderebbero a eliminare tali interventi storicamente stratificati,considerandoli impurità. Tuttavia, Bardeschi professava la non selezione superficiale: anche ciò che appare un “errore” può avere valore di testimonianza. La sua regola era di non rimuovere nulla a priori, a meno di un pericolo grave o un disturbo funzionale insormontabile. Se in epoca ottocentesca un edificio medievale era stato alterato, quell’alterazione fa parte della storia di quell’architettura e va documentata e preservata, oppure reinterpretata, ma non cancellata. Bardeschi militò contro la “superficiale selezione” delle tracce da conservare: nel restauro non bisogna agire con pregiudizio estetico o ideologico, tenendo solo ciò che piace (magari perché medievale “autentico”) e rimuovendo il resto. Al contrario, ogni epoca e stratificazione meritano rispetto, in linea col pensiero di Alois Riegl sul valore storico di tutte le fasi di un monumento. Gli esiti di vecchi restauri errati venivano accettati come parte della biografia dell’opera, preferendo aggiungere correzioni discrete piuttosto che far finta che non fossero mai avvenuti. In questo Bardeschi si allontanava da certa ortodossia purista per abbracciare una visione inclusiva della storia edilizia. Il suo restauro della Biblioteca Classense di Ravenna, tra 1979 e 1988, mise in luce tutte le trasformazioni subite dal complesso senza cancellarne nessuna, documentandole a fondo con ricerche d’archivio. Ogni “errore” del passato fu storicizzato e reso comprensibile, non rimosso.

Bardeschi apprezzava il fascino dell’incompiuto in architettura. Opere a metà e progetti interrotti sono luoghi suggestivi. Non tradire l’incompiutezza con finzioni postume. Se un edificio storico è incompleto, il restauro non deve mascherarne tale stato “completandolo” arbitrariamente, ma integrarlo in modi non invasivi o evidenziare la poeticadell’interruzione. Un pensiero affine in alcuni colleghi come Carlo Scarpa, ma Bardeschi lo teorizzò nella pratica del restauro architettonico. Nel Palazzo della Ragione, il piano aggiunto nel Settecento – frutto di una trasformazione incompiuta rispetto all’assetto medievale – venne mantenuto e consolidato, accettando il palazzo nella sua forma storicamente “ibrida” e incompleta.

In conclusione, Bardeschi attribuiva dignità estetica e conoscitiva al vuoto, all’errore e all’incompiuto, visti non come negatività da eliminare ma come parte del racconto del monumento. Questa attitudine si ricollega alla sua etica della verità: meglio un muro sbrecciato che racconta una guerra o un crollo, che un muro finto antico rifatto; meglio una facciata asimmetrica per via di aggiunte posteriori, che una simmetria ricreata a tavolino togliendo quelle aggiunte. Ogni lacuna e irregolarità sono preziose perché autentiche. E laddove si decide di intervenire, lo si faccia aggiungendo – come diceva – “una scrittura di qualità tra le righe”, cioè un intervento leggero e contemporaneo, che valorizzi il contesto esistente senza negarne le peculiarità. Questo approccio ha insegnato a guardare ai monumenti storici con occhi nuovi, cogliendone le “imperfezioni” come fonte di significato e non di disturbo.

Restauro come atto politico e critica sociale

Marco Dezzi Bardeschi considerava il restauro non solo una pratica tecnica, ma anche un atto politico e un gesto critico verso la società contemporanea. Con le sue scelte progettuali e battaglie culturali, intendeva lanciare messaggisul rapporto tra comunità e patrimonio, tra memoria e modernità.

Il suo impegno per la salvaguardia dei beni culturali aveva una valenza etico-politica: opporsi alla speculazione edilizia e consumo rapido del territorio. Negli anni del boom economico e della “società dell’immagine”, Bardeschi fu una voce critica contro il sacrificio di pezzi di città storica o il loro “abbellimento” superficiale per il turismo. La sua parola d’ordine – “guerra ai demolitori” ripresa da Victor Hugo – lo pone in continuità con la tradizione degliintellettuali che vedevano nella tutela del patrimonio un atto di civiltà e resistenza al profitto. Da Accademico e presidente di ICOMOS Italia (2002-2007) intervenne in dibattiti pubblici, scrivendo articoli per denunciare demolizioni insensate o progetti di “ripristino” falsificanti. Si schierò contro la ricostruzione pedissequa della copertura crollata del Duomo di Noto, definendola un “effetto mummia” che nega la ferita storica. Lodò scelte come quella (caldeggiata dallo stesso Sgarbi) di non ricostruire artificialmente i Buddha di Bamiyan fatti saltare dai talebani, lasciando i vuoti come monito. Questo per Bardeschi è il restauro come atto critico: schierarsi per la verità storica contro le mistificazioni consolatorie. C’è una chiara dimensione politica: difendere l’identità collettiva rappresentata dai monumenti, anche quando essa è scomoda o triste, piuttosto che edulcorarla per consumo pubblico.

Bardeschi vedeva nel restauro un modo per servire la società, restituendo ai cittadini luoghi della memoria e spazi vivi. Ogni cantiere era concepito per conservare e rilanciare una funzione sociale: una cattedrale riaperta al culto (Pozzuoli), un palazzo storico come sede espositiva (Milano), una biblioteca rinnovata (Ravenna), per ridare significato e utilità pubblica all’architettura storica. Il restauro diventa un atto “politico” perché riguarda la polis, la comunità civile, e ibeni comuni. Bardeschi amava dire che non esistono beni culturali “minori”: ogni testimonianza materiale di civiltà ha diritto a esistere e tramandarsi. Questo principio lo portò a difendere non solo chiese e palazzi illustri, ma anche architetture del Novecento minacciate perchè ritenute brutte o fuori moda, come quelle del Movimento Moderno o del razionalismo. Negli anni in cui molti ne chiedevano la demolizione o la pesante alterazione, Bardeschi le difese come parte integrante del patrimonio culturale. Era dunque un atteggiamento inclusivo e democratico verso il patrimonio, quasi “politico” nel senso di affermare un diritto alla memoria per tutte le fasce temporali, senza élitismi.

Nei suoi scritti contro la commercializzazione della storia, la critica alla società contemporanea è esplicita.Denunciava la trasformazione dei centri storici in scenografie consumistiche, tra outlet e centri commerciali mascherati da vecchi borghi. Nei suoi articoli, parole come “presepi per turisti” o “Bella Italia di cartapesta” indicano la degenerazione di una politica culturale che svendeva l’autenticità per un facile richiamo. Per Bardeschi, è una forma di resistenza culturale: restaurare responsabilmente significa rifiutare la logica dell’apparenza e del consumo rapido, a favore di una cura lenta e sostanziale. È un gesto “contro-corrente” rispetto a una contemporaneità votata al nuovo a tutti i costi o al falso antico di facciata. Non temeva di sembrare impopolare, consapevole che il patrimonio appartiene alla collettività e il suo tradimento è un danno sociale. I suoi editoriali post-terremoto (dopo il sisma in Emilia del 2012) invitavano a riflettere sul rischio di ricostruzioni affrettate che cancellano la memoria del disastro in nome di una normalità di facciata. Meglio conservare crepe e macerie come monito (almeno in parte), che rifare tutto come se nulla fosse: una posizione controcorrente ma eticamente forte.

In conclusione, per Bardeschi il restauro è anche politica culturale. Ogni scelta – conservare vs demolire, nuovo vs mimetizzarlo, musealizzare vs riutilizzare – trasmette un’idea di società e rapporto col passato. La sua idea era chiara: una società matura e colta rispetta le testimonianze materiali (anche scomode o poco “belle”), non riscrive il passato e integra creativamente il presente con la storia. Questo messaggio, veicolato con passione da Bardeschi, rende il suo insegnamento qualcosa che trascende l’architettura e parla di civiltà.

Disegno e grafica nel restauro

Un tratto distintivo dell’approccio di Bardeschi è l’enfasi sul disegno e la rappresentazione grafica nel restauro. Egli considerava il rilievo dell’architettura – il disegno accurato dello stato di fatto di un edificio – un passo imprescindibile per coglierne i valori e guidare l’intervento. “Disegnare per capire” riassume il concetto: attraverso il disegno, l’architetto-restauratore entra in sintonia con l’opera, scopre dettagli, proporzioni nascoste, tracce stratificate nel tempo. Con formazione pratica di cantiere, Bardeschi incoraggiava studenti e collaboratori a studiare graficamente il monumento prima di qualsiasi progetto, producendo mappe del degrado, delle epoche costruttive, sezioni e prospetti che evidenziassero aggiunte e mancanze. Questi documentano visivamente lo “stato di salute” e la storia costruttiva di un edificio, evidenziando i valori da tutelare. Nei suoi progetti, Bardeschi preparava tavole con codici colore per distinguere le parti antiche dalle integrazioni nuove, assicurando leggibilità all’intervento anche a posteriori. Questo riflette la sua filosofia della trasparenza: niente interventi nascosti, tutto tracciabile. La rappresentazione grafica è lo strumento chiave per raggiungere questa trasparenza, sia in fase progettuale sia come documentazione finale.

Un caso emblematico fu la ricostruzione grafica e fotografica delle fasi storiche del Tempio-Duomo di Pozzuoli. Il team di Bardeschi realizzò disegni del tempio romano, del duomo barocco, dello stato post-incendio, per illustrare il nuovo progetto. Queste tavole, oltre a costituire un archivio prezioso, furono esposte al pubblico per far comprendere le scelte: disegno e comunicazione vanno di pari passo. Bardeschi attribuiva al disegno un ruolo di mediazione verso il pubblico: un lavoro ben fatto può spiegare ai non addetti ai lavori cose complesse, come la stratificazione di un monumento o l’impatto di un progetto di restauro. Era anche divulgatore: sotto la sua direzione ANANKE pubblicava rilievi e disegni dettagliati di architetture, affinché la comunità scientifica avesse dati accurati e la comprensione fosse diffusa.

Bardeschi, appassionato di storia dell’arte, conosceva il potere del disegno come atto creativo. Schizzava molto: celebri i suoi lavori per progetti visionari e ironici come Necropoli (una rivista sperimentale) o per allestimenti museali. Nel restauro, incoraggiava a usare il disegno non solo come rilievo misurato ma anche come strumento interpretativo: attraverso prospettive e collage grafici si possono immaginare soluzioni, valutare visivamente l’effetto di un’aggiunta contemporanea tra ruderi, ecc. Un disegno può far emergere l’“immagine” dell’architetto da confrontare con la realtà.Così, il progetto di restauro prende forma su carta, rispettando i vincoli ma aggiungendo il tocco creativo. Bardeschi sottolineava come l’immagine graficadi un’idea progettuale serva a ordinarne gli elementi e verificarne la coerenza con i valori del monumento. In altre parole, disegnare è già restaurare in potenza, perché implica una comprensione profonda e una proposta di dialogo tra nuovo e antico.

Per Bardeschi, la rappresentazione grafica era la documentazione finale dell’intervento. Era attento a lasciare traccia di ciò che veniva fatto: ogni restauro diretto da lui è stato seguito da pubblicazioni monografiche con piante, sezioni, dettagli costruttivi, schemi prima/dopo. Questa meticolosità rispondeva a un’etica della condivisione del sapere: il restauro non doveva essere un processo opaco confinato nel cantiere, ma un’esperienza conoscitiva per la comunità scientifica. Alla fine dei lavori al Palazzo della Ragione, venne prodotto un dossier con i rilievi delle strutture e la descrizione grafica delle tecniche innovative per consolidare senza rimuovere la sopraelevazione storica. Il cantiere di Pozzuoli generò studi approfonditi, confluiti in volumi illustrati che oggi costituiscono un manuale su come intervenire su un sito archeologico riusandolo come edificio vivo.

Marco Dezzi Bardeschi ha attribuito al disegno tecnico e artistico nel restauro un ruolo di conoscenza, ideazione e comunicazione. Integrava arte e scienza: il rilievo rigoroso forniva la base scientifica, il disegno progettuale aggiungeva la visione artistica, e insieme concorrevano a un intervento rispettoso. Questa importanza dellarappresentazione grafica ha elevato gli standard del restauro, imponendo un alto livello di documentazione (oggi richiesto da molte Sovrintendenze) e formando architetti con capacità di lettura visiva del patrimonio. In un’epoca in cui la tecnologia digitale offre nuovi mezzi (scansioni 3D, modellazioni), il principio bardeschiano resta attuale: qualunque sia lo strumento, comprendere e restituire per immagini i valori di un edificio è essenziale per salvaguardarlo.

Copertina della rivista Ananke, n. 96/97 – Athenaeum Edizioni, anankeedizioni.com

L’attualità della lezione di Bardeschi in un’epoca di crisi del patrimonio.

Oggi le idee e l’opera di Marco Dezzi Bardeschi sono attuali, considerando la “crisi del patrimonio” attuale. Questaespressione indica il rischio di beni culturali (per incuria, calamità, cambiamenti climatici, guerre) e la crisi di valori e risorse per tutelarli. La lezione di Bardeschi offre spunti preziosi e pertinenti.

Di fronte allo spopolamento di borghi storici e al degrado di edifici, il messaggio del “conservare tutto il possibile” è un forte antidoto. Bardeschi ci insegna che ogni frammento del nostro passato merita attenzione: non esistono monumenti minori o sacrificabili, perché la perdita di ciascuno impoverisce irreversibilmente la memoria collettiva. In un’epoca di risorse scarse e tentazioni di concentrarle sui beni “famosi”, la visione inclusiva di Bardeschi ricorda l’importanza di una tutela diffusa, dal manufatto rurale alla cattedrale. La sua battaglia contro le “superficiali selezioni” è un monito: occorre evitare di scegliere cosa salvare in base a criteri effimeri. Serve trovare nuovi modi di riuso e valorizzazione per il patrimonio, come lui fece reintroducendo funzioni (culturali, religiose, espositive) nei monumenti restaurati. La sua idea di restauro come progetto di riattivazionesociale è cruciale oggi: molti centri storici possono rinascere solo se gli si restituisce un ruolo attuale, senza snaturarli. L’approccio di Bardeschi fornisce una guida metodologica per conciliare queste esigenze.

In tempi di distruzioni causate da terremoti o disastri, si ripropone il dilemma tra ricostruire com’era o conservare ciò che resta. Pensiamo ai crolli di monumenti (L’Aquila 2009, Centro Italia 2016) o atti di guerra (Palmira in Siria, chiese ucraine bombardate). Se presente, la voce di Bardeschi sarebbe per l’autenticità dolorosa ma onesta: ricostruire dove possibile, ma non falsificare le parti irrimediabilmente perdute. La sua critica all’“effetto mummia” delle ricostruzioni identiche andrebbe riletta da chi oggi rifarebbe tutto senza traccia del trauma. Ogni caso è diverso e la sensibilità collettiva conta, ma il principio bardeschiano è un utile contrappeso all’entusiasmo per le ricostruzioni. Ciinviterebbe a riflettere sul senso della perdita: mantenere un rudere consolidato in un centro urbano terremotato, integrandolo in un nuovo contesto, può avere più forza storica ed educativa che riprodurre ex novo una finta antichità. E sicuramente ribadirebbe: se si ricostruisce (per necessità funzionale, ad esempio una chiesa per restituire un luogo di culto), lo si faccia in modo dichiarato, magari con forme contemporanee che onorino la memoria senza simulare l’originale. Questo dibattito è vivo e la lezione di Bardeschi è una voce da ascoltare per evitare scelte affrettate.

Un altro aspetto della “crisi del patrimonio” è la sua commercializzazione e spettacolarizzazione. Oggi molte città d’arte affrontano un sovraccarico turistico che spinge a teatralizzare i centri storici, rischiando di perdere autenticità. Bardeschi aveva già denunciato questa deriva: “Basta con i falsi centri storici come improbabili presepi per turisti da shopping”, scriveva. In un’epoca in cui le ricostruzioni storiche diventano attrazioni (progetti di rebuild integrali di antichi quartieri, o scenografie urbane costruite ex novo), la sua posizione richiama l’etica della verità: un centro deve mostrare le proprie ferite e rughe, non diventare un parco a tema. Questo è un messaggio attualissimo verso amministratori e progettisti: non svendere l’anima dei luoghi per un consenso immediato. Puntare sulla qualità – nella conservazione e nelle nuove architetture – renderà i nostri centri vivi e preziosi. Bardeschi era convinto che l’autenticità paghi nel lungo periodo: l’Italia, diceva, non dev’essere un Paese dei Balocchi immateriale, ma un luogo dove la storia vera possa essere percepita e non mascherata. Di fronte alle sfide odierne (gestione di siti UNESCO eturismo di massa), questo consiglio strategico risuona con forza.

In conclusione, la “lezione” di Marco Dezzi Bardeschi – rigore, amore per l’autentico, apertura al nuovo di qualità e impegno civile – è attuale in questa crisi del patrimonio. Ci fornisce criteri solidi e lungimiranti per affrontare i problemi odierni: salvare beni con meno risorse, ricucire i rapporti tra cittadini e memoria storica, reagire agli shock senza tradirne lo spirito. La sua eredità invita a operare con coraggio e coscienza critica, evitando l’abbandono e il falso storicismo. Possiamo dire che Bardeschi continua a “vivere” nelle idee di chi oggi si batte per un restauro colto e onesto: la fiducia “nella continuità delle sue idee e delle sue opere” è alimentata dalla consapevolezza che solo attraverso quella continuità il nostro patrimonio potrà vivere nel futuro.

Ogni monumento è un palinsesto di segni e tempi. Il restauro deve leggerlo, non riscriverlo.

Marco Dezzi Bardeschi ci ha lasciato un patrimonio di idee e opere. In un tempo minacciato da abbandono, disastri e semplificazioni, il suo pensiero ci ricorda che il restauro non è riparazione o imitazione: è conoscenza, rispetto e progetto consapevole. La materia antica è unica, e ogni intervento è una nuova scrittura che deve dichiararsi senza ambiguità. Difendere l’autenticità, rifiutare i falsi storici, valorizzare il vuoto e l’errore: sono le sfide che ci ha lasciato.Io sono Vincenzo Biancamano, e questo è Il Restauro Architettonico. Approfondimenti, fonti e materiali sono sul blog e sul nostro canale YouTube. Ci sentiamo presto, con un nuovo episodio.

Fonti: rivista ANANKE (Altralinea Edizioni) – articolo di A. Pane su Docomomo Italia; Il Giornale dell’Architettura; contributi di R. Dalla Negra (Paesaggio Urbano, 2018); note di progetto di M. Dezzi Bardeschi (Themaprogetto); scritti originali di M. Dezzi Bardeschi (Corriere della Sera – La Lettura, 2012); schede storiche (Lombardia Beni Culturali) e Wikipedia (edizioni italiana e spagnola).

📖 Bibliografia essenziale – Marco Dezzi Bardeschi

Dezzi Bardeschi, M. (1991). Restauro: punto e da capo. Milano: FrancoAngeli.

Dezzi Bardeschi, M. (2001). La fabbrica dell’antico. Progetti per il passato. Milano: FrancoAngeli.

Dezzi Bardeschi, M. (2005). Restauro e progetto. Il valore dell’autenticità. Milano: FrancoAngeli.

Dezzi Bardeschi, M. (a cura di). (2003). Restauro oggi. Ananke 1993–2003. Dieci anni di dibattito. Firenze: Alinea Editrice.

AA.VV. (dal 1993). ANANKE – Quadrimestrale di cultura, storia e tecniche della conservazione per il progetto. Firenze: Altralinea Edizioni. [Rivista diretta da Marco Dezzi Bardeschi fino al 2018].

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Conoscere vuol dire evitare: il messaggio di Hiroshima “Genbaku Dome”

Conoscere vuol dire evitare: il messaggio di Hiroshima (Genbaku Dome) Il Restauro Architettonico

21–32 minuti

Io sono Vincenzo Biancamano, architetto esperto in restauro e questo è Il Restauro Architettonico, seguimi sui nostri canali social Facebook, Instagram, YouTube , iscriviti e attiva la campanella. L’episodio di oggi è speciale. Una riflessione sul potere della rovina, sull’architettura non restaurata ma lasciata in piedi per raccontare. Ottant’anni fa, il 6 agosto 1945, Hiroshima fu distrutta da una bomba atomica. Eppure, in quel nulla, rimase in piedi la Cupola della Bomba Atomica.Non fu ricostruita, demolita, ma lasciata così. A dire. A ricordare. In questo episodio attraverseremo la sua storia, la scelta di conservarla come rovina, e il dialogo silenzioso con il Museo della Pace e la Fiamma nel Parco, che arderà fino alla scomparsa delle armi nucleari. Una puntata che è anche un invito. A vedere, sapere, non dimenticare. Perché conoscere vuol dire evitare. E la memoria è la cosa più preziosa da tramandare.

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Ricordo la prima volta che vidi l’immagine della Cupola di Hiroshima. Benché non sia mai stato in Giappone, mi sembrava di conoscerla da sempre. Quel rudere, sospeso tra distruzione e memoria, mi parlava senza parole. Come architetto, ho sempre pensato che le rovine avessero un linguaggio muto, fatto di materia e vuoto. Ma la Cupola della Bomba Atomica ha qualcosa di diverso: racconta la tragedia e la speranza nello stesso istante. Immagino di camminare lungo il fiume Motoyasu, di avvicinarmi a quel guscio spoglio e di posare la mano su uno dei suoi mattoni bruciati. Forse sentirei ancora il calore di quel giorno, o forse solo il silenzio di chi ha scelto di non dimenticare.

Spoglia, muta, eppure eloquente. La Cupola della Bomba Atomica si erge come un guscio svuotato, uno scheletro architettonico che trattiene il respiro della storia. La sua struttura ottagonale in mattoni rossi, annerita dal fuoco e screpolata dalle onde d’urto, si apre al cielo attraverso finestre ad arco, prive di infissi e vetri.

In cima, la cupola metallica contorta, un tempo coperta da rame, appare come una rete spezzata, deformata dal calore e sospesa nel vuoto: un ricamo di ferro ossidato che vibra nel silenzio.Intorno, le murature spezzate, le crepe profonde, le superfici segnate dal tempo e dalle intemperie, raccontano la fragilità della materia e la resistenza della testimonianza.

Questa rovina non è pittoresca: è scarna, violata, irregolare. Non consola, ma obbliga a guardare. E nella sua asimmetria lacerata, nella matericità cruda di mattoni, ferri e superfici bruciate, è immagine viva del trauma e icona del ricordo.

All’ombra di una struttura di mattoni sventrata e di un’intelaiatura metallica ricurva, la Cupola della Bomba Atomica di Hiroshima si erge silenziosa sulle rive del fiume Motoyasu. Prima di diventare un rudere emblematico, questo edificio era una sala espositiva. Fu progettato dall’architetto ceco Jan Letzel e completato nel 1915 come Sala Espositiva Commerciale della Prefettura di Hiroshima, dotata di una cupola ovale in rame verde ossidato. Con il suo stile europeo, divenne un luogo di prestigio per fiere di prodotti locali, mostre d’arte ed eventi commerciali, tanto che nel 1933 venne ribattezzato Sala della Promozione Industriale. In quegli anni, la cupola di rame luccicante dominava il profilo urbano di Hiroshima, simboleggiando modernità e orgoglio cittadino.

Tutto cambiò la mattina del 6 agosto 1945. Alle 8:15 il bombardiere americano Enola Gay sganciò la bomba atomica “Little Boy” su Hiroshima. In un istante, la città fu devastata. L’edificio di Letzel, a 160 metri dall’epicentro, fu colpitoda un’energia indescrivibile. L’onda di calore di migliaia di gradi fuse la copertura di rame della cupola e incendiò il tetto; l’esplosione avvenne quasi sopra la struttura, incanalando la deflagrazione verso il basso: l’interno fu annientato, ma le mura perimetrali resistettero. I pochi dentro morirono sul colpo, così come decine di migliaia di persone. Nel raggio di due chilometri non rimase quasi nulla in piedi. Eppure, tra macerie fumanti e scheletri, quella cupola spezzata rimase, come un sopravvissuto alla catastrofe. L’imponente palazzo di mattoni era ridotto a scheletro, con le travi metalliche contorte che spiccavano verso il cielo vuoto. In mezzo a un panorama di ceneri e rovine, la Sala della Promozione Industriale divenne Genbaku Dome, la “Cupola della Bomba Atomica” – l’unico edificio rimasto vicino all’epicentro.

Subito dopo l’esplosione, Hiroshima era distrutta. I pochi superstiti camminavano tra le macerie, assetati e feriti, sotto una “pioggia nera” radioattiva. Akiko Takakura, diciannovenne, ricorda nel suo diario: «Dopo un po’ iniziò a piovere… una pioggia nera, a gocce grosse». Quella di fuliggine e residui radioattivi bagnò le rovine della cupola, macchiando i suoi muri di cenere. In quel luogo tutto era distrutto; solo la Cupola rimase, silenziosa testimone di una devastazione inaudita.

Ogni volta che mi trovo davanti a una rovina, mi chiedo: cosa vogliono raccontarmi queste pietre? La Cupola di Hiroshima sembra rispondere a questa domanda con una chiarezza spietata. Non esiste restauro che possa cancellare la memoria di ciò che è accaduto. E forse è giusto così. In un mondo in cui tutto si rigenera, si rifà, si cancella, quella Cupola ci insegna che ci sono ferite che devono restare aperte. Non per alimentare l’odio, ma per nutrire la consapevolezza.

Nel dopoguerra, Hiroshima affrontò un dilemma: cosa fare della struttura mutilata nel centro raso al suolo? Molti residenti traumatizzati volevano abbattere ciò che consideravano un triste ricordo del giorno più terribile della loro vita. La Cupola ricordava continuamente la tragedia; c’era chi preferiva cancellarla, ricostruire tutto da zero e dimenticare. Eppure, nei primi anni ’50, emerse un sentimento opposto, soprattutto tra i giovani: preservare la Cupola così com’era, come rovina e memoriale, affinché il mondo non dimenticasse l’orrore della bomba atomica. Studenti delle superiori e cittadini comuni si mobilitarono, raccogliando firme e fondi per salvarla. La loro voce sosteneva che la rovina doveva restare in piedi come monito della distruzione nucleare.

Nel 1966, il Consiglio Comunale di Hiroshima decise di non demolire la Cupola, ma di consolidarla e conservarla in perpetuo. Iniziò un’opera di messa in sicurezza e manutenzione (1967, 1989, 2002, 2015) per mantenere la struttura nelle condizioni post-esplosione. Il Giappone scelse di non ricostruire quel rudere. Attorno ad esso sorse il nuovo Parco Memoriale della Pace, ma la Cupola rimase intoccabile, protetta da progetti di sviluppo urbano. Quella ferita nel cuore della città divenne un santuario laico della memoria. I resti degli altri edifici furono abbattuti durante la ricostruzione postbellica, ma la ex Sala Espositiva – a 160 metri dal “ground zero” – fu lasciata, “così come si trovava dopo l’esplosione”, simbolo di pace e ricordo dell’attacco atomico. Dal 1996, questa rovina è nella lista del Patrimonio Mondiale UNESCO, riconosciuta come patrimonio dell’umanità da preservare.

La decisione di mantenere la Cupola in rovina derivava dalla convinzione che la memoria visibile di Hiroshima dovesse prevalere sull’oblio. Nel Giappone del dopoguerra, in piena occupazione americana, la città abbracciò la nuova identità di “Città della Pace”, trasformando il luogo più devastato in uno spazio di ricordo e monito per il futuro. Nel 1949 una legge proclamò Hiroshima “Città Memoriale di Pace” e destinò fondi alla sua ricostruzione. Fu un caso unico: rinunciare a ricostruire interi quartieri in un’area centralissima per un parco della memoria. Questa scelta rifletteva il desiderio dei sopravvissuti: trasformare le macerie in speranza, fare della città un messaggio vivente di pace. Decisedi colmare la ferita con un omaggio alla pace, ricostruendo tutto intorno ma mantenendo quel vuoto al centro, affinché il sacrificio non fosse dimenticato. In altre città devastate dalla guerra, come Tokyo, prevalsero logiche diverse: si cancellarono i segni dei bombardamenti e non si crearono grandi memoriali pubblici. Il contrasto è significativo: due giapponesi, una a ricordare, l’altra a dimenticare, dimostrano che le scelte di ricostruzione dopo una guerra sono politiche e ideali. Hiroshima, scegliendo la memoria, si candidò a simbolo internazionale della rinascita pacifica, mentre la Cupola, lasciata dov’era, divenne il simbolo silenzioso della volontà di non ripetere quell’errore.

Viviamo in un tempo in cui la minaccia nucleare sembra più lontana, eppure, come architetto e come uomo, sento il dovere di non dimenticare. La Cupola di Hiroshima non è solo un monumento: è un ammonimento. Mi chiedo spesso se sapremo custodire questo messaggio, se sapremo vedere in quella rovina non solo il passato, ma anche un avvertimento per il presente e il futuro. Per me, guardare quella Cupola significa osservare il limite estremo dell’azione umana – e, al tempo stesso, la possibilità di scegliere un altro cammino.

Nel corso dei decenni, la Genbaku Dome ha assunto un significato universale come monumento alla memoria. Inizialmente era un ricordo difficile per i cittadini di Hiroshima, il luogo dove ricordavano i loro cari scomparsi. Ma con la diffusione dell’orrore atomico, la Cupola sventrata è diventata un simbolo globale. Visitatori da ogni paese, leader mondiali e personalità religiose – tutti in visita a Hiroshima – hanno sostato in silenzio davanti a quel che resta della Cupola. Nel 1996, con l’iscrizione nel Patrimonio UNESCO, è stato riconosciuto che “non solo rappresenta in modo crudo e potente la forza distruttiva più terribile mai creata dall’umanità, ma esprime anche la speranza per una pace mondiale duratura e per l’eliminazione totale delle armi nucleari”. Da reliquia locale, è diventata un emblema globale: la sua immagine appare nei libri di storia, nei documentari, nelle campagne per il disarmo. Chiunque la osservi comprende, senza parole, il messaggio che incarna. Come recita la targa UNESCO, essa è «l’unica struttura rimasta in piedi nei pressi dell’esplosione della prima bomba atomica il 6 agosto 1945» ed è conservata “nello stesso stato dopo il bombardamento”, a monito dell’enorme devastazione. Il suo valore risiede in ciò che simbolizza, più che nei suoi aspetti architettonici: la Cupola è la forma scheletrica di un edificio sopravvissuto, un testimone che sottolineal’importanza della pace e l’urgenza di eliminare gli armamenti atomici.

Ogni anno, il 6 agosto, Hiroshima ricorda le sue vittime con una cerimonia nel Parco della Pace. All’alba risuonano rintocchi di campana, poi alle 8:15 – l’ora dello scoppio – la città osserva un minuto di silenzio mentre vengono liberate colombe bianche. Di fronte al cenotafio, allineato con la Cupola, vengono deposte ghirlande e offerte preghiere. Sul cenotafio è incisa una dedica: «Possano tutte le anime delle vittime riposare in pace, poiché non ripeteremo mai più questo errore». Questa iscrizione – “Noi non ripeteremo l’errore” – indica la volontà di fare della memoria un impegno morale per il futuro dell’umanità. La Cupola, presenza silenziosa e significativa, è lì per ricordare quell’impegno. Nell’ombra delle sue rovine, si avverte un messaggio di pace universale: mai più una città annientata dal fuoco nucleare. Così, da simbolo del dolore di Hiroshima, la Cupola è divenuta simbolo del dolore di tutte le guerre e di speranza in un mondo libero dall’incubo atomico.

Nel Parco Memoriale della Pace di Hiroshima, la Cupola occupa l’estremità nord, sulla riva del fiume, mentre all’estremità opposta sorge il Museo Memoriale della Pace. Tra di loro, sull’asse centrale, si trovano la Fiamma della Pace e il Cenotafio, allineati in modo che, attraverso l’arco del cenotafio, si veda la Cupola. Questo allineamento fu concepito dall’architetto giapponese Kenzo Tange, che nel 1949 vinse il concorso per il progetto del Parco. Tange immaginò il parco come un percorso per i visitatori dal verde e dalla quiete verso la realtà della memoria, preparando l’animo prima del confronto con le testimonianze nel museo. L’asse nord-sud che collega la Cupola al Museo, passando per il cenotafio, simboleggia il legame tra il luogo della distruzione e lo spazio della memoria e dell’educazione. In una lettera dell’epoca, Tange descrisse il parco come “una base per le attività per la pace”: la Cupola in rovina fu utilizzata come fulcro simbolico del progetto, a indicare da dove nasce il percorso – dal ricordo del disastro – e verso dove deve andare – verso l’apprendimento e la consapevolezza, simboleggiati dal museo.

Il Museo Memoriale della Pace di Hiroshima, aperto nel 1955 e progettato da Tange, è carico di significati simbolici: è formato da un corpo principale rettangolare rialzato su pilastri, che sembra fluttuare sopra un vasto spazio aperto. Lascelta architettonica di sollevare la struttura – lasciando libero il piano terreno – evoca leggerezza e rinascita (l’edificio che si eleva sopra la terra bruciata), e richiama la tradizione giapponese (i granai su palafitte, sollevati dal suolo). Tange spiegò che voleva “mostrare la forza dell’uomo nel superare il disastro e la rovina”. Chi visita oggi il museo non coglie subito tali riferimenti, ma ne percepisce l’effetto: l’atrio sotto l’edificio è ampio, luminoso, attraversato dalla brezza – uno spazio di respiro prima delle sale dell’esposizione. Funge anche da portale cerimoniale: è l’ingresso al Viale della Pace, che conduce dritto verso la fiamma e il cenotafio. L’architettura dialoga silenziosamente con la Cupola: quella rimane una ferita nel paesaggio, questo – il museo – è un luogo per dare senso a quella ferita, attraverso la comprensione e la conoscenza.

All’interno del Museo della Pace, il visitatore intraprende un percorso emotivamente coinvolgente. Le prime sale illustrano la storia di Hiroshima prima e dopo la bomba attraverso pannelli, fotografie e filmati. Prima del 1945, la città era una comunità viva e fiorente, fondamentale per comprendere cosa andò perduto in pochi secondi. Poi, si entra nel cuore dell’esposizione, nelle sale penombrate con i reperti originali del 6 agosto 1945. Oggetti comuni, testimonianze mute della catastrofe: un orologio da polso fermo alle 8:15, vestiti di studenti ridotti a brandelli bruciati, bottiglie di vetro fuse, travi metalliche contorte, tegole vetrificate, cicatrici su lastre di pietra. Uno degli oggetti più impressionanti è la famosa “ombra” di Hiroshima: il contorno di un essere umano evaporato dall’esplosione, rimasto impresso sui gradini di una banca – negativo fotografico di una presenza svanita. Di fronte a reperti come questi, molti visitatori restano in silenzio, incapaci di trovare parole.

Il museo presenta testimonianze dirette. Ci sono fotografie scattate nei giorni successivi, che mostrano una città spettrale popolata da sopravvissuti ustionati, dalla pelle penzolante, che vagano tra macerie e cadaveri. Ci sono diorami e ricostruzioni multimediali che mostrano la scala della distruzione. E soprattutto, ci sono video e audio con le voci degli hibakusha, che raccontano in prima persona ciò che videro e provarono quel giorno. Le loro parole, cariche di emozione trattenuta, rendono il dolore tangibile. Alcuni rievocano il momento del lampo abbagliante, seguito da un’onda d’urto che scaraventò tutti a terra. Altri descrivono il “vortice di fuoco” che inghiottì la città, e quella pioggia nera appiccicosa. “Era un inferno”, dicono – e ascoltando le voci rotte, il visitatore percepisce un frammento di quell’inferno. In una poesia esposta, la sopravvissuta Akiko Takakura scrive: “A più di cinquant’anni di distanza ricordo ancora quella fiamma blu, e il mio cuore quasi scoppia dal dolore”. È difficile trattenere le lacrime di fronte a testimonianze così dirette.

Il percorso museale promuove compassione e riflessione, non odio o risentimento. Un visitatore italiano ha osservato:“qui non si percepisce rancore, ma solo un inno alla pace”. Il Museo della Pace – pur documentando la distruzione causata dalla guerra – vuole essere un luogo educativo e pacifista, non un museo bellico. L’ultima sezione è dedicata al mondo dopo Hiroshima: mostra gli sforzi internazionali per il disarmo e le voci contro le armi nucleari. Citazioni di Madre Teresa di Calcutta, Dalai LamaJimmy CarterMichail Gorbaciov e altri, con appelli alla pace e alla fratellanza. Il percorso si chiude proiettando il visitatore verso l’impegno di evitare che quanto accaduto a Hiroshima “non accada mai più, in nessun luogo”. Uscendo, molti rimangono in silenzio nell’atrio, osservando la Cupola attraverso le vetrate. Quella sagoma di rovine, vista dopo il carico emotivo del museo, appare sotto una luce diversa: non più un rudere storico, ma un simbolo vivo, a cui rendere omaggio e ricevere un messaggio significativo.

La scelta di non restaurare la Cupola di Hiroshima, ma di lasciarla com’era dopo l’esplosione, solleva riflessioni sul ruolo dell’architettura nella memoria collettiva. Di fronte a un edificio danneggiato, l’istinto sarebbe di ripararlo, ricostruirlo, cancellarne le ferite. Ma quando diventa un documento storico, portatore di un trauma da ricordare, mantenere intatte le sue cicatrici acquista valore. La Cupola è l’esempio più emblematico: la sua rovina inalterata è un racconto silenzioso, più eloquente di qualunque discorso. Ogni crepa nei muri, ogni trave annerita, ogni frammento pendente testimonia ciò che accadde alle 8:15 del 6 agosto 1945. È come se le pietre parlassero, mostrando al mondo la cicatrice di una città e, in senso figurato, dell’umanità.

L’architettura non è solo sfondo o contenitore della memoria – è memoria incarnata. La Cupola di Hiroshima rappresenta un monumento peculiare: un monumento per assenza. Non celebra una vittoria né abbellisce un viale trionfale; consiste in ciò che manca – il tetto crollato, i solai dissolti, la vita perduta. Quell’assenza diventa presenza potentissima. Guardando la Cupola, si visualizza l’istantanea dell’esplosione: il cielo bianco, l’onda d’urto che spazza via tutto tranne quei muri. La rovina comunica l’evento con un’immediatezza che nessuna ricostruzione ideale potrebbe rendere. C’è un termine giapponese, wabi-sabi, che indica la bellezza delle cose imperfette, impermanenti, segnate dal tempo. La Cupola, benché tragica, possiede un wabi-sabi nella sua austerità spoglia: bella non in senso estetico tradizionale, ma perché autentica, vera. È rimasta nuda e vulnerabile di fronte agli occhi di tutti, anno dopo anno, stagione dopo stagione, a raccontare la sua storia senza parole.

Lasciare visibili le ferite attraverso l’architettura ha un valore etico. Significa non nascondere il passato, ma affrontarlo.A Hiroshima, la Cupola è un memento: ricorda ai cittadini e ai visitatori l’impegno di evitare la ripetizione. L’architettura della rovina funge da coscienza visibile. Un edificio ricostruito avrebbe permesso di voltare pagina più facilmente, ma mantenere la rovina ha costretto generazioni a convivere con la memoria attiva della tragedia, integrandola nella propria identità civica. Non è semplice: significa portare il peso di quel ricordo. Negli ultimi decenni,Hiroshima ha dovuto lavorare su di sé, elaborare il lutto collettivo e trasformare il dolore in un messaggio di pace. La Cupola, da simbolo di sconfitta e disperazione, è diventata simbolo di rinascita morale. Invece di vendetta o odio, la sua presenza austera ispira pace e riconciliazione. Questo miracolo di semantica e sentimenti è stato possibile lasciando la ferita aperta ma non infetta: è stata messa in sicurezza (affinché non crolli), ma non “guarita” visivamente. Rimane lì, eterna convalescente, a ricordarci che alcune non vanno rimarginate del tutto – vanno tenute a vista, affinché chi le osserva capisca e cambi.

Hiroshima offre una lezione unica sul ruolo dell’architettura nella memoria storica. Un edificio non deve essere “utile” per testimoniare. La Cupola inutilizzabile è fondamentale per la coscienza umana. Ogni crepa è un monito, ogni frammento è una lezione. Dopo Hiroshima, alcuni medici decisero di conservare su lastre fotografiche le immagini delle cicatrici degli hibakusha – come le cheloidi da ustione atomica. Erano ferite mostruose, ma documentarle era essenziale per capire gli effetti della bomba. La Cupola è una cicatrice urbana esposta: brucia ancora allo sguardo, ma è significativa. È una scelta coraggiosa – il coraggio di non distogliere lo sguardo dal dolore – che porta a una catarsi collettiva: guardare quella rovina, ascoltarne il silenzio assordante, e promettere di non permettere mai più una simile devastazione.

L’idea di preservare la rovina architettonica come memoriale non è unica di Hiroshima. Ci sono luoghi dove strutture distrutte da guerre o violenze sono state mantenute intatte per testimoniare gli orrori del passato. Un viaggio tra questi “monumenti in rovina” mostra intenti e significati simili, nonostante le diverse vicende storiche.

Le rovine di Oradour-sur-Glane in Francia, il “villaggio martire” distrutto nel 1944 e conservato come memoriale.

Oradour-sur-Glane, in Francia, è un caso noto. È un villaggio vicino a Limoges che, il 10 giugno 1944, fu teatro di un massacro da parte delle truppe naziste. In poche ore, i soldati della 2ª Divisione SS Das Reich sterminarono 642 civili (circa 200 bambini), radunando uomini, donne e bambini e trucidandoli a colpi di mitragliatrice e fuoco – chiudendo le donne e i piccoli nella chiesa e dandole fuoco. Al termine dell’eccidio, il villaggio fu incendiato e raso al suolo. Al sopraggiungere della liberazione, il generale Charles de Gaulle visitò il sito e decise che Oradour non doveva essere ricostruito: le rovine sarebbero rimaste esattamente com’erano, a imperituro ricordo della ferocia nazista. Oggi,visitando Oradour-sur-Glane, sembra di trovarsi nel 1944: le case in pietra sono bruciate e sventrate, con gli interniesposti; auto carbonizzate giacciono arrugginite lungo le strade, la pompa di benzina del distributore è ancora al suo posto, deformata dal calore. All’ingresso un cartello accoglie i visitatori con una sola parola: “Souviens-toi” – “Ricorda”. Il silenzio regna tra i resti di negozi, caffè, officine; su alcuni edifici ci sono targhe con i nomi delle famiglie e le loro professioni. Nel cimitero, una lapide elenca i nomi delle vittime di quel giorno. Visitare Oradour è impressionante: sembra che il tempo si sia fermato. Quello che era un tranquillo paesino rurale è oggi un museo a cielo aperto della barbarie. Come ha scritto un cronista, Oradour è “una agghiacciante incarnazione della brutalità e dell’insensatezza della guerra”. Le rovine parlano da sole; la decisione di de Gaulle di preservarle ha fatto sì che generazioni di francesi – in particolare scolaresche – le visitassero come tappa obbligata di memoria storica. Il villaggio è stato dichiarato “Villaggio Martire” e monumento storico: non una celebrazione, ma un monito tangibile di ciò che il fanatismo e la violenza possono infliggere.

Un altro esempio emblematico è la Kaiser-Wilhelm-Gedächtniskirche di Berlino, nota come Chiesa della Rimembranza. È una chiesa neoromanica costruita a fine ’800 e dedicata al primo imperatore tedesco Guglielmo I. Durante la Seconda Guerra Mondiale, fu gravemente danneggiata dai bombardamenti alleati: nel 1943 e nell’aprile 1945, le bombe la ridussero a un rudere, di cui rimase solo il troncone della torre campanaria ovest. Nel dopoguerra, la Berlino Ovest in ricostruzione doveva decidere se abbattere quel che restava della chiesa o conservarlo. Nel 1956, si pensò di demolirla completamente per far posto a una nuova moderna; ma la popolazione berlinese insorse, inviando centinaia di lettere e protestando per salvare le rovine. I berlinesi sentivano che quel “dente cariato” (come veniva soprannominata la torre monca) era parte della loro identità e doveva restare come memoriale degli orrori bellici. Sioptò per una soluzione mista: l’architetto Egon Eiermann costruì (tra il 1959 e il 1963) una nuova chiesa accanto, ma lasciò intatta la vecchia in rovina come memoriale. Oggi, nel centro di Berlino, quella torre spicca accanto al nuovo edificio ottagonale dalle vetrate blu: antico e moderno, distruzione e ricostruzione, fianco a fianco. All’interno del rudere, trasformato in una cappella commemorativa, vi sono mosaici danneggiati, statue mutilate e targhe che raccontano la storia del monumento. La Gedächtniskirche è diventata il simbolo della volontà di pace di Berlino: nel2017, di fronte ad essa, i cittadini posero fiori e candele dopo un attentato terroristico, a indicare che quel luogo rappresenta la memoria del dolore e la resilienza della città. Come ha osservato uno storico, “l’edificio è stato preservato come simbolo della guerra e della distruzione”. Inoltre, la vecchia chiesa continua a ospitare cerimonie e funzioni commemorative, a ribadire la sua funzione viva. Nonostante le sfide strutturali (la torre ha una base instabile e richiede restauri per non collassare), la volontà è di mantenerla in eterno. Per i berlinesi, quella rovina rappresenta “un’epoca di guerra e distruzione da evitare” – un pensiero che richiama l’intento della Cupola di Hiroshima.

Un caso simile in Gran Bretagna: le rovine della Cattedrale di Coventry. Fu devastata dai bombardamenti aerei tedeschi nel 1940, e la sua cattedrale gotica fu ridotta a un guscio senza tetto. Dopo la guerra, invece di rimuovere i resti, la città decise di conservarle come memoriale, e costruire una nuova cattedrale moderna accanto. Oggi le mura medievali di Coventry, annerite dalle fiamme, si ergono accanto alla nuova. Dentro la navata a cielo aperto, le travi di legno cadute dal tetto formano una croce sull’altare di macerie, e sul muro dell’abside rimaste spiccano incise in oro le parole: “FATHER FORGIVE”– “Padre perdona”. Quella scritta, voluta dal clero locale, trasforma le rovine in un luogo di riconciliazione: non solo memoria della sofferenza inglese, ma perdono verso il nemico e auspicio di pace. La “vecchia” cattedrale è uno spazio di contemplazione, dove ogni anno si tengono cerimonie commemorative e preghiere per la pace, spesso con delegazioni di città un tempo nemiche. È il caso di Dresda in Germania, anch’essa devastata dai bombardamenti alleati: Coventry e Dresda, accomunate dalla stessa tragedia, sono gemellate nella riconciliazione. Anche a Dresda, la Frauenkirche barocca – ridotta a rudere nel 1945 – fu lasciata in macerie per decenni come monito. Solo dopo la riunificazione tedesca, negli anni ’90, si decise di ricostruirla pietra su pietra, reimpiegando le originali bruciacchiate recuperate: oggi la Frauenkirche mostra sulla sua facciata le macchie scure di quelle annerite dalla guerra, integrate nella nuova muratura come segni della sua storia.

Esempi come Oradour, Berlino, Coventry e Dresda, insieme ad Auschwitz e il Muro di Berlino, evidenziano un principio comune: la volontà di preservare la memoria attraverso la rovina. Invece di cancellare e dimenticare, comunità diverse hanno scelto di conservare e tramandare. Ogni rovina porta una storia di sofferenza e una lezione per il futuro. Come a Hiroshima la Cupola ammonisce sui pericoli dell’era nucleare, a Oradour le case bruciate ammoniscono sulle atrocità dei totalitarismi; la chiesa mutilata di Berlino ammonisce sulle devastazioni della guerra totale; le mura sventrate di Coventry ammoniscono sul costo umano dei conflitti e proclamano il valore del perdono.

Le rovine sono diventate luoghi di pellegrinaggio laico. La gente vi si reca per capire, provare empatia, pregare o riflettere. Sono spesso austeri, privi di orpelli: il loro potere comunicativo sta nell’essenzialità ferita. Vedere gli effetti della violenza – un edificio sventrato o un villaggio congelato nelle sue ultime ore – crea un impatto che nessun libro di storia può eguagliare. È un’esperienza sensoriale oltre che intellettuale: si cammina tra le rovine, si sente l’aria umida, si sfiorano le superfici ruvide, ci si immedesima in chi le vide formarsi in un momento decisivo. Questo coinvolgimento rende i memoriali in rovina efficaci nel trasmettere la memoria alle nuove generazioni.

La Cupola della Bomba Atomica di Hiroshima svetta nel centro di una città moderna. Attorno a lei scorrono auto, biciclette e turisti con smartphone. La vita di Hiroshima è andata avanti, fiorendo tra palazzi, negozi, giardini e monumenti di pace. Eppure quella Cupola rimane a ricordare ciò che non deve mai più accadere. Vederla, affacciata sul fiume, con gli alberi verdi del Parco della Pace intorno, suscita un sentimento difficile da descrivere: un misto di emozione, rispetto quasi sacro e speranza. Emozione per le vite spezzate che quel rudere rappresenta; rispetto per la scelta di conservarlo; speranza che il suo monito sia ascoltato.

In un’epoca in cui la distanza dagli eventi della Seconda Guerra Mondiale aumenta, monumenti come la Genbaku Dome di Hiroshima svolgono un ruolo fondamentale. Sono ancore della memoria: ci collegano al passato affinché possiamo orientare il futuro. Ci mostrano fin dove può spingersi l’autodistruzione umana, ma anche come da quelle ceneri possiamo trarre un insegnamento di pace. L’architettura ferita della Cupola parla un linguaggio universale, più forte di qualsiasi traduzione: chiunque, di qualunque cultura, intuisce il suo significato. È l’urlo muto delle pietre, che valica confini e lingue.

Nella narrazione della Cupola, ci sono capitoli di orrore e rinascita morale. Hiroshima ha trasformato la devastazione in un messaggio di pace. Un sopravvissuto ha detto, “Bisogna porre fine alle armi nucleari, se vogliamo un mondo in pace”. Quelle parole, pronunciate da chi porta le cicatrici dell’esplosione, risuonano nelle mura sbrecciate della Cupola. Ogni crepa sembra pronunciarle, ogni contorno contro il cielo sembra scandirle.

Avvicinandosi oggi alla Cupola, magari al tramonto, si ha l’impressione di trovarsi di fronte a un anziano sopravvissuto che racconta la sua storia ai più giovani. Sta a noi ascoltare. Resterà lì, anno dopo anno, a parlare senza voce. Finché esisterà, ricorderà al mondo la tragedia del 1945 e il dovere della memoria attiva. Perché, come recita il cenotafio vicino, “anche le anime riposino in pace, possiamo far sì che siano da monito a non ripetere lo stesso errore”. E la Cupola, ferita ma indomita, continua a raccontare quell’errore, affinché l’umanità non lo commetta mai più.

Nel mio lavoro mi capita spesso di riflettere sul senso del restauro: cosa restaurare, cosa lasciare com’è, cosa raccontare attraverso le scelte architettoniche. La Cupola di Hiroshima mi ha insegnato che esiste un tipo di architettura che va oltre la funzione o la bellezza: un’architettura etica. Lì, ogni crepa è un ricordo, ogni mattone annerito è una voce. Non c’è bisogno di aggiungere nulla, né di togliere. La sua forza è proprio nel suo essere imperfetta, incompiuta, dolente.

La Cupola della Bomba Atomica, lasciata in piedi, è oggi un monumento che non cerca consenso, ma coscienza. Insieme al Museo della Pace e alla Fiamma accesa, testimonia che la rovina, custodita con cura e verità, può diventare un’architettura etica.Camminando tra i pannelli, si legge la voce di chi ha visto l’inimmaginabile. Una sopravvissuta, Yoshiko Kajimoto, scrive:

“Non voglio che nessuno al mondo provi ciò che ho provato quel giorno.Per questo ho deciso di raccontare. Anche se è difficile.”

Ricordare fa male, ma è l’unico modo per non dimenticare. Oggi, a ottant’anni da Hiroshima, possiamo vedere quellaCupola non come una reliquia del passato, ma come un ponte tra verità e speranza. Conoscere vuol dire evitare. Lamemoria è la cosa più importante da tramandare.

Io sono Vincenzo Biancamano, e questo è il podcast Il Restauro Architettonico.Vi invito a guardare su RaiPlay lo speciale di Alberto Angela su Hiroshima e Nagasaki, che completa la nostra riflessione.Alla prossima puntata.

Fonti:

  • Hiroshima Peace Tourism, The Atomic Bomb Dome (Former Hiroshima Prefectural Industrial Promotion Hall).
  • S. Clucher, Hiroshima, dalla bomba atomica al museo della pace – Japan Travel (JNTO).
  • UNESCO World Heritage Centre, Hiroshima Peace Memorial (Genbaku Dome).
  • S. Al-Bayati, The Re-Making of Hiroshima as Peace Memorial City after the Bomb – SAH Blog (2023).
  • K. Tange, Hiroshima Peace Memorial Park and Museum – WikiArquitectura.
  • M. Solly, Nine Eyewitness Accounts of Hiroshima and Nagasaki – Smithsonian Magazine.
  • F. Merlo, Testimonianza di Michiko Kono, sopravvissuta di Hiroshima – Vatican News.
  • R. Steves, Oradour-sur-Glane: France’s Ghost-Town Memorial.
  • Kaiser Wilhelm Memorial Church (Gedächtniskirche) – Ruin Value, Ohio State Univ..
  • Imperial War Museums, Coventry Cathedral Ruins.

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Il nuovo ponte antico: lo Stari Most

22–34 minuti

Il nuovo ponte antico : Stari Most Il Restauro Architettonico

Benvenuti a Il Restauro Architettonico, il blog sulla conservazione dei monumenti. Sono Vincenzo Biancamano, e oggi vi porterò a Mostar, Bosnia-Erzegovina, per raccontarvi la ricostruzione dello Stari Most, ponte ottomano del XVI secolo, distrutto nel 1993 durante la guerra in Bosnia e ricostruito nel 2004.

La ricostruzione “com’era e dov’era” ha aperto un dibattito sul restauro: può una replica fedele, priva della materia originaria, essere considerata autentica? Come si colloca questo intervento rispetto ai principi della Carta di Venezia e alle teorie di BrandiBoito e Pane? E quale ruolo ha il restauro in contesti conflittuali, con memoria storica, emotiva e politica?

In questa puntata analizzeremo le scelte progettuali e metodologiche per la ricostruzione dello Stari Most, confrontandole con i principi internazionali di UNESCOICOMOS e ICCROM, interrogandoci sul delicato equilibrio tra autenticità materiale e culturale.

Prima di cominciare, voglio ringraziarvi: abbiamo superato le 10.000 riproduzioni. È un traguardo che ci riempie di gratitudine e ci spinge a continuare con impegno nel restauro. Grazie per essere parte di questa comunità.

Costruito nel 1566 per Solimano il Magnifico, lo Stari Most (in bosniaco “Ponte Vecchio”) era un elegante arco di pietra che univa le sponde della Neretva, progettato da un allievo di Sinan. Ha incarnato l’identità di Mostar e la convivenza di comunità diverse (musulmani, cristiani e ebrei), guadagnandosi appellativi poetici come “arco-arcobaleno” tra cielo e acqua. La sua distruzione, il 9 novembre 1993 durante il conflitto bosniaco, ebbe un forte impatto. Le immagini del ponte che crolla nel fiume divennero simbolo internazionale della distruzione del patrimonio culturale in guerra. Paradossalmente, l’assenza dello Stari Most accrebbe il significato: quel vuoto simboleggiava la frattura della città e l’odio settario, ma richiamava anche l’urgenza della pace. Nell’immediato dopoguerra, la popolazione locale e la comunità internazionale riconobbero il ponte come un simbolo di riconciliazione: la sua ricostruzione sarebbe potuta diventare un atto di risanamento delle ferite, un “ponte” metaforico oltre che fisico tra popoli divisi. Nel marzo 1994 l’UNESCO lanciò un appello ufficiale per la ricostruzione, ritenendola una priorità per restituire speranza e coesione a Mostar.

Il progetto di ricostruzione iniziò negli anni ‘90 grazie a un partenariato internazionale. UNESCO, Banca Mondiale e autorità locali di Mostar istituirono nel 1998 un comitato scientifico internazionale e una fondazione (Stari Most Reconstruction) per coordinare i lavori. L’intervento doveva rispondere a una domanda di autenticità: come ricostruire il ponte? Si valutò se mantenere le rovine come memoriale, costruire un ponte moderno, oppure replicare l’originale.Prevalse la terza opzione, sostenuta dalla popolazione bosniaca: un’esatta replica dell’antico ponte, per riaffermare i valori violati dalla guerra. Questa decisione richiese un approccio metodologico rigoroso per massimizzare la fedeltà storica. I progettisti (General Engineering di Firenze e Omega Engineering di Dubrovnik) condussero analisi e ricerche,con supervisione semestrale del comitato scientifico UNESCO. Si scelsero materiali e tecniche tradizionali: la pietra proveniva dalla stessa cava locale di tenelija usata nel XVI secolo, e la costruzione dell’arco e delle spalle seguì i metodi del ‘500 (uso di malte e schemi statici storici). Emblematico è il recupero dell’originale: subacquei e ingegneri, con l’aiuto di reparti NATO, recuperarono dal fiume blocchi di pietra del vecchio ponte. Tali frammenti, danneggiati, furono integrati ove possibile – in rivestimenti superficiali – o esposti in un piccolo museo in situ, per conservare la memoria materiale dell’evento. Il cantiere, aperto nel 1999, fu concluso nell’estate 2004, quando Mostar riacquistò il suo ponte.

Il risultato finale fu un “nuovo ponte antico”, indistinguibile a prima vista da quello pre-bellico. Il profilo, le dimensioni e l’aspetto sono uguali all’originale: una scelta voluta per ripristinare l’unità paesaggistica della città e la continuità d’uso (lo Stari Most è tornato a essere praticabile e ad ospitare il tradizionale tuffo annuale dei giovani di Mostar). La ricostruzione fu elogiata per l’alta qualità: materiali autentici, maestranze qualificate e notevole perizia nel riedificare l’arco antico. Non furono inseriti elementi moderni visibili né concessi compromessi stilistici: l’intervento èun’anastilosi urbana basata su documentazione completa e dettagliata. L’unico elemento di modernità è l’enfasi sulla trasparenza dell’operazione: il fatto che si tratti di una ricostruzione non è stato nascosto, ma comunicato attraverso esposizioni e targhe esplicative, rendendo il pubblico consapevole che il ponte visibile oggi è una rinascita e non l’integrale struttura cinquecentesca.

La formula “com’era, dov’era” è associata alla ricostruzione di monumenti crollati, implicando la volontà di riedificarli esattamente come erano prima e nello stesso luogo. È un approccio di ripristino integrale con esempi nell’Ottocento e inizio Novecento (Campanile di San Marco a Venezia, ricostruito identico dopo il crollo del 1902). Nel dopoguerra, questa filosofia di restauro venne messa in discussione dalle moderne carte internazionali: la Carta di Venezia del 1964 sancì un principio opposto, di prudenza verso le ricostruzioni. L’art. 9 afferma che «il restauro si deve fermare dove comincia l’ipotesi», sottolineando l’importanza di non procedere a ricostruzioni arbitrarie che alterino la verità storica del monumento. Questa linea direttrice, ispirata dalle teorie di Roberto Pane e altri restauratori italiani, rifiuta il “falso storico”: aggiungere oggi parti mancanti imitando lo stile antico può ingannare il pubblico e falsificare la testimonianza autentica del bene. Il restauro critico e conservativo, dominante nella seconda metà del ’900, preferisce conservare ciò che resta senza reintegrazioni mimetiche.

Camillo Boito, nell’Ottocento, aveva gettato le basi di un approccio “onesto” al restauro. Nella “Prima Carta del Restauro” (1883) elencò otto principi di conservazione improntati alla sincerità: aggiunte o ricostruzioni dovevano essere riconoscibili, datate e non mimetizzate, onde evitare falsificazioni storiche. Boito ammetteva il ripristino di parti perdute solo se documentate, ma raccomandava di non eseguire ricostruzioni integrali di monumenti scomparsi, se non con consistenti parti originali (anastilosi per quelli antichi smontati). Decenni dopo, Roberto Pane – influente teorico e co-autore della Carta di Venezia – difendeva l’“autenticità dietro ogni pietra” e riteneva ogni monumento, con le sue lacune e cicatrici, un unicum storico da rispettare. Pane e i colleghi vedevano nella ricostruzione pedissequa un rischio di musealizzazione del passato, preferendo interventi che conservassero le tracce del tempo e le ferite della storia. Cesare Brandi, nella sua Teoria del restauro (1963), sosteneva che è un atto critico per ricomporre l’unità potenziale dell’opera d’arte (pittorica o architettonica) senza falsarne i valori di autenticità storica e estetica. Sottolineava che qualsiasi integrazione di parti mancanti deve essere reversibile e riconoscibile, e non basata su congetture: in assenza di certezza sulle forme originarie, è preferibile astenersi dal ricostruire e lasciare intuire le lacune. Brandi, trattando opere d’arte mobili, considerava una ricostruzione ex-novo un prodotto autografo del restauratore contemporaneo, estraneo all’originale. Applicando rigidamente tali principi, la replica dello Stari Most – per quanto filologica – potrebbe essere definita da un brandiano un “falso storico”, un simulacro privo delle patine e dei materiali originali, dunque non autentico.

La scelta “com’era, dov’era” a Mostar appare un’eccezione motivata da esigenze straordinarie. In passato il dibattito internazionale aveva conosciuto eccezioni simili (come la ricostruzione dei monumenti di Varsavia distrutti nella Seconda guerra mondiale, dove l’UNESCO accettò nel 1980 l’iscrizione a Patrimonio dell’Umanità di un intero centro storico, riconoscendone il valore simbolico e patriottico). Nel 2004-2005, il ponte di Mostar si inserì in questo solco: un patrimonio ricostruito ex novo riconosciuto di valore universale, perché incarnava la rinascita culturale di una comunità. Ciò ha alimentato discussioni nel restauro architettonico: alcuni critici ortodossi hanno espresso riserve, temendo una deviazione dai principi della Carta di Venezia; altri hanno visto in Mostar un esempio positivo di “ricostruzione filologica” riuscita, sostenendo la necessità di superare certi tabù. In Italia, l’architetto Paolo Marconi auspica che per le architetture distrutte si possa arrivare a una ricostruzione integrale, senza le “inibizioni” dovute al dogma del falso storico – dogma che, a suo dire, aveva condizionato la scuola di Brandi. Questo indica che la ricostruzione di Mostar ha riaperto il confronto teorico tra replica e conservazione critica, mostrando che in certi casi la replica non è mera scenografia, bensì portatrice di valori autentici.

Fino agli anni ‘90, c’era cautela verso le ricostruzioni, in linea con la Carta di Venezia. ICOMOS e il Comitato del Patrimonio Mondiale UNESCO affermavano che la ricostruzione di beni storici è giustificabile solo in circostanze eccezionali e con rigorosa documentazione, temendo riproduzioni arbitrarie che minassero l’integrità storica dei siti. Tuttavia, eventi drammatici di fine ‘900 e inizio 2000 (guerre nei Balcani, distruzioni deliberate a Mostar, Dubrovnik, Bamiyan, Palmira, e disastri naturali) hanno cambiato l’atteggiamento delle istituzioni internazionali. La comunità ha riconosciuto che, in casi di perdita identitaria collettiva, la ricostruzione può essere un mezzo legittimo per recuperare il significato di un luogo. L’UNESCO e l’ICOMOS hanno iniziato a considerare favorevolmente ricostruzioni fedeli cherappresentino per la popolazione locale un simbolo di rinascita e siano basate su solide evidenze storiche. Un documento chiave è la Dichiarazione di Nara sull’Autenticità (1994), che ampliò il concetto riconoscendo i valori intangibili e culturali: autenticità non significa solo materiale originale, ma anche continuità di tradizioni, funzioni e significati. Tale visione ha aperto la porta a considerare accettabili ricostruzioni come quelle di Mostar, dove l’elemento materiale è nuovo ma quello spirituale-culturale è autentico e vitale.

Per lo Stari Most, UNESCO e ICOMOS decisero di trattarlo come caso speciale. Nel 2000, durante la ricostruzione,una missione ICOMOS raccomandò di supportare l’iscrizione di Mostar nella Lista del Patrimonio Mondiale come gesto di tutela di un patrimonio multiculturale, subordinando la decisione al completamento fedele del ponte. Dopo l’inaugurazione del nuovo, nel luglio 2005 il sito “Area del Vecchio Ponte di Mostar” fu iscritto nella World Heritage List. La rinascita aveva rafforzato il valore simbolico e il significato universale di Mostar come luogo di coesistenza multiculturale, sottolineando gli sforzi di solidarietà umana per la pace. Fu adottato il criterio di eccezionalità (vi), relativo ai valori immateriali: un caso notevole, giacché di norma non è usato da solo per l’iscrizione, ma qui fu fondamentale per giustificare un patrimonio ricostruito basato sul suo valore simbolico.

Rimaneva il nodo dell’autenticità. Nei documenti UNESCO si ammette che la ricostruzione di Mostar ha posto “notevoli riserve” sull’autenticità materiale, dato che gran parte della città vecchia – ponte incluso – è frutto di interventi recenti. Il ponte è definito “una copia”, realizzata con materiali nuovi (sebbene integrando alcuni elementi antichi). Tuttavia, la valutazione tecnica sottolinea che l’intervento è stato condotto con ricerche approfondite e documentazione di alta qualità, assicurando l’autenticità di formamateriali (dallo stesso contesto geologico) e tecniche costruttive. In altre parole, l’opera ricostruita è autentica nella configurazione e nei metodi tradizionali, pur non essendo composta dalle stesse pietre del XVI secolo. Inoltre – nota ICOMOS – esiste una “autenticità complessiva” del contesto urbano: Mostar ha riacquistato la sua silhouette storica e la funzione di città unita dal ponte, recuperando il senso del luogo. Si fa notare che il progetto ha rispettato il principio di onestà: la ricostruzione “facsimile” non è stata celata, e resti originali sono esposti in un museo, diventando parte della narrazione del restauro. Infine, la comunità internazionale ha elogiato la qualità tecnica dell’intervento, riconoscendo “l’elevata qualità, l’abilità e il fine rigore tecnico del restauro delle antiche strutture, in particolare del Vecchio Ponte”. Tale apprezzamento ufficiale indica che, a giudizio degli esperti, la ricostruzione di Mostar ha rispettato i principi internazionali, nella misura in cui: (1) era un caso eccezionale giustificato da valori sociali e culturali; (2) si è basata su conoscenze e prove dettagliate, senza aspetti congetturali; (3) è stata eseguita con metodi tradizionali e trasparenza. In sintesi, pur sfidando l’ortodossia del restauro, l’intervento è risultato coerente con lo spirito delle linee guida internazionali, che ammettono la ricostruzione come extrema ratio per restituire ad una comunità il proprio patrimonio perduto.

Al di là degli aspetti tecnici e normativi, il nuovo Stari Most ha assunto un potente ruolo simbolico nel contesto post-bellico. La sua ricostruzione è stata accompagnata da cerimonie pubbliche e da un’enfasi mediatica globale: folle di cittadini di Mostar e dignitari internazionali hanno festeggiato l’inaugurazione nel luglio 2004, acclamando il ponte come segno di pace. A livello locale, il ripristino ha riunificato il centro storico diviso dal conflitto: gli abitanti potevano di nuovo attraversare la Neretva e sentivano ricucita la ferita urbana. È tornato a essere un luogo di incontro, normalizzando i rapporti tra le comunità prima contrapposte. A livello nazionale ed internazionale, lo Stari Most ricostruito è stato presentato come un “ponte dell’amicizia”, incarnando l’idea che la collaborazione internazionale e la volontà popolare possano risanare le spaccature. L’UNESCO, nella motivazione del Patrimonio Mondiale, parla di un simbolo “eccezionale e universale di coesistenza” culturale e di “illimitata solidarietà umana”. Questo esempio mostra che il restauro architettonico trascende il mero ambito tecnico, diventando strumento di memoria e riconciliazione.

Il simbolismo del ponte è complesso e spesso sfruttato in modo semplicistico. Studi sulla ricostruzione evidenziano come sia diventato un “contenitore” di significati in competizione: un simbolo unificante di multiculturalismo e un segno strumentalizzato da narrative politiche nella Bosnia post-Dayton. A livello internazionale Stari Most è celebrato come ponte dell’unità, a livello locale permangono divisioni etniche e il nuovo è visto come terreno di tensione (vandalismo simbolico o controversie sugli spazi). La riconciliazione simboleggiata dalla struttura non corrisponde auna completa riconciliazione sociale – un monito a non affidare ai monumenti il potere di sanare divisioni. Tuttavia,molti abitanti di Mostar vedono nel ponte ricostruito una “vittoria” della memoria sulla distruzione: consente alle nuove generazioni di camminare tra le memorie del passato, secondo Roberto Pane. In questo senso, il restauro è un atto di testimonianza: mantiene viva l’immagine identitaria della città, rende omaggio al passato multiculturale e lancia un messaggio di speranza. Il ponte, oltre a riacquistare la sua funzione pratica e urbanistica, è diventato un luogo della memoria condivisa, con valenza educativa e morale.

Uno dei principi del progetto fu l’utilizzo di materiali simili agli originali ottomani, per ragioni estetiche e strutturali. Indagini petrografiche e meccaniche sui frammenti del ponte antico: la società tedesca LGA analizzò campioni di pietra, malta e metallo recuperati dalla struttura originale per identificarne provenienza e proprietà. Sulla base di questi studi, furono scelti materiali locali equivalenti:

  • Pietra Tenelija: calcare oolitico locale, chiaro e poroso, con resistenza a compressione . Dalla cava di Mukoša si estrassero blocchi per arco, cornici, spalle e parapetti. Fresca di cava è bianco-giallastra, ma ingrigisce col tempo. Due varietà: una dura (“crusta”) per l’arco, una tenera (“mekša”) per elementi secondari.Pietra “krecnjak”: calcare denso e duro, quasi marmoreo, per pavimentazione e lastre di alleggerimento. Resistente all’usura.Conglomerato Breča: grossolano e poroso, presente nelle sponde e fondazioni. Usato in muri e riempimenti, come nell’originale.Malte: calci con inerti locali. Sotto la pavimentazione, terra rossa (bauxite) come allettamento. Nella ricostruzione, malta simile ma con additivi moderni per elasticità e impermeabilità. Fughe sottili (2–8 mm) con poca malta di allettamento a base di calce.Il ponte ottomano usava collegamenti metallici in ferro tra i blocchi di pietra. Ogni concio era collegato ai vicini con perni e graffe, bloccati con piombo fuso. Questi elementi conferivano coesione e duttilità alla struttura, assorbendo movimenti dovuti a vento, sisma e variazioni termiche. Nella ricostruzione, sono stati forgiati nuovi perni e graffe identici agli originali, fissati con colatura di piombo. Per prevenire la corrosione, le parti non visibili sono in acciaio inossidabile, quelle a vista (graffe sulle sommità o balaustra) sono in ferro forgiato, mantenendo l’aspetto autentico.

La ricostruzione è stata un esperimento di ingegneria storica per replicare le tecniche ottomane del XVI secolocompatibili con la sicurezza e i mezzi moderni. L’UNESCO impose l’uso di tecnologie e metodi costruttivi tradizionali affinché il nuovo ponte fosse simile all’originale. Questo ha significato riprodurre la metodologia di posa dell’arco in conci di pietra senza armature in cemento armato e senza resine o fissaggi meccanici moderni. I conci dell’arco (voussoir) sono stati disposti in 111 file (come nel progetto originario, ciascuna composta da 2–5 blocchi) partendo dalle due sponde verso il centro. Ogni fila è sfalsata rispetto alla sottostante (come nella muratura ordinaria) e fra pietra e pietra c’è solo un sottile strato di malta di calce.

I collegamenti metallici tradizionali sono fondamentali per la stabilità dell’arco: perni verticali tra una fila di conci e la successiva, e graffe orizzontali ad U rovesciata che abbracciano i giunti dei conci della stessa fila. Inoltre, file parallele di graffe correvano sull’estradosso (la faccia superiore) dell’arco a intervalli regolari, fungendo da catene di ritegno lungo la volta. Queste tre tipologie di connessioni (perni, graffe laterali e d’estradosso) formavano nel ponte ottomano un sistema integrato di armatura “nascosta” che conferiva all’arco in pietra una capacità di deformarsi sotto carico senza cedimenti, rendendolo resistente a secoli di sollecitazioni. Tale sistema è stato riprodotto nella ricostruzione: ogni nuovo blocco di tenelija è stato scolpito prevedendo gli incastri per perni e graffe come nei frammenti originali, e tutti i collegamenti sono stati sigillati con colatura di piombo. Anche la ringhiera in ferro battuto ottomana è stata riforgiata seguendo disegni storici e fissata con piombo, restituendo al ponte l’aspetto e i dettagli ornamentali di un tempo.

Un aspetto chiave della fedeltà è stata la geometria dell’arco: il nuovo ponte doveva combaciare entro pochi millimetri con la silhouette originaria, nota per la sua forma elegante e “a dorso d’asino” pronunciato. Non essendo disponibili disegni del 1566, la forma è stata ricostruita combinando più fonti: un rilievo topografico del 1955, una fotogrammetria del 1982, foto d’archivio storiche e misurazioni dei monconi rimasti. La società italiana General Engineering di Firenze, incaricata della progettazione esecutiva, elaborò da questi dati un modello tridimensionale preciso pietra per pietra del ponte antico. Si determinò che l’arco ha una luce di circa 28,7 m, una freccia (altezza al centro) di ~12 m, ed è approssimabile da una curva a tutto sesto leggermente ellittica (raggio ~14,8 m). Lo spessore è di ~80 cm e la larghezza del ponte di ~4 m, dimensioni contenute per una struttura in pietra. Queste misure coincidevano con i resti e le evidenze disponibili, confermando l’accuratezza del modello per tagliare le nuove pietre.

Prima di ricostruire l’arco, fu necessario preparare il cantiere e mettere in sicurezza le strutture superstiti. I resti delle spalle e delle arcate parzialmente crollate dovevano essere smontati con cura: ogni frammento di pietra del 2002 venne numerato, fotografato e rimosso a mano dagli operai con strumenti manuali. Questo lavoro serviva a sgombrare l’area e conservare i blocchi originali riutilizzabili: ogni pietra recuperata fu accantonata e sottoposta a esame (anche tramite ultrasuoni) per verificarne l’integrità. Tuttavia, solo una piccola percentuale dei conci originari poté essere riutilizzata: su 456 dell’arco storico, i subacquei ungheresi ne recuperarono circa 162, ma molti erano scheggiati o criccati. Anche alcuni elementi di cornice e parapetto furono salvati (pochi decine di pezzi), ma la maggior parte del nuovo ponte dovette essere costruita con pietre fresche di cava, identiche per composizione e forma alle originali.

Parallelamente allo smontaggio dei resti, si realizzarono opere provvisorie di sostegno. La sfida principale era la ricostruzione dell’arco di 30 metri sopra il fiume Neretva, che richiese una complessa centratura temporanea. Date le condizioni del fiume – con piene imprevedibili in inverno e primavera – si decise di costruire una centina in acciaio, più robusta e precisa rispetto a una in legno. Due travi reticolari (HEB 400) furono posizionate a cavallo del fiume, appoggiate su piloni provvisori in calcestruzzo gettati nell’alveo. Al di sopra di queste vennero montati telai e tubi d’acciaio formando un arco di sostegno dal profilo identico a quello originale, con una precisione migliore di ±1 cm rispetto alle coordinate del vecchio ponte. Sui telai, furono fissate centine lignee semicircolari (tavole curve in legno) come piano di appoggio per i conci di pietra. Questa soluzione mista – struttura portante d’acciaio e superficie di posa in legno – garantì sicurezza e fedeltà geometrica. Fu installato un ponte flottante (pontone) a valle, per trasportare materiali e personale da una sponda all’altra senza interferire con la centina.

Completata l’impalcatura, iniziò la posa dei conci dell’arco. Si procedette simultaneamente dalle due estremità, posando le pietre e inserendo i perni e le graffe metalliche in ogni giunto. Ogni concio, dal peso di alcune tonnellate, venne lavorato su misura e calato in posizione mediante una gru a portale sopra la centina. La gru si muoveva lungo l’impalcatura e depositava con precisione ogni blocco secondo il modello 3D. Gli operai aggiustavano la posizione finale con leve e cunei, assicurandosi che ogni pietra combaciasse perfettamente. Significativo fu il posizionamento della pietra di chiave al centro dell’arco nell’agosto 2003 (celebrato con una cerimonia pubblica): l’ultimo concio a serraggio venne inserito con catene e paranchi, ricalcando il momento storico del 1566. Con l’inserimento del concio di chiave, l’arco in pietra divenne autoportante.

La centina metallica fu scaricata e smontata, passando alle fasi di completamento: ricostruzione delle spallette, rifacimento del piano di camminamento e degli elementi accessori. Le mura di contenimento alle estremità (collegamento con le torri Tara e Halebija) e le arcate di accesso furono riparate o ricostruite usando tenelija e tecniche tradizionali. Si posizionò la pavimentazione in lastre di krecnjak, inclusi i pioli antiscivolo (bolli di pietra per evitare di scivolare). Infine, fu reinstallata la ringhiera in ferro battuto e si applicarono trattamenti protettivi alle superfici lapidee. Ad aprile 2004 la ricostruzione era terminata, consentendo il collaudo e l’inaugurazione ufficiale a luglio 2004.

Il ponte di Mostar originale poggiava su spalle in pietra ancorate alla roccia calcarea del Neretva. Secoli di erosione e l’esplosione del 1993 avevano indebolito queste strutture. Indagini geotecniche della ditta Conex rilevarono criticità: la roccia di base era eterogenea e carsica, con cavità sotto le fondazioni dovute alla dissoluzione del calcare. Neglianni ‘90 erano stati fatti tentativi di stabilizzazione tramite iniezioni di cemento e micropali nel sottosuolo, i cui tubi erano ancora visibili, ma erano stati solo parzialmente efficaci. Durante la ricostruzione si pianificò un robusto consolidamento delle fondazioni e delle spalle prima di caricarle col nuovo arco. Si riempirono cavità e fratture nella roccia di base con materiale cementizio per ripristinare la continuità e ridurre la permeabilità. Poiché i muri di appoggio delle arcate tendevano a spanciare verso l’esterno, si installarono tiranti e barre d’ancoraggio in acciaio per stringerli e riportarli in posizione verticale. Le crepe nei blocchi e giunti furono sigillate con iniezioni di malta a pressione. Solo dopo aver messo in sicurezza le parti portanti esistenti, si smontarono i resti per la nuova costruzione dell’arco.

Un’altra sfida tecnica fu la gestione del fiume Neretva durante i lavori. La forte corrente e le variazioni stagionali del livello dell’acqua imponevano di proteggere l’impalcatura: la centina principale fu posta sopra il livello di piena massimo. Lavori subacquei (recupero di pietre o posa di micropali) furono concentrati nei periodi di magra. L’installazione del pontone provvisorio poco a valle fu cruciale per trasportare materiali pesanti, gru mobili e camion tra le due sponde senza attraversare l’alveo instabile. La logistica di cantiere in un centro storico come Mostar fu impegnativa: si dovette operare in spazi ristretti, proteggendo gli edifici storici e minimizzando l’impatto sulle attività cittadine. La presenza di tecnici e maestranze da diversi Paesi (Turchia, Italia, Bosnia, Croazia, ecc.) richiese un coordinamento linguistico e organizzativo accurato.

La costruzione seguì metodi tradizionali, ma la progettazione e controllo beneficiarono di tecnologie moderne. Furonoeffettuati rilievi 3D fotogrammetrici e modellazione computerizzata per definire la forma originaria dell’arco. I nuovi conci vennero modellati virtualmente e numerati, così ciascun blocco trovasse il suo posto.

Il Dipartimento di Ingegneria Civile dell’Università di Firenze eseguì analisi strutturali dettagliate per valutare il comportamento del ponte ricostruito sotto i carichi normativi attuali. Si verificò che l’antica concezione fosse adeguata a standard moderni (es. carichi da folle di pedoni, azioni sismiche secondo Eurocodici) e individuare rinforzi necessari. Furono condotte analisi ad elementi finiti sia in regime elastico lineare che non-lineare su un modello 3D dell’opera (comprendente arco, riempimenti, spalle e impalcati). I risultati evidenziarono l’eccellente capacità portante dell’arco in pietra, con margini di sicurezza soddisfacenti in tutte le condizioni di progetto. Il comportamento strutturale risultò simile a quello del ponte storico, confermando che la combinazione di pietra e collegamenti in ferro (ora acciaio) offriva robustezza e duttilità senza bisogno di ulteriori rinforzi permanenti. L’analisi evidenziò l’importanza di interventi sulle spalle: la rimozione delle masse di riempimento instabili (oltre 8 metri di terra) ha ridotto pesi e pressioni sulle strutture verticali. In sintesi, la tecnologia moderna è stata usata per garantire che la struttura ricostruita – identica nei materiali e sistemi all’originale – rispettasse gli odierni criteri di sicurezza.

La ricostruzione del ponte di Mostar ha permesso indagini archeologiche nell’area. Prima e durante gli scavi di fondazione, team di archeologi hanno documentato ogni strato e reperto attorno alle spalle del ponte. È emerso che il ponte ottomano non era il primo: si sono trovate tracce di almeno due strutture medievali. Su entrambe le sponde del fiume sono affiorati resti murari allineati, probabilmente di un precedente ponte in legno del XV secolo. Tra i reperti c’erano circa 250 cunei e staffe metalliche corrosi – elementi di un antico ponte – e un enorme chiodo di ferromedievale. Sono state trovate una ventina di palle di cannone in pietra e metallo, residui di conflitti, oltre 200 frammenti di ceramica tra il XV e il XX secolo, monete (una in rame) e utensili. Tutti sono stati catalogati, disegnati e inviati a laboratori di restauro in Croazia per la pulitura e conservazione. Torneranno a Mostar per essere esposti in un museo archeologico locale, contribuendo a raccontare la storia del sito.

Le scoperte archeologiche hanno influenzato il cantiere: l’identificazione di vecchie fondazioni ha richiesto modifiche al progetto di consolidamento per preservarli. Il ritrovamento di strati di terra di riempimento (non strutturale) sopra le arcate ha portato alla decisione di rimuoverli per alleggerire la struttura, migliorando la stabilità senza alterare l’aspetto esterno. L’approccio integrato architettonico-archeologico ha arricchito la ricostruzione: è stato ricostruito il ponte eampliata la conoscenza sulle fasi costruttive e le vicende storiche precedenti sullo stesso sito.

Il caso di Mostar riflette sull’autenticità nel patrimonio culturale, distinguendo la dimensione materiale da quella culturale (o intangibile). L’autenticità di un monumento era legata alla sua sostanza originale: pietre, malte e stratificazioni storiche genuine. Un ponte ricostruito ex-novo con materiali moderni sarebbe non autentico, privo della materia antica e delle “cicatrici” del tempo. I documenti ufficiali rivelano che lo Stari Most odierno è in gran parte una copia (realizzata con la stessa pietra di cava e alcuni frammenti originali). Ci poniamo interrogativi: possiamo considerare autentico un monumento ricostruito? La risposta della dottrina del restauro e delle linee guida internazionali è che l’autenticità va valutata in modo olistico, tenendo conto dei valori culturali. Nel Nara Document on Authenticity (1994) – concepito “nello spirito della Carta di Venezia” ma adattato alla diversità culturale – si afferma che gli aspetti immateriali (tradizioni, funzioni, contesto sociale, spirito del luogo) sono parte integrante dell’autenticità di un bene. Nel caso di Mostar, pur avendo perso l’originale materiale del 1566, la comunità ha conservato e rigenerato l’autenticità culturale legata al ponte: le pratiche sociali (come i tuffi dal ponte), il significato simbolico di unione, il legame con il paesaggio urbano sono elementi autentici che continuano la tradizione interrotta dalla guerra. In altri termini, il “genius loci” del ponte è stato recuperato. L’UNESCO giustificò l’iscrizione di Mostar richiamando la “restaurazione del valore culturale” dell’area, una dimensione intangibile che travalica la presenza di pietre d’epoca.

Si può argomentare che il ponte di Mostar ricostruito possiede un’autenticità contestuale: è autentico come elemento vivo del paesaggio culturale odierno, trasmettendo gli stessi messaggi e funzioni dell’originale. Occorre essere consapevoli della differenza tra originale e copia: Mostar è un esempio di autenticità “derivata”, fondata sulla veridicità delle fonti e sulla perizia artigianale nel replicare l’antico. Non è un’autenticità “spontanea” ma prodotta intenzionalmente, e ciò richiede una comunicazione adeguata (tramite pannelli esplicativi e musealizzazione dei resti originari). L’esperienza di Mostar suggerisce che autenticità materiale e culturale possono divergere, ma non si escludono. Un monumento ricostruito può perdere in originalità tangibile, ma guadagnare in continuità culturale, preservando la memoria collettiva. È compito dei restauratori e dei gestori del patrimonio mantenere un equilibrio: garantire che la ricostruzione non inganni sulla sua natura (preservando l’integrità intellettuale della storia), ma valorizzare l’oggetto ricostruito come veicolo di valori identitari.

La decisione di ricostruire lo Stari Most nella sua forma originaria non fu imposta dall’esterno né guidata da principi conservativi internazionali, ma nacque da una profonda istanza della comunità locale, che sin dalle prime fasi post-belliche individuò nel ponte un simbolo di continuità identitaria. Per gli abitanti di Mostar, la distruzione non rappresentò soltanto la perdita di un bene architettonico, ma l’annientamento di un legame collettivo tra le due sponde della città e tra le comunità bosniaca, croata e serba. La sua assenza fu percepita come una mancanza nel tessuto urbano e nella memoria condivisa.

La richiesta di una ricostruzione “identica” nel profilo e nella posizione, non autentica, emerse come un atto collettivo di resilienza culturale. L’adesione della popolazione al progetto fu ampia e visibile, tramite cerimonie, testimonianze pubbliche e l’impiego simbolico del ponte per riti civili e religiosi. Non fu un intervento dall’alto, ma un gesto partecipato, necessario alla rilegittimazione dello spazio urbano condiviso.

La ricostruzione dello Stari Most ha un valore che travalica il restauro tecnico e si radica in una dimensione antropologica e comunitaria, dove l’autenticità culturale prevale su quella materiale. Il ponte, sebbene nuovo, continua a svolgere il suo ruolo simbolico, memoriale e identitario nella coscienza collettiva di Mostar, assumendo un’autenticità viva e dinamica, fondata sul consenso, sull’esperienza storica e sulla memoria attiva di una comunità che ha scelto di ricostruire ciò che la guerra aveva cancellato. Il restauro del ponte di Mostar (Stari Most) è un banco di prova per i principi della conservazione. Dimostra che, in circostanze eccezionali come quelle post-belliche, la ricostruzione “com’era e dov’era” di un monumento-simbolo può essere accettabile, purché condotta con rigoroso metodo scientifico e scopi culturali chiari. È stata realizzata con materiali autentici, tecniche tradizionali e documentazione storica, riducendo l’arbitrarietà. Pur sfidando la Carta di Venezia (che interdiceva le ricostruzioni integrali), l’intervento ne ha rispettato lo spirito, aderendo ai valori di sincerità (nessuna contraffazione) e trasmissione dei valori ereditati. Le teorie di Brandi, Boito e Pane hanno fornito un quadro critico, mettendo in guardia dai pericoli del falso storico; il caso di Mostar indica che vanno applicate con discernimento. Il nuovo Stari Most ha restituito a Mostar la sua anima, fungendo da catalizzatore di memoria e riconciliazione. Il concetto di autenticità deve essere plurale: la materia originale è preziosa, ma anche il significato condiviso e l’uso vivo di un monumento sono patrimoni da preservare. Come strumento di memoria, il restauro di Mostar testimonia il rifiuto della perdita e dell’oblio: pietra dopo pietra, è stato ricomposto un ponte fisico e un ponte ideale tra passato e futuro, tra distruzione e pace. Questo saggio, attraverso l’analisi del caso di Mostar, evidenzia come il restauro architettonico possa svolgere un ruolo cruciale nel ricucire il tessuto storico-culturale, conciliando – non senza complessità – i principi della conservazione con leesigenze identitarie delle comunità.

Il caso dello Stari Most mostra che il restauro può essere più di un atto tecnico: è una scelta culturale, un gesto critico, talvolta politico. Ricostruire un ponte non significa soltanto ridargli forma, ma restituire senso, memoria, identità. Se il nuovo Stari Most non è com’era, è vero che dove era sorge un ponte che parla di pace, rinascita e riconciliazione. Un ponte che non nasconde l’origine contemporanea, ma continua a incarnare l’essenza di Mostar.

La vicenda ci interroga sull’autenticità, sul confine tra copia e continuità, tra materia e memoria. Un restauro può ridare vita non a ciò che è stato, ma a ciò che può essere condiviso da una comunità.

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Alla prossima.

Fonti primarie e istituzionali

  • UNESCO (2005). Old Bridge Area of the Old City of Mostar – Nomination Dossier. Paris: World Heritage Centre.
  • ICOMOS (1994). The Nara Document on Authenticity. Paris: ICOMOS.
  • ICCROM – UNESCO – World Bank (2004). Reconstruction of the Old Bridge of Mostar: Final Report. Sarajevo: Commission to Preserve National Monuments.

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