Il restauro della Chiesa di Santa Chiara a Napoli: tra guerra e rinascita

Santa Chiara a Napoli: Rinascere dalle ceneri Il Restauro Architettonico

Benvenuti sul nostro blog dedicato al restauro architettonico e alla conservazione del patrimonio costruito! In questo articolo vi portiamo a scoprire uno dei casi più significativi della ricostruzione postbellica italiana: il restauro della Chiesa di Santa Chiara a Napoli. Attraverso la sua storia, capiremo come la sensibilità critica e le competenze tecniche possano ridare vita a un monumento devastato dalla guerra, trovando un equilibrio fra memoria storica e necessità del presente.


Un complesso monastico nel cuore di Napoli

La Chiesa di Santa Chiara, situata nel centro storico della città, fu voluta agli inizi del Trecento da Roberto d’Angiò e Sancia di Maiorca. Fin dall’origine, si presentava come un austero edificio gotico a navata unica, con capriate lignee a vista. Intorno, sorgeva un grande complesso monastico abitato dalle Clarisse e dai Frati Minori, separato dalla città da cortili e giardini.

Nel corso dei secoli, il complesso subì numerose trasformazioni:

  • 1456: un violento terremoto impose consolidamenti e modifiche alla struttura originaria.
  • Età barocca: la chiesa gotica venne “avvolta” da stucchi, dorature, altari monumentali e marmi policromi.
  • Chiostro maiolicato: l’esterno si arricchì di mattonelle colorate e pergolati fioriti, creando un’oasi di ispirazione partenopea.

Alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, Santa Chiara risultava fortemente stratificata: la veste barocca celava quasi completamente il nucleo gotico trecentesco.


La distruzione durante il Secondo Conflitto Mondiale

Nella notte tra il 4 e il 5 agosto del 1943, un ordigno incendiario colpì la copertura lignea della chiesa, innescando un devastante rogo che durò diversi giorni. Le fiamme divorarono stucchi, arredi, altari e quadri, lasciando l’aula annerita e spoglia. La navata gotica riemerse drammaticamente, priva di tetto e gravemente lesionata.

Nel contempo, l’intero complesso monastico e l’area urbana circostante subirono gravi danni. Divenne urgente decidere se e come ridisegnare spazi urbani, strade e percorsi pedonali.


Il dibattito sul restauro

Subito dopo la guerra, storici e tecnici si confrontarono su come intervenire. Tra i protagonisti:

  • Bruno Molajoli e Giorgio Rosi: si occuparono di puntellare le murature e coordinare il recupero dei frammenti scultorei.
  • Paul Gardner (Commissione Monuments, Fine Arts and Archives): fornì sostegno e mezzi dagli alleati.
  • Commissione consultiva (1944): istituita da Molajoli, includeva esperti come Roberto Pane e Orazio Morisani.

La domanda cruciale riguardava se fosse ancora possibile ricostruire la fastosa veste barocca ormai ridotta in cenere, o se invece occorresse valorizzare la struttura gotica originaria. Roberto Pane, sostenitore della “verità storica”, considerava impossibile una restituzione integrale del barocco, suggerendo di recuperare le forme trecentesche, pur integrandole con soluzioni contemporanee.


Le scelte progettuali: un “restauro critico”

Tra polemiche e nostalgie per il barocco perduto, alla fine prevalse l’idea di un restauro che riportasse alla luce il gotico trecentesco. Dal 1945 iniziarono i lavori:

  1. Consolidamento strutturale: pilastri e murature furono rinforzati con iniezioni di malta idraulica e tiranti metallici, sostituendo le parti in tufo e piperno più danneggiate.
  2. Recupero dei vani gotici: emergendo monofore, trifore tamponate e contrafforti originari, si procedette a una “lettura stratigrafica” delle murature.
  3. Nuova copertura: anziché riprodurre la struttura lignea andata distrutta, si impiegarono capriate in cemento armato rivestite di legno, garantendo solidità e rispetto delle linee originarie.
  4. Ricomposizione monumenti funebri: i frammenti scultorei recuperati furono rimontati con metodo anastilotico, segnalando sempre le parti nuove.
  5. Riorganizzazione urbanistica: si scelse un compromesso tra la demolizione degli edifici pericolanti e la salvaguardia del tessuto storico, aprendo nuovi percorsi pedonali senza creare “vuoti” innaturali.

La “rinascita” di Santa Chiara

Nel 1953-54 la chiesa riaprì, presentandosi quasi “nuova” eppure più antica: riemersa nella sua austera forma gotica, priva degli stucchi barocchi distrutti. Molti lamentarono la scomparsa del fasto settecentesco, ma gli studiosi approvarono la coerenza di un restauro che evitava la ricostruzione arbitraria di ciò che era andato irrimediabilmente perduto.

Oggi, Santa Chiara rappresenta un palinsesto dove sopravvivono elementi trecenteschi affiancati da integrazioni novecentesche. Ciò che resta del barocco è poco, ma il complesso mantiene intatta la sua identità storica: un simbolo di come il restauro, di fronte alla devastazione, possa ridare un futuro a un monumento, rispettando le testimonianze materiali e la memoria collettiva.


Una riflessione critica: la citazione di Roberto Pane

A conclusione, riproponiamo la citazione integrale con cui Roberto Pane argomentò l’impossibilità di ricostruire fedelmente il barocco di Santa Chiara, tracciando la via di un restauro fondato sulla “verità” delle strutture storiche:

«L’impossibilità di ricomporre l’interno barocco di S. Chiara appare evidente al primo sguardo. Nelle condizioni presenti, […] il restauro offre una sola possibilità […]: quella che consiste nel ripetere le linee trecentesche continuando a scoprire ciò che il fuoco ha già parzialmente scoperto. […] In onore della verità […] va riconosciuto che […] il Settecento napoletano non aveva raggiunto in S. Chiara una delle sue espressioni più felici. […] Ciò non toglie, ad ogni modo, che anche S. Chiara barocca sia degna di rimpianto […]. In tal senso l’antitesi tra la chiesa settecentesca, così ricca e profana, e quella austera e nuda che risorgerà dal restauro, significherà in simbolo l’antitesi tra il tempo passato e quello che ci attende.
Concepito in pura funzione statica, il restauro dovrà limitarsi a rifare, là dove occorra, qualche elemento portante in forma riassuntiva e schematica, in maniera che esso appaia riconoscibile dal resto […]. Ma la maggiore difficoltà non consisterà nella sistemazione delle parti superstiti dei monumenti, […] bensì nell’attribuire una forma estetica a tutto il vasto insieme; cosa che, procedendo con la maggiore sobrietà e cautela, dovrà essere compiuta.
I vincoli del restauro imporranno i loro giusti e rigorosi limiti al gusto e alla fantasia, ma saranno sempre e soltanto questi ultimi a fornire una soddisfacente soluzione del problema. Si tratterà di giudicare se certi elementi abbiano o no carattere di arte, perché, in caso negativo, ciò che maschera o addirittura offende immagini di vera bellezza sarà del tutto legittimo abolirlo […]. Ogni monumento dovrà, dunque, essere visto come un caso unico, perché tale è in quanto opera d’arte e tale dovrà essere anche il suo restauro.
Se pensiamo che già la sola superficie di intonaco e l’apparente neutralità di un tono di raccordo possono impegnare il gusto creativo, […] per quanto si possa procedere esclusivamente sul cammino tracciato dagli elementi più controllati e sicuri, verrà sempre il momento in cui sarà necessario gettare un ponte, operare una congiunzione […].»
(R. Pane, “Il restauro dei monumenti”, in «Aretusa», a. I, n. 1, marzo-aprile 1944, pp. 74-77)


Conclusioni

Il caso di Santa Chiara è un esempio di “restauro critico” in cui il passato e il presente si fondono in un equilibrio delicato ma autentico. La scelta di non ricostruire la veste barocca ha suscitato dibattiti, ma ha anche mostrato come la “verità storica” possa guidare gli interventi su un monumento ferito, evitando falsificazioni e rispettando le tracce materiali. Così, Santa Chiara si è trasformata in un simbolo di Napoli e un modello per il restauro in Italia, dimostrando che ricostruire non significa sempre “riprodurre” ma, piuttosto, scegliere con consapevolezza cosa conservare e come integrarlo.

Grazie per averci accompagnato in questo viaggio nella storia e nel restauro della Chiesa di Santa Chiara a Napoli. Continuate a seguirci per altri approfondimenti sul mondo del restauro architettonico e sulla conservazione del nostro prezioso patrimonio culturale!

Bibliografia e letture consigliate
Per approfondire la storia della Chiesa di Santa Chiara a Napoli e il tema del restauro critico, vi consiglio:

  • Roberto PaneIl restauro dei monumenti, in «Aretusa», anno I, numero 1, marzo-aprile 1944.
  • Roberto PaneAttualità e dialettica del restauro, De Luca Editore, Roma, 1972.
  • Bruno MolajoliLa ricostruzione dei monumenti in Italia, Colombo Editore, Roma, 1946.
  • Renato De FuscoStoria dell’architettura contemporanea, Laterza, Bari, 1999.
  • Marino VeroneseSanta Chiara a Napoli: distruzione e ricostruzione, tesi di laurea, Università degli Studi di Napoli Federico II, 2005.
  • Roberto Pane (a cura di), Il restauro della chiesa di Santa Chiara a Napoli, pubblicazione della Soprintendenza ai Monumenti, Napoli, 1954.
  • Agnoldomenico PicaArchitettura e guerra: problemi della ricostruzione, Edizioni di Comunità, Milano, 1945.

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