Conservare o rinnovare? Ise e l’antinomia Oriente/Occidente nel restauro

Conservare o rinnovare? Ise e l’antinomia Oriente/Occidente nel restauro Il Restauro Architettonico

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Il paradosso del tempo e della materia 

Immaginate di osservare un’opera d’arte. Come fate a dire che è “autentica”? Probabilmente cercate i segni del tempo, la mano originale dell’artista, la materia che è sopravvissuta ai secoli. Questa è la risposta occidentale. Ma se vi dicessi che esiste un luogo dove l’autenticità richiede la distruzione periodica dell’opera stessa?

Benvenuti nell’episodio di oggi, dove vi porto a Benevento solo metaforicamente, per volare subito in Giappone, al cospetto del Santuario di Ise (Ise Jingū). Qui si consuma l’antinomia perfetta tra due visioni del mondo: la conservazione della materia contro la conservazione del processo.

L’approccio Occidentale: La sacralità della Patina

 Per comprendere lo shock culturale che Ise rappresenta, dobbiamo prima guardare in casa nostra. La cultura del restauro occidentale è profondamente radicata nel pensiero di figure come John Ruskin e Alois Riegl, fino ad arrivare alla sintesi teorica di Cesare Brandi. Per noi, l’autenticità è inscindibile dalla sostanza materiale.

  • Il valore dell’età: La patina, quel velo che il tempo deposita sulle superfici, è la prova tangibile della storia. Rimuoverla o sostituire la materia originale è un atto che priva l’opera della sua identità.
  • Il restauro come atto critico: Interveniamo solo quando strettamente necessario, con la massima cautela, per arrestare il degrado. L’idea di demolire una chiesa medievale per ricostruirla identica con pietre nuove ci farebbe gridare allo scandalo, bollandolo come un “falso storico” o un’imitazione in stile Disneyland.

Il modello Ise: L’eterna giovinezza (Tokowaka) 

Spostiamoci ora nella prefettura di Mie. Qui, il complesso di Ise Jingū (fondato nel 690 d.C.) segue una regola opposta, dettata dallo Shintoismo: il Shikinen Sengū. Ogni 20 anni, i due templi principali (Naikū e Gekū) vengono completamente smontati. Accanto a loro, su un lotto di terreno lasciato appositamente vuoto (kodenchi), viene costruito un tempio gemello, identico in ogni dettaglio, ma con legno nuovo e immacolato. Una volta completato il nuovo, la divinità viene trasferita e il vecchio tempio viene smantellato.

Perché questo “spreco” apparente? Perché nella visione giapponese vige il principio del Tokowaka (eterna giovinezza).

  1. La materia è peritura: Il legno marcisce, si degrada. Cercare di salvarlo per sempre è una battaglia persa.
  2. La forma è eterna: Ciò che deve sopravvivere non è l’atomo di legno, ma l’idea progettuale, la forma sacra e lo spirito del luogo.
  3. Il processo è memoria: L’autenticità non sta nell’oggetto, ma nell’atto di farlo.

I Miyadaiku e la tecnologia del sacro: Come si conserva il “Saper Fare”

 Un aspetto tecnico fondamentale, che approfondisco nell’episodio, è che il ciclo ventennale è un sistema didattico perfetto. Se il tempio durasse 100 o 200 anni (come le nostre cattedrali), le tecniche costruttive verrebbero dimenticate. Nessuno saprebbe più come tagliare quel particolare giunto o come trattare quel legno. Con un ciclo di 20 anni, invece, ogni generazione di carpentieri specializzati, i Miyadaiku, partecipa ad almeno due o tre ricostruzioni:

  • La prima volta come apprendista, osservando.
  • La seconda come esecutore esperto.
  • La terza come maestro che insegna.

La filiera del Cipresso (Hinoki) 

Non è solo una questione di cantiere, ma di territorio. Il legno utilizzato è il cipresso giapponese (Hinoki), che richiede un trattamento specifico:

  • I tronchi vengono selezionati e stagionati per anni.
  • Subiscono il processo di Mizukashi (immersione in acqua per due anni) per eliminare le resine, seguito da un’asciugatura naturale.
  • In cantiere è vietato l’uso di utensili elettrici moderni: tutto è fatto a mano per mantenere la “purezza” del gesto e la precisione dell’incastro che l’utensile elettrico non potrebbe replicare con la stessa “anima”.

L’Antinomia risolta: Verso una nuova Tassonomia dell’Autenticità 

Il caso Ise ci pone di fronte al paradosso della Nave di Teseo: se sostituisco tutte le assi della nave, è ancora la stessa nave? Per l’Occidente no. Per Ise sì. Questa divergenza ha costretto la comunità internazionale (UNESCO, ICOMOS) a rivedere i propri parametri, portando al Documento di Nara sull’Autenticità (1994). Abbiamo dovuto ammettere che l’autenticità non è un valore assoluto e monolitico, ma culturale.

Dobbiamo iniziare a distinguere tra:

  • Autenticità Materiale: Preservare la sostanza (modello Venezia/Brandi).
  • Autenticità Processuale: Preservare la tecnica e il rituale (modello Ise).
  • Autenticità Sociale: Preservare il legame tra comunità e monumento.

Conclusione e prospettive future 

Cosa possiamo imparare noi architetti italiani da Ise? Forse che in alcuni casi, specialmente per il patrimonio moderno o fragile, la tutela del progetto e della tecnica può essere altrettanto valida della tutela della materia. O forse, semplicemente, che la conservazione è un atto d’amore che può prendere forme diverse: la cura delle rughe per noi, il dono dell’eterna giovinezza per loro.

Il dibattito è aperto e le sfide per il futuro – dalla sostenibilità del legname alla carenza di artigiani – riguardano entrambi i mondi.

Per consulenze specifiche su interventi di restauro che richiedono un approccio critico complesso, o per capire come valorizzare il patrimonio storico, contatta lo Studio VBH. Siamo a disposizione per trasformare la teoria in progetto.


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