Il Tempio Malatestiano: tra rovine e guerra

Il Tempio Malatestiano tra rovine e guerra Il Restauro Architettonico

Benvenuti a Il Restauro Architettonico, il podcast che racconta la storia, le idee e le sfide del restauro dei monumenti. Io sono Vincenzo Biancamano, e in questo episodio vi porto a Rimini, tra le rovine del Tempio Malatestiano dopo la Seconda guerra mondiale. Parleremo di distruzione, di ricostruzione, ma soprattutto di scelte: scelte progettuali, morali, culturali. Al centro di questa storia ci sono due figure fondamentali – Roberto Pane e Giovanni Urbani – e un monumento che è diventato simbolo del restauro critico. Un restauro che non ha voluto cancellare le ferite della guerra, ma trasformarle in memoria. Un restauro che ci aiuta a capire cosa vuol dire oggi “ricostruire con coscienza”.

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Il Tempio Malatestiano di Rimini – splendida chiesa rinascimentale progettata da Leon Battista Alberti su preesistenze gotiche – fu travolto dagli eventi bellici della Seconda guerra mondiale. Tra il 1943 e il 1944 Rimini subì oltre 300 bombardamenti, essendo sulla linea del fronte, e quasi il 90% della città venne distrutto. Anche il Tempio fu colpito ripetutamente tra dicembre 1943 e giugno 1944: la prima bomba fece sprofondare il terreno antistante, causando l’inclinazione in avanti della celebre facciata albertiana e lesionandone la struttura. Un secondo bombardamento devastò la zona absidale settecentesca, facendola crollare insieme a due cappelle laterali adiacenti, e strappò via completamente il tetto della navata. Le possenti volte a crociera delle cappelle medievali rimasero in piedi ma percorse da profonde crepe, le pareti lesionate e le finestre gotiche in frantumi.

La scena, all’indomani dei bombardamenti, era desolante. Un cronista riminese annotò nel gennaio 1944: “Non si entra, ma si sa che il contraccolpo ha scoperchiato la tomba di Sigismondo”, riferendosi al sarcofago di Sigismondo Malatesta – il signore rinascimentale che nel Quattrocento aveva trasformato la chiesa di San Francesco nel suo Tempio votivo. Quel sarcofago, insieme ai preziosi bassorilievi marmorei di Agostino di Duccio e all’affresco di Piero della Francesca (per fortuna già staccato e messo in salvo), costituiva il cuore storico-artistico del monumento. Ora il Tempio appariva come un grande organismo ferito: senza copertura (rimanevano solo le capriate principali), con parti crollate e altre pericolanti, la facciata incrinata e spostata di quasi mezzo metro fuori piombo.

Eppure, pur devastato, l’edificio non era morto. Le possenti mura rinascimentali di Alberti – benché inclinate e fessurate – resistevano ancora in piedi, e le sei cappelle laterali principali conservavano le loro volte e gran parte delle decorazioni marmoree. I segni della distruzione bellica erano evidenti e indelebili, ma il Tempio Malatestiano rimaneva, agli occhi dei riminesi e degli studiosi, un simbolo identitario della città e un capolavoro insostituibile della storia dell’architettura italiana. Si poneva dunque un pressante interrogativo: come restaurare questo monumento mutilato dalla guerra, rispettandone la memoria ma restituendolo alla vita?

Prime misure di salvataggio e il dibattito sulla ricostruzione

Già durante il conflitto, le autorità di tutela avevano tentato di proteggere il Tempio: erano state innalzate barriere in mattoni alte due metri e mezzo attorno alla base della facciata e dei fianchi, e all’interno impalcature con sacchi di sabbia proteggevano alcune cappelle e i pilastri con i bassorilievi. Queste precauzioni purtroppo non bastarono a evitare i danni, ma indicano l’attenzione riservata al monumento. Nel 1944-45, a guerra ancora in corso, squadre tecniche alleate effettuarono sopralluoghi: un rapporto del British Committee on the Preservation of Works of Art descrisse la situazione del Tempio, notando che la facciata (peraltro “mai finita” sin dall’epoca di Alberti) era rimasta in piedi ma presentava crepe ed era fuori asse di 46 cm; l’interno offriva “un triste spettacolo”, con il tetto completamente divelto e solo le travi principali superstiti. Quegli esperti inglesi conclusero che, pur non in imminente pericolo di crollo, il Tempio avrebbe richiesto riparazioni lunghe e costose. Si delineava fin da subito l’alternativa tra limitarsi a consolidare ciò che restava, accettando di conservare le “cicatrici” di guerra, oppure intraprendere una ricostruzione più ampia per ripristinare l’aspetto originario dell’edificio.

Nel primo immediato dopoguerra, tra 1946 e 1947, ebbero inizio i lavori di emergenza sotto la guida della Soprintendenza ai Monumenti di Ravenna (competente per Rimini) e con i finanziamenti e le maestranze del Genio Civile. Questi interventi iniziali miravano essenzialmente a mettere in sicurezza la struttura e tamponare le falle provocate dalle bombe. Furono rialzati muri provvisori a chiusura delle due cappelle laterali crollate, si consolidarono le fondazioni instabili (anche con palificazioni in legno e getti di cemento armato) e si costruì un cordolo in cemento sulla sommità delle murature per rinforzarle. Si ricostruirono inoltre le parti crollate delle volte delle cappelle barocche distrutte e si posò un nuovo tetto, con la sostituzione completa di tutte le capriate in legno. Contestualmente, si avviò il restauro delle opere d’arte mobili e delle decorazioni: ad esempio, si recuperarono e reintegrarono con tasselli i frammenti distaccati del rivestimento marmoreo esterno, e all’interno si procedette a pulire e, dove necessario, rincollare le tarsie e i bassorilievi malatestiani.

L’intervento più significativo di questa prima fase “conservativa” fu il consolidamento strutturale. Nel 1947 l’ingegnere del Genio Civile Giuseppe Rinaldi adottò le tecniche più innovative del tempo: si eseguirono fitte iniezioni di malta cementizia a pressione nelle murature medievali e nelle fondazioni lesionate, e perfino “iniezioni armate” inserendo barre di ferro in fori passanti attraverso i muri. In pratica, si irrigidirono e cementarono le murature crepate, anziché smontarle, secondo un principio allora considerato “modernissimo” e rispettoso della materia originale (poiché lasciava in opera la muratura esistente invece di sostituirla). Queste operazioni resero l’edificio di nuovo staticamente stabile e “coriaceo”. A fine 1947, il Tempio Malatestiano era dunque strutturalmente salvo: le sue parti superstiti erano consolidate e non più in pericolo immediato. Si era anche provveduto a ricostruire in forme semplificate le porzioni distrutte: in particolare l’abside crollata, di epoca barocca, era stata richiusa con un muro provvisorio in mattoni a vista, e le cappelle laterali distrutte erano state tamponate. L’idea, in questa fase, era quella di ripristinare il profilo dell’edificio senza falsificarlo, seguendo le direttive vigenti del Ministero della Pubblica Istruzione (le “Istruzioni” del 1938 per il restauro dei monumenti) che prescrivevano di distinguere nettamente le parti nuove dalle originali. Il Soprintendente Guglielmo Capezzuoli, autore del progetto di ricostruzione provvisoria dell’abside nel 1946, sottolineava infatti che il Tempio era “uno di quei casi ‘clinici’” in cui applicare appieno le nuove norme: la soluzione doveva essere lineare e semplice, allungando l’abside quanto necessario ma adottando un disegno e una tecnica che ne attestino la modernità, evitando qualsiasi decorazione imitativa “per eliminare ogni possibile confusione con l’antico”. In ossequio a questi principi, l’abside venne ricostruita in modo volutamente sobrio, con semplice laterizio a vista e senza riprodurre stucchi o ornamentazioni barocche andati perduti. Si trattava di un “completamento consapevole”: colmare le lacune strutturali affinché la chiesa tornasse funzionale, ma farlo senza nascondere la differenza tra il nuovo e l’antico, e senza pretendere di ricreare ciò che la guerra aveva cancellato.

Queste scelte iniziali riflettevano un atteggiamento filologico e conservativo, rispettoso sia delle linee architettoniche albertiane sia della realtà storica delle aggiunte successive (come l’abside barocca, ritenuta però di modesto valore artistico). L’idea era di non falsificare la storia: ciò che rimaneva, per quanto deformato, andava preservato; ciò che era irrimediabilmente perduto poteva essere ricostruito, ma in forme moderne e neutre, per non simulare l’originale. In sostanza, fino al 1947 il restauro del Tempio Malatestiano procedeva come un restauro di tipo scientifico-filologico, concentrato sul consolidamento e sul minimo reintegro necessario, con grande attenzione all’autenticità materiale e storica. Ma proprio mentre questi lavori giungevano a compimento, entrò in scena un attore esterno che cambiò radicalmente il corso del progetto: l’American Committee for the Restoration of Italian Monuments.

Nel febbraio 1947, infatti, questo comitato americano (presieduto dallo storico dell’arte Charles R. Morey) annunciò di aver raccolto 50.000 dollari da destinare al restauro completo del Tempio malatestiano – cifra poi aumentata a 65.000 dollari grazie alla Kress Foundation, che in quegli stessi anni finanziò anche la ricostruzione di altri monumenti italiani, come il Ponte di Santa Trinita a Firenze. Si trattava di un contributo ingente, cruciale in un’Italia impoverita dal dopoguerra, e certamente accolto con gratitudine. Tuttavia, quei fondi erano accompagnati da una visione ben precisa sull’intervento da eseguire. Il 14 luglio 1947 Doro Levi (rappresentante del comitato americano) e l’architetto Guglielmo De Angelis d’Ossat, in un sopralluogo pubblico a Rimini, enunciarono chiaramente l’obiettivo: “riportare il paramento albertiano esterno nella sua posizione originaria”. In altre parole, bisognava rimediare alle deformazioni subite dall’involucro architettonico rinascimentale. “Le lesioni […] sono incompatibili con l’architettura dell’esterno, studiata da Alberti sulla base di esatti rapporti di proporzioni e che egli stesso definì una musica” – dichiararono gli esperti – aggiungendo che le cornici marmoree dello zoccolo, oggi contorte e spezzate all’altezza dello sguardo, apparivano “inammissibili per un’architettura rinascimentale, tutta basata sulla regolarità delle linee”. C’era dunque, da parte dei finanziatori e dei tecnici ministeriali, la volontà di restaurare la “perfezione formale” originariadell’opera di Alberti, eliminando ogni traccia di disassamento e di frattura visibile sulle parti esterne. Lasciare il Tempio com’era, consolidato ma con la facciata ancora inclinata e scheggiata, avrebbe significato “discordare tutta quella musica” armonica concepita da Alberti. In quest’ottica il rispetto della purezza geometrica dell’edificio prevaleva sul “testimoniare, perpetuandolo, il danno bellico”. In altri termini, la funzione di documento storico della guerra – che il Tempio ferito incarnava – doveva cedere il passo alla restituzione del suo valore estetico assolutocome capolavoro del Rinascimento.

Queste posizioni segnarono un cambio di rotta radicale e accesero un forte dibattito. A Rimini e presso la Soprintendenza di Ravenna inizialmente ci fu sconcerto e anche opposizione all’idea di smontare il monumento. Alcuni tecnici locali, come lo stesso soprintendente Capezzuoli e l’architetto Alfredo Barbacci (all’epoca Soprintendente ai Monumenti dell’Emilia), manifestarono dubbi: dopo aver tanto faticato per consolidare e salvare l’edificio, era davvero necessario smontarlo pezzo per pezzo? Non si rischiava di danneggiarlo ulteriormente con un’operazione così “temeraria”? E, in termini culturali, rinunciare a mostrare le ferite di guerra non significava forse dimenticare troppo in fretta quanto accaduto, presentando un falso “intatto” alla posterità? D’altro canto, eminenti studiosi d’arte e tecnici ministeriali sostenevano la linea del restauro integrale dell’involucro rinascimentale. Proprio nel 1947 si costituì al Ministero una Commissione per il restauro del Tempio incaricata di seguire il progetto finanziato dagli americani. Ne facevano parte figure di prim’ordine: l’archeologo Doro Levi, l’ispettore centrale Emilio Lavagnino, lo storico dell’arte Mario Salmi, il funzionario Marcello De Vita, e – fatto cruciale – Roberto Pane, in rappresentanza del Consiglio Superiore delle Belle Arti. La presenza di Roberto Pane, uno dei maggiori teorici del restauro architettonico in Italia, garantiva che il dibattito sul Tempio Malatestiano sarebbe andato ben oltre le mere questioni tecniche, toccando invece i principi stessi della disciplina del restauro.

Era l’estate 1947. L’Italia intera, in bilico tra ricostruzione e memoria, si interrogava su come rinascere dopo le macerie. Nel clima teso delle imminenti elezioni politiche del 1948 – con la contrapposizione tra visioni conservatrici e istanze di rinnovamento – anche la ricostruzione dei monumenti assumeva un significato simbolico. Il caso di Rimini diventò emblematico: doveva prevalere una ricostruzione “integrale”, che cancellasse le offese della guerra restituendo il monumento esattamente com’era (magari anche completandolo laddove era rimasto incompiuto in passato)? Oppure bisognava adottare un restauro “critico” e consapevole, che mantenesse visibili le tracce della storia – antica e recente – anche a costo di accettare lacune e vuoti? Su queste domande si aprì il confronto teorico nella Commissione e sulla stampa specializzata.

Ricostruzione integrale o restauro critico? – Le scelte progettuali della Commissione

Dopo attenta analisi, la Commissione ministeriale approvò un progetto di intervento che, di fatto, coniugava conservazione e ricostruzione ma in modo selettivo. La decisione più clamorosa fu quella di smontare e rimontare integralmente il paramento lapideo albertiano della facciata e del fianco sinistro del Tempio, per riportarlo alla posizione e all’assetto originari. Questo smontaggio totale – che interessò circa 3.000 blocchi marmorei numerati uno ad uno – iniziò nell’agosto 1948 e si concluse alla fine del 1949, sotto la direzione del soprintendente Capezzuoli. Fu un’operazione imponente di “anastilosi” in chiave moderna: ogni conci di pietra d’Istria, dopo essere stato rimosso, venne pulito, eventualmente consolidato, e poi ricollocato esattamente dov’era in origine, ma ora su basi e mura riportate a piombo. In pratica, si smontò il “guscio” rinascimentale di Alberti e lo si ricostruì filologicamente, eliminando le deformazioni causate dal cedimento bellico. L’inclinazione della facciata e del fianco fu corretta, riallineando gli elementi architettonici come archi, colonne, cornici e pilastri alla geometria perfetta voluta dal progettista quattrocentesco. Fu un lavoro meticoloso, svolto con grande perizia: come osservò poi qualcuno, solo “l’occhio dell’architetto specializzato” era in grado di notare le lievi sbeccature agli spigoli delle pietre dovute alle manipolazioni e la leggerissima diversità delle stuccature di giunzione. In superficie, il Tempio Malatestiano restaurato apparve quasi intatto, più saldo e diritto di prima.

La scelta di smontare quelle parti non fu dettata – è bene ribadirlo – da necessità statiche ormai, poiché il consolidamento le aveva già messe in sicurezza. Fu una scelta motivata esclusivamente da ragioni estetiche e storiche. Lo ammise con franchezza lo stesso Roberto Pane durante un convegno nel 1948, a lavori in corso: “Ci si è trovati davanti ad uno squilibrio statico e ad uno squilibrio estetico. Il primo sarebbe stato facilmente riparabile mediante i consueti procedimenti di consolidamento. […] Le alterazioni sono apparse assolutamente intollerabili, e ciò unicamente in base ad una esigenza che non aveva altro fondamento se non una valutazione critica”. Questa affermazione di Pane è rivelatrice: la Commissione giudicò “intollerabili” le deformazioni della fabbrica non perché minacciassero la stabilità, ma perché offendevano l’idea storica e artistica del monumento. In altre parole, il restauro venne inteso come un atto di critica, di interpretazione valutativa dell’opera: si decise di restaurare non solo la materia, ma il concetto stesso del Tempio malatestiano, quale tempio della ragione e dell’armonia rinascimentale.

Così, mentre molte città italiane ricostruivano i loro monumenti com’erano e dov’erano per cancellare in fretta le cicatrici della guerra, a Rimini la Commissione adottò un approccio più sottile e moderno. Cosa si stava davvero restaurando? – si chiesero Pane e colleghi. La risposta fu chiara: non le effimere aggiunte barocche, non lo stato di fatto post-bellico mutilato, bensì “la geometrica cristallina purezza di linee” dell’architettura albertiana. Era quella purezza formale, considerata l’essenza stessa del Tempio, che andava recuperata ad ogni costo. Salmi e Lavagnino, membri della Commissione, espressero in vari scritti questa convinzione: l’edificio di Alberti era “un mirabile compendio di idee”, basato su rapporti geometrici perfetti, e il disassamento bellico ne “comprometteva i valori essenziali”. Bisognava quindi “ridare all’architettura albertiana la sua esatta linearità geometrica”, restituendo all’opera quell’armonia assoluta di linee e masse che la caratterizzava. In quest’ottica, smontare e rimontare ogni pietra fu visto quasi come un rito di purificazione dell’opera d’arte, per farla tornare a risplendere nel suo ideale originario.

Va detto che non tutti, all’epoca, erano entusiasti di questa operazione. Tra i tecnici locali serpeggiava il rammarico per aver dovuto demolire le riparazioni già fatte ed esporre nuovamente l’edificio a rischi durante lo smontaggio. L’architetto Alfredo Barbacci, a qualche anno di distanza, espresse velatamente una critica: secondo lui si sarebbe potuto anche conservare il Tempio con le sue piccole deformazioni, perché non erano così percettibili – “come vediamo in tanti edifici veneziani”, notava ironicamente – e il consolidamento statico sarebbe bastato. Riconobbe però che l’operazione era stata eseguita con “grandissima abilità”, al punto che solo un occhio esperto notava le differenze. Questa osservazione mette in luce il duplice volto del restauro del Tempio Malatestiano: da un lato estremamente invasivo (si pensi allo smontaggio integrale, intervento rarissimo per un edificio storico in piedi), dall’altro condotto con spirito conservativo, reintegrando quasi esclusivamente materiale originale (rimontato dov’era) e limitando al massimo le aggiunte ex novo visibili. Il risultato fu un successo dal punto di vista del ripristino formale: in occasione del quinto centenario della fondazione del Tempio, celebrato nel 1950, l’edificio si presentava di nuovo in forma “smagliante”, quasi fosse rinato dalle proprie ceneri.

Ma il restauro post-bellico del Tempio Malatestiano non si esaurì nella ricomposizione del puzzle albertiano. Un aspetto fondamentale – e teoricamente molto avanzato – fu il modo in cui vennero trattate le parti incompiute o lacunose del monumento. L’esempio più notevole riguarda la già citata zona absidale. La vecchia abside barocca (distrutta dalla bomba) non fu ricostruita com’era. La Commissione concordò con quanto già previsto da Capezzuoli: trattandosi di un’aggiunta settecentesca di scarso pregio, non aveva senso rifarla uguale. Si decise piuttosto di completare l’abside in forme nuove, sobrie e moderne, senza riprodurre le decorazioni perdute. Il progetto definitivo per la nuova abside – considerata un elemento secondario rispetto al “guscio” quattrocentesco – fu tenuto volutamente su un piano modesto e subordinato. De Angelis d’Ossat scrisse che fu “facile predisporre un progetto ispirato a linee semplici e dignitose per la ricostruzione”, proprio perché quella parte non presentava particolare importanza artistica. In pratica, la soluzione adottata fu di realizzare un’abside in muratura a vista, geometrica e spoglia, che chiude il coro senza voler emulare l’antico. Questo era perfettamente in linea con i principi del restauro criticoreintegrare le lacune strutturali (per restituire al Tempio la sua integrità volumetrica e funzionale), ma senza imitazioni in stile, lasciando chiaramente distinguibile il nuovo intervento. Così facendo, il “vuoto” lasciato dalla guerra veniva in certo modo rispettato nella sua memoria: non colmato con un falso storico, bensì segnalato attraverso la diversità linguistica del nuovo inserto. Si tratta di un esempio paradigmatico di completamento consapevole, in cui l’architetto-restauratore non rinuncia a restituire un’unità all’opera, ma lo fa con umiltà creativa, evitando ogni falsificazione.

Un discorso analogo valse per altri dettagli. Ad esempio, non si tentò mai di “finire” ciò che Alberti aveva lasciato incompiuto. La facciata del Tempio Malatestiano, com’è noto, era rimasta priva della parte superiore (il progetto albertiano, probabilmente, prevedeva un frontone o addirittura una cupola, ma non fu mai realizzato a causa della morte di Sigismondo Malatesta e delle vicissitudini storiche). Ebbene, durante il restauro post-bellico nessuno propose seriamente di completare ex novo la facciata secondo un’ipotetica ricostruzione dell’idea di Alberti. Si rispettò l’incompletezza storica: la facciata è stata rimessa in piedi esattamente com’era prima, tronca al livello raggiunto nel Quattrocento. Questo atteggiamento testimonia la volontà di non alterare l’identità storica stratificata del monumento. Il Tempio Malatestiano nacque, per così dire, “incompiuto” ed è proprio quella particolarità – quell’affascinante miscuglio di gotico francescano incompleto rivestito da un guscio classico – a renderlo unico. Roberto Pane e gli altri esperti compresero che compiere oggi ciò che Alberti non completò allora sarebbe stato un arbitrio, una forzatura antidocumentaria. Meglio lasciare quel silenzio, quel vuoto non finito, come parte integrante della storia del monumento.

All’interno, infine, si mantenne un approccio prudente e rispettoso delle “cicatrici” sia antiche che recenti. La struttura portante gotica e le decorazioni rinascimentali superstiti furono restaurate senza alterarle. Le lesioni provocate dalle bombe sulle volte e sugli archi interni furono in buona parte lasciate visibili o solo parzialmente stuccate, purché non compromettessero la stabilità. Lavagnino annotò che, essendo l’interno medievale “alterità” rispetto al disegno albertiano perfetto, si poteva accettare di lasciare alcune deformazioni e crepe in situ come traccia degli eventi. Così, dove all’esterno si era cercata la massima ricomposizione formale, all’interno ci si permise di conservare qualche segno del trauma bellico: archi leggermente fuori asse, crepe murarie consolidate ma leggibili, magari lasciate in vista come sottili linee dopo il restauro. Anche alcune lapidi scheggiate e frammenti non reintegrati rimasero a futura memoria. Roberto Pane auspicava proprio questo: che il restauro non cancellasse la “patina della storia”. Egli riteneva che i segni della distruzione non dovessero essere cancellati, ma integrati nella vita futura del monumento, come capitolo della sua biografia. In un passo suggestivo (riportato dalla stampa dell’epoca) Pane definì le rovine belliche “ferite sacre” che andavano medicate ma non nascoste, affinché il Tempio potesse d’ora innanzi testimoniare anche la sua storia novecentesca, la storia di ciò che aveva sofferto e superato. Evitare ricostruzioni idealizzate significava, per Pane, non tradire la memoria dell’edificio. Se il Tempio doveva tornare a vivere, lo avrebbe fatto “tra memorie vive del passato”, come Pane stesso scrisse, ovvero portando su di sé sia la gloria rinascimentale sia le cicatrici del XX secolo. Questo approccio profondamente umano e storico al tempo stesso permeò tutte le decisioni progettuali finali.

Roberto Pane e Giovanni Urbani: il “restauro critico” e l’eredità di un cantiere esemplare

Il restauro post-bellico del Tempio Malatestiano di Rimini emerse subito come caso emblematico nella storia della tutela monumentale italiana. In esso si condensarono le tensioni teoriche e pratiche di un’epoca: la necessità di ridare vita a un simbolo identitario gravemente leso, il dovere etico di non falsificare la storia, il rispetto per l’opera d’arte come documento e insieme la volontà di trasmetterne il messaggio estetico integro alle future generazioni. Roberto Pane ebbe in questo una parte da protagonista. Già formato alla scuola di Gustavo Giovannoni (che gli aveva insegnato a valorizzare le stratificazioni storiche negli edifici), Pane era un convinto sostenitore di un restauro “dialettico”, critico, che considera il monumento “non solo come opera artistica ma come documento storico vivente”. Nel dopoguerra, da antifascista e umanista qual era, vedeva nella tutela del patrimonio ferito dalla guerra quasi una missione civile: “ogni gesto di restauro, per Pane, diventa un atto d’amore verso le generazioni future, affinché possano camminare tra le memorie vive del passato”. Questo traspare chiaramente anche nell’intervento di Rimini. Pur aderendo alla scelta di reintegrare la forma albertiana (perché consapevole dell’eccezionale valore di quell’opera), Pane si assicurò che tale reintegrazione avvenisse senza mistificazioni e senza annullare le tracce del tempo. Nei suoi scritti dell’epoca egli lodò il restauro del Tempio proprio perché fondato su uno studio critico rigoroso e sulla piena comprensione storica del monumento. Sottolineò che l’operazione non era un semplice rifacimento estetico, ma un intervento “che trova il suo fondamento nella storia e nella critica”, frutto della concezione estetica moderna. Il Tempio, insomma, fu restaurato criticamente, ossia facendone oggetto di un’interpretazione: si scelse consapevolmente che cosa restaurare e come, dando prevalenza ai valori considerati essenziali (la struttura rinascimentale di Alberti) e accettando di sacrificare o trasformare altri elementi (le aggiunte barocche, le tracce di rovina) in nome di una visione unitaria. Questo modo di operare, che oggi definiamo “restauro critico”, allora costituì una novità coraggiosa, in equilibrio tra opposti rischi: da un lato la tentazione della ricostruzione integrale e mimetica, che avrebbe cancellato i segni del tempo; dall’altro la tentazione opposta di un conservazionismo passivo, che avrebbe lasciato il monumento mutilo e “museificato” nel suo stato di rovina. Pane e i suoi colleghi evitarono entrambi gli estremi, cercando invece una terza via in cui ricostruzione e conservazione dialogassero. Il risultato fu guardato con interesse in tutta Italia e anche all’estero. Nel 1950 il Tempio Malatestiano restaurato divenne meta di studiosi e appassionati, esempio tangibile di un approccio nuovo alla tutela: un approccio che vede nell’autenticità e nella memoria storica i pilastri della conservazione.

Accanto a Roberto Pane, un altro nome che emerge parlando di questi temi è quello di Giovanni Urbani. Urbani, più giovane di Pane di quasi trent’anni, all’epoca dei lavori di Rimini muoveva i primi passi all’interno dell’Istituto Centrale del Restauro di Roma (entrò all’ICR proprio nel 1949). Non partecipò quindi direttamente al cantiere del Tempio, ma ne assimilò pienamente la lezione ideale. Divenuto poi direttore dell’ICR negli anni ’70, Urbani fu uno dei maggiori teorici della conservazione a livello internazionale. Egli riprese e sviluppò molti concetti che proprio il restauro del Tempio Malatestiano aveva posto in evidenza. In particolare, Urbani insisteva sulla domanda fondamentale: “Qual è il senso della presenza del passato nel mondo d’oggi?”. Questa domanda – che lo accompagnò per tutta la vita – è esattamente quella che aleggiava nelle scelte compiute a Rimini. Restaurare non significa riportare semplicemente un bene culturale allo stato originario, ma decidere quale passato vogliamo far vivere nel presente, quale messaggio intendiamo tramandare. La vicenda del Tempio Malatestiano fu emblematica perché ogni decisione progettuale prese posizione rispetto a storia, memoria e significato del monumento.

Riassumendo le alternative affrontate: ricostruire tutto com’era (magari completando idealmente l’incompiuto) avrebbe significato privilegiare la continuità storica apparente, offrendo al presente un’immagine integra ma cancellando la memoria della guerra e snaturando l’identità incompleta tramandata dai secoli. Al contrario, lasciare in evidenza tutte le lacune e i vuoti bellici, senza ricostruire nulla, avrebbe significato enfatizzare la memoria della distruzione a scapito però della comprensibilità e fruibilità dell’edificio come opera d’arte compiuta. La via scelta – quella del restauro critico – cercò di bilanciare questi poli: si ricostruì ciò che era essenziale al carattere del monumento (la “forma mentis” rinascimentale di Alberti), ma si evitò di cancellare ogni traccia delle vicende storiche successive. Ogni scelta portava con sé un preciso atteggiamento: correggere la facciata inclinata significò rendere omaggio al Rinascimento e ai suoi ideali di perfezione; non ricostruire le decorazioni barocche significò affermare la preminenza dell’originale e rifiutare falsi storici; lasciare visibili alcune ferite della guerra significò onorare la verità storica e il dovere di ricordare. In tal senso, il restauro del Tempio Malatestiano divenne un manifesto concreto del “restauro critico”, nel quale il monumento non è mai un semplice oggetto da riparare, ma un soggetto con cui dialogare, un testo da interpretare criticamente.

Giovanni Urbani, riflettendo più tardi su questi temi, sottolineò che la autenticità doveva divenire il criterio guida: qualunque intervento deve rispettare l’autenticità materiale e culturale del bene. Ciò implica distinguere nettamente il nuovo dall’antico (come fu fatto a Rimini per l’abside e per ogni integrazione), ma anche riconoscere che un monumento può accumulare nuovi significati nel tempo – e tali significati non vanno azzerati. Urbani fu anche promotore del concetto di “conservazione programmata”, cioè di una tutela preventiva che eviti di dover compiere gesti drastici in emergenza. Se pensiamo a Rimini, vediamo in filigrana questa lezione: i rinforzi predisposti prima dei bombardamenti salvarono in parte il Tempio; se ne deduce che occuparsi prima della conservazione (ad esempio proteggendo i beni in tempo di guerra) è fondamentale. Ma una volta che il danno era avvenuto, occorreva reagire con lungimiranza. Urbani ammirava la capacità di Pane di “trasformare il restauro in un dialogo con la memoria storica”. E in effetti il restauro del Tempio fu un dialogo serrato tra presente e passato: da un lato la scienza e la tecnica moderna (cementi armati, anastilosi controllata, rilievi dettagliati in scala 1:20 per mappare ogni singolo blocco); dall’altro la coscienza storica, la sensibilità per le epoche trascorse e per le storie racchiuse in quelle pietre.

Oggi il Tempio Malatestiano di Rimini, nelle sue forme restaurate, testimonia visibilmente questa filosofia. La facciata e i fianchi marmorei risplendono nelle perfette proporzioni albertiane, come se il tempo non li avesse scalfiti; eppure, a uno sguardo attento, rivelano piccole imperfezioni e ricostruzioni che raccontano il trauma subito (sottili linee di frattura stuccate, differenze di tono tra marmi originali e integrazioni). L’interno conserva le sue stratificazioni: le arcate gotiche, le sculture rinascimentali, le tombe malatestiane parlano del Quattrocento, mentre la parete absidale in mattoni nudi parla implicitamente del Novecento, di ciò che andò perduto nel 1944. Il Tempio è dunque divenuto una sorta di palinsesto vivente: non un falso ologramma del passato, ma un luogo autentico in cui convivono passato e presente, memoria e rinascita.

Nei manuali di restauro architettonico il cantiere riminese viene citato come esempio paradigmatico di applicazione dei principi del restauro critico. Esso anticipò in parte i concetti poi sanciti nella Carta di Venezia del 1964 (internazionalmente, la linea guida per il restauro monumentale): distinguibilità degli interventi, rispetto di tutte le fasi storiche significative, riconoscimento del diritto del “non-finito” storico a rimanere tale, rifiuto del falso storico. Roberto Pane fu tra i protagonisti di quel clima culturale e la sua lezione resta fondamentale: ci ha insegnato che ogni restauro è un atto di responsabilità verso la storia. Come scrisse egli stesso, il monumento è un documento vivo e il restauratore deve porsi in umile ascolto, intervenendo con “disciplina intellettuale e amore”. Giovanni Urbani, a sua volta, consolidò l’idea che conservare un bene culturale significhi comprendere il suo significato profondo per la comunità, e che a volte non intervenire (lasciando un vuoto, una rovina) può avere un alto valore simbolico. Il Tempio Malatestiano restaurato incarna proprio questa dialettica feconda tra assenza e presenza: è stato ricomposto, ma non cancellando l’assenza; anzi, conferendole un senso. Il “vuoto” delle parti mancanti è reso eloquente dalla neutralità delle integrazioni moderne, che fanno da cornice silenziosa alla maestosità dell’antico.

In conclusione, la vicenda del Tempio Malatestiano dopo la Seconda guerra mondiale è più di una cronaca di lavori di restauro: è una storia culturale che illumina il modo in cui il Novecento ha ripensato il rapporto con i propri monumenti e con la propria memoria. In quelle pietre smontate e ricomposte, in quei marmi scheggiati rispettosamente riaccostati, leggiamo il dibattito – tuttora attuale – tra la spinta a ricostruire ciò che si è perduto e la volontà di conservare la traccia della perdita stessa. Il Tempio, salvato dalla rovina, oggi parla con due voci: quella armoniosa di Leon Battista Alberti e quella più sommessa della storia successiva, fatta di secoli di trasformazioni e di una guerra devastante. Grazie al restauro critico di Roberto Pane e colleghi, entrambe le voci possono essere ascoltate. Questo capitolo di storia del restauro ci insegna che ogni scelta sul patrimonio è una scelta di campo tra oblio e memoria, tra imitazione e autenticità, tra chiusura nel passato e dialogo col presente. Il Tempio Malatestiano, da ferita dolorosa qual era nel 1944, è rinato come monumento alla resilienza della cultura: non una copia immacolata del suo passato, ma un organismo vivo che porta in sé le cicatrici e la grandezza della propria storia. E forse è proprio in questo risiede il suo fascino più profondo e il messaggio che trasmette a chi oggi lo visita, studenti, appassionati o semplici cittadini: che la memoria e la bellezza possono e devono coesistere, e che dal rispetto del “vuoto” e dell’incompiuto possiamo trarre una consapevolezza più piena del nostro passato e del nostro futuro.

Il restauro del Tempio Malatestiano ci insegna che ricostruire non significa semplicemente riparare, ma interrogarsi sul senso della memoria, dell’identità e del tempo. In quel cantiere, tra pietre smontate e decisioni etiche, si è compiuto un gesto critico e consapevole, capace di parlare ancora oggi a chi si occupa di tutela e di cultura. Un esempio di come il restauro possa essere, prima di tutto, un atto di coscienza.

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Fonti: 

Norcia: La Rinascita della Basilica di S. Benedetto, 9 Anni Dopo il Sisma

Dalle macerie alla luce. Il restauro della Basilica di San Benedetto a Norcia Il Restauro Architettonico

Dopo nove anni dal terremoto del 2016, la Basilica di San Benedetto a Norcia riapre le sue porte.In questo episodio raccontiamo la ricostruzione architettonica, spirituale e simbolica del cuore dell’Umbria, grazie a un cantiere d’eccellenza che ha unito tradizione, tecnologia e fede. Un viaggio tra pietre recuperate, controsoffitti settecenteschi, impianti invisibili e memoria condivisa.Un modello di resilienza e rinascita, sotto il segno di San Benedetto, patrono d’Europa.🔗 Approfondimenti su www.ilrestauroarchitettonico.com📌 Canale Telegram: t.me/ilrestauroarchitettonico

Dalle Macerie alla Luce: Un’odissea di ricostruzione che unisce memoria, fede e avanguardia tecnica. Il simbolo di Norcia torna a risplendere, pietra dopo pietra.

di Vincenzo Biancamano, fondatore de Il Restauro Architettonico


5–8 minuti

Cosa accade quando la storia e la fede di un popolo vengono spazzate via in 40 secondi? A Norcia, dopo il drammatico sisma del 2016, la risposta è stata una promessa: la rinascita.

Il 30 ottobre 2025 è stato il giorno in cui Norcia ha mantenuto quella promessa. In Piazza San Benedetto, al tramonto, l’aria era carica di un’emozione palpabile. Dopo nove lunghi anni di silenzio, le campane della Basilica sono tornate a sciogliere un dolore profondo. È la storia di una ricostruzione architettonica, civile e spirituale che oggi insegna al mondo la vera resilienza.

2016: Quando Crollò il Cuore di Norcia

Nove anni fa, alle 7:40 del 30 ottobre 2016, una scossa di magnitudo 6.5 devastò la Valnerina. La Basilica, eretta sui resti della casa natale di San Benedetto, fu sbriciolata in pochi istanti.

L’immagine della facciata gotica, rimasta in piedi come un doloroso fondale teatrale tra le macerie, divenne il simbolo della ferita. L’80% del monumento era perduto. Eppure, proprio in quel dolore, si accese la speranza: l’impegno collettivo fu di ricostruire “dov’era e com’era“(anche se non lo è mai, in quanto la materia non è stessa), a testimonianza che l’identità e la memoria della città non sarebbero crollate con le pietre.

San Benedetto: La Storia che ha Guidato la Ricostruzione

La Basilica è un punto nevralgico della storia europea. La sua stratificazione, però, rendeva la scelta ricostruttiva complessa:

  • Le Origini: Fondata tra il 1290 e il 1338 sopra la cripta, luogo di nascita del Patrono d’Europa.
  • Volti Mutipli: Fino al 2016, presentava una facciata medievaleinterni barocchi (post-sisma del 1703) e una cripta romana in opus reticulatum.
  • La Scelta: La ricostruzione ha onorato tutte le epoche, decidendo di riproporre la configurazione architettonica ante-sisma 2016 (quella settecentesca), ma con l’obbligo di inserire standard di sicurezza moderni.

Il “Cantiere Ospedale”: L’Eccellenza del Restauro Italiano

La rinascita è il frutto di un lavoro monumentale e coordinato, ribattezzato l’“ospedale delle pietre”.

  1. Recupero Scientifico: Subito dopo il sisma, migliaia di frammenti lapidei, capitelli spezzati e pezzi di affresco sono stati recuperati, catalogati e messi in sicurezza.
  2. L’Alleanza: Il cantiere, per un totale di circa 15 milioni di euro, è stato finanziato da un’alleanza di risorse pubbliche e private (UE, Struttura Commissariale e il fondamentale contributo di Eni come sponsor tecnico).
  3. Filosofia del Progetto: Come ha dichiarato Paolo Iannelli, già soprintendente speciale, il progetto è nato con un unico obiettivo: “Macerie che sono state tutte riutilizzate, facendo rinascere la struttura per quello che era e rendendola più sicura e degna della sua storia.”

Gli Architetti della Rinascita

RuoloProfessionisti / Studi Principali
Progetto ArchitettonicoStudio Berlucchi (Brescia)
Progetto StrutturaleStudio Associato Comes (Prof. Carlo Blasi)
Impresa EsecutriceCobar S.p.A. (Altamura)
Direzione LavoriMinistero della Cultura (Ufficio del Soprintendente Speciale)

Pietra su Pietra: Le Tecniche che Hanno Sconfitto il Sisma

La ricostruzione, coordinata dal Prof. Carlo Blasi per gli aspetti strutturali, è un equilibrio tra fedeltà storica e innovazione antisismica.

InterventoTecnica & Obiettivo
Anastilosi MonumentaleRicomposizione “pietra su pietra” del Portico delle Misure e delle murature esterne, riutilizzando i conci originali numerati esattamente al loro posto.
Antisismica InvisibileInserimento di tiranti e catene in acciaio (trasversali e longitudinali) che creano cerchiature invisibili, connettendo le parti nuove e superstiti. Il campanile è stato rifatto con murature alleggerite e controventate.
Restauro degli InterniRicostruzione, in forma semplificata, del grande controsoffitto a cassettoni lignei settecentesco per ripristinare la solennità della navata (eliminando le capriate a vista novecentesche).
La Cripta RinataLa cripta, crollata, è stata ricostruita in mattoni pieni, recuperando e ricollocando colonne e pilastri originali, scrigno di continuità storica.
Inclusività TotaleNuovi standard di fruibilità: un ascensore meccanizzato nella base del campanile e una nuova rampa garantiscono l’accesso a tutti i livelli (navata e cripta).

Anche la pavimentazione interna è stata completamente rifatta: al posto delle lastre moderne crepate, è stato scelto un pavimento in mattoni di terracotta fatti a mano, caldo e tradizionale.

La Basilica Ritrovata: Un Inno alla Resilienza

La ricostruzione della Basilica di San Benedetto a Norcia è più di un’opera tecnica: è un profondo atto di fede e cultura.

Ridare vita a questo luogo, casa natale del santo che con l’“Ora et labora” ha gettato le basi dell’Europa cristiana, significa ricucire un filo nella storia. La Basilica, tornata ad essere un punto di riferimento spirituale per l’Italia e l’Europa, simboleggia la resilienza di tutta la Valnerina.

Oggi, nel suo splendore risorto, convivono i segni del tempo: sulle pareti si notano le crepe antico-riparate lasciate a vista come cicatrici onorate; la cripta respira la continuità tra la Roma imperiale, il Medioevo monastico e l’oggi post-sisma.

Norcia, ferita nel 2016, oggi rinasce insieme alla sua Basilica. Dalle macerie è scaturita la luce – della conoscenza tecnica, dell’arte, della fede e dell’amore di una comunità per le proprie radici.

 “Benedetto continua a parlare al mondo”: il suo messaggio di pace, lavoro e comunità risuona più forte che mai tra queste mura ritrovate.

Sul sagrato, al crepuscolo del 30 ottobre 2025, la folla ha applaudito. Le campane hanno celebrato un miracolo: ogni volta che un raggio di sole attraverserà il rosone, proiettando i suoi colori restaurati, sarà un dialogo tra passato e futuro. Il patrimonio culturale può essere ferito, ma mai distrutto, se c’è la volontà di salvarlo.


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Fonti e bibliografia

Fonti istituzionali e tecniche

  • Ministero della Cultura – Comunicato stampa sulla riapertura della Basilica di San Benedetto, ottobre 2025
  • Soprintendenza Speciale per le aree colpite dal sisma 2016 (Arch. Claudia Cenci, Ing. Paolo Iannelli)
  • Studio Berlucchi srl – Documentazione tecnica del progetto di restauro
  • Commissione Paolucci – Linee guida per la ricostruzione post-sisma 2016, Ministero della Cultura
  • Studio Associato Comes (Prof. Carlo Blasi) – Analisi strutturali e approccio metodologico
  • GM Engineering, Roberta Michelini, Paolo Pastorello, Paolo Moscardi – Progetto esecutivo e specialistico
  • Cobar S.p.A. – Comunicati tecnici e aggiornamenti di cantiere

Interviste e articoli tecnici

  • Carlo Blasi, Ricostruire l’identità: Norcia e l’etica del restauro, Ingenio, 2024
  • Paolo Iannelli – Interventi pubblici al Salone del Restauro di Ferrara (2023)
  • Vito Matteo Barozzi – Dichiarazioni ufficiali rilasciate a Cobar, 2025
  • ENI / Eniservizi – Comunicazione e project management del cantiere Norcia, 2021–2025

Fonti storiche e culturali

  • Treccani – Voce “Basilica di San Benedetto (Norcia)”
  • Carla Di Francesco (a cura di) – Norcia. La Basilica perduta e ritrovata, Quaderni del Restauro, MiC, 2024
  • Giovanni Carbonara (a cura di) – Restauro e ricostruzione. Linee guida per i beni culturali danneggiati dal sisma, Marsilio Editori, 2018

Stampa e media

  • ANSA – Norcia, riapre la Basilica di San Benedetto a 9 anni dal sisma, 30 ottobre 2025
  • Vatican News, Umbria24, UmbriaON – Programma cerimonie, interviste e approfondimenti, ottobre 2025
  • Ingenio – La nuova Basilica: tecniche, memoria, paesaggio culturale, 2023–2025

Dal palazzo sabaudo al museo contemporaneo: il restauro del Castello di Rivoli

Dal palazzo sabaudo al museo contemporaneo : Il restauro del castello di Rivoli Il Restauro Architettonico

Benvenuti a Il Restauro Architettonico. Io sono Vincenzo Biancamano. Oggi raccontiamo il Castello di Rivoli, un’architettura che attraversa i secoli e cambia funzione senza perdere identità: da roccaforte medievale a residenza sabauda, dal grande sogno incompiuto di Juvarra al lungo abbandono, fino alla rinascita come Museo d’Arte Contemporanea. Non un semplice recupero edilizio, ma un caso scuola di dialogo tra conservazione e progetto: muri antichi, ferite storiche e interventi contemporanei distinguibili e reversibili. Ripercorriamo le tappe della sua storia, le ragioni del declino e le scelte critiche del restauro di Andrea Bruno – tra Carta di Venezia e Brandi – per capire come si costruisce un equilibrio tra memoria e uso. In fondo, Rivoli ci chiede: si può custodire il passato trasformandolo?

Dalle origini all’età sabauda: nascita di una residenza

Il Castello di Rivoli, attestato già nell’XI secolo su una collina a ovest di Torino, entra nel dominio dei Savoia dal 1247. Tra tardo Cinquecento e Seicento, sotto Carlo Emanuele I e i suoi successori, la fortezza è trasformata in residenza. Vitozzi e poi i Castellamonte ampliano il complesso in forme tardo-rinascimentali e barocche, realizzando la Manica Lunga (oltre 140 m) come pinacoteca ducale. Alla fine del Seicento Rivoli è un insieme composito: preesistenze medievali e nuove ali barocche, simbolo del prestigio sabaudo.

Il grande progetto incompiuto di Juvarra

All’inizio del Settecento, dopo l’assedio di Torino (1706), Vittorio Amedeo II punta a una reggia moderna. Michelangelo Garove e Antonio Bertola impostano i primi ampliamenti; nel 1716 arriva Filippo Juvarra con un disegno monumentale: nuovo corpo centrale, atrio voltato, scaloni cerimoniali, gallerie. Il cantiere si arresta attorno al 1730: si elevano porzioni delle ali orientali, mentre facciata e corpo centrale restano incompiuti. Basamenti senza colonne, nicchie non finite e scale interrotte testimoniano il “non finito” juvarriano. Negli anni 1790 Carlo Randoni semplifica lo scalone e allestisce ambienti, ma le vicende rivoluzionarie e napoleoniche bloccano di nuovo i lavori. Rivoli entra nell’Ottocento come ibrido: Manica Lunga seicentesca, ali juvarriane tronche, integrazioni tardo-settecentesche.

«L’incompiutezza non è una mancanza da colmare, ma un documento da leggere.»

Declino, usi impropri e rovina (XIX–XX secolo)

Con il ridimensionamento della centralità sabauda e l’Unità d’Italia, il castello perde funzione. Tra caserma e usi impropri, i danni si sommano; a fine Ottocento crolla il tetto della Manica Lunga. I bombardamenti del 1942 aggravano il quadro. Nel 1948 si tenta un ripristino parziale con travi in c.a. al posto delle capriate lignee: intervento d’emergenza, non filologico. Nel secondo dopoguerra Rivoli è un relitto: vegetazione, macerie, solai pericolanti, umidità diffusa.

La svolta: il progetto di Andrea Bruno

Nel 1961 Andrea Bruno avvia i primi consolidamenti. Negli anni Settanta matura la rifunzionalizzazione in Museo d’Arte Contemporanea, colmando una lacuna nazionale. Dopo l’avvio del cantiere nell’agosto 1979, il museo riapre il 18 dicembre 1984 (prima fase, corpo principale); la Manica Lunga viene completata tra 1996 e 2000. Un restauro a tappe, coerente nel metodo.

Principi guida

  • Distinguibilità: niente mimetismi; acciaio, vetro e cemento a vista dichiarano la contemporaneità.
  • Reversibilità: aggiunte appoggiate o autoportanti, smontabili senza danni all’antico.
  • Valorizzazione del “non finito”: l’incompiuto juvarriano resta leggibile come documento storico (Brandi, Carta di Venezia).

Le scelte operative

  • Consolidamenti e puliture delle murature in laterizio; recupero degli intonaci superstiti con tinte neutre.
  • Solai e pavimentazioni: rinforzi e rifacimenti rispettando quote e tecniche tradizionali; reimpiego di materiali originali ove possibile.
  • Coperture: nuove capriate in legno lamellare e manto metallico dove necessario; nessuna “ricostruzione d’epoca” senza documenti.
  • Atrio juvarriano: rimozione delle superfetazioni e delle strutture pericolanti, lasciando in vista le tracce del cantiere settecentesco.
  • Connessioni: scale, ascensori e passerelle collocati all’esterno (specie nella Manica Lunga) per preservare gli interni e offrire viste sul paesaggio.

La Manica Lunga come galleria contemporanea

All’ultimo livello nasce una sala continua di 147 metri, modulabile per mostre temporanee. Pareti bianche e copertura metallica con centine a vista dichiarano la sostituzione delle strutture collassate. Le torri scala-ascensori (vetro/c.a.) sul prospetto nord e la scala in laterizio sul lato sud sono volumi moderni, leggibili e reversibili.

La capsula vetrata: belvedere e manifesto

Il belvedere vetrato a sbalzo sul fronte principale è elemento dichiaratamente contemporaneo: dispositivo panoramico e manifesto progettuale. Trasparente e smontabile, riassume la poetica dell’intervento.

Impatto culturale e urbano

Con l’inaugurazione del 1984, Rivoli diventa il primo museo italiano dedicato all’arte contemporanea, con risonanza nazionale e internazionale. La rifunzionalizzazione genera benefici urbani e territoriali. Nel 1997 il Castello di Rivoli entra, con le Residenze sabaude, nella Lista UNESCO: riconoscimento del valore storico e della qualità del recupero.

Lezioni da Rivoli: conservazione attiva

  • Riuso come tutela: la funzione museale dà futuro al monumento.
  • Stratificazioni leggibili: ogni epoca resta riconoscibile; il nuovo non imita l’antico.
  • Tecniche contemporanee al servizio dell’autenticità.
  • Rifiuto del falso storico: niente completamenti ipotetici; integrazioni oneste e distinguibili.

Conclusioni

Il restauro del Castello di Rivoli mostra come conservazione e progetto possano potenziarsi a vicenda. La visione di Andrea Bruno va oltre il recupero edilizio: restituisce senso, uso e futuro a un’architettura altrimenti destinata al collasso. Visitando Rivoli, si percepiscono simultaneamente fortezza medievale, residenza barocca e intervento contemporaneo: l’edificio diventa la prima opera esposta, un museo nel museo. La tutela più efficace è attiva: non imbalsama la storia, la rimette in circolo.


Bibliografia essenziale


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Il progetto del limite. Tempo, materia e monumento nell’opera di Andrea Bruno

Autore: Giorgio Danesi
Editore: Anteferma, Treviso
Anno: 2025
Collana: Iuav Ricerche Archivio Progetti
ISBN: 979-12-5953-174-2
Sito per l’acquisto: www.anteferma.it/prodotto/il-progetto-del-limite


Un volume per comprendere il pensiero di Andrea Bruno

Il volume Il progetto del limite. Tempo, materia e monumento nell’opera di Andrea Bruno, scritto da Giorgio Danesi e pubblicato da Anteferma Edizioni nella collana Quaderni Iuav. Ricerche Archivio Progetti, è una riflessione profonda sul concetto di limite applicato all’architettura del restauro.

A partire dall’etimologia del termine līmes — confine, soglia, spazio di relazione — la ricerca indaga come questo concetto diventi chiave di lettura dell’intera opera di Andrea Bruno, figura centrale del restauro contemporaneo italiano ed europeo.

Attraverso documenti d’archiviosopralluoghi, e confronti diretti, Danesi ripercorre oltre cinquant’anni di attività progettuale, dal Piemonte al Medio Oriente, restituendo una visione complessa e coerente del rapporto tra antico e nuovomateria e memoriateoria e pratica.


Tra conservazione e trasformazione

Il limite, inteso come luogo di tensione e dialogo tra passato e presente, diventa il filo conduttore del pensiero progettuale di Bruno. Formatosi con maestri come Giovanni MuzioCarlo MollinoPaolo Verzone e Umberto Chierici, l’architetto torinese ha saputo tradurre nel proprio linguaggio progettuale i principi fondamentali della scuola italiana del Novecento, elaborando una visione autonoma e riconoscibile.

L’opera affronta alcuni tra gli interventi più emblematici di Bruno, analizzando la loro dimensione tecnica, teorica e poetica. Ne emerge un approccio in cui il restauro non è mai semplice conservazione, ma atto di interpretazione critica e ricomposizione del senso del monumento.


Un riferimento per studiosi e professionisti

Il libro rappresenta un contributo prezioso non solo per chi studia il pensiero di Andrea Bruno, ma anche per chi si confronta quotidianamente con il progetto di restauro.
Un testo che invita a riflettere sul ruolo del limite come strumento di conoscenza e principio operativo, nella consapevolezza che ogni intervento sul costruito storico è anche un gesto di responsabilità verso la memoria collettiva.


📖 Per approfondire:
Acquista il volume su Anteferma Edizioni

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Andrea Bruno: Un Homo faber del restauro


Un “homo faber” del restauro: Andrea Bruno Il Restauro Architettonico

4–5 minuti

Introduzione

Andrea Bruno (Torino, 11 gennaio 1931 – 6 luglio 2025) è stato un protagonista del restauro e della museografia del secondo Novecento. Laureato al Politecnico di Torino nel 1956 con una tesi sul recupero del centro storico di Savona, ha iniziato la sua carriera alla Soprintendenza ai Beni Architettonici del Piemonte, intrecciando pratica e ricerca.

È stato assistente e docente di Restauro dei monumenti al Politecnico di Torino fino al 1990; professore di Restauro al Politecnico di Milano (1991-2001); docente all’ICCROM di Roma; presidente del Centre d’Études Raymond Lemaire (RLICC) dell’Università Cattolica di Lovanio, contribuendo alla formazione di generazioni di professionisti.

Mostra “Progettare l’esistente” e interventi di Andrea Bruno: dal modello di progetto al restauro del Castello di Rivoli, simbolo del suo metodo di dialogo tra antico e contemporaneo.

Dal 1974 è stato consulente UNESCO per la salvaguardia del patrimonio con missioni in Medio Oriente, Nord Africa e Asia centrale. Dalla fine degli anni Sessanta ha operato in Afghanistan come esperto per il Ministero degli Esteri italiano e poi per l’UNESCO, in un contesto fragile segnato da conflitti, dispersione di competenze e scarsità di risorse. Definiva quel Paese “un immenso museo da conoscere, proteggere e ordinare”: una dichiarazione di metodo e responsabilità che ha guidato la sua azione.


Torino, laboratorio di restauro e riuso

  • Palazzo Carignano: restauro e allestimento per il Museo Nazionale del Risorgimento Italiano, con adeguamento funzionale rispettoso del barocco guariniano.
  • Castello di Rivoli (1978-1984): recupero della residenza sabauda, con integrazioni contemporanee (scala sospesa in acciaio e vetro, percorsi e impianti tecnologici). Dal 1984 ospita il primo museo pubblico d’arte contemporanea in Italia.
  • MAO – Museo d’Arte Orientale (2008): adattamento di Palazzo Mazzonis a museo dedicato all’arte asiatica, con equilibrio tra esigenze conservative e qualità dell’esperienza del visitatore.

Progetti in Europa

  • Les Brigittines, Bruxelles (2007): cappella barocca trasformata in centro per danza e teatro, con dialogo tra “guscio” storico e volumi nuovi.
  • CNAM, Parigi (2000): ristrutturazione e allestimento dell’antica chiesa di Saint-Martin-des-Champs, museo “didattico” dove l’edificio stesso diventa parte del racconto.

Caucaso: autenticità e conflitti di valori

  • Cattedrale di Bagrati, Kutaisi (Georgia, 2010-2012): ricostruzione parziale con elementi contemporanei. Caso emblematico sulle tensioni tra uso, memoria e autenticità, culminato con la rimozione del sito dalla lista UNESCO.

Afghanistan: tutela in crisi

  • Bamiyan (2001): valorizzazione delle nicchie dei Buddha distrutti e musealizzazione dell’area.
  • Minareto di Jam (XII secolo): monitoraggi e messa in sicurezza per contrastare erosione e instabilità.

Altri interventi in Europa e nel Mediterraneo

Musée de l’Eau a Pont-en-Royans; Museo della Corsica a Corte; Castello di Lichtenberg in Alsazia; Museo Romain Rolland a Clamecy; Circo Romano di Tarragona; Museo Archeologico di Maa-Palaeokastro a Cipro; cittadella di Fort Vauban a Nîmes.


Una lezione di metodo

Per Bruno, la trasformazione è la vera garanzia di conservazione:

  • Conoscenza: base di ogni progetto.
  • Minimo intervento: fare solo quanto necessario.
  • Distinguibilità: il nuovo non imita l’antico.
  • Reversibilità: ciò che si aggiunge deve poter essere rimosso.
  • Compatibilità: materiali e tecniche in dialogo con l’originale.
  • Uso e gestione: funzione e governance come condizioni di sopravvivenza.
  • Comunicazione: rendere comprensibile il valore del bene al pubblico.

Didattica e formazione

Bruno ha promosso il cantiere come luogo di apprendimento, l’uso del disegno e delle maquette come strumenti di conoscenza e verifica. La responsabilità del progettista, per lui, era sempre etica: scegliere significa assumere valori e farsene carico nel tempo.


Pubblicazioni ed esposizioni

  • Il castello di Rivoli: 1734-1984, storia di un recupero (1984)
  • Architetture tra conservazione e riuso (1996)
  • Mostre: Architetture nel tempo (2003), Fare, disfare, rifare architettura (2014).

Riconoscimenti

  • Cavaliere dell’Ordre National du Mérite (Francia)
  • Membro associato dell’Académie Royale de Belgique
  • Médaille de la Restauration dall’Académie d’Architecture di Parigi
  • Premio Domus (2015) per Bagrati
  • Laurea honoris causa del CNAM (2016)
  • Monografia Andrea Bruno. Opere e progetti (Electa, 2024)

Un’eredità per il presente

La lezione di Bruno resta attuale in un’epoca segnata da transizione ecologica, rigenerazione urbana e nuove esigenze sociali. Rivoli è il manifesto del suo metodo: materia storica rispettata, nuovo dichiarato con sobrietà, uso contemporaneo come motore di sopravvivenza.

«Non ho mai amato la celebrazione della mia attività. Ho sempre pensato che prima si debba fare, sono un homo faber
(Andrea Bruno, intervista al Giornale dell’Arte, 1 settembre 2014)


Bibliografia essenziale


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Il Portico Vivo: dall’idea alla premiazione

Il progetto vincitore della Call di Idee “Il Futuro: una Storia Millenaria”

Sabato scorso, nella suggestiva cornice della Sala del Trono del Castello Aragonese di Venosa, si è svolta la premiazione della Call di Idee “Il Futuro: una Storia Millenaria”, promossa da Broxlab in collaborazione con il Comune di Venosa e l’Ordine degli Architetti PPC della Provincia di Potenza. Tra i progetti premiati si è distinto “Il Portico Vivo – Riqualificazione dell’Ex Stallo dei Cavalli di Venosa”, a firma dell’architetto Vincenzo Biancamano.

Un concorso per il futuro dei luoghi storici

La Call di Idee è nata per stimolare riflessioni e proposte dedicate alla valorizzazione del patrimonio storico e urbano di Venosa, con particolare attenzione a:

  • tutela e recupero dell’identità locale;
  • turismo lento e sostenibile;
  • innovazione sociale e culturale;
  • accessibilità e inclusione.

All’interno di questo quadro, la sezione 1 del concorso ha chiesto ai progettisti di elaborare idee per il recupero e la rifunzionalizzazione di immobili pubblici.

L’Ex Stallo dei Cavalli: un luogo da far rivivere

L’edificio scelto come oggetto del progetto, l’Ex Stallo dei Cavalli, è una struttura ottocentesca legata alla tradizione della transumanza e alla mobilità lungo la Via Appia, patrimonio UNESCO.
Si tratta di un portico con archi in pietra e copertura lignea a capriate che, nonostante il valore storico e urbano, oggi si presenta in condizioni di degrado e con una fruizione molto limitata.

Il concept: “Il Portico Vivo”

L’idea alla base del progetto è quella di trasformare uno spazio marginale in un luogo vivo, capace di ospitare nuove funzioni sociali e culturali.
Il portico diventa un hub polifunzionale con soluzioni leggere e reversibili:

  • restauro conservativo delle superfici e consolidamento della copertura;
  • predisposizioni impiantistiche e illuminazione a basso impatto;
  • arredi modulari per info-point turistico, microbiblioteca e coworking;
  • spazi dedicati al cicloturismo e alla mobilità dolce;
  • area esterna riqualificata con pavimentazione drenante, verde mediterraneo e illuminazione scenografica.

Il progetto restituisce al portico un ruolo centrale: luogo di incontro, cultura e turismo lento, vissuto sia di giorno che di notte.

La presentazione alla cittadinanza

Durante la cerimonia di premiazione, l’architetto Vincenzo Biancamano ha illustrato il progetto attraverso una presentazione che ha mostrato le soluzioni architettoniche e gli scenari d’uso.
Il pubblico ha potuto immaginare l’Ex Stallo dei Cavalli come spazio rinnovato, capace di ospitare eventi culturali, mercati, mostre e attività sociali, diventando così un nuovo punto di riferimento per la comunità.

La premiazione

Alla premiazione erano presenti il Sindaco di Venosa, Francesco Mollica, l’Assessora alla Cultura, Rosa Centrone, rappresentanti dell’Ordine degli Architetti PPC della Provincia di Potenza, docenti universitari e i project manager di Broxlab.
L’evento è stato un importante momento di confronto tra istituzioni, professionisti e cittadinanza, confermando il valore di progetti che coniugano tutela e innovazione.

Uno sguardo al futuro

“Il Portico Vivo” si propone come un ponte tra passato e futuro, un progetto che ridà vita a un bene storico, restituendolo alla comunità attraverso un modello di fruizione culturale e partecipata.
Un esempio di come l’architettura possa farsi strumento di valorizzazione, innovazione e inclusione, contribuendo a costruire nuove traiettorie di sviluppo per Venosa e per il suo straordinario patrimonio.

Il Tempio-Duomo di Pozzuoli: un elogio del palinsesto

Il Tempio Duomo di Pozzuoli: un elogio del palinsesto Il Restauro Architettonico

6–9 minuti

Nei Campi Flegrei, a Pozzuoli, c’è un edificio che più di altri racconta il dialogo tra passato e presente: il Tempio-Duomo di Pozzuoli, una cattedrale che ha attraversato duemila anni di storia, trasformandosi da tempio romano ad aula cristiana, da chiesa barocca a rovina, fino a diventare oggi un manifesto del restauro critico contemporaneo.


Divisare (2017), Cattedrale di Pozzuoli (Marco Dezzi Bardeschi / Gnosis Architettura) – immagini e dati sintetici. (Divisare)

Una storia millenaria tra trasformazioni e catastrofi

Il Duomo di Pozzuoli sorge sul Rione Terra, il colle che domina il porto. In età repubblicana era l’area del Capitolium, santuario civico della città. Nel I secolo a.C., in piena età augustea, vi fu costruito un imponente tempio dedicato all’imperatore Augusto e al culto imperiale: colonne in marmo cipollino, un grande pronao affacciato sulla città, una cella rettangolare monumentale.

Con l’avvento del Cristianesimo, quel tempio venne trasformato in chiesa. Le colonne furono inglobate nelle murature, l’aula romana divenne navata. Nel Cinquecento e Seicento, in piena epoca barocca, la chiesa fu ampliata e arricchita, diventando la cattedrale di San Procolo Martire, patrono di Pozzuoli. Per secoli rimase il cuore religioso e civile della comunità.

Poi arrivò il disastro. Nel 1964 un incendio devastò la cattedrale, distruggendo la copertura barocca, gli arredi e le decorazioni. Le fiamme misero a nudo ciò che per secoli era stato nascosto: le colonne romane del tempio augusteo, le murature antiche, l’impianto originario.
Come se non bastasse, negli anni ’70 e ’80 il bradisismo rese instabile l’intero Rione Terra, costringendo la popolazione a evacuare. Il terremoto del 1980 aggravò la rovina. Per decenni il Duomo rimase chiuso, abbandonato, una ferita aperta nel cuore della città.

Dal trauma all’occasione: il concorso degli anni Duemila

Quelle rovine, tuttavia, contenevano un potenziale straordinario. Tra colonne romane annerite, murature medievali e resti barocchi, il Duomo appariva come un palinsesto di pietra, un libro scritto da epoche diverse.
All’inizio degli anni Duemila, la Regione Campania decise di restituire vita al monumento e bandì un concorso internazionale. L’obiettivo: ridare al Duomo la sua funzione liturgica e insieme valorizzarne il valore storico e archeologico.

A vincere fu il gruppo guidato da Marco Dezzi Bardeschi, architetto e teorico del restauro critico, con un progetto dal titolo eloquente: Elogio del Palinsesto.

Cosa significa “elogio del palinsesto”?

In filologia, un palinsesto è un manoscritto che conserva tracce di scritture sovrapposte. In architettura, è un edificio che porta in sé le stratificazioni del tempo.
Il Duomo di Pozzuoli era esattamente questo: un testo fatto di strati visibili e invisibili. L’incendio aveva cancellato il barocco, ma aveva restituito alla vista il tempio romano; le rovine convivevano con le esigenze del culto contemporaneo.

Dezzi Bardeschi capì che la sfida non era scegliere un’epoca e cancellare le altre, ma mantenere in dialogo tutte le fasi: l’antico, il barocco, il moderno. Nessuna ricostruzione mimetica, nessuna “pulizia” archeologica radicale: solo la valorizzazione delle tracce, con l’inserimento di elementi nuovi, dichiaratamente contemporanei.

Entrare oggi nel Tempio-Duomo

L’esperienza del visitatore inizia dalla soglia. Si incontra la facciata barocca incompleta, ridotta a rudere. Subito dopo, una grande parete di vetro strutturale, sorretta da tiranti d’acciaio, filtra la luce e introduce a un interno sorprendente.

La navata è la cella del tempio di Augusto: un rettangolo di circa 35 metri per 15, scandito da dodici colonne corinzie in marmo cipollino. Un tempo erano libere, oggi sono inglobate nelle pareti, e mostrano i segni del tempo: rocchi consumati, superfici scalpellate, capitelli corrosi.
Tra le colonne si alternano campiture antiche e integrazioni moderne in pietra chiara, neutre, che segnalano il limite tra originale e nuovo.

Sopra, al posto della volta barocca, c’è un controsoffitto bianco a cassettoni in cemento armato. Sobrio, geometrico, ridisegna lo spazio con luce diffusa. Dove le murature sono perdute, grandi lastre di vetro e acciaio proteggono e lasciano filtrare la vista dell’esterno.
Il pavimento ligneo sopraelevato, inclinato, raccorda le diverse quote e lascia intravedere – attraverso inserti trasparenti – le stratificazioni archeologiche. Le panche in legno chiaro sono disposte in modo ordinato, senza interferire con la leggibilità del monumento.

Avanzando, si entra nel presbiterio barocco, attraverso un arco trionfale. Qui le volte affrescate e l’abside dipinta segnano un netto cambio di linguaggio: dalla severità romana alla ricchezza seicentesca.

Le scelte progettuali di Dezzi Bardeschi

L’intervento si basa su tre principi fondamentali:

  • Distinguibilità. I nuovi materiali – vetro, acciaio, cemento – sono dichiarati, non cercano di imitare l’antico.
  • Reversibilità. Ogni inserimento può essere rimosso senza danneggiare l’originale.
  • Leggibilità. La compresenza di antico e nuovo è resa chiara e immediata al visitatore.

Esempi concreti:

  • Il pronao romano, oggi atrio vetrato, con superfici che evocano le colonne mancanti senza falsificarle.
  • Il nuovo campanile contemporaneo (2017), volume autonomo in acciaio e laterizio, che ospita le campane storiche senza fingere l’antico.
  • Il pavimento in legno che permette di percepire le quote diverse e insieme proteggere i resti archeologici.

Un dibattito acceso

Il progetto di Dezzi Bardeschi suscitò polemiche.
Gli archeologi avrebbero preferito liberare completamente il tempio romano dalle aggiunte. La diocesi desiderava recuperare le funzioni liturgiche e magari ripristinare gli arredi barocchi.
Dezzi Bardeschi scelse di non schierarsi, mantenendo tutte le stratificazioni. Una scelta radicale, che molti criticarono:

  • per l’uso di materiali moderni in un contesto antico;
  • per la rinuncia a ricostruire la cattedrale barocca “com’era e dov’era”.

Ma proprio questa scelta ha reso l’intervento un caso emblematico di restauro critico contemporaneo, studiato oggi nelle scuole di architettura.

Il cantiere: tra difficoltà e innovazione

I lavori iniziarono nel 2004 e durarono oltre un decennio, con riapertura della cattedrale nel 2014 e completamento del campanile nel 2017.
Le sfide furono molte:

  • consolidare murature fragili, danneggiate da incendio e terremoto;
  • intervenire su materiali diversi (romano, barocco, moderno) con tecniche compatibili;
  • lavorare in un centro storico abbandonato, con accessi difficili e logistica complessa.

Ogni decisione fu frutto di confronto tra Regione, Diocesi, Soprintendenza, progettisti, archeologi e restauratori. Una mediazione continua tra esigenze liturgiche, scientifiche e di sicurezza.

Significato culturale

Oggi il Tempio-Duomo di Pozzuoli è una chiesa viva e insieme un museo di se stessa. È un caso di studio che dimostra come sia possibile intervenire senza privilegiare un solo volto della storia.
È anche un simbolo per la città: dopo decenni di abbandono, la comunità lo ha riabbracciato come segno di identità e rinascita.

Il messaggio è chiaro: il restauro non è ricostruzione nostalgica né mummificazione romantica, ma dialogo tra tempi diversi, reso leggibile attraverso un linguaggio contemporaneo.

Conclusione

Il restauro del Tempio-Duomo di Pozzuoli ci insegna che i monumenti non sono mai oggetti fissi, ma processi in trasformazione.
Il progetto di Marco Dezzi Bardeschi – con le sue scelte radicali e discusse – ha reso questo edificio un manifesto del restauro critico: non cancellare, non ricostruire, ma tenere insieme le tracce della storia e renderle comprensibili al presente.

Un elogio del palinsesto, che oggi possiamo attraversare entrando in una navata romana, pregando sotto un soffitto contemporaneo, guardando un’abside barocca. In un solo spazio, duemila anni di storia e la sfida viva del restauro.

Hai ragione — scusa per l’imprecisione. Ho ricontrollato tutto e ti lascio qui una bibliografia essenziale, centrata e verificata sul Tempio-Duomo di Pozzuoli e sul progetto “Elogio del Palinsesto”. È già pronta da incollare in fondo al post.

Bibliografia essenziale

  • Regione Campania (2003), Bando di concorso internazionale per il restauro del Tempio/Duomo di Pozzuoli. Gazzetta Ufficiale (avviso di pubblicazione). (Gazzetta Ufficiale)
  • Dezzi Bardeschi, M. et al. (2004), Elogio del Palinsesto (documentazione di concorso, 1º premio). Archivio IRIS Università di Napoli. (Iris UNINA)
  • Ministero della Cultura – Atlante dell’Architettura Contemporanea (s.d.), Tempio-Duomo. Scheda ufficiale dell’opera. (Atlante Architettura Contemporanea)
  • Pergoli Campanelli, A. (2010), Il restauro del Tempio-Duomo di Pozzuoli, in «L’Architetto Italiano», n. 35–36. (PDF con dati di progetto, lotti e cronoprogramma). (ArchiDiAP)
  • Censimento Architetture Contemporanee – MiC (s.d.), Restauro del Tempio-Duomo di Pozzuoli. (Riferimenti bibliografici e sintetica lettura critica). (Censimento Architetture Contemporanee)
  • Gnosis Architettura (s.d.), Rione Terra – Canonica e Campanile. (Scheda sul nuovo campanile e corpi annessi). (gnosisarchitettura.it)
  • Faraone (s.d.), Facciate sospese al Tempio di Augusto – Pozzuoli. (Caso studio tecnico: vetrate strutturali e serigrafia che evoca le colonne mancanti). (Faraone.it)
  • Divisare (2017), Cattedrale di Pozzuoli (Marco Dezzi Bardeschi / Gnosis Architettura) – immagini e dati sintetici. (Divisare)
  • Il Giornale dell’Architettura (8 maggio 2014), Dopo 50 anni, riecco il tempio-duomo di Pozzuoli. (Sulla riapertura al culto). (Giornale dell’Architettura)
  • Barrella, G. (a cura di) (2014), La cattedrale di Pozzuoli. Riscoperta del Rione Terra, Iniziative Editoriali. (Reperibile in cataloghi bibliografici). (BeWeBLibreria Universitaria)

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Ananke come necessità: il pensiero di Marco Dezzi Bardeschi

25–37 minuti

Ananke come necessità: il pensiero di Marco Dezzi Bardeschi Il Restauro Architettonico

Benvenuti a Il Restauro Architettonico. Io sono Vincenzo Biancamano architetto ed esperto in restauro, e oggi esploreremo Marco Dezzi Bardeschi, che ha rivoluzionato il restauro in Italia. Architetto, teorico e docente, fu tra i primi a parlare di autenticità documentale, rispetto per il rudere, e rifiuto del restauro mimetico. Ricostruiamo il suo pensiero, la sua attività culturale – attraverso la rivista Ananke – e analizziamo due cantieri: il Palazzo della Ragione di Milano e il Tempio-Duomo di Pozzuoli. Scopriremo il suo approccio al progetto contemporaneo, il valore dell’incompiuto, dell’errore, della stratificazione, e il ruolo politico del restauro come pratica critica.

Autenticità, innovazione e tutela del patrimonio architettonico

Durante una conferenza internazionale nel 2013, il professor Marco Dezzi Bardeschi (1934–2018), protagonista della conservazione architettonica italiana, noto per la sua teoria del restauro orientata alla tutela dell’autenticità materialee al rispetto del “rudere” (il monumento nella sua realtà di rovina), in opposizione a interventi imitativi. Ingegnere e architetto fiorentino, docente universitario e direttore della rivista ANANKE, unì attività intellettuale a realizzazioni concrete. Pubblicò centinaia di contributi su storia dell’architettura e restauro, e firmato interventi divenuti casi di studio internazionali, come il Palazzo della Ragione di Milano e il Tempio-Duomo di Pozzuoli, considerati tòpoi del restauro mondiale. Il suo pensiero e la sua opera hanno lasciato un segno indelebile, fondato sull’idea che l’architettura “vive solo una volta” e vada preservata nella sua unicità storica, dialogando creativamente col nuovo invece di venir mummificata in false ricostruzioni.

Autenticità del documento e rifiuto del restauro mimetico.

Al centro della filosofia di Bardeschi vi è l’autenticità documentale. Ogni edificio storico è un documento materiale unico, portatore di tracce irriproducibili della sua storia. Il restauro deve garantire la permanenza fisica di ciò che il tempo ci ha consegnato, evitando alterazioni che ne diminuiscano la consistenza materica. «Conservare, non sottrarre materia alla fabbrica» era l’imperativo etico del restauratore. Eliminare parti esistenti, anche degradate, significa perdere una testimonianza insostituibile. Bardeschi insisteva che rimuovere le cause di degrado non equivale a cancellare i “segni del tempo”, che vanno accettati come parte della storia dell’edificio.

Questa visione nega il restauro mimetico. Bardeschi rifiutava ogni approccio che imitasse lo stile originario per “completare” lacune o reintegrare parti perdute. Un intervento – per rendere indistinguibile il nuovo dall’antico – era un tradimento della verità storica, un tentativo illusorio di “rimuovere l’accaduto” come se nulla fosse successo. Criticòle scuole di restauro tradizionali: dal restauro stilistico, che alimentava ricostruzioni arbitrarie, al filologico volto a “correggere il testo”, fino al critico brandeiano, accusato di voler rimuovere il diverso e ricomporre l’unità perduta. In opposizione a tali approcci, Bardeschi sosteneva la massima sincerità dell’intervento: il nuovo su un edificio storico deve dichiararsi apertamente, senza camuffarsi da antico. Non accettava “strade analogiche” né aggiunte in stile, perché qualsiasi integrazione arbitraria falsificherebbe il documento. Coerentemente, nei suoi progetti praticò la regola del “dov’era, ma non com’era”: ricostruire – se necessario – un elemento crollato nello stesso luogo, ma non nella forma identica, bensì con un contributo contemporaneo riconoscibile. Il restauro diventa conservazione dell’esistente, non imitazione: significa salvaguardare il corpo autentico dell’architettura (materie, tracce, stratificazioni) e non riprodurne un’effigie metaforica o idealizzata.

Foto storica di Marco Dezzi Bardeschi – Corriere della Sera, archivio fotografico.

Attivismo culturale e rivista ANANKE

Fin dagli esordi, Bardeschi fu un militante della conservazione. La sua attività teorica si è espressa in un attivismo culturale. Emblema di questo impegno è la rivista ‘ANANKE, da lui fondata nel 1993 e diretta fino alla scomparsa. La rivista nasce come quadrimestrale sui temi del restauro e della conservazione, concepito come piattaforma di dibattito e denuncia contro gli abusi sul patrimonio. Il titolo richiama la dea greca Ananke (la Necessità) e allude, come spiega Bardeschi, al grido profetico di Victor Hugo – «guerra ai demolitori!» – in difesa dei monumenti. La rivista, edita inizialmente dal Dipartimento di Progettazione dell’Architettura del Politecnico di Milano, divenne un riferimento critico nel settore, grazie a un Comitato Scientifico internazionale e a una rete di corrispondenti regionali.

Bardeschi e i suoi collaboratori sostenevano su ANANKE “un’attenzione consapevole e cura verso il patrimonio costruito diffuso, sia antico sia recente, e per promuovere un progetto contemporaneo di qualità”. Questo estratto del manifesto riassume i due fronti dell’attivismo bardeschiano: da un lato la tutela del costruito di valore culturale (incluse le architetture “minori” o recenti), dall’altro la promozione di una progettualità responsabile, capace di integrarsi nei contesti storici senza prevaricarli. Le pagine di ANANKE affiancavano riletture critiche dei teorici della conservazione a interventi sull’attualità, fungendo da osservatorio sulle politiche del restauro. Bardeschi usava toni polemici, denunciando gli eccessi di ricostruzione post-sismica “in stile Disneyland” e l’emergere di falsi storici nei centri urbani turistici. La direzione di ANANKE l’ha trasformato in un laboratorio di idee e un baluardo etico: una piattaforma critica indipendente, fondamentale per formare una coscienza sul valore della conservazione.

L’impegno editoriale di Bardeschi non iniziò con ANANKE. Negli anni ’70 aveva co-diretto con Eugenio Battisti e Marcello Fagiolo la rivista PSICON, dedicata a iconologia e arti (1974-1977). Questo testimonia la sua curiosità intellettuale, spaziando dalla storia dell’architettura alla semiologia delle immagini. Tuttavia, è con ANANKE che la militanza culturale raggiunge il culmine, influenzando il dibattito italiano sul restauro dagli anni ’90. Dopo la sua morte, la rivista è passata sotto la direzione di un suo allievo, a conferma della volontà di continuare quella battaglia ideale nel nuovo millennio.

Due cantieri manifesto: Pozzuoli e Palazzo della Ragione.

Tra le opere seguite da Bardeschi, due spiccano come manifesti del suo metodo: il Tempio-Duomo di Pozzuoli e il Palazzo della Ragione di Milano. Questi progetti, a distanza di decenni, esemplificano i principi teorici bardeschiani, dal “rispetto del rudere” all’inserimento creativo di elementi contemporanei. Entrambe sono tra i casi più significativi del restauro architettonico internazionale.

Il Tempio-Duomo di Pozzuoli, cattedrale del Rione Terra, rappresenta la sfida di far convivere un tempio romano in rovina (il Capitolium di età augustea) con la sua trasformazione seicentesca in chiesa cristiana, dopo un incendio nel 1964. Bardeschi vi lavorò dal 2003 al 2018, guidando un team multidisciplinare sotto il motto “L’elogio del palinsesto”, per valorizzare tutte le stratificazioni storiche. Il progetto ha evitato qualsiasi ripristino selettivo, rifuggendo l’idea di riportare l’edificio a un ipotetico stato originario. Si è scelto di accostare e giustapporre le diverse “pagine” di storia: le colonne del tempio romano sono rimaste nella navata della chiesa barocca, le mura antiche in rovina sono state consolidate e lasciate a vista, e i vuoti delle lacune strutturali sono stati reintegrati non da copie in stile, ma da elementi architettonici contemporanei. Dove il muro perimetrale e il campanile barocco mancavano, il progetto ha inserito un nuovo volume moderno (contenente la casa canonica, gli uffici e una nuova torre) che colma il vuoto “dov’era” ma con forme e materiali “non com’erano”, senza mimare quello antico demolito. Questo intervento, rivestito da una “pelle” di laterizio dal disegno contemporaneo, ridisegna lo skyline del Rione Terra in modo riconoscibile ma rispettoso, instaurando un dialogo dialettico e non conflittuale con il monumento preesistente. All’interno, il percorso di visita valorizza i resti archeologici sotterranei, mantenendo visibili le tracce di tutte le epoche. Il risultato è stato definito come l’applicazione coerente della teoria bardeschiana della somma di due operazioni: conservare l’esistente + aggiungere il nuovo. In sintesi, il Tempio-Duomo restaurato si presenta oggi come un palinsesto architettonico vivente, in cui antico e moderno coesistono: un manifesto del credo di Bardeschi, che assegna pari dignità a ogni fase storica e inserisce nuove forme per garantire la fruizione e la vita futura del monumento.

Il Palazzo della Ragione di Milano (broletto comunale del XIII secolo) fu per Bardeschi un terreno per affermare i suoi principi. Tra il 1978 e il 1986, si discuteva se eliminare un sopraelevamento settecentesco del palazzo (aggiunto nel periodo asburgico) ritenuto “estraneo” allo stile gotico originale. Molti auspicavano un ripristino dell’aspetto medievale tramite la demolizione di questa aggiunta. Bardeschi si oppose a tale sottrazione: grazie al suo contributo, prevalse la scelta di mantenere tutte le stratificazioni storiche e risolvere i problemi statici con soluzioni moderne. Sioccupò del consolidamento strutturale e dell’adeguamento funzionale per trasformarlo in spazio espositivo, introducendo elementi nuovi dove serviva, ma senza mimetismi. L’esempio più discusso fu una nuova scala di sicurezza esterna in acciaio e vetro: un’aggiunta necessaria per le uscite, progettata in forma dichiaratamente moderna, rifiutando di camuffarla in stile gotico. Questa scelta suscitò critiche da parte di chi avrebbe preferito una scala “invisibile”, ma per Bardeschi fu un punto d’onore: nessun elemento nuovo doveva sembrare antico, per onestà verso il pubblico. La “scala di Bardeschi”, riconoscibile nella facciata, è diventata il simbolo della “difesa della polifonia” del monumento – come titolò un critico – della convivenza di più epoche e interventi senza ridurli a un coro monocorde. Ilrestauro consolidò la struttura senza cancellarne la complessità storica, in linea con il principio di Bardeschi: «Restauro = progetto di conservazione dell’esistente (valore complessivo) + progetto del nuovo (valore aggiuntivo)». Questa definizione riassume l’approccio a Milano: la conservazione integrale della materia originale come “valore complessivo” e l’innesto misurato di un progetto contemporaneo come “valore aggiunto” per l’uso odierno. Oggi quel palazzo, con la sua scala moderna, testimonia la lezione di Bardeschi: un restauro può (e deve) far convivere continuità storica e innovazione architettonica, senza inganni mimetici.

Palazzo della Ragione, Milano – scala progettata da Marco Dezzi Bardeschi – Lombardia Beni Culturali, scheda LMD80-00059.

Docente e teorico: l’eredità accademica e culturale

Marco Dezzi Bardeschi ha avuto un’importante carriera accademica, formando generazioni di architetti e restauratori, e una carriera professionale. Dopo un inizio alla Soprintendenza di Arezzo negli anni ’60, passò all’insegnamento universitario: prima a Firenze, nell’istituto diretto dal suo mentore Piero Sanpaolesi, e poi dal 1976 al Politecnico di Milano come professore ordinario di Restauro. Al Politecnico fondò nel 1980 il Dipartimento di Conservazione delle Risorse Architettoniche e Ambientali e coordinò il primo Dottorato di ricerca. Grazie a lui, si istituzionalizzò un percorso formativo sulla conservazione, basato su un approccio metodologico rinnovato. Convinto di “ritornare alla fabbrica e alla sua fisicità”, Bardeschi impostò la didattica del restauro su solide basi tecniche (studio dei materiali, strutture, degrado) e consapevolezza storica. Si ispirò alle ricerche della Nouvelle Histoire francese e alla visione del monumento come palinsesto di valori, portando nei corsi un approccio scientifico ma aperto alle interpretazioni culturali. I suoi corsi al Politecnico erano affollatissimi e coinvolgenti: gli studenti erano affascinati dalla sua energia e dalla passione con cui trasmetteva sia le nozioni tecniche sia l’amore per il patrimonio.

Bardeschi, teorico, ha scritto testi che hanno influenzato il dibattito sul restauro. Il suo libro “Restauro: punto e da capo” (Franco Angeli, 1991) divenne un riferimento, proponendo un “azzeramento” delle convenzioni e una ripartenza dai fondamenti etici. In esso e in altri saggi ribadisce i concetti cardine: autenticità, conservazione integrale, anti-storicismo (rifiuto di riportare un edificio a uno stile passato ignorando le aggiunte) e necessità del progetto contemporaneo. Celebre è la sua formula del restauro come somma di conservazione + innovazione, che sintetizza il superamento della dicotomia tra “restauratori” e “progettisti”: secondo Bardeschi, il buon restauratore è anche un progettista, perché deve saper progettare interventi nuovi calibrati sul contesto storico. In parallelo, un buon progettista di architettura non può ignorare la cultura della conservazione. Questa visione “ibrida” ha contribuito a far dialogare discipline un tempo separate, e ha formato professionisti completi.

L’eredità accademica di Bardeschi si misura attraverso i suoi allievi. In oltre quarant’anni di insegnamento, ha ispirato studenti in posizioni di rilievo nel restauro e nella tutela. Molti hanno collaborato con lui su ANANKE o nei suoi cantieri e ne hanno assorbito l’approccio critico. Esiste una “scuola di Bardeschi”, non formalizzata ma riconoscibile nei metodi e nella sensibilità di restauratori formati al Politecnico di Milano e altrove. Attraverso i suoi scritti diffusi anche fuori dall’Italia (ha tenuto conferenze in Europa e America, ed era visiting professor in Brasile), le idee hanno avuto risonanza internazionale, contribuendo al dialogo globale sulla conservazione del patrimonio. La sua eredità culturale risiede nell’aver rinnovato la cultura del restauro italiana negli ultimi decenni del ’900, spingendola “sulla strada della conservazione” più rigorosa e facendo evolvere il restauro critico di Brandi verso posizioni più rispettose della materia storica. La sua influenza è rintracciabile nell’opera di altri teorici coevi: Giovanni Carbonara, esponente del restauro critico, negli anni ’80 accentuò l’enfasi conservativa in risposta al dibattito innescato da Bardeschi.

Marco Dezzi Bardeschi ha trasmesso una lezione di metodo e valori che formano nuove generazioni. L’“operosa vita” di questo maestro prosegue negli allievi di tre generazioni e di molti paesi, “incantati dalla sua cultura, vitalità ed entusiasmo”. La sua eredità è nelle opere e in un modo di pensare il restauro che coniuga rigore scientifico, sensibilità storica e creatività progettuale.

Tempio-Duomo di Pozzuoli, interno – Foto di Mariano De Angelis e Francesco Cimmino, Gnosis Architettura, gnosisarchitettura.it

Architettura contemporanea e inserimento del nuovo nell’antico

Un tema centrale del pensiero di Bardeschi è il rapporto tra architettura contemporanea e costruito storico. Sosteneva che il nuovo dovesse affiancarsi all’antico in modo complementare, non mimetico. La sua posizione può sembrare paradossale: era insieme conservatore estremo e innovatore audace. Era conservatore perché propugnava il rispetto delle preesistenze; era innovatore perché rivendicava al progetto contemporaneo un ruolo fondamentale nei contesti storici. Per Bardeschi queste due istanze non erano in conflitto ma parte di un unico processo virtuoso di trasformazione consapevole.

Egli definiva il restauro come un progetto duplice: conservazione + nuovo. Ogni intervento sul patrimonio deve proteggere e conservare l’esistente, e introdurre elementi nuovi per la fruizione e la “rivitalizzazione” nel presente. Senza un uso attuale, i monumenti moriranno. Tuttavia, ogni nuovo inserimento deve essere di alta qualità architettonica e rispettoso del contesto. Bardeschi parlava di “nuovi livelli di scrittura” aggiunti al testo architettonico preesistente. Il termine “scrittura”suggerisce che l’architetto contemporaneo deve redigere un nuovo “capitolo” del libro dell’edificio, dialogando con quelli precedenti. Non deve né copiare servilmente lo stile passato (sarebbe pastiche) né ignorare il luogo imponendo un progetto avulso; deve stabilire una contrapposizione armonica, una risposta creativaalle istanze formali e materiche dell’antico. In sintesi, Bardeschi afferma che «la contrapposizione e riscrittura complessiva dei valori spaziali è l’unica soluzione ammissibile quando il nuovo si affianca all’antico». Questa fraseindica che il progettista deve riscrivere gli spazi storici con il proprio linguaggio, accettando la contrapposizione di vecchio e nuovo come opportunità espressiva. Solo così, secondo Bardeschi, si evita la museificazione e si tiene vivo un monumento.

Le sue opere exemplificano questo approccio. Nel Duomo di Pozzuoli, l’architettura contemporanea (scale, passerelle, coperture vetrate, nuova torre) si inserisce tra i ruderi romani e barocchi senza confondersi, esaltandoli per contrasto. La scala moderna al Palazzo della Ragione di Milano evidenzia la facciata medievale, invece di falsificarla. Bardeschi amava ricordare la massima della Secessione viennese “A ogni secolo la sua arte”, per sottolineare che ogni epoca deve esprimersi con il proprio linguaggio, anche su preesistenze. Per lui il nuovo nell’antico non era un “male necessario” bensì un valore aggiunto. Un edificio storico, arricchito da un intervento contemporaneo ben calibrato, può aumentare il suo significato, diventando testimonianza di un dialogo tra epoche. In ANANKE la rivista esaminò progetti di restauro architettonico e il “rapporto tra nuovi progetti di architettura e cultura della conservazione”. Questa prospettiva contribuì a sdoganare l’idea di fare buona architettura moderna nel tessuto storico, senza danneggiare la memoria dei luoghi. Al contrario, come Bardeschi dimostrò, un progetto nuovo ben concepito può valorizzare il monumento, purché rimanga distinguibile e reversibile (rimuovibile in futuro senza distruggere l’antico) e non elimini nulla dell’originale.

Per Bardeschi, antico e contemporaneo non sono antitetici ma devono convivere in una “polifonia” architettonica. Rigettava l’idea di congelare le città storiche in teche museali e quella di sacrificare il passato al nuovo. La terza viaconsiste nel far interagire creativamente l’eredità storica, affinché l’intervento diventi un atto di continuità evolutiva: il monumento continua a vivere, arricchito di una nuova stratificazione che non cancella le precedenti. Questo approccio, oggi diffuso, era pionieristico quando Bardeschi iniziò a promuoverlo, e lo portò a scontrarsi con esperti più tradizionalisti o “integralisti”. Ma col tempo si è affermato come un modello virtuoso di intervento sul costruito storico.

Il valore del vuoto, dell’errore e dell’incompiuto

Un aspetto originale della sensibilità di Bardeschi è l’attenzione al vuoto, all’errore e all’incompiuto come elementi di valore nel restauro. Mentre un approccio convenzionale tenderebbe a “correggere” o riempire queste mancanze, Bardeschi insegnava a leggerle e valorizzarle nella storia dell’edificio.

Il termine “vuoto” si riferisce allo spazio lasciato da parti crollate o demolite, e ai vuoti di documentazione e discontinuità formali. Bardeschi considerava i vuoti fisici (lacune in una muratura o brani mancanti di un manufatto) non come problemi da eliminare, ma come testimonianze. Il “vuoto” racconta un’assenza, un evento (crollo, distruzione) nella biografia del monumento. Riempirlo arbitrariamente significherebbe cancellare quella traccia e produrre un falso. Meglio lasciare visibile il vuoto – stabilizzato e sicuro – oppure integrarlo con elementi moderni discreti (una struttura in vetro) che evidenzino la differenza. Un esempio è la mancata ricostruzione della porzione crollata del Duomo di Pozzuoli: invece di rifarla com’era, Bardeschi ha mantenuto un’apertura verso l’esterno, un atrio a cielo aperto che rivela lo stato di rovina e funge da spazio d’ingresso. Il vuoto diventa parte integrante del progetto di restauro, non azzerato ma reinterpretato.

Con “errore” si intendono le parti di un edificio giudicate “sbagliate” rispetto all’originale: aggiunte disarmoniche, manomissioni, interventi maldestri. Molti restauratori tenderebbero a eliminare tali interventi storicamente stratificati,considerandoli impurità. Tuttavia, Bardeschi professava la non selezione superficiale: anche ciò che appare un “errore” può avere valore di testimonianza. La sua regola era di non rimuovere nulla a priori, a meno di un pericolo grave o un disturbo funzionale insormontabile. Se in epoca ottocentesca un edificio medievale era stato alterato, quell’alterazione fa parte della storia di quell’architettura e va documentata e preservata, oppure reinterpretata, ma non cancellata. Bardeschi militò contro la “superficiale selezione” delle tracce da conservare: nel restauro non bisogna agire con pregiudizio estetico o ideologico, tenendo solo ciò che piace (magari perché medievale “autentico”) e rimuovendo il resto. Al contrario, ogni epoca e stratificazione meritano rispetto, in linea col pensiero di Alois Riegl sul valore storico di tutte le fasi di un monumento. Gli esiti di vecchi restauri errati venivano accettati come parte della biografia dell’opera, preferendo aggiungere correzioni discrete piuttosto che far finta che non fossero mai avvenuti. In questo Bardeschi si allontanava da certa ortodossia purista per abbracciare una visione inclusiva della storia edilizia. Il suo restauro della Biblioteca Classense di Ravenna, tra 1979 e 1988, mise in luce tutte le trasformazioni subite dal complesso senza cancellarne nessuna, documentandole a fondo con ricerche d’archivio. Ogni “errore” del passato fu storicizzato e reso comprensibile, non rimosso.

Bardeschi apprezzava il fascino dell’incompiuto in architettura. Opere a metà e progetti interrotti sono luoghi suggestivi. Non tradire l’incompiutezza con finzioni postume. Se un edificio storico è incompleto, il restauro non deve mascherarne tale stato “completandolo” arbitrariamente, ma integrarlo in modi non invasivi o evidenziare la poeticadell’interruzione. Un pensiero affine in alcuni colleghi come Carlo Scarpa, ma Bardeschi lo teorizzò nella pratica del restauro architettonico. Nel Palazzo della Ragione, il piano aggiunto nel Settecento – frutto di una trasformazione incompiuta rispetto all’assetto medievale – venne mantenuto e consolidato, accettando il palazzo nella sua forma storicamente “ibrida” e incompleta.

In conclusione, Bardeschi attribuiva dignità estetica e conoscitiva al vuoto, all’errore e all’incompiuto, visti non come negatività da eliminare ma come parte del racconto del monumento. Questa attitudine si ricollega alla sua etica della verità: meglio un muro sbrecciato che racconta una guerra o un crollo, che un muro finto antico rifatto; meglio una facciata asimmetrica per via di aggiunte posteriori, che una simmetria ricreata a tavolino togliendo quelle aggiunte. Ogni lacuna e irregolarità sono preziose perché autentiche. E laddove si decide di intervenire, lo si faccia aggiungendo – come diceva – “una scrittura di qualità tra le righe”, cioè un intervento leggero e contemporaneo, che valorizzi il contesto esistente senza negarne le peculiarità. Questo approccio ha insegnato a guardare ai monumenti storici con occhi nuovi, cogliendone le “imperfezioni” come fonte di significato e non di disturbo.

Restauro come atto politico e critica sociale

Marco Dezzi Bardeschi considerava il restauro non solo una pratica tecnica, ma anche un atto politico e un gesto critico verso la società contemporanea. Con le sue scelte progettuali e battaglie culturali, intendeva lanciare messaggisul rapporto tra comunità e patrimonio, tra memoria e modernità.

Il suo impegno per la salvaguardia dei beni culturali aveva una valenza etico-politica: opporsi alla speculazione edilizia e consumo rapido del territorio. Negli anni del boom economico e della “società dell’immagine”, Bardeschi fu una voce critica contro il sacrificio di pezzi di città storica o il loro “abbellimento” superficiale per il turismo. La sua parola d’ordine – “guerra ai demolitori” ripresa da Victor Hugo – lo pone in continuità con la tradizione degliintellettuali che vedevano nella tutela del patrimonio un atto di civiltà e resistenza al profitto. Da Accademico e presidente di ICOMOS Italia (2002-2007) intervenne in dibattiti pubblici, scrivendo articoli per denunciare demolizioni insensate o progetti di “ripristino” falsificanti. Si schierò contro la ricostruzione pedissequa della copertura crollata del Duomo di Noto, definendola un “effetto mummia” che nega la ferita storica. Lodò scelte come quella (caldeggiata dallo stesso Sgarbi) di non ricostruire artificialmente i Buddha di Bamiyan fatti saltare dai talebani, lasciando i vuoti come monito. Questo per Bardeschi è il restauro come atto critico: schierarsi per la verità storica contro le mistificazioni consolatorie. C’è una chiara dimensione politica: difendere l’identità collettiva rappresentata dai monumenti, anche quando essa è scomoda o triste, piuttosto che edulcorarla per consumo pubblico.

Bardeschi vedeva nel restauro un modo per servire la società, restituendo ai cittadini luoghi della memoria e spazi vivi. Ogni cantiere era concepito per conservare e rilanciare una funzione sociale: una cattedrale riaperta al culto (Pozzuoli), un palazzo storico come sede espositiva (Milano), una biblioteca rinnovata (Ravenna), per ridare significato e utilità pubblica all’architettura storica. Il restauro diventa un atto “politico” perché riguarda la polis, la comunità civile, e ibeni comuni. Bardeschi amava dire che non esistono beni culturali “minori”: ogni testimonianza materiale di civiltà ha diritto a esistere e tramandarsi. Questo principio lo portò a difendere non solo chiese e palazzi illustri, ma anche architetture del Novecento minacciate perchè ritenute brutte o fuori moda, come quelle del Movimento Moderno o del razionalismo. Negli anni in cui molti ne chiedevano la demolizione o la pesante alterazione, Bardeschi le difese come parte integrante del patrimonio culturale. Era dunque un atteggiamento inclusivo e democratico verso il patrimonio, quasi “politico” nel senso di affermare un diritto alla memoria per tutte le fasce temporali, senza élitismi.

Nei suoi scritti contro la commercializzazione della storia, la critica alla società contemporanea è esplicita.Denunciava la trasformazione dei centri storici in scenografie consumistiche, tra outlet e centri commerciali mascherati da vecchi borghi. Nei suoi articoli, parole come “presepi per turisti” o “Bella Italia di cartapesta” indicano la degenerazione di una politica culturale che svendeva l’autenticità per un facile richiamo. Per Bardeschi, è una forma di resistenza culturale: restaurare responsabilmente significa rifiutare la logica dell’apparenza e del consumo rapido, a favore di una cura lenta e sostanziale. È un gesto “contro-corrente” rispetto a una contemporaneità votata al nuovo a tutti i costi o al falso antico di facciata. Non temeva di sembrare impopolare, consapevole che il patrimonio appartiene alla collettività e il suo tradimento è un danno sociale. I suoi editoriali post-terremoto (dopo il sisma in Emilia del 2012) invitavano a riflettere sul rischio di ricostruzioni affrettate che cancellano la memoria del disastro in nome di una normalità di facciata. Meglio conservare crepe e macerie come monito (almeno in parte), che rifare tutto come se nulla fosse: una posizione controcorrente ma eticamente forte.

In conclusione, per Bardeschi il restauro è anche politica culturale. Ogni scelta – conservare vs demolire, nuovo vs mimetizzarlo, musealizzare vs riutilizzare – trasmette un’idea di società e rapporto col passato. La sua idea era chiara: una società matura e colta rispetta le testimonianze materiali (anche scomode o poco “belle”), non riscrive il passato e integra creativamente il presente con la storia. Questo messaggio, veicolato con passione da Bardeschi, rende il suo insegnamento qualcosa che trascende l’architettura e parla di civiltà.

Disegno e grafica nel restauro

Un tratto distintivo dell’approccio di Bardeschi è l’enfasi sul disegno e la rappresentazione grafica nel restauro. Egli considerava il rilievo dell’architettura – il disegno accurato dello stato di fatto di un edificio – un passo imprescindibile per coglierne i valori e guidare l’intervento. “Disegnare per capire” riassume il concetto: attraverso il disegno, l’architetto-restauratore entra in sintonia con l’opera, scopre dettagli, proporzioni nascoste, tracce stratificate nel tempo. Con formazione pratica di cantiere, Bardeschi incoraggiava studenti e collaboratori a studiare graficamente il monumento prima di qualsiasi progetto, producendo mappe del degrado, delle epoche costruttive, sezioni e prospetti che evidenziassero aggiunte e mancanze. Questi documentano visivamente lo “stato di salute” e la storia costruttiva di un edificio, evidenziando i valori da tutelare. Nei suoi progetti, Bardeschi preparava tavole con codici colore per distinguere le parti antiche dalle integrazioni nuove, assicurando leggibilità all’intervento anche a posteriori. Questo riflette la sua filosofia della trasparenza: niente interventi nascosti, tutto tracciabile. La rappresentazione grafica è lo strumento chiave per raggiungere questa trasparenza, sia in fase progettuale sia come documentazione finale.

Un caso emblematico fu la ricostruzione grafica e fotografica delle fasi storiche del Tempio-Duomo di Pozzuoli. Il team di Bardeschi realizzò disegni del tempio romano, del duomo barocco, dello stato post-incendio, per illustrare il nuovo progetto. Queste tavole, oltre a costituire un archivio prezioso, furono esposte al pubblico per far comprendere le scelte: disegno e comunicazione vanno di pari passo. Bardeschi attribuiva al disegno un ruolo di mediazione verso il pubblico: un lavoro ben fatto può spiegare ai non addetti ai lavori cose complesse, come la stratificazione di un monumento o l’impatto di un progetto di restauro. Era anche divulgatore: sotto la sua direzione ANANKE pubblicava rilievi e disegni dettagliati di architetture, affinché la comunità scientifica avesse dati accurati e la comprensione fosse diffusa.

Bardeschi, appassionato di storia dell’arte, conosceva il potere del disegno come atto creativo. Schizzava molto: celebri i suoi lavori per progetti visionari e ironici come Necropoli (una rivista sperimentale) o per allestimenti museali. Nel restauro, incoraggiava a usare il disegno non solo come rilievo misurato ma anche come strumento interpretativo: attraverso prospettive e collage grafici si possono immaginare soluzioni, valutare visivamente l’effetto di un’aggiunta contemporanea tra ruderi, ecc. Un disegno può far emergere l’“immagine” dell’architetto da confrontare con la realtà.Così, il progetto di restauro prende forma su carta, rispettando i vincoli ma aggiungendo il tocco creativo. Bardeschi sottolineava come l’immagine graficadi un’idea progettuale serva a ordinarne gli elementi e verificarne la coerenza con i valori del monumento. In altre parole, disegnare è già restaurare in potenza, perché implica una comprensione profonda e una proposta di dialogo tra nuovo e antico.

Per Bardeschi, la rappresentazione grafica era la documentazione finale dell’intervento. Era attento a lasciare traccia di ciò che veniva fatto: ogni restauro diretto da lui è stato seguito da pubblicazioni monografiche con piante, sezioni, dettagli costruttivi, schemi prima/dopo. Questa meticolosità rispondeva a un’etica della condivisione del sapere: il restauro non doveva essere un processo opaco confinato nel cantiere, ma un’esperienza conoscitiva per la comunità scientifica. Alla fine dei lavori al Palazzo della Ragione, venne prodotto un dossier con i rilievi delle strutture e la descrizione grafica delle tecniche innovative per consolidare senza rimuovere la sopraelevazione storica. Il cantiere di Pozzuoli generò studi approfonditi, confluiti in volumi illustrati che oggi costituiscono un manuale su come intervenire su un sito archeologico riusandolo come edificio vivo.

Marco Dezzi Bardeschi ha attribuito al disegno tecnico e artistico nel restauro un ruolo di conoscenza, ideazione e comunicazione. Integrava arte e scienza: il rilievo rigoroso forniva la base scientifica, il disegno progettuale aggiungeva la visione artistica, e insieme concorrevano a un intervento rispettoso. Questa importanza dellarappresentazione grafica ha elevato gli standard del restauro, imponendo un alto livello di documentazione (oggi richiesto da molte Sovrintendenze) e formando architetti con capacità di lettura visiva del patrimonio. In un’epoca in cui la tecnologia digitale offre nuovi mezzi (scansioni 3D, modellazioni), il principio bardeschiano resta attuale: qualunque sia lo strumento, comprendere e restituire per immagini i valori di un edificio è essenziale per salvaguardarlo.

Copertina della rivista Ananke, n. 96/97 – Athenaeum Edizioni, anankeedizioni.com

L’attualità della lezione di Bardeschi in un’epoca di crisi del patrimonio.

Oggi le idee e l’opera di Marco Dezzi Bardeschi sono attuali, considerando la “crisi del patrimonio” attuale. Questaespressione indica il rischio di beni culturali (per incuria, calamità, cambiamenti climatici, guerre) e la crisi di valori e risorse per tutelarli. La lezione di Bardeschi offre spunti preziosi e pertinenti.

Di fronte allo spopolamento di borghi storici e al degrado di edifici, il messaggio del “conservare tutto il possibile” è un forte antidoto. Bardeschi ci insegna che ogni frammento del nostro passato merita attenzione: non esistono monumenti minori o sacrificabili, perché la perdita di ciascuno impoverisce irreversibilmente la memoria collettiva. In un’epoca di risorse scarse e tentazioni di concentrarle sui beni “famosi”, la visione inclusiva di Bardeschi ricorda l’importanza di una tutela diffusa, dal manufatto rurale alla cattedrale. La sua battaglia contro le “superficiali selezioni” è un monito: occorre evitare di scegliere cosa salvare in base a criteri effimeri. Serve trovare nuovi modi di riuso e valorizzazione per il patrimonio, come lui fece reintroducendo funzioni (culturali, religiose, espositive) nei monumenti restaurati. La sua idea di restauro come progetto di riattivazionesociale è cruciale oggi: molti centri storici possono rinascere solo se gli si restituisce un ruolo attuale, senza snaturarli. L’approccio di Bardeschi fornisce una guida metodologica per conciliare queste esigenze.

In tempi di distruzioni causate da terremoti o disastri, si ripropone il dilemma tra ricostruire com’era o conservare ciò che resta. Pensiamo ai crolli di monumenti (L’Aquila 2009, Centro Italia 2016) o atti di guerra (Palmira in Siria, chiese ucraine bombardate). Se presente, la voce di Bardeschi sarebbe per l’autenticità dolorosa ma onesta: ricostruire dove possibile, ma non falsificare le parti irrimediabilmente perdute. La sua critica all’“effetto mummia” delle ricostruzioni identiche andrebbe riletta da chi oggi rifarebbe tutto senza traccia del trauma. Ogni caso è diverso e la sensibilità collettiva conta, ma il principio bardeschiano è un utile contrappeso all’entusiasmo per le ricostruzioni. Ciinviterebbe a riflettere sul senso della perdita: mantenere un rudere consolidato in un centro urbano terremotato, integrandolo in un nuovo contesto, può avere più forza storica ed educativa che riprodurre ex novo una finta antichità. E sicuramente ribadirebbe: se si ricostruisce (per necessità funzionale, ad esempio una chiesa per restituire un luogo di culto), lo si faccia in modo dichiarato, magari con forme contemporanee che onorino la memoria senza simulare l’originale. Questo dibattito è vivo e la lezione di Bardeschi è una voce da ascoltare per evitare scelte affrettate.

Un altro aspetto della “crisi del patrimonio” è la sua commercializzazione e spettacolarizzazione. Oggi molte città d’arte affrontano un sovraccarico turistico che spinge a teatralizzare i centri storici, rischiando di perdere autenticità. Bardeschi aveva già denunciato questa deriva: “Basta con i falsi centri storici come improbabili presepi per turisti da shopping”, scriveva. In un’epoca in cui le ricostruzioni storiche diventano attrazioni (progetti di rebuild integrali di antichi quartieri, o scenografie urbane costruite ex novo), la sua posizione richiama l’etica della verità: un centro deve mostrare le proprie ferite e rughe, non diventare un parco a tema. Questo è un messaggio attualissimo verso amministratori e progettisti: non svendere l’anima dei luoghi per un consenso immediato. Puntare sulla qualità – nella conservazione e nelle nuove architetture – renderà i nostri centri vivi e preziosi. Bardeschi era convinto che l’autenticità paghi nel lungo periodo: l’Italia, diceva, non dev’essere un Paese dei Balocchi immateriale, ma un luogo dove la storia vera possa essere percepita e non mascherata. Di fronte alle sfide odierne (gestione di siti UNESCO eturismo di massa), questo consiglio strategico risuona con forza.

In conclusione, la “lezione” di Marco Dezzi Bardeschi – rigore, amore per l’autentico, apertura al nuovo di qualità e impegno civile – è attuale in questa crisi del patrimonio. Ci fornisce criteri solidi e lungimiranti per affrontare i problemi odierni: salvare beni con meno risorse, ricucire i rapporti tra cittadini e memoria storica, reagire agli shock senza tradirne lo spirito. La sua eredità invita a operare con coraggio e coscienza critica, evitando l’abbandono e il falso storicismo. Possiamo dire che Bardeschi continua a “vivere” nelle idee di chi oggi si batte per un restauro colto e onesto: la fiducia “nella continuità delle sue idee e delle sue opere” è alimentata dalla consapevolezza che solo attraverso quella continuità il nostro patrimonio potrà vivere nel futuro.

Ogni monumento è un palinsesto di segni e tempi. Il restauro deve leggerlo, non riscriverlo.

Marco Dezzi Bardeschi ci ha lasciato un patrimonio di idee e opere. In un tempo minacciato da abbandono, disastri e semplificazioni, il suo pensiero ci ricorda che il restauro non è riparazione o imitazione: è conoscenza, rispetto e progetto consapevole. La materia antica è unica, e ogni intervento è una nuova scrittura che deve dichiararsi senza ambiguità. Difendere l’autenticità, rifiutare i falsi storici, valorizzare il vuoto e l’errore: sono le sfide che ci ha lasciato.Io sono Vincenzo Biancamano, e questo è Il Restauro Architettonico. Approfondimenti, fonti e materiali sono sul blog e sul nostro canale YouTube. Ci sentiamo presto, con un nuovo episodio.

Fonti: rivista ANANKE (Altralinea Edizioni) – articolo di A. Pane su Docomomo Italia; Il Giornale dell’Architettura; contributi di R. Dalla Negra (Paesaggio Urbano, 2018); note di progetto di M. Dezzi Bardeschi (Themaprogetto); scritti originali di M. Dezzi Bardeschi (Corriere della Sera – La Lettura, 2012); schede storiche (Lombardia Beni Culturali) e Wikipedia (edizioni italiana e spagnola).

📖 Bibliografia essenziale – Marco Dezzi Bardeschi

Dezzi Bardeschi, M. (1991). Restauro: punto e da capo. Milano: FrancoAngeli.

Dezzi Bardeschi, M. (2001). La fabbrica dell’antico. Progetti per il passato. Milano: FrancoAngeli.

Dezzi Bardeschi, M. (2005). Restauro e progetto. Il valore dell’autenticità. Milano: FrancoAngeli.

Dezzi Bardeschi, M. (a cura di). (2003). Restauro oggi. Ananke 1993–2003. Dieci anni di dibattito. Firenze: Alinea Editrice.

AA.VV. (dal 1993). ANANKE – Quadrimestrale di cultura, storia e tecniche della conservazione per il progetto. Firenze: Altralinea Edizioni. [Rivista diretta da Marco Dezzi Bardeschi fino al 2018].

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