Verso una storia del restauro: dall'Antichità Classica al Primo Ottocento – Il Restauro Architettonico
Come si è rapportata l’umanità, nel corso dei secoli, con le architetture del proprio passato? Il restauro, inteso come disciplina, non è un concetto immobile. È piuttosto il riflesso diretto della cultura, della filosofia e delle capacità tecniche di un’epoca.
In questo articolo, basato sull’approfondimento dell’episodio speciale del podcast “Il restauro architettonico” e guidati dalle densissime pagine del volume Verso una storia del restauro. Dall’età classica al primo Ottocento (a cura di Stella Casiello), ripercorriamo le tappe fondamentali che hanno portato alla codificazione della tutela moderna. Questo viaggio narrativo e scientifico è stato reso possibile grazie al supporto dello Studio VBH.
L’Antichità Classica e il pragmatismo del ripristino
Nel mondo greco e romano, l’aspirazione primaria degli edificatori era la durata dell’opera. Tuttavia, non esisteva il “restauro” nella sua accezione critica e moderna. L’obiettivo era la manutenzione continua, volta a garantire la sopravvivenza funzionale ed estetica del manufatto.
Le fonti storiche ci offrono testimonianze preziose:
- La protezione delle superfici: Plinio racconta di come il pittore Apelle stendesse sulle sue opere l’atramentum, una vernice riflettente che proteggeva i colori da polvere e usura.
- La conservazione dei materiali deperibili: Sempre Plinio riferisce che, per il tempio di Artemide a Efeso, il simulacro ligneo della dea veniva costantemente irrorato di nardo attraverso piccoli fori per mantenere saldo il legno.
- Il pragmatismo strutturale: Quando un edificio subiva danni, come nel caso del devastante terremoto di Pompei del 63 d.C. (documentato dagli scavi di Amedeo Maiuri), i costruttori romani adottavano la tecnica della sarcitura. Si trattava di una vera e propria cucitura strutturale in laterizio per sanare le crepe. Non vi era alcuna volontà di distinguere la parte nuova da quella antica: l’importante era il ripristino della solidità.
Dalla Tarda Età Imperiale al Medioevo: l’era del reimpiego
Con l’editto di Costantino del 326 d.C., che condannava i templi pagani, e la successiva caduta dell’Impero Romano, il rapporto con l’antico muta radicalmente. Nascono le prime, primordiali forme di tutela statale:
- Nel Codice Teodosiano, Arcadio e Onorio stanziano fondi erariali per salvare terme e mura, vietando i saccheggi decorativi.
- Il re ostrogoto Teodorico, supportato dall’intellettuale Cassiodoro, esprime un concetto sorprendentemente moderno, affermando che conservare gli edifici antichi porta la stessa gloria del costruirne di nuovi.
- Nel VI secolo, il generale bizantino Belisario ammonisce Totila, ricordandogli che distruggere i monumenti di Roma significa privare l’umanità del suo possedimento più splendido.
Tuttavia, il Medioevo si caratterizza principalmente come l’epoca degli spolia, ovvero del reimpiego. L’uomo medievale non percepisce la distanza storica dall’epoca classica: le rovine sono viste come enormi cave di materiali da smembrare e riutilizzare. Questo processo ha forti ragioni economiche, ma soprattutto ideologiche. Frazionare l’Impero Romano e inglobarlo nelle nuove basiliche cristiane significa trasferirne l’autorità e la gloria. Nel territorio campano troviamo esempi emblematici di questa prassi, come la chiesa di San Giovanni Maggiore e il Tempio dei Dioscuri inglobato in San Paolo Maggiore a Napoli, o la chiesa normanna di San Giovanni a mare, dove le colonne romane di spoglio instaurano un colto richiamo all’impero.
Bisognerà attendere i primi bagliori dell’Umanesimo per assistere a una reazione emotiva a queste distruzioni: nel 1347 Francesco Petrarca, nella sua Hortatoria, denuncerà con forza lo scempio dei marmi romani venduti per vile mercato.
Umanesimo e Rinascimento: la misurazione e l’etica dell’intervento
Tra Quattro e Cinquecento si consolida finalmente la “coscienza della distanza”. L’Antichità diventa un cosmo culturale da ammirare e studiare. Filippo Brunelleschi si reca a Roma per misurare le rovine e carpire i segreti proporzionali e statici degli antichi (studi che gli permetteranno di erigere la cupola di Santa Maria del Fiore a Firenze).
Il vero teorico di questo periodo è Leon Battista Alberti. Nel suo trattato De re aedificatoria, stabilisce una regola fondamentale: è obbligatorio rilevare e misurare l’antico prima di progettarvi sopra. Alberti introduce un’etica del rispetto. Quando trasforma la chiesa gotica di San Francesco a Rimini nel Tempio Malatestiano, decide di non distruggere l’edificio preesistente, ma di racchiuderlo in un nuovo, magnifico guscio marmoreo di ispirazione classica, mantenendo la nuova facciata rigorosamente staccata dalle vecchie pareti. Un principio di integrazione armonica che applicherà anche nella facciata di Santa Maria Novella a Firenze attraverso la suprema regola della concinnitas (l’armonia delle parti).
Il Cinquecento: Raffaello e la sensibilità di Michelangelo
Il rispetto per il passato raggiunge una codificazione formale nel 1519, quando Raffaello Sanzio e Baldassarre Castiglione scrivono una celebre Lettera a Papa Leone X. È il primo manifesto della tutela moderna. Raffaello accusa i pontefici del suo tempo di macinare i marmi romani per farne calcina e prega il Papa di salvare “le ossa del corpo senza carne” della gloriosa Roma.
Questo atteggiamento devoto tocca il vertice con Michelangelo Buonarroti. Incaricato di convertire le diroccate Terme di Diocleziano nella basilica di Santa Maria degli Angeli, egli opera un vero miracolo di “non-intervento”. Michelangelo sceglie di conservare l’aspetto di rovina: rifiuta decorazioni posticce, imbianca le antiche volte a crociera e si spinge fino al punto di sostituire un capitello mancante con uno antico di scavo, pur di non inserire un elemento moderno che alterasse la solennità romana.
Controriforma, Barocco e le grandi sfide statiche
A cavallo tra Cinque e Seicento, il Concilio di Trento detta nuove regole per l’architettura sacra. San Carlo Borromeo, nel manuale Instructiones Fabricae (1577), codifica le norme per la manutenzione fisica delle chiese: dai tetti alle grondaie, tutto deve proteggere l’edificio e la liturgia.
Il Barocco ci consegna due interventi antitetici ma geniali:
- Francesco Borromini a San Giovanni in Laterano: Papa Innocenzo X vieta a Borromini di demolire le pareti costantiniane fatiscenti. L’architetto risolve il problema statico incapsulando le deboli colonne antiche all’interno di nuovi, massicci pilastri barocchi, salvando letteralmente l’ossatura della basilica.
- Gian Lorenzo Bernini: Oltre all’arricchimento teatrale di Santa Maria del Popolo, Bernini interviene al Pantheon smontando e rimontando l’angolo sinistro del pronao crollato, scolpendo nuovi capitelli imitanti l’antico con l’aggiunta impercettibile dello stemma papale.
L’Ottocento: nasce il restauro archeologico e scientifico
Il secolo dei Lumi trasforma il restauro in una disciplina scientifica, spinta dalle teorie di Winckelmann e dagli scavi vesuviani. A Pompei ed Ercolano si passa dagli scavi distruttivi di D’Alcubierre ai cantieri sistematici a cielo aperto di Francesco La Vega, che inizia a conservare i ruderi in situ, proteggendoli con coperture.
La figura chiave in ambito statico è l’ingegnere e architetto Luigi Vanvitelli, che insieme al matematico Giovanni Poleni salva la Cupola di San Pietro con una cerchiatura metallica e, a Napoli, ricostruisce la chiesa della Santissima Annunziata salvando magistralmente le preesistenze cinquecentesche sopravvissute a un grave incendio.
Ma il punto di svolta assoluto avviene nei primi decenni dell’Ottocento. Nel 1813, l’ispettore francese Gisors teorizza che le parti mancanti di un monumento debbano essere ricostruite nelle masse e nelle proporzioni, ma omettendo i dettagli decorativi per non creare un “falso storico”. Due interventi romani segnano la nascita del restauro moderno:
- Il Colosseo (1806): Raffaele Stern salva l’anfiteatro da un crollo imminente costruendo un ciclopico sperone in laterizio. Non ricostruisce le arcate, ma “congela” l’edificio nell’esatto momento della sua rovina, bloccando le pietre con i mattoni in modo evidente ed estetico.
- L’Arco di Tito (anni ’20 dell’Ottocento): Giuseppe Valadier compie una magistrale anastilosi (smontaggio e rimontaggio). Per integrare i piloni mancanti, non utilizza il marmo romano ma il travertino locale, lasciando le nuove colonne lisce e senza scanalature. Da lontano l’arco recupera la sua proporzione; da vicino, chiunque può distinguere la pietra originale dall’aggiunta moderna.
Ogni pietra integrata e ogni cicatrice conservata sui nostri monumenti non sono casuali, ma rispondono a un dialogo incessante tra generazioni.
Continuate a seguire i nostri approfondimenti culturali.
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