Il nuovo ponte antico: lo Stari Most

22–34 minuti

Il nuovo ponte antico : Stari Most Il Restauro Architettonico

Benvenuti a Il Restauro Architettonico, il blog sulla conservazione dei monumenti. Sono Vincenzo Biancamano, e oggi vi porterò a Mostar, Bosnia-Erzegovina, per raccontarvi la ricostruzione dello Stari Most, ponte ottomano del XVI secolo, distrutto nel 1993 durante la guerra in Bosnia e ricostruito nel 2004.

La ricostruzione “com’era e dov’era” ha aperto un dibattito sul restauro: può una replica fedele, priva della materia originaria, essere considerata autentica? Come si colloca questo intervento rispetto ai principi della Carta di Venezia e alle teorie di BrandiBoito e Pane? E quale ruolo ha il restauro in contesti conflittuali, con memoria storica, emotiva e politica?

In questa puntata analizzeremo le scelte progettuali e metodologiche per la ricostruzione dello Stari Most, confrontandole con i principi internazionali di UNESCOICOMOS e ICCROM, interrogandoci sul delicato equilibrio tra autenticità materiale e culturale.

Prima di cominciare, voglio ringraziarvi: abbiamo superato le 10.000 riproduzioni. È un traguardo che ci riempie di gratitudine e ci spinge a continuare con impegno nel restauro. Grazie per essere parte di questa comunità.

Costruito nel 1566 per Solimano il Magnifico, lo Stari Most (in bosniaco “Ponte Vecchio”) era un elegante arco di pietra che univa le sponde della Neretva, progettato da un allievo di Sinan. Ha incarnato l’identità di Mostar e la convivenza di comunità diverse (musulmani, cristiani e ebrei), guadagnandosi appellativi poetici come “arco-arcobaleno” tra cielo e acqua. La sua distruzione, il 9 novembre 1993 durante il conflitto bosniaco, ebbe un forte impatto. Le immagini del ponte che crolla nel fiume divennero simbolo internazionale della distruzione del patrimonio culturale in guerra. Paradossalmente, l’assenza dello Stari Most accrebbe il significato: quel vuoto simboleggiava la frattura della città e l’odio settario, ma richiamava anche l’urgenza della pace. Nell’immediato dopoguerra, la popolazione locale e la comunità internazionale riconobbero il ponte come un simbolo di riconciliazione: la sua ricostruzione sarebbe potuta diventare un atto di risanamento delle ferite, un “ponte” metaforico oltre che fisico tra popoli divisi. Nel marzo 1994 l’UNESCO lanciò un appello ufficiale per la ricostruzione, ritenendola una priorità per restituire speranza e coesione a Mostar.

Il progetto di ricostruzione iniziò negli anni ‘90 grazie a un partenariato internazionale. UNESCO, Banca Mondiale e autorità locali di Mostar istituirono nel 1998 un comitato scientifico internazionale e una fondazione (Stari Most Reconstruction) per coordinare i lavori. L’intervento doveva rispondere a una domanda di autenticità: come ricostruire il ponte? Si valutò se mantenere le rovine come memoriale, costruire un ponte moderno, oppure replicare l’originale.Prevalse la terza opzione, sostenuta dalla popolazione bosniaca: un’esatta replica dell’antico ponte, per riaffermare i valori violati dalla guerra. Questa decisione richiese un approccio metodologico rigoroso per massimizzare la fedeltà storica. I progettisti (General Engineering di Firenze e Omega Engineering di Dubrovnik) condussero analisi e ricerche,con supervisione semestrale del comitato scientifico UNESCO. Si scelsero materiali e tecniche tradizionali: la pietra proveniva dalla stessa cava locale di tenelija usata nel XVI secolo, e la costruzione dell’arco e delle spalle seguì i metodi del ‘500 (uso di malte e schemi statici storici). Emblematico è il recupero dell’originale: subacquei e ingegneri, con l’aiuto di reparti NATO, recuperarono dal fiume blocchi di pietra del vecchio ponte. Tali frammenti, danneggiati, furono integrati ove possibile – in rivestimenti superficiali – o esposti in un piccolo museo in situ, per conservare la memoria materiale dell’evento. Il cantiere, aperto nel 1999, fu concluso nell’estate 2004, quando Mostar riacquistò il suo ponte.

Il risultato finale fu un “nuovo ponte antico”, indistinguibile a prima vista da quello pre-bellico. Il profilo, le dimensioni e l’aspetto sono uguali all’originale: una scelta voluta per ripristinare l’unità paesaggistica della città e la continuità d’uso (lo Stari Most è tornato a essere praticabile e ad ospitare il tradizionale tuffo annuale dei giovani di Mostar). La ricostruzione fu elogiata per l’alta qualità: materiali autentici, maestranze qualificate e notevole perizia nel riedificare l’arco antico. Non furono inseriti elementi moderni visibili né concessi compromessi stilistici: l’intervento èun’anastilosi urbana basata su documentazione completa e dettagliata. L’unico elemento di modernità è l’enfasi sulla trasparenza dell’operazione: il fatto che si tratti di una ricostruzione non è stato nascosto, ma comunicato attraverso esposizioni e targhe esplicative, rendendo il pubblico consapevole che il ponte visibile oggi è una rinascita e non l’integrale struttura cinquecentesca.

La formula “com’era, dov’era” è associata alla ricostruzione di monumenti crollati, implicando la volontà di riedificarli esattamente come erano prima e nello stesso luogo. È un approccio di ripristino integrale con esempi nell’Ottocento e inizio Novecento (Campanile di San Marco a Venezia, ricostruito identico dopo il crollo del 1902). Nel dopoguerra, questa filosofia di restauro venne messa in discussione dalle moderne carte internazionali: la Carta di Venezia del 1964 sancì un principio opposto, di prudenza verso le ricostruzioni. L’art. 9 afferma che «il restauro si deve fermare dove comincia l’ipotesi», sottolineando l’importanza di non procedere a ricostruzioni arbitrarie che alterino la verità storica del monumento. Questa linea direttrice, ispirata dalle teorie di Roberto Pane e altri restauratori italiani, rifiuta il “falso storico”: aggiungere oggi parti mancanti imitando lo stile antico può ingannare il pubblico e falsificare la testimonianza autentica del bene. Il restauro critico e conservativo, dominante nella seconda metà del ’900, preferisce conservare ciò che resta senza reintegrazioni mimetiche.

Camillo Boito, nell’Ottocento, aveva gettato le basi di un approccio “onesto” al restauro. Nella “Prima Carta del Restauro” (1883) elencò otto principi di conservazione improntati alla sincerità: aggiunte o ricostruzioni dovevano essere riconoscibili, datate e non mimetizzate, onde evitare falsificazioni storiche. Boito ammetteva il ripristino di parti perdute solo se documentate, ma raccomandava di non eseguire ricostruzioni integrali di monumenti scomparsi, se non con consistenti parti originali (anastilosi per quelli antichi smontati). Decenni dopo, Roberto Pane – influente teorico e co-autore della Carta di Venezia – difendeva l’“autenticità dietro ogni pietra” e riteneva ogni monumento, con le sue lacune e cicatrici, un unicum storico da rispettare. Pane e i colleghi vedevano nella ricostruzione pedissequa un rischio di musealizzazione del passato, preferendo interventi che conservassero le tracce del tempo e le ferite della storia. Cesare Brandi, nella sua Teoria del restauro (1963), sosteneva che è un atto critico per ricomporre l’unità potenziale dell’opera d’arte (pittorica o architettonica) senza falsarne i valori di autenticità storica e estetica. Sottolineava che qualsiasi integrazione di parti mancanti deve essere reversibile e riconoscibile, e non basata su congetture: in assenza di certezza sulle forme originarie, è preferibile astenersi dal ricostruire e lasciare intuire le lacune. Brandi, trattando opere d’arte mobili, considerava una ricostruzione ex-novo un prodotto autografo del restauratore contemporaneo, estraneo all’originale. Applicando rigidamente tali principi, la replica dello Stari Most – per quanto filologica – potrebbe essere definita da un brandiano un “falso storico”, un simulacro privo delle patine e dei materiali originali, dunque non autentico.

La scelta “com’era, dov’era” a Mostar appare un’eccezione motivata da esigenze straordinarie. In passato il dibattito internazionale aveva conosciuto eccezioni simili (come la ricostruzione dei monumenti di Varsavia distrutti nella Seconda guerra mondiale, dove l’UNESCO accettò nel 1980 l’iscrizione a Patrimonio dell’Umanità di un intero centro storico, riconoscendone il valore simbolico e patriottico). Nel 2004-2005, il ponte di Mostar si inserì in questo solco: un patrimonio ricostruito ex novo riconosciuto di valore universale, perché incarnava la rinascita culturale di una comunità. Ciò ha alimentato discussioni nel restauro architettonico: alcuni critici ortodossi hanno espresso riserve, temendo una deviazione dai principi della Carta di Venezia; altri hanno visto in Mostar un esempio positivo di “ricostruzione filologica” riuscita, sostenendo la necessità di superare certi tabù. In Italia, l’architetto Paolo Marconi auspica che per le architetture distrutte si possa arrivare a una ricostruzione integrale, senza le “inibizioni” dovute al dogma del falso storico – dogma che, a suo dire, aveva condizionato la scuola di Brandi. Questo indica che la ricostruzione di Mostar ha riaperto il confronto teorico tra replica e conservazione critica, mostrando che in certi casi la replica non è mera scenografia, bensì portatrice di valori autentici.

Fino agli anni ‘90, c’era cautela verso le ricostruzioni, in linea con la Carta di Venezia. ICOMOS e il Comitato del Patrimonio Mondiale UNESCO affermavano che la ricostruzione di beni storici è giustificabile solo in circostanze eccezionali e con rigorosa documentazione, temendo riproduzioni arbitrarie che minassero l’integrità storica dei siti. Tuttavia, eventi drammatici di fine ‘900 e inizio 2000 (guerre nei Balcani, distruzioni deliberate a Mostar, Dubrovnik, Bamiyan, Palmira, e disastri naturali) hanno cambiato l’atteggiamento delle istituzioni internazionali. La comunità ha riconosciuto che, in casi di perdita identitaria collettiva, la ricostruzione può essere un mezzo legittimo per recuperare il significato di un luogo. L’UNESCO e l’ICOMOS hanno iniziato a considerare favorevolmente ricostruzioni fedeli cherappresentino per la popolazione locale un simbolo di rinascita e siano basate su solide evidenze storiche. Un documento chiave è la Dichiarazione di Nara sull’Autenticità (1994), che ampliò il concetto riconoscendo i valori intangibili e culturali: autenticità non significa solo materiale originale, ma anche continuità di tradizioni, funzioni e significati. Tale visione ha aperto la porta a considerare accettabili ricostruzioni come quelle di Mostar, dove l’elemento materiale è nuovo ma quello spirituale-culturale è autentico e vitale.

Per lo Stari Most, UNESCO e ICOMOS decisero di trattarlo come caso speciale. Nel 2000, durante la ricostruzione,una missione ICOMOS raccomandò di supportare l’iscrizione di Mostar nella Lista del Patrimonio Mondiale come gesto di tutela di un patrimonio multiculturale, subordinando la decisione al completamento fedele del ponte. Dopo l’inaugurazione del nuovo, nel luglio 2005 il sito “Area del Vecchio Ponte di Mostar” fu iscritto nella World Heritage List. La rinascita aveva rafforzato il valore simbolico e il significato universale di Mostar come luogo di coesistenza multiculturale, sottolineando gli sforzi di solidarietà umana per la pace. Fu adottato il criterio di eccezionalità (vi), relativo ai valori immateriali: un caso notevole, giacché di norma non è usato da solo per l’iscrizione, ma qui fu fondamentale per giustificare un patrimonio ricostruito basato sul suo valore simbolico.

Rimaneva il nodo dell’autenticità. Nei documenti UNESCO si ammette che la ricostruzione di Mostar ha posto “notevoli riserve” sull’autenticità materiale, dato che gran parte della città vecchia – ponte incluso – è frutto di interventi recenti. Il ponte è definito “una copia”, realizzata con materiali nuovi (sebbene integrando alcuni elementi antichi). Tuttavia, la valutazione tecnica sottolinea che l’intervento è stato condotto con ricerche approfondite e documentazione di alta qualità, assicurando l’autenticità di formamateriali (dallo stesso contesto geologico) e tecniche costruttive. In altre parole, l’opera ricostruita è autentica nella configurazione e nei metodi tradizionali, pur non essendo composta dalle stesse pietre del XVI secolo. Inoltre – nota ICOMOS – esiste una “autenticità complessiva” del contesto urbano: Mostar ha riacquistato la sua silhouette storica e la funzione di città unita dal ponte, recuperando il senso del luogo. Si fa notare che il progetto ha rispettato il principio di onestà: la ricostruzione “facsimile” non è stata celata, e resti originali sono esposti in un museo, diventando parte della narrazione del restauro. Infine, la comunità internazionale ha elogiato la qualità tecnica dell’intervento, riconoscendo “l’elevata qualità, l’abilità e il fine rigore tecnico del restauro delle antiche strutture, in particolare del Vecchio Ponte”. Tale apprezzamento ufficiale indica che, a giudizio degli esperti, la ricostruzione di Mostar ha rispettato i principi internazionali, nella misura in cui: (1) era un caso eccezionale giustificato da valori sociali e culturali; (2) si è basata su conoscenze e prove dettagliate, senza aspetti congetturali; (3) è stata eseguita con metodi tradizionali e trasparenza. In sintesi, pur sfidando l’ortodossia del restauro, l’intervento è risultato coerente con lo spirito delle linee guida internazionali, che ammettono la ricostruzione come extrema ratio per restituire ad una comunità il proprio patrimonio perduto.

Al di là degli aspetti tecnici e normativi, il nuovo Stari Most ha assunto un potente ruolo simbolico nel contesto post-bellico. La sua ricostruzione è stata accompagnata da cerimonie pubbliche e da un’enfasi mediatica globale: folle di cittadini di Mostar e dignitari internazionali hanno festeggiato l’inaugurazione nel luglio 2004, acclamando il ponte come segno di pace. A livello locale, il ripristino ha riunificato il centro storico diviso dal conflitto: gli abitanti potevano di nuovo attraversare la Neretva e sentivano ricucita la ferita urbana. È tornato a essere un luogo di incontro, normalizzando i rapporti tra le comunità prima contrapposte. A livello nazionale ed internazionale, lo Stari Most ricostruito è stato presentato come un “ponte dell’amicizia”, incarnando l’idea che la collaborazione internazionale e la volontà popolare possano risanare le spaccature. L’UNESCO, nella motivazione del Patrimonio Mondiale, parla di un simbolo “eccezionale e universale di coesistenza” culturale e di “illimitata solidarietà umana”. Questo esempio mostra che il restauro architettonico trascende il mero ambito tecnico, diventando strumento di memoria e riconciliazione.

Il simbolismo del ponte è complesso e spesso sfruttato in modo semplicistico. Studi sulla ricostruzione evidenziano come sia diventato un “contenitore” di significati in competizione: un simbolo unificante di multiculturalismo e un segno strumentalizzato da narrative politiche nella Bosnia post-Dayton. A livello internazionale Stari Most è celebrato come ponte dell’unità, a livello locale permangono divisioni etniche e il nuovo è visto come terreno di tensione (vandalismo simbolico o controversie sugli spazi). La riconciliazione simboleggiata dalla struttura non corrisponde auna completa riconciliazione sociale – un monito a non affidare ai monumenti il potere di sanare divisioni. Tuttavia,molti abitanti di Mostar vedono nel ponte ricostruito una “vittoria” della memoria sulla distruzione: consente alle nuove generazioni di camminare tra le memorie del passato, secondo Roberto Pane. In questo senso, il restauro è un atto di testimonianza: mantiene viva l’immagine identitaria della città, rende omaggio al passato multiculturale e lancia un messaggio di speranza. Il ponte, oltre a riacquistare la sua funzione pratica e urbanistica, è diventato un luogo della memoria condivisa, con valenza educativa e morale.

Uno dei principi del progetto fu l’utilizzo di materiali simili agli originali ottomani, per ragioni estetiche e strutturali. Indagini petrografiche e meccaniche sui frammenti del ponte antico: la società tedesca LGA analizzò campioni di pietra, malta e metallo recuperati dalla struttura originale per identificarne provenienza e proprietà. Sulla base di questi studi, furono scelti materiali locali equivalenti:

  • Pietra Tenelija: calcare oolitico locale, chiaro e poroso, con resistenza a compressione . Dalla cava di Mukoša si estrassero blocchi per arco, cornici, spalle e parapetti. Fresca di cava è bianco-giallastra, ma ingrigisce col tempo. Due varietà: una dura (“crusta”) per l’arco, una tenera (“mekša”) per elementi secondari.Pietra “krecnjak”: calcare denso e duro, quasi marmoreo, per pavimentazione e lastre di alleggerimento. Resistente all’usura.Conglomerato Breča: grossolano e poroso, presente nelle sponde e fondazioni. Usato in muri e riempimenti, come nell’originale.Malte: calci con inerti locali. Sotto la pavimentazione, terra rossa (bauxite) come allettamento. Nella ricostruzione, malta simile ma con additivi moderni per elasticità e impermeabilità. Fughe sottili (2–8 mm) con poca malta di allettamento a base di calce.Il ponte ottomano usava collegamenti metallici in ferro tra i blocchi di pietra. Ogni concio era collegato ai vicini con perni e graffe, bloccati con piombo fuso. Questi elementi conferivano coesione e duttilità alla struttura, assorbendo movimenti dovuti a vento, sisma e variazioni termiche. Nella ricostruzione, sono stati forgiati nuovi perni e graffe identici agli originali, fissati con colatura di piombo. Per prevenire la corrosione, le parti non visibili sono in acciaio inossidabile, quelle a vista (graffe sulle sommità o balaustra) sono in ferro forgiato, mantenendo l’aspetto autentico.

La ricostruzione è stata un esperimento di ingegneria storica per replicare le tecniche ottomane del XVI secolocompatibili con la sicurezza e i mezzi moderni. L’UNESCO impose l’uso di tecnologie e metodi costruttivi tradizionali affinché il nuovo ponte fosse simile all’originale. Questo ha significato riprodurre la metodologia di posa dell’arco in conci di pietra senza armature in cemento armato e senza resine o fissaggi meccanici moderni. I conci dell’arco (voussoir) sono stati disposti in 111 file (come nel progetto originario, ciascuna composta da 2–5 blocchi) partendo dalle due sponde verso il centro. Ogni fila è sfalsata rispetto alla sottostante (come nella muratura ordinaria) e fra pietra e pietra c’è solo un sottile strato di malta di calce.

I collegamenti metallici tradizionali sono fondamentali per la stabilità dell’arco: perni verticali tra una fila di conci e la successiva, e graffe orizzontali ad U rovesciata che abbracciano i giunti dei conci della stessa fila. Inoltre, file parallele di graffe correvano sull’estradosso (la faccia superiore) dell’arco a intervalli regolari, fungendo da catene di ritegno lungo la volta. Queste tre tipologie di connessioni (perni, graffe laterali e d’estradosso) formavano nel ponte ottomano un sistema integrato di armatura “nascosta” che conferiva all’arco in pietra una capacità di deformarsi sotto carico senza cedimenti, rendendolo resistente a secoli di sollecitazioni. Tale sistema è stato riprodotto nella ricostruzione: ogni nuovo blocco di tenelija è stato scolpito prevedendo gli incastri per perni e graffe come nei frammenti originali, e tutti i collegamenti sono stati sigillati con colatura di piombo. Anche la ringhiera in ferro battuto ottomana è stata riforgiata seguendo disegni storici e fissata con piombo, restituendo al ponte l’aspetto e i dettagli ornamentali di un tempo.

Un aspetto chiave della fedeltà è stata la geometria dell’arco: il nuovo ponte doveva combaciare entro pochi millimetri con la silhouette originaria, nota per la sua forma elegante e “a dorso d’asino” pronunciato. Non essendo disponibili disegni del 1566, la forma è stata ricostruita combinando più fonti: un rilievo topografico del 1955, una fotogrammetria del 1982, foto d’archivio storiche e misurazioni dei monconi rimasti. La società italiana General Engineering di Firenze, incaricata della progettazione esecutiva, elaborò da questi dati un modello tridimensionale preciso pietra per pietra del ponte antico. Si determinò che l’arco ha una luce di circa 28,7 m, una freccia (altezza al centro) di ~12 m, ed è approssimabile da una curva a tutto sesto leggermente ellittica (raggio ~14,8 m). Lo spessore è di ~80 cm e la larghezza del ponte di ~4 m, dimensioni contenute per una struttura in pietra. Queste misure coincidevano con i resti e le evidenze disponibili, confermando l’accuratezza del modello per tagliare le nuove pietre.

Prima di ricostruire l’arco, fu necessario preparare il cantiere e mettere in sicurezza le strutture superstiti. I resti delle spalle e delle arcate parzialmente crollate dovevano essere smontati con cura: ogni frammento di pietra del 2002 venne numerato, fotografato e rimosso a mano dagli operai con strumenti manuali. Questo lavoro serviva a sgombrare l’area e conservare i blocchi originali riutilizzabili: ogni pietra recuperata fu accantonata e sottoposta a esame (anche tramite ultrasuoni) per verificarne l’integrità. Tuttavia, solo una piccola percentuale dei conci originari poté essere riutilizzata: su 456 dell’arco storico, i subacquei ungheresi ne recuperarono circa 162, ma molti erano scheggiati o criccati. Anche alcuni elementi di cornice e parapetto furono salvati (pochi decine di pezzi), ma la maggior parte del nuovo ponte dovette essere costruita con pietre fresche di cava, identiche per composizione e forma alle originali.

Parallelamente allo smontaggio dei resti, si realizzarono opere provvisorie di sostegno. La sfida principale era la ricostruzione dell’arco di 30 metri sopra il fiume Neretva, che richiese una complessa centratura temporanea. Date le condizioni del fiume – con piene imprevedibili in inverno e primavera – si decise di costruire una centina in acciaio, più robusta e precisa rispetto a una in legno. Due travi reticolari (HEB 400) furono posizionate a cavallo del fiume, appoggiate su piloni provvisori in calcestruzzo gettati nell’alveo. Al di sopra di queste vennero montati telai e tubi d’acciaio formando un arco di sostegno dal profilo identico a quello originale, con una precisione migliore di ±1 cm rispetto alle coordinate del vecchio ponte. Sui telai, furono fissate centine lignee semicircolari (tavole curve in legno) come piano di appoggio per i conci di pietra. Questa soluzione mista – struttura portante d’acciaio e superficie di posa in legno – garantì sicurezza e fedeltà geometrica. Fu installato un ponte flottante (pontone) a valle, per trasportare materiali e personale da una sponda all’altra senza interferire con la centina.

Completata l’impalcatura, iniziò la posa dei conci dell’arco. Si procedette simultaneamente dalle due estremità, posando le pietre e inserendo i perni e le graffe metalliche in ogni giunto. Ogni concio, dal peso di alcune tonnellate, venne lavorato su misura e calato in posizione mediante una gru a portale sopra la centina. La gru si muoveva lungo l’impalcatura e depositava con precisione ogni blocco secondo il modello 3D. Gli operai aggiustavano la posizione finale con leve e cunei, assicurandosi che ogni pietra combaciasse perfettamente. Significativo fu il posizionamento della pietra di chiave al centro dell’arco nell’agosto 2003 (celebrato con una cerimonia pubblica): l’ultimo concio a serraggio venne inserito con catene e paranchi, ricalcando il momento storico del 1566. Con l’inserimento del concio di chiave, l’arco in pietra divenne autoportante.

La centina metallica fu scaricata e smontata, passando alle fasi di completamento: ricostruzione delle spallette, rifacimento del piano di camminamento e degli elementi accessori. Le mura di contenimento alle estremità (collegamento con le torri Tara e Halebija) e le arcate di accesso furono riparate o ricostruite usando tenelija e tecniche tradizionali. Si posizionò la pavimentazione in lastre di krecnjak, inclusi i pioli antiscivolo (bolli di pietra per evitare di scivolare). Infine, fu reinstallata la ringhiera in ferro battuto e si applicarono trattamenti protettivi alle superfici lapidee. Ad aprile 2004 la ricostruzione era terminata, consentendo il collaudo e l’inaugurazione ufficiale a luglio 2004.

Il ponte di Mostar originale poggiava su spalle in pietra ancorate alla roccia calcarea del Neretva. Secoli di erosione e l’esplosione del 1993 avevano indebolito queste strutture. Indagini geotecniche della ditta Conex rilevarono criticità: la roccia di base era eterogenea e carsica, con cavità sotto le fondazioni dovute alla dissoluzione del calcare. Neglianni ‘90 erano stati fatti tentativi di stabilizzazione tramite iniezioni di cemento e micropali nel sottosuolo, i cui tubi erano ancora visibili, ma erano stati solo parzialmente efficaci. Durante la ricostruzione si pianificò un robusto consolidamento delle fondazioni e delle spalle prima di caricarle col nuovo arco. Si riempirono cavità e fratture nella roccia di base con materiale cementizio per ripristinare la continuità e ridurre la permeabilità. Poiché i muri di appoggio delle arcate tendevano a spanciare verso l’esterno, si installarono tiranti e barre d’ancoraggio in acciaio per stringerli e riportarli in posizione verticale. Le crepe nei blocchi e giunti furono sigillate con iniezioni di malta a pressione. Solo dopo aver messo in sicurezza le parti portanti esistenti, si smontarono i resti per la nuova costruzione dell’arco.

Un’altra sfida tecnica fu la gestione del fiume Neretva durante i lavori. La forte corrente e le variazioni stagionali del livello dell’acqua imponevano di proteggere l’impalcatura: la centina principale fu posta sopra il livello di piena massimo. Lavori subacquei (recupero di pietre o posa di micropali) furono concentrati nei periodi di magra. L’installazione del pontone provvisorio poco a valle fu cruciale per trasportare materiali pesanti, gru mobili e camion tra le due sponde senza attraversare l’alveo instabile. La logistica di cantiere in un centro storico come Mostar fu impegnativa: si dovette operare in spazi ristretti, proteggendo gli edifici storici e minimizzando l’impatto sulle attività cittadine. La presenza di tecnici e maestranze da diversi Paesi (Turchia, Italia, Bosnia, Croazia, ecc.) richiese un coordinamento linguistico e organizzativo accurato.

La costruzione seguì metodi tradizionali, ma la progettazione e controllo beneficiarono di tecnologie moderne. Furonoeffettuati rilievi 3D fotogrammetrici e modellazione computerizzata per definire la forma originaria dell’arco. I nuovi conci vennero modellati virtualmente e numerati, così ciascun blocco trovasse il suo posto.

Il Dipartimento di Ingegneria Civile dell’Università di Firenze eseguì analisi strutturali dettagliate per valutare il comportamento del ponte ricostruito sotto i carichi normativi attuali. Si verificò che l’antica concezione fosse adeguata a standard moderni (es. carichi da folle di pedoni, azioni sismiche secondo Eurocodici) e individuare rinforzi necessari. Furono condotte analisi ad elementi finiti sia in regime elastico lineare che non-lineare su un modello 3D dell’opera (comprendente arco, riempimenti, spalle e impalcati). I risultati evidenziarono l’eccellente capacità portante dell’arco in pietra, con margini di sicurezza soddisfacenti in tutte le condizioni di progetto. Il comportamento strutturale risultò simile a quello del ponte storico, confermando che la combinazione di pietra e collegamenti in ferro (ora acciaio) offriva robustezza e duttilità senza bisogno di ulteriori rinforzi permanenti. L’analisi evidenziò l’importanza di interventi sulle spalle: la rimozione delle masse di riempimento instabili (oltre 8 metri di terra) ha ridotto pesi e pressioni sulle strutture verticali. In sintesi, la tecnologia moderna è stata usata per garantire che la struttura ricostruita – identica nei materiali e sistemi all’originale – rispettasse gli odierni criteri di sicurezza.

La ricostruzione del ponte di Mostar ha permesso indagini archeologiche nell’area. Prima e durante gli scavi di fondazione, team di archeologi hanno documentato ogni strato e reperto attorno alle spalle del ponte. È emerso che il ponte ottomano non era il primo: si sono trovate tracce di almeno due strutture medievali. Su entrambe le sponde del fiume sono affiorati resti murari allineati, probabilmente di un precedente ponte in legno del XV secolo. Tra i reperti c’erano circa 250 cunei e staffe metalliche corrosi – elementi di un antico ponte – e un enorme chiodo di ferromedievale. Sono state trovate una ventina di palle di cannone in pietra e metallo, residui di conflitti, oltre 200 frammenti di ceramica tra il XV e il XX secolo, monete (una in rame) e utensili. Tutti sono stati catalogati, disegnati e inviati a laboratori di restauro in Croazia per la pulitura e conservazione. Torneranno a Mostar per essere esposti in un museo archeologico locale, contribuendo a raccontare la storia del sito.

Le scoperte archeologiche hanno influenzato il cantiere: l’identificazione di vecchie fondazioni ha richiesto modifiche al progetto di consolidamento per preservarli. Il ritrovamento di strati di terra di riempimento (non strutturale) sopra le arcate ha portato alla decisione di rimuoverli per alleggerire la struttura, migliorando la stabilità senza alterare l’aspetto esterno. L’approccio integrato architettonico-archeologico ha arricchito la ricostruzione: è stato ricostruito il ponte eampliata la conoscenza sulle fasi costruttive e le vicende storiche precedenti sullo stesso sito.

Il caso di Mostar riflette sull’autenticità nel patrimonio culturale, distinguendo la dimensione materiale da quella culturale (o intangibile). L’autenticità di un monumento era legata alla sua sostanza originale: pietre, malte e stratificazioni storiche genuine. Un ponte ricostruito ex-novo con materiali moderni sarebbe non autentico, privo della materia antica e delle “cicatrici” del tempo. I documenti ufficiali rivelano che lo Stari Most odierno è in gran parte una copia (realizzata con la stessa pietra di cava e alcuni frammenti originali). Ci poniamo interrogativi: possiamo considerare autentico un monumento ricostruito? La risposta della dottrina del restauro e delle linee guida internazionali è che l’autenticità va valutata in modo olistico, tenendo conto dei valori culturali. Nel Nara Document on Authenticity (1994) – concepito “nello spirito della Carta di Venezia” ma adattato alla diversità culturale – si afferma che gli aspetti immateriali (tradizioni, funzioni, contesto sociale, spirito del luogo) sono parte integrante dell’autenticità di un bene. Nel caso di Mostar, pur avendo perso l’originale materiale del 1566, la comunità ha conservato e rigenerato l’autenticità culturale legata al ponte: le pratiche sociali (come i tuffi dal ponte), il significato simbolico di unione, il legame con il paesaggio urbano sono elementi autentici che continuano la tradizione interrotta dalla guerra. In altri termini, il “genius loci” del ponte è stato recuperato. L’UNESCO giustificò l’iscrizione di Mostar richiamando la “restaurazione del valore culturale” dell’area, una dimensione intangibile che travalica la presenza di pietre d’epoca.

Si può argomentare che il ponte di Mostar ricostruito possiede un’autenticità contestuale: è autentico come elemento vivo del paesaggio culturale odierno, trasmettendo gli stessi messaggi e funzioni dell’originale. Occorre essere consapevoli della differenza tra originale e copia: Mostar è un esempio di autenticità “derivata”, fondata sulla veridicità delle fonti e sulla perizia artigianale nel replicare l’antico. Non è un’autenticità “spontanea” ma prodotta intenzionalmente, e ciò richiede una comunicazione adeguata (tramite pannelli esplicativi e musealizzazione dei resti originari). L’esperienza di Mostar suggerisce che autenticità materiale e culturale possono divergere, ma non si escludono. Un monumento ricostruito può perdere in originalità tangibile, ma guadagnare in continuità culturale, preservando la memoria collettiva. È compito dei restauratori e dei gestori del patrimonio mantenere un equilibrio: garantire che la ricostruzione non inganni sulla sua natura (preservando l’integrità intellettuale della storia), ma valorizzare l’oggetto ricostruito come veicolo di valori identitari.

La decisione di ricostruire lo Stari Most nella sua forma originaria non fu imposta dall’esterno né guidata da principi conservativi internazionali, ma nacque da una profonda istanza della comunità locale, che sin dalle prime fasi post-belliche individuò nel ponte un simbolo di continuità identitaria. Per gli abitanti di Mostar, la distruzione non rappresentò soltanto la perdita di un bene architettonico, ma l’annientamento di un legame collettivo tra le due sponde della città e tra le comunità bosniaca, croata e serba. La sua assenza fu percepita come una mancanza nel tessuto urbano e nella memoria condivisa.

La richiesta di una ricostruzione “identica” nel profilo e nella posizione, non autentica, emerse come un atto collettivo di resilienza culturale. L’adesione della popolazione al progetto fu ampia e visibile, tramite cerimonie, testimonianze pubbliche e l’impiego simbolico del ponte per riti civili e religiosi. Non fu un intervento dall’alto, ma un gesto partecipato, necessario alla rilegittimazione dello spazio urbano condiviso.

La ricostruzione dello Stari Most ha un valore che travalica il restauro tecnico e si radica in una dimensione antropologica e comunitaria, dove l’autenticità culturale prevale su quella materiale. Il ponte, sebbene nuovo, continua a svolgere il suo ruolo simbolico, memoriale e identitario nella coscienza collettiva di Mostar, assumendo un’autenticità viva e dinamica, fondata sul consenso, sull’esperienza storica e sulla memoria attiva di una comunità che ha scelto di ricostruire ciò che la guerra aveva cancellato. Il restauro del ponte di Mostar (Stari Most) è un banco di prova per i principi della conservazione. Dimostra che, in circostanze eccezionali come quelle post-belliche, la ricostruzione “com’era e dov’era” di un monumento-simbolo può essere accettabile, purché condotta con rigoroso metodo scientifico e scopi culturali chiari. È stata realizzata con materiali autentici, tecniche tradizionali e documentazione storica, riducendo l’arbitrarietà. Pur sfidando la Carta di Venezia (che interdiceva le ricostruzioni integrali), l’intervento ne ha rispettato lo spirito, aderendo ai valori di sincerità (nessuna contraffazione) e trasmissione dei valori ereditati. Le teorie di Brandi, Boito e Pane hanno fornito un quadro critico, mettendo in guardia dai pericoli del falso storico; il caso di Mostar indica che vanno applicate con discernimento. Il nuovo Stari Most ha restituito a Mostar la sua anima, fungendo da catalizzatore di memoria e riconciliazione. Il concetto di autenticità deve essere plurale: la materia originale è preziosa, ma anche il significato condiviso e l’uso vivo di un monumento sono patrimoni da preservare. Come strumento di memoria, il restauro di Mostar testimonia il rifiuto della perdita e dell’oblio: pietra dopo pietra, è stato ricomposto un ponte fisico e un ponte ideale tra passato e futuro, tra distruzione e pace. Questo saggio, attraverso l’analisi del caso di Mostar, evidenzia come il restauro architettonico possa svolgere un ruolo cruciale nel ricucire il tessuto storico-culturale, conciliando – non senza complessità – i principi della conservazione con leesigenze identitarie delle comunità.

Il caso dello Stari Most mostra che il restauro può essere più di un atto tecnico: è una scelta culturale, un gesto critico, talvolta politico. Ricostruire un ponte non significa soltanto ridargli forma, ma restituire senso, memoria, identità. Se il nuovo Stari Most non è com’era, è vero che dove era sorge un ponte che parla di pace, rinascita e riconciliazione. Un ponte che non nasconde l’origine contemporanea, ma continua a incarnare l’essenza di Mostar.

La vicenda ci interroga sull’autenticità, sul confine tra copia e continuità, tra materia e memoria. Un restauro può ridare vita non a ciò che è stato, ma a ciò che può essere condiviso da una comunità.

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Alla prossima.

Fonti primarie e istituzionali

  • UNESCO (2005). Old Bridge Area of the Old City of Mostar – Nomination Dossier. Paris: World Heritage Centre.
  • ICOMOS (1994). The Nara Document on Authenticity. Paris: ICOMOS.
  • ICCROM – UNESCO – World Bank (2004). Reconstruction of the Old Bridge of Mostar: Final Report. Sarajevo: Commission to Preserve National Monuments.

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