Bologna, le pietre di plastica e la città-vetrina: quando l’intrattenimento sostituisce il contesto

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Dall’installazione “Iwagumi” in Piazza Maggiore alle sfide dell’overtourism: riflessioni su una città che rischia di trasformarsi in puro scenario per i social.

C’è una sottile linea rossa che separa la valorizzazione di un centro storico dalla sua trasformazione in un parco a tema. A Bologna, con l’apparizione dei giganteschi volumi dell’installazione “Iwagumi – Dismisura” sul Crescentone di Piazza Maggiore, questa linea sembra farsi sempre più sfocata.

Le immagini notturne della piazza restituiscono uno scenario quasi fantascientifico: forme aliene, colorate e pulsanti, si sono posate nel cuore della città medievale. Al di là del gusto estetico soggettivo, l’intervento offre lo spunto per una riflessione più ampia sulle dinamiche urbane che stanno investendo le nostre città d’arte.

L’Oggetto e il Pretesto: Cos’è “Iwagumi”

Per comprendere la portata dell’intervento, bisogna guardare alla sua genesi tecnica. L’installazione, curata dal collettivo australiano ENESS, occupa il cuore della piazza con 19 strutture pneumatiche che variano dai 2 fino ai 14 metri di altezza.

Il nome, Iwagumi, cita l’antica arte giapponese di disposizione delle rocce nei giardini Zen, cercando un paradosso percettivo: rendere “leggero” ciò che la mente percepisce come pesante.

Quelli che appaiono come massicci blocchi sono in realtà architetture d’aria: tessuto sintetico tecnico modellato da ventole interne. Di giorno, una stampa superficiale imita la texture della pietra; di notte, la simulazione cade per lasciare spazio alla tecnologia LED e ai sensori di movimento.

La scelta di collocarli lì per le festività risponde a una precisa logica di marketing territoriale: offrire un’attrazione visiva (“l’esperienza”), capace di catalizzare l’attenzione e stimolare la condivisione sui social network.

Il Falso Materico come sintomo

Per chi si occupa di restauro, il primo impatto è un cortocircuito materico. Bologna è città di peso, di mattone, di arenaria.

Guardando le installazioni contro il fondale della Basilica di San Petronio, il contrasto è evidente. Non è un dialogo tra antico e moderno, ma tra autentico e surrogato.

La “patina” storica, che nel restauro è sacra testimonianza del tempo, viene qui falsificata digitalmente. Si cita lo Zen – filosofia del silenzio e del vuoto – per riempire la piazza di luci stroboscopiche e suoni: un horror vacui che tradisce la paura che la piazza “nuda”, nella sua bellezza monumentale, non basti più a intrattenere il pubblico.

La Società dello Spettacolo: Distrazione o Valorizzazione?

Tuttavia, l’analisi non può fermarsi alla superficie di plastica. Sorge il dubbio che operazioni di questo tipo rispondano a un’esigenza che va oltre il Natale: quella di spettacolarizzare lo spazio urbano come forma di compensazione.

In un momento storico in cui Bologna sta affrontando trasformazioni fisiche complesse e faticose – pensiamo ai grandi cantieri infrastrutturali per il Tram che stanno segnando profondamente la viabilità e il volto della città – l’installazione ludica rischia di apparire come una distrazione.

Mentre la città reale vive il disagio dei lavori (necessari, ma impattanti), si offre al centro una “città ideale” fatta di sassi morbidi e luci rassicuranti. Un contenuto di intrattenimento puro che rischia di anestetizzare la percezione critica dello spazio urbano.

Overtourism e la “Città Consumabile”

Questa dinamica si inserisce in un quadro nazionale preoccupante. Le nostre città d’arte stanno scivolando verso un modello di città-vetrina, dove i servizi e l’arredo urbano sono tarati sul visitatore “mordi e fuggi” piuttosto che sul residente.

È un fenomeno parallelo a quello che sta vivendo Napoli (e altre città d’arte), dove l’esplosione turistica sta portando a una proliferazione incontrollata di food & beverage a discapito del tessuto artigianale storico e dell’identità di quartiere.

Se a Napoli si rischia di perdere il contesto sociale, a Bologna il rischio è che la ricerca del “contentino” per il turista – la foto perfetta da postare su Instagram, l’effetto “wow” – prenda il sopravvento sulla cura del contesto reale.

L’installazione Iwagumi diventa metafora di questo processo: un’esperienza confezionata per essere consumata visivamente in pochi secondi, un fondale per selfie che prescinde dalla storia che ha intorno.

Tornare alla Sostanza

Lungi dal voler attaccare le scelte amministrative, questa riflessione vuole essere un invito a non perdere la bussola.

Le nostre piazze non hanno bisogno di essere “riempite” con surrogati per essere belle, né di essere trasformate in luna park per essere vive. Il rischio è che, a forza di rincorrere l’attrattiva turistica e l’intrattenimento leggero, ci si dimentichi che la vera attrazione delle città italiane è la loro autenticità: la loro materia vera, anche quando è difficile, ruvida e “pesante” come la pietra, e non leggera come un pallone gonfiabile.


Arredo Urbano, Centro Storico, Overtourism, Restauro Urbano, Critica Architettonica, Bologna.


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