La Carta di Venezia: un pilastro della cultura del restauro

La Carta di Venezia – Il viaggio nella storia del restauro Il Restauro Architettonico

13–20 minuti

Benvenute e benvenuti a un nuovo appuntamento con “Il Restauro Architettonico”.
Io sono Vincenzo Biancamano e, nel post di oggi, voglio approfondire uno dei documenti più importanti per la tutela e la valorizzazione del nostro patrimonio culturale: la Carta di Venezia del 1964.


Un testo chiave nel panorama del restauro

Nel contesto internazionale del restauro architettonico, la Carta di Venezia riveste un ruolo di primissimo piano. È stata approvata durante il Secondo Congresso Internazionale degli Architetti e dei Tecnici dei Monumenti Storici, tenutosi dal 25 al 31 maggio 1964. Il clima dell’epoca era segnato dalle ferite della Seconda Guerra Mondiale, e la necessità di definire criteri condivisi per salvaguardare un patrimonio culturale gravemente minacciato era più che mai impellente.

Al tempo stesso, i valori espressi in questo documento non si esauriscono nel solo contesto postbellico. A distanza di decenni, essi si dimostrano di straordinaria attualità nell’affrontare alcune sfide cruciali del nostro presente: rigenerazione dei centri storici, crescente pressione del turismo di massa, e il rapporto, spesso delicato, fra architettura contemporanea e tessuti antichi. Proprio questa capacità di parlare al presente fa della Carta di Venezia uno dei documenti più longevi e influenti nella storia del restauro.


Che cosa approfondiremo

In questo articolo, esploreremo i princìpi fondamentali della Carta di Venezia, arricchiti da riflessioni tematiche e da esempi concreti. L’obiettivo è fornire:

  • Una visione organica della Carta, sottolineandone la coerenza tra i vari articoli.
  • Indicazioni pratiche su come questi princìpi possano tradursi in azioni concrete nei processi di restauro.
  • Cenni relativi all’impatto internazionale della Carta, con alcuni riferimenti a casi di studio.
  • Un richiamo a Roberto Pane e Piero Gazzola, protagonisti chiave nella formulazione e diffusione di questi princìpi.

Il cuore della Carta di Venezia

Articolo 1

«La nozione di monumento storico comprende tanto la creazione architettonica isolata quanto l’ambiente urbano o paesistico che costituisca la testimonianza di una civiltà particolare, di un’evoluzione significativa o di un avvenimento storico. (Questa nozione si applica non solo alle grandi opere ma anche alle opere modeste che, con il tempo, abbiano acquistato un significato culturale).»

L’articolo 1 allarga il concetto di monumento ben oltre le grandi opere celebri, includendo anche quei manufatti “minori” e i paesaggi che racchiudono tracce di identità culturale. Da qui, l’importanza di integrare il tessuto storico nei processi di pianificazione urbana, puntando a interventi che sappiano mettere in valore l’esistente.

Articolo 2

«La conservazione ed il restauro dei monumenti costituiscono una disciplina che si vale di tutte le scienze e di tutte le tecniche che possono contribuire allo studio ed alla salvaguardia del patrimonio monumentale.»

La Carta di Venezia sottolinea la natura complessa e sfaccettata del restauro. Architetti, storici dell’arte, archeologi, ingegneri, chimici, fisici, geologi: le competenze si integrano in un’ottica di ricerca scientifica e di tutela condivisa. È un modello metodologico che ritroviamo in vari successivi documenti internazionali, come la Carta di Cracovia (2000). Questa collaborazione si rivela essenziale anche nell’ambito del turismo culturale, dove analisi sociologiche e piani urbanistici possono affiancare il lavoro di restauro per gestire i flussi turistici senza snaturare l’anima dei luoghi.

Gli articoli precedenti, considerati insieme, fondano la visione “allargata” e multidisciplinare del patrimonio. Da un lato, viene abbracciata un’idea di monumento che comprende sia le opere rilevanti sia quelle più umili, insieme al loro contesto; dall’altro, si specifica che proteggere tale patrimonio richiede un concorso di professionalità. Questi due aspetti si rafforzano reciprocamente: estendere la tutela a vaste porzioni di città o paesaggio implica il ricorso a più settori di competenza.

Articolo 3

«La conservazione ed il restauro dei monumenti mirano a salvaguardare tanto l’opera d’arte che la testimonianza storica.»

Un monumento vive di entrambe queste dimensioni: da un lato, è un’opera d’arte con una propria carica espressiva; dall’altro, è anche un documento vivo della società che lo ha prodotto e modificato nel tempo. Ciò significa preservare non solo un’estetica, ma anche tutte quelle tracce che attestano le trasformazioni subite dalla costruzione, in stretta coerenza con quanto verrà specificato negli articoli successivi.

Articolo 4

«La conservazione dei monumenti impone anzitutto una manutenzione sistematica.»

La prevenzione del degrado è la prima forma di protezione: un intervento regolare e programmato riduce la necessità di operazioni invasive. Nel contesto delle città storiche, questo principio si collega alla volontà di evitare un progressivo abbandono, che finirebbe per trasformare i centri antichi in scenari degradati o in attrazioni “artificiali” per un turismo di massa poco rispettoso. Mantenere vivi gli edifici, anche con piccoli costanti interventi, significa conservare l’anima autentica di ogni luogo.

Questi due articoli sottolineano la doppia valenza del monumento (artistica e storica) e introducono l’idea di manutenzione costante. Insieme, suggeriscono che la salvaguardia richiede una linea d’azione proattiva: non solo restauri grandiosi in momenti di emergenza, ma una cura ordinaria, quotidiana, coerente col valore storico che ogni edificio racchiude.

Articolo 5 

«La conservazione dei monumenti è sempre favorita dalla loro utilizzazione in funzioni utili alla società: una tale destinazione è augurabile, ma non deve alterare la distribuzione e l’aspetto dell’edificio. Gli adattamenti pretesi dalla evoluzione degli usi e dei consumi devono dunque essere contenuti entro questi limiti.»

Un monumento vissuto e fruito ha maggiori probabilità di essere tutelato. Tuttavia, è essenziale che la destinazione d’uso sia compatibile, nel senso di rispettare la struttura e l’identità del manufatto. Oggi, di fronte alla proliferazione di alberghi nei centri storici o alla trasformazione incontrollata di interi quartieri in zone prettamente turistiche, il riuso sostenibile (senza snaturare i caratteri originari) è diventato un tema cruciale, esattamente come previsto dalla Carta.

Articolo 6

«La conservazione di un monumento implica quella della sua condizione ambientale. Quando sussista un ambiente tradizionale, questo sarà conservato; verrà inoltre messa al bando qualsiasi nuova costruzione, distruzione ed utilizzazione che possa alterare i rapporti di volumi e colori.»

Il monumento non va protetto in maniera isolata, ma come parte integrante di un sistema urbano o paesaggistico. Ciò vale tanto per le piccole città d’arte quanto per i grandi agglomerati storici. In un periodo di pressioni speculative, come spesso avviene nelle metropoli interessate dal turismo di massa, questa indicazione diventa fondamentale per conservare l’unità storica e visiva dei centri antichi.

Questi due articoli prospettano un restauro che non guarda solo all’edificio in sé, ma al suo rapporto con l’ambiente circostante e con la funzione sociale che svolge. Questo è il nucleo della “rigenerazione urbana” rispettosa della storia: mantenere in vita (e in uso) i monumenti, senza stravolgerne le caratteristiche e salvaguardandone i contesti.

Articolo 7

«Il monumento non può essere separato dalla storia della quale è testimone, né dall’ambiente in cui si trova. Lo spostamento di una parte o di tutto il monumento non può quindi essere accettato se non quando la sua salvaguardia lo esiga o quando ciò sia significato da cause di eccezionale interesse nazionale o internazionale.»

Si ribadisce il legame profondo tra monumento e ambiente di appartenenza. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, si verificarono alcuni spostamenti di edifici per salvaguardarli, ma la Carta insiste sull’eccezionalità di questa pratica. Il luogo originario è parte della storia stessa dell’edificio: privarlo di quel contesto significa spesso alterare la percezione storica del manufatto.

Articolo 8

«Gli elementi di scultura, di pittura o di decorazione che sono parte integrante del monumento non possono essere separati da esso se non quando questo sia l’unico modo atto ad assicurare la loro conservazione.»

Sculture, pitture e decorazioni costituiscono un insieme inscindibile con l’edificio. A meno di un pericolo imminente e inevitabile, è preferibile mantenere in situ le parti decorative, affinché l’opera resti integre sia dal punto di vista estetico sia documentario.

Entrambi questi articoli portano l’attenzione sulla nozione di “integrità” — da un lato, l’inscindibilità dell’opera dal luogo in cui si trova; dall’altro, l’unità fra struttura architettonica e sue decorazioni. In un mondo che tende alla “musealizzazione” forzata degli elementi staccati (ad esempio, spostare affreschi o portali), la Carta di Venezia propone un’idea più coerente di conservazione in loco, proprio per non alterare la testimonianza storica.

Articolo 9

«Il restauro è un processo che deve mantenere un carattere eccezionale. Il suo scopo è di conservare e di rivelare i valori formali e storici del monumento e si fonda sul rispetto della sostanza antica e delle documentazioni autentiche. Il restauro deve fermarsi dove ha inizio l’ipotesi: sul piano della ricostruzione congetturale qualsiasi lavoro di completamento, riconosciuto indispensabile per ragioni estetiche e tecniche, deve distinguersi dalla progettazione architettonica e dovrà recare il segno della nostra epoca. 

Il restauro sarà sempre preceduto e accompagnato da uno studio storico e archeologico del monumento.»

Questo articolo costituisce uno dei fulcri della Carta. Il restauro viene concepito come un atto straordinario, non una prassi di routine, da compiersi solo se la conservazione del bene è realmente in pericolo o necessita di interventi specifici. Si raccomanda poi di evitare ricostruzioni ipotetiche prive di basi documentarie e, in caso di completamenti, di realizzare parti nuove in modo da renderle riconoscibili. Una linea di pensiero che rimane un caposaldo anche di molti enti internazionali, come l’ICOMOS.

Articolo 10

«Quando le tecniche tradizionali si rivelano inadeguate, il consolidamento di un monumento può essere assicurato mediante l’ausilio di tutti i più moderni mezzi di struttura e di conservazione, la cui efficienza sia stata dimostrata da dati scientifici e sia garantita dall’esperienza.»

Non c’è nessuna contrapposizione preconcetta tra l’uso di materiali o metodi tradizionali e quelli moderni: si possono adottare le tecnologie più avanzate, purché validate sul piano scientifico e compatibili con la struttura antica. Oggi, ad esempio, con i problemi di dissesto idrogeologico o sismicità in alcune zone, questo si traduce nell’uso di tecniche di consolidamento e monitoraggio mediante sensori e modelli digitali.

Questi due articoli mettono l’accento su due idee complementari: da una parte, il restauro deve rispettare l’autenticità del bene, evitando falsificazioni e “fantasie” ricostruttive; dall’altra, non bisogna esitare a ricorrere a soluzioni tecnologiche all’avanguardia quando occorre salvaguardare un edificio. Anche nelle sfide contemporanee (eventi sismici, cambiamenti climatici, ecc.) questi princìpi si rivelano di grande efficacia.

Articolo 11

«Nel restauro di un monumento sono da rispettare tutti i contributi che definiscono l’attuale configurazione di un monumento, a qualunque epoca appartengano, in quanto l’unità stilistica non è lo scopo di un restauro. 

Quando in un edificio si presentano parecchie strutture sovrapposte, la liberazione di una struttura di epoca anteriore non si giustifica che eccezionalmente, e a condizione che gli elementi rimossi siano di scarso interesse, che la composizione architettonica rimessa in luce costituisca una testimonianza di grande valore storico, archeologico o estetico, e che il suo stato di conservazione sia ritenuto soddisfacente. Il giudizio sul valore degli elementi in questione e la decisione circa le eliminazioni da eseguirsi non possono dipendere dal solo autore del progetto.»

Si rinuncia all’idea di riportare un monumento a un’ipotetica “unità stilistica originaria”, tipica di certi restauri ottocenteschi. Al contrario, ciascuna fase di vita del manufatto è un contributo storico importante, eliminabile solo in casi eccezionali.

Articolo 12

«Gli elementi destinati a sostituire le parti mancanti devono integrarsi armoniosamente nell’insieme, distinguendosi tuttavia dalle parti originali, affinché il restauro non falsifichi il monumento, e risultino rispettate, sia l’istanza estetica che quella storica.»

Le integrazioni devono inserirsi con coerenza, ma rimanere riconoscibili. Questo garantisce la veridicità storica dell’edificio, evitando che un osservatore, in futuro, confonda il nuovo con l’antico.

Questi due articoli definiscono un approccio fortemente critico: nessun ritorno forzato a un presunto stato iniziale, nessuna cancellazione indiscriminata di elementi considerati “non originali”. Piuttosto, un’analisi caso per caso, coadiuvata da una visione multiprofessionale e dalla consultazione di documenti storici attendibili, affinché ogni decisione risulti motivata e trasparente.

Articolo 13

«Le aggiunte non possono essere tollerate se non rispettano tutte le parti interessanti dell’edificio, il suo ambiente tradizionale, l’equilibrio del suo complesso ed i rapporti con l’ambiente circostante.»

Ogni nuovo inserto o manufatto deve rispettare la “dignità” del monumento e del suo intorno. In epoca di interventi spesso aggressivi nelle città turistiche, la Carta di Venezia sollecita a un’analisi attenta dell’impatto visivo e spaziale, in modo che i nuovi volumi o funzioni non snaturino l’identità storica del complesso.

Articolo 14

«Gli ambienti monumentali debbono essere l’oggetto di speciali cure, al fine di salvaguardare la loro integrità ed assicurare il loro risanamento, la loro utilizzazione e valorizzazione. I lavori di conservazione e di restauro che vi sono eseguiti devono ispirarsi ai principi enunciati negli articoli precedenti.»

La Carta allarga lo sguardo dalle singole emergenze architettoniche a interi insiemi urbani o paesaggistici di valore storico. Questo concetto è alla base di numerose pratiche di “rigenerazione urbana”, dove il recupero di quartieri antichi non punta a farne parchi a tema, ma a restituirli a un uso vitale e rispettoso delle loro peculiarità storiche.

Entrambi questi articoli insistono su coerenza e rispetto dell’intero contesto. La spinta è sempre verso una valorizzazione integrata, che tuteli non solo il singolo monumento, ma anche i tessuti urbani circostanti e le relazioni con la comunità. Un principio che, nell’era del “turismo di massa”, invita a non trasformare le città storiche in mere attrazioni consumistiche.

Articolo 15

«I lavori di scavo sono da eseguire conformemente a norme scientifiche ed alla “Raccomandazione che definisce i principi internazionali da applicare in materia di scavi archeologici”, adottata dall’UNESCO nel 1956. Saranno assicurate l’utilizzazione delle rovine e le misure necessarie alla conservazione ed alla stabile protezione delle opere architettoniche e degli oggetti rinvenuti. Verranno inoltre prese tutte le iniziative che possano facilitare la comprensione del monumento messo in luce, senza mai snaturare i significati. È da escludersi “a priori” qualsiasi lavoro di ricostruzione, mentre è da considerarsi accettabile solo l’anastilosi, cioè la ricomposizione di parti esistenti ma smembrate. Gli elementi di integrazione dovranno sempre essere riconoscibili, e limitati a quel minimo che sarà necessario a garantire la conservazione del monumento e ristabilire la continuità delle sue forme.»

La Carta vincola i lavori di scavo all’uso di un metodo scientifico, negando ogni “ricostruzione in stile” fantasiosa. L’anastilosi è consentita in caso di parti autentiche crollate o smembrate, purché resti evidente la linea di demarcazione con l’originale. Questo approccio ha plasmato la prassi archeologica internazionale, influenzando anche i piani di gestione di numerosi siti UNESCO.

Articolo 16

«I lavori di conservazione, di restauro e di scavo saranno sempre accompagnati da una rigorosa documentazione, con relazioni analitiche e critiche, illustrate da disegni e fotografie. Tutte le fasi di lavoro di liberazione, come gli elementi tecnici e formali identificati nel corso dei lavori, vi saranno inclusi. Tale documentazione sarà depositata in pubblici archivi e verrà messa a disposizione degli studiosi. La sua pubblicazione è vivamente raccomandabile.»

L’atto di documentare minuziosamente ogni fase del restauro garantisce la possibilità, per i futuri studiosi e tecnici, di comprendere, valutare e, se necessario, rivedere le scelte compiute. Nell’era digitale, ciò risulta ancor più rilevante: le banche dati online e le scansioni 3D possono aiutare a tracciare con precisione l’evoluzione di un monumento.


Impatto internazionale e casi di applicazione

La Carta di Venezia ha influenzato svariate convenzioni successive, tra cui la Carta di Granada (1975), la Carta di Burra (1979) e la Convenzione di Faro (2005). Oggi, ICOMOS (International Council on Monuments and Sites) — braccio culturale dell’UNESCO — riprende costantemente i suoi princìpi per elaborare linee guida operative.
Tra i casi più noti:

  • Verona: nell’Anfiteatro Arena, gli interventi recenti mantengono visibili le stratificazioni storiche, evitando forzature e uniformazioni.
  • Assisi: dopo il sisma del 1997, si è scelto un approccio multidisciplinare, che distingue con chiarezza le parti integrate e rispetta il nucleo antico.

Un documento ancora vivo

La Carta di Venezia non è solo un testo normativo: rappresenta un vero e proprio manifesto metodologico. Invita a un dialogo tra passato e presente, sottolineando come ogni intervento debba fondarsi su criteri scientifici, attenzione alle stratificazioni storiche e rispetto per il contesto ambientale.

Oggi, di fronte a fenomeni come il turismo di massa e l’urbanizzazione frenetica, i princìpi della Carta si rivelano un utile strumento per evitare di trasformare i centri storici in semplici “parchi a tema” e per tutelare il carattere autentico dei luoghi.


Pane e Gazzola: due figure decisive

  • Roberto Pane: architetto e storico dell’arte, promotore del “restauro critico” di matrice crociana, ha delineato l’importanza di una valutazione selettiva e motivata di ogni trasformazione.
  • Piero Gazzola: soprintendente del Veneto nell’immediato dopoguerra, ha conciliato la sensibilità per le stratificazioni storiche con il rigore tecnico. Insieme, queste personalità incarnano una visione del restauro come responsabilità collettiva e atto scientifico.

Conclusioni: una risorsa per il futuro

La Carta di Venezia, pur essendo frutto di un’epoca specifica, mantiene intatta la propria forza. Offre soluzioni e metodologie adatte a interrogativi contemporanei:

  • Come integrare l’architettura moderna in contesti storici?
  • In che modo salvaguardare il “genius loci” di un centro antico, mantenendolo vivo e funzionale?
  • Quali standard operativi e tecnici seguire per assicurare rigore e trasparenza negli interventi?

Il documentario “Venezia 64, il monumento per l’uomo”, disponibile su RaiPlay, esplora proprio la genesi e l’eredità di questi princìpi, raccogliendo testimonianze preziose di studiosi e operatori.

Confrontarsi con la Carta di Venezia significa, in fondo, riaffermare il valore di un patrimonio condiviso e di una storia comune che appartiene a tutti noi. Rimaniamo sempre in ascolto delle lezioni che il passato ci offre, per progettare interventi di restauro davvero sostenibili e rispettosi delle nostre radici.

Bibliografia

Giovannoni, G. (1931). Vecchie città ed edilizia nuova. Torino: UTET.

Gazzola, P. (1961). Valori e tendenze attuali del restauro monumentale. Bollettino dell’Istituto Centrale del Restauro, (17).

UNESCO. (1956). Raccomandazione sui principi internazionali da applicare in materia di scavi archeologicihttps://www.unesco.org

ICOMOS. (1964). Carta Internazionale per la Conservazione e il Restauro dei Monumenti e dei Siti (Carta di Venezia)https://www.icomos.org

Pane, R. (1971). Attualità e dialettica del restauro. La Chiesa di Santa Chiara a Napoli. Roma: Officina Edizioni.

ICOMOS Australia. (1979). The Burra Charter: The Australia ICOMOS Charter for Places of Cultural Significancehttps://australia.icomos.org

Carbonara, G. (1997). Avvicinamento al restauro. Teorie, storia, monumenti. Napoli: Liguori Editore.

Choay, F. (2000). L’allegoria del patrimonio. Torino: Einaudi.

ICOMOS. (2000). Carta di Cracovia 2000. Princìpi per la conservazione e il restauro del patrimonio costruitohttps://www.icomos.org

Consiglio d’Europa. (2005). Convenzione quadro del Consiglio d’Europa sul valore del patrimonio culturale per la società (Convenzione di Faro)https://www.coe.int

Pane, A. (2016). Roberto Pane tra storia e restauro. Architettura, città, paesaggio. Napoli: CLEAN Edizioni.

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