Abstract:
L’assegnazione del Pritzker Architecture Prize 2026 all’architetto cileno Smiljan Radić Clarke rappresenta una profonda rottura con i dogmi tradizionali della costruzione e della conservazione. In questo articolo, derivato dall’ultima puntata del nostro podcast, analizziamo la sua poetica basata sull’accettazione della vulnerabilità umana e materiale. Attraverso lo studio dei suoi innesti leggeri su architetture storiche preesistenti, scopriamo come la “tettonica della fragilità” offra un nuovo paradigma metodologico per il restauro architettonico contemporaneo.
Pritzker Prize 2026 a Smiljan Radić: La tettonica della fragilità e il restauro – Il Restauro Architettonico
Il coraggio di abbracciare la vulnerabilità dell’architettura
Nel mondo delle costruzioni e della conservazione dei beni culturali, ci viene insegnato fin dai primi giorni di università a inseguire un obiettivo supremo: la solidità. I manuali antichi la chiamavano “firmitas”. L’architettura viene solitamente concepita per sfidare i secoli, per proteggerci dalle intemperie e per testimoniare la potenza di un’epoca. Eppure, a marzo 2026, il premio più prestigioso del settore – il Pritzker Architecture Prize, considerato il Nobel dell’architettura – ha celebrato esattamente l’opposto.
L’annuncio del premio è giunto in un clima mediatico teso, ritardato a causa delle dimissioni del direttore della fondazione Tom Pritzker in seguito a scandali passati. Superata la bufera mediatica, la giuria guidata da Alejandro Aravena ha incoronato il progettista cileno Smiljan Radić Clarke. La motivazione della giuria è un manifesto che fa tremare i polsi a chiunque si occupi di restauro: premiare opere posizionate al crocevia tra incertezza e memoria culturale, favorendo la fragilità rispetto alla pretesa ingiustificata di certezza, per creare edifici che appaiono temporanei o deliberatamente incompiuti. Radić ci invita ad abbandonare l’illusione dell’eternità per abbracciare l’imperfezione.








Dalla bocciatura accademica all’intelligenza materiale
Nato a Santiago del Cile nel 1965 da una famiglia con radici croate e britanniche, Radić ha costruito il suo percorso intellettuale in modo anomalo. Paradossalmente, il suo vero apprendistato iniziò in seguito a un fallimento bruciante: la bocciatura all’esame finale di architettura in Cile. Questo evento lo spinse a viaggiare in Italia, studiando storia all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia (IUAV).
Qui, circondato dalla densità del patrimonio storico italiano, ha imparato a non considerare gli edifici antichi come reliquie mummificate e intoccabili, ma come materiali vivi e in divenire. Tornato in patria nel 1995, ha fondato un piccolo studio, rifiutando categoricamente il modello della grande “archistar” multinazionale. Sostenuto da un sodalizio fondamentale con la moglie, la scultrice Marcela Correa, ha sviluppato un linguaggio fatto di intelligenza tattile, scontrando materiali poveri con strutture sofisticate.
Innestare l’effimero sul passato: nuovi paradigmi di restauro
Per comprendere come questo approccio si traduca nella pratica del restauro e dell’intervento sull’esistente, possiamo analizzare due dei suoi progetti più emblematici a Santiago del Cile.
Il primo è il Centro NAVE, completato nel 2015. L’edificio di partenza era una struttura residenziale di inizio Novecento, gravemente compromessa dal catastrofico terremoto del 2010. L’approccio tradizionale avrebbe previsto una ricostruzione mimetica o una demolizione. Radić ha invece svuotato le parti irrecuperabili mantenendo l’involucro esterno come una “rovina” stabilizzata, inserendo all’interno volumi moderni. L’elemento dirompente si trova sulla copertura: un vivace tendone da circo. Questa aggiunta festosa ed effimera priva la muratura storica della sua pesantezza drammatica, creando una celebrazione provvisoria che accoglie la vita contemporanea senza cancellare i segni del sisma.
Il secondo esempio è l’espansione del Museo Chileno de Arte Precolombino del 2013, inserita in un severo edificio coloniale settecentesco. Radić ha evitato la competizione volumetrica scavando una profonda galleria ipogea per i reperti archeologici. Ma per coprire il cortile storico ha evitato le classiche e pesanti tettoie in vetro e acciaio, optando per un gigantesco cuscino gonfiabile in ETFE. Ha letteralmente coperto la storia con una bolla d’aria. La contrapposizione tra lo scavo profondo e il tetto di pura pressione atmosferica annulla ogni competizione gerarchica tra l’antico e il nuovo.
Lavorare sull’antico con questa delicatezza richiede una sensibilità e una precisione chirurgica per i materiali storici, un principio fondante che condividiamo con il partner di questo approfondimento, lo studio VBH restauri. Così come Radić accosta un materiale iper-tecnologico a una muratura settecentesca, professionisti come VBH restauri sanno integrare in modo impercettibile resine e fibre di carbonio con le antiche malte di calce, garantendo la conservazione senza stravolgere l’anima dell’edificio.
L’architettura tra gravità e leggerezza
L’opera di Radić sfugge costantemente alle definizioni. Nel 2014, il suo Serpentine Gallery Pavilion a Londra ha lasciato il mondo a bocca aperta: un guscio traslucido e sottilissimo in fibra di vetro posato in equilibrio precario su massi di cava estratti localmente, che fungevano da vere e proprie fondamenta. Una “finta rovina” illuminata dall’interno come una lanterna magica.
Questo contrasto tra la forza geologica e i materiali poveri si ritrova in tutta la sua produzione: dagli enormi massi granitici che sorreggono il Ristorante Mestizo a Santiago, all’uso esplorativo della terra cruda e della paglia nella Casa del Carbonero, fino alla limitazione materica del Teatro Regional del Bío-Bío, avvolto in semplice policarbonato su telaio d’acciaio.
Radić estende la sua concezione di rovina anche alla carta. La sua Fundación de Arquitectura Frágil custodisce oltre mille disegni originali dei maestri dell’architettura radicale del Novecento. In un mondo dominato da freddi rendering digitali, questi schizzi imperfetti vengono trattati come rovine preziose, tracce umane capaci di stimolare un dibattito critico profondo.
I pilastri della poetica di Smiljan Radić
Possiamo riassumere le lezioni fondamentali tratte dal lavoro di questo straordinario architetto in questi punti essenziali:
- Accettazione della vulnerabilità: progettare sapendo che nulla è eterno e che l’architettura vive una condizione di fragilità umana.
- Intelligenza materica: sfidare le convenzioni accostando materiali arcaici, come enormi rocce grezze, a materiali sintetici e sottili.
- Rispetto per l’esistente senza sottomissione: intervenire su edifici storici inserendo elementi leggeri ed effimeri, evitando di imitare il passato.
- Rifiuto della perfezione digitale: valorizzare il segno manuale, l’imperfezione e il contatto tattile con la materia.
Oltre il mito dell’eternità
Il riconoscimento a Smiljan Radić ci impone una riflessione obbligata. La conservazione e l’architettura contemporanea non devono essere due mondi in contrasto, e l’integrazione di nuove funzioni in contenitori storici non deve per forza avvenire con pesanti sovrastrutture di acciaio. La vera innovazione risiede nel sapersi ritrarre, nell’accettare la natura transitoria dell’esperienza umana e nel progettare spazi che siano dei rifugi sereni proprio perché provvisori. È un invito a toccare la materia con intelligenza e umiltà, qualità imprescindibili per chiunque ami e protegga l’architettura.
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