Abstract:
Dalle prime opere di consolidamento realizzate nella seconda metà dell’Ottocento, fino agli interventi più filologici e conservativi del Novecento, Castel del Monte ha vissuto una serie di trasformazioni che ne hanno plasmato l’attuale immagine. Vengono esaminate le principali fasi di restauro: dal consolidamento tecnico di Francesco Sarlo (1879–1885), ai ripristini “in stile” di Quintino Quagliati e Gino Chierici (1928–1933), fino al cambio di prospettiva promosso da Carlo Ceschi, culminato nel consolidamento conservativo guidato da Giambattista De Tommasi (1975–1981). Le scelte teoriche – dall’unità stilistica alla conservazione critica – si intrecciano con pratiche a volte invasive, altre volte più rispettose delle tracce storiche, dando vita a un castello “stratificato”. L’intera vicenda mostra la tensione tra tutela, ricostruzione e interpretazione, in linea con i principi sanciti dalla Carta di Venezia (1964) e con l’obiettivo di trasmettere intatto il lascito architettonico di Federico II.
Castel del Monte: un restauro lungo un secolo. Dalle rovine alla rinascita – Il Restauro Architettonico
Benvenuti sul blog Il Restauro Architettonico, lo spazio dove esploriamo la storia dei monumenti, le scelte progettuali e le teorie che hanno permesso di tramandarli fino a noi. In questo articolo vi racconterò la vicenda di Castel del Monte, il celebre castello ottagonale costruito da Federico II di Svevia verso la metà del XIII secolo, sul rilievo delle Murge pugliesi.
Se oggi possiamo ammirare questa singolare fortezza, non lo dobbiamo solo all’ispirazione medievale che l’ha concepita, ma anche a oltre un secolo di restauri. Grazie a interventi tecnici, filosofie diverse e voci critiche come quella di Carlo Ceschi, Castel del Monte è passato da rudere prossimo al crollo a Patrimonio UNESCO, icona del territorio pugliese. Scopriamo insieme come è avvenuta questa straordinaria trasformazione.
La nascita di un edificio unico e il suo declino
La storia di Castel del Monte risale al 1240 circa, quando Federico II decise di edificare un castello che rompesse gli schemi tradizionali. L’adozione della pianta ottagonale – con otto torri ottagonali e un cortile ottagonale – ha generato numerose ipotesi: c’è chi la collega alla corona imperiale (anch’essa ottagonale), chi la vede come un unicum simbolico tra cielo e terra, chi sottolinea la passione dell’imperatore per l’astronomia.
Quel che è certo è che Federico II, conosciuto come “Stupor Mundi”, fuse elementi romanici, gotici e islamici in un’architettura che all’epoca doveva apparire avveniristica, con ricchi materiali (breccia corallina, marmi, pietra calcarea) e un impianto che bilanciava esigenze difensive con funzioni residenziali e di rappresentanza.
Dopo la morte di Federico II, però, il castello conobbe un lento declino: venne usato come carcere, in parte trasformato in masseria, subì spoliazioni di marmi e bombardamenti sporadici. Nel XIX secolo versava in uno stato di rovina profonda: le coperture lignee erano crollate, l’acqua piovana erodeva le murature, la vegetazione infestava le sale. Nel 1876, lo Stato italiano lo acquisì per 25.000 lire, evitandone la dispersione. Ma il vero salvataggio sarebbe arrivato poco dopo.
Primo restauro (1879–1885): Francesco Sarlo e la “messa in sicurezza”
Fra il 1879 e il 1885, l’ingegnere Francesco Sarlo si occupò del primo restauro sistematico. Come riporta Carlo Ceschi (nell’opera “Gli Ultimi Restauri a Castel del Monte”), l’obiettivo di Sarlo era puramente tecnico: fermare i crolli e impedire che le infiltrazioni d’acqua distruggessero definitivamente la fortezza.
Consolidamento strutturale: vennero puntellate e riparate le parti più pericolanti, sostituendo i conci più lesionati.
Impermeabilizzazione: si creò un sistema per incanalare le acque meteoriche e proteggere le volte.
Uniformità dei rifacimenti: una delle critiche che Ceschi muove a Sarlo è di aver “appianato” le differenze storiche, sostituendo decorazioni e marmi con blocchi di pietra calcarea spianata, privi di quella sensibilità che oggi richiediamo in un restauro.
Pur se “rozzi”, questi interventi evitarono il collasso definitivo del castello. Un secolo dopo, grazie a documenti e relazioni, gli studiosi avrebbero riconosciuto che la “mancanza di sensibilità artistica” fu compensata dall’efficacia salvifica: Castel del Monte non andò perduto, e si predispose il terreno per i restauri successivi.
Un lungo silenzio e il rilancio di Quagliati e Chierici (1928–1933)
Per alcuni decenni, dopo Sarlo, l’edificio rimase in uno stato di conservazione precaria, con sporadici lavori. Tutto cambiò negli anni Venti, quando – in un clima culturale che rivalutava i grandi monumenti medievali – si decise di intraprendere un recupero più ambizioso:
- Quintino Quagliati, con la collaborazione di Gino Chierici, lanciò un restauro definito “scientifico”, volto a “riportare il castello al suo aspetto originario trecentesco”.
- Sgombero dei detriti: l’edificio era immerso in metri di terra e macerie, che ricoprivano il basamento esterno e la base dell’antica scala di accesso. Rimuovendoli, si poté recuperare la zoccolatura delle torri.
- Ripristino filologico: vennero ricostruite scale e paramenti murari con pietra locale, lavorata “a pelle fina” per uniformarsi a come poteva apparire il castello nel Medioevo.
Limiti: Carlo Ceschi, che vide i risultati, notò che la ricostruzione rischiava di risultare “troppo nuova”. Le vaste porzioni sostituite rendevano l’edificio una sorta di “copia” di se stesso, annullando le tracce del tempo. Inoltre, alcune pietre scelte per la ricostruzione si rivelarono poco resistenti al gelo e si fessurarono in breve tempo. Eppure, grazie a Quagliati-Chierici, Castel del Monte ritrovò unità formale e alcuni elementi originali “riemersero” dal riempimento circostante.
Carlo Ceschi e la riflessione critica (1933–1935)
La morte di Quagliati (1932) lasciò aperto il dibattito: continuare le ricostruzioni su larga scala o frenare per rispettare le “cicatrici” storiche del castello? Qui intervenne Carlo Ceschi, che nei suoi scritti – specialmente in “Gli Ultimi Restauri a Castel del Monte” – invita a evitare il rischio di trasformare l’edificio in un oggetto “nuovo di zecca”. Secondo Ceschi:
- Evitare la ricostruzione integrale: se le murature sono ampiamente corrose, non sempre è opportuno rifare interi paramenti. Spesso è preferibile un “minimo intervento” o un cuci-e-scuci selettivo.
- Valorizzare la “patina”: le tracce di erosione e le differenze cromatiche rientrano nella storia di Castel del Monte e lo connotano in maniera unica, soprattutto in un luogo esposto ai venti e agli agenti atmosferici.
- Distinguere il nuovo dall’antico: un principio che la successiva Carta di Venezia (1964) ribadirà: è lecito sostituire parti mancanti per esigenze statiche o funzionali, ma occorre riconoscere la matrice originaria, nel rispetto della sincerità storica.
Nel concreto, gli interventi di Ceschi puntarono a una maggiore discrezione: si scelsero cave con pietre più “ossidate” in superficie, per dare meno l’effetto di “artefatto recente”, e si privilegiano rifiniture che mantengono i segni del trascorrere del tempo.
5. Dalla metà del Novecento alla manutenzione costante
Dopo la fase di Ceschi, il castello subì nuovi piccoli lavori negli anni ’60, ma fu fra il 1975 e il 1981 che si realizzò un importante consolidamento diretto dall’ing. Giambattista De Tommasi. Con un approccio vicino alla “Carta di Venezia” (1964), De Tommasi utilizzò:
- Cuci-e-scuci e micro-interventi: sostituzioni localizzate, evitando di risagomare intere zone, ma conservando quanto più possibile i blocchi antichi.
- Protezione dalle intemperie: definizione di nuovi accorgimenti contro l’erosione e implementazione di controlli periodici.
- Manutenzione programmata: un regime di ispezioni regolari per prevenire grossi dissesti futuri, in linea con quanto la Carta di Venezia raccomanda all’art. 4 (“La conservazione dei monumenti impone anzitutto una manutenzione sistematica”).
Questo consolidamento riuscì a stabilizzare l’edificio e, di lì a poco, Castel del Monte divenne un simbolo culturale: nel 1996 l’UNESCO lo dichiarò Patrimonio Mondiale, sottolineando l’“eccezionale armonia stilistica e l’unicità architettonica”.
6. L’eredità della Carta di Venezia (1964)
Tra le teorie che più hanno influenzato il modo di restaurare Castel del Monte – specialmente da Ceschi in poi – rientrano i principi della Carta di Venezia, emanata nel 1964. Ecco alcuni punti salienti che ritroviamo, in filigrana, negli ultimi interventi del castello:
- Art. 3: “La conservazione e il restauro dei monumenti mirano a salvaguardare tanto l’opera d’arte che la testimonianza storica.”
- Art. 9: “Il restauro deve fermarsi dove ha inizio l’ipotesi” e deve basarsi “sul rispetto della sostanza antica e delle documentazioni autentiche”.
- Art. 12: “Gli elementi destinati a sostituire le parti mancanti devono integrarsi armoniosamente nell’insieme, distinguendosi tuttavia dalle parti originali.”
Quanto fatto a Castel del Monte negli anni ’70 e ’80, e in seguito nelle manutenzioni più recenti, rispecchia in larga parte questi orientamenti, combinando integrazioni selettive e rispetto della “patina” accumulata dal tempo.
7. Un monumento stratificato e “vivo”
Oggi, chi visita Castel del Monte si trova di fronte a un edificio che è il risultato di stratificazioni:
- Strato medievale: la struttura originaria di Federico II, sebbene in parte corrotta da secoli di erosione;
- Interventi ottocenteschi di Sarlo: con murature rifatte in modo piuttosto uniforme, ancora visibili nel cortile;
- Ricostruzioni anni Venti e Trenta: con i rifacimenti di Quagliati e Chierici, che hanno restituito un’immagine “stilisticamente coerente” al castello;
- Correzioni e consolidamenti di Ceschi, De Tommasi e i successori: più discreti, rivolti a mantenere la stabilità e la “verità storica” del monumento.
Questo “mosaico” di epoche fa di Castel del Monte uno dei monumenti più affascinanti del restauro italiano: un corpo architettonico in cui si leggono le impronte delle diverse visioni culturali e tecnologiche, e che riflette – come in uno specchio – l’evoluzione del concetto di restauro tra fine Ottocento e secondo Novecento.
Conclusioni
La storia dei restauri di Castel del Monte ci insegna come la conservazione di un monumento non sia mai un processo lineare, ma un dialogo che coinvolge generazioni di professionisti e teorici, ciascuno con la propria idea di “autenticità”. Dagli interventi “di salvataggio” di Sarlo alle ricostruzioni più spinte di Quagliati e Chierici, fino alla riflessione critica di Carlo Ceschi e al consolidamento cauto di De Tommasi, Castel del Monte ha ricevuto tante “cure” quante ne occorrono a un organismo vivente per continuare a esistere in condizioni precarie.
Che siate appassionati di architettura, studenti di restauro, o semplici curiosi che desiderano capire meglio la storia dei monumenti, Castel del Monte è un capolavoro da conoscere: non solo per il suo innegabile fascino geometrico, ma anche per il suo valore di laboratorio storico in cui si intrecciano riflessioni, scelte progettuali e principi come quelli stabiliti dalla Carta di Venezia (1964).
Oggi il castello, dichiarato Patrimonio Mondiale UNESCO, domina ancora la collina, con la sua sagoma ottagonale inconfondibile, testimone silenzioso dell’ingegno medievale e delle sapienti mani dei restauratori che l’hanno “rigenerato” nel corso dei secoli. E proprio questa capacità di “rinascere” ci parla di un passato che non smette di essere presente.
Se vi è piaciuto questo articolo, continuate a seguire il blog Il Restauro Architettonico per approfondire altre storie di monumenti, teorie del restauro e casi emblematici del patrimonio architettonico italiano e internazionale.
Bibliografia essenziale
- Ceschi, C., Gli ultimi restauri a Castel del Monte, estratto da «Iapigia», IX (1938), fasc. 1. Testo fondamentale per comprendere il dibattito e le scelte conservative del castello negli anni Trenta del Novecento.
- Sarlo, F., Il Castello del Monte in Puglia e le riparazioni ora fatte, in «Arte e Storia», IV, nn. 13–15, Firenze, 1885. Riferimento primario per conoscere i primi lavori di consolidamento condotti tra il 1879 e il 1885.
- Pane, R., Attualità e dialettica del restauro, Napoli, 1944 (e ristampe successive). Importante per la comprensione delle teorie del “restauro critico” e l’influenza sulla cultura architettonica italiana nel secondo dopoguerra.
- Quagliati, Q. e Chierici, G., Castel del Monte, in «I Monumenti Italiani» (a cura della R. Accademia d’Italia), Roma, 1934. È la pubblicazione da cui traggono spunto i restauri fra il 1928 e il 1933.
- Carta di Venezia (1964). Testo di riferimento per la teoria del restauro internazionale, approvato dal II Congresso Internazionale degli Architetti e dei Tecnici dei Monumenti Storici, Venezia 25–31 maggio 1964. Consultabile in varie edizioni e online.
- Ministero per i Beni e le Attività Culturali, La Carta Italiana del Restauro, 1972. In allegato, le indicazioni specifiche per i diversi ambiti (architettonico, archeologico, artistico, urbano) e il rimando ai principi della Carta di Venezia.
- Varagnoli, C., Teoria e Storia del Restauro, Appunti dalle lezioni, Facoltà di Architettura, Università degli Studi “G. d’Annunzio” Chieti-Pescara (vari anni). Per un inquadramento generale delle teorie di restauro nel Novecento e il tema della “ricostruzione” post-bellica.
- Mola, B., Guida di Castel del Monte, Soprintendenza alle Opere di Antichità e d’Arte della Puglia, Fabriano, 1934. Fornisce indicazioni storiche e architettoniche sul monumento, in parallelo ai restauri del tempo.
- AA.VV., Castel del Monte. Storia, restauro, conservazione, atti di convegni e studi pubblicati da istituzioni quali la Regione Puglia e la Soprintendenza, disponibili in biblioteche specialistiche e archivi regionali.
Per approfondire il tema della teoria del restauro e i dibattiti su autenticità, unità stilistica e patina storica, è consigliabile consultare:
- Boito, C., Questioni pratiche di Belle Arti. Restauri, concorsi, legislazione, insegnamento, Milano, 1893.
- Riegl, A., Il culto moderno dei monumenti. Il suo carattere e i suoi inizi, [1903], ed. it. Torino, Einaudi, 1981.
- BrandI, C., Teoria del restauro, Torino, Einaudi, 1963.









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