Abstract
Il Museo Ercolanese di Portici, creato nel XVIII secolo e attivo dal 1758 al 1826, fu strettamente legato agli scavi archeologici di Ercolano, Pompei e Stabia. Originariamente concepito come parte di una residenza reale, divenne un’importante istituzione per la conservazione e l’esposizione dei reperti archeologici. A causa dell’espansione della collezione, molti oggetti furono trasferiti al Museo Archeologico Nazionale di Napoli nel XIX secolo. Il museo, diviso in due sezioni (Museo delle Pitture e Museo Ercolanese), attirò viaggiatori e studiosi europei, sebbene l’accesso a informazioni e pubblicazioni fosse strettamente controllato. La testimonianza di figure come Goethe ne attestò la fama. Nonostante la sua breve esistenza, il museo ebbe un impatto significativo nella museografia e nell’archeologia del tempo.
Il Museo Ercolanese: Una Storia di Scoperte, Trasferimenti e Rinascite – Il Restauro Architettonico
Benvenuti a un nuovo episodio del podcast Il restauro architettonico. Oggi esploreremo la storia del Museo Ercolanese di Portici, un’istituzione che non esiste più ma che ha avuto un impatto significativo nel mondo dell’archeologia.
Il Museo Ercolanese fu creato nel diciottesimo secolo in stretta connessione con gli scavi archeologici di Ercolano, Pompei e Stabia. Originariamente pensato come parte di una residenza reale a Portici, il museo doveva accogliere la crescente collezione di reperti. Tuttavia, le straordinarie dimensioni della collezione portarono al suo trasferimento, nel diciannovesimo secolo, al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.
Oggi, gli spazi del Museo Ercolanese sono occupati dalla Facoltà di Agraria dell’Università di Napoli Federico secondo. Nonostante la breve esistenza del museo, dal 1758 al 1826, il suo sviluppo e le sue trasformazioni sono testimoni di un approccio in evoluzione alla conservazione e all’esposizione dei reperti archeologici. In questo episodio, scopriremo come queste collezioni siano state più volte rimodulate e adattate, riflettendo i cambiamenti delle esigenze museali e le influenze dei viaggiatori e degli studiosi dell’epoca.
Il Museo Ercolanese di Portici non esiste più. Le sue collezioni furono trasferite nel diciannovesimo secolo al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, all’epoca noto come Real Museo Borbonico. Questo museo nacque e si sviluppò in stretto legame con gli scavi archeologici condotti a Ercolano, Pompei e Stabia a partire dal 1738. L’idea di esporre i reperti vicino agli scavi si era originata dal progetto di realizzare una residenza reale a Portici, che inizialmente si riteneva adeguata ad accogliere la collezione in crescita, senza però prevederne le straordinarie dimensioni future. Oggi gli spazi del Museo Ercolanese sono occupati dalla Facoltà di Agraria dell’Università di Napoli Federico secondo.
Negli anni, il rapporto tra il palazzo reale e la sede della collezione reale di antichità di Napoli si è progressivamente allentato, portando alla creazione di un museo autonomo, pur contiguo alla residenza del sovrano. Questo ha comportato anche modifiche al progetto originale della villa reale. Allo stesso tempo, la crescita della collezione, esposta in appositi locali, ha influenzato le modalità di acquisizione e restauro dei reperti archeologici. Ciò evidenzia come la collezione e l’allestimento museografico non siano stati concepiti in modo programmatico, ma siano stati più volte rimodulati per adattarsi alle esigenze emergenti. Queste inevitabili trasformazioni rendono difficile una descrizione esaustiva del Museo Ercolanese nella sua breve esistenza (1758-1826). Per ricostruirne l’evoluzione, risultano quindi preziose le testimonianze di eruditi e viaggiatori stranieri che lo visitarono, oltre a due piante di Francesco Piranesi e due inventari del 1798, quando gli oggetti più preziosi furono trasferiti a Palermo per sfuggire ai moti rivoluzionari.
La collezione di antichità vesuviane a Portici era divisa in due musei fisicamente separati, ma concettualmente interdipendenti: il Museo delle Pitture, che ospitava la sezione pittorica, e il Museo Ercolanese, che accoglieva il resto della collezione (sculture, strumenti, utensili, papiri, ecc.). Questa divisione rifletteva la particolare considerazione di cui godeva la sezione pittorica, unica nel panorama collezionistico dell’epoca. Il Museo delle Pitture era collocato all’interno del Palazzo Reale, rivelando l’attitudine della corte borbonica a considerare la collezione di antichità come un ornamento della regalità, oltre che possesso esclusivo di un monarca ‘archeologo’. Questa impostazione era analoga a quella che presiedeva alla collocazione delle statue equestri dei Balbi nei vestiboli della reggia e al progetto, poi non realizzato, di adornare la galleria del Palazzo Superiore con le grandi sculture bronzee rinvenute nell’area del Foro di Ercolano. A partire dal 1760, i dipinti del Museo delle Pitture furono esposti in alcuni ambienti dell’ala nord del piano nobile del Palazzo Superiore, ma presto il direttore Camillo Paderni lamentò la mancanza di spazio sufficiente. Nel 1766-67, su proposta dell’architetto Fuga, si decise di ristrutturare un edificio contiguo al Palazzo Caramanico, che ospitava il Museo Ercolanese, per ospitare la crescente collezione di dipinti.
Il progetto iniziale mirava a garantire una migliore conservazione delle pitture vesuviane e a integrarle meglio con le altre collezioni. Tuttavia, nel 1768 il progetto fu bloccato, poiché si stava diffondendo l’idea di trasferire tutte le antichità vesuviane nella Reggia di Caserta. Di conseguenza, il Museo delle Pitture fu solo parzialmente ampliato, con l’aggiunta di alcuni ambienti al secondo piano del Palazzo Superiore. Nel 1796 le pitture murali furono spostate in sedici sale al pianterreno del Palazzo Caramanico, dove rimasero fino al loro trasferimento a Napoli nel 1826. Le pitture venivano esposte come dipinti da cavalletto, incorniciate e protette da cristalli, senza informazioni sul loro ordinamento originale. Il Museo Ercolanese vero e proprio fu allestito in Palazzo Caramanico, con le sale espositive al primo piano e gli ambienti di servizio al pianterreno. Tra il 1758 e il 1796 il numero di sale espositive crebbe da 5 a 18. Nel 1798 il Museo Ercolanese fu privato di molti pezzi che accompagnarono Ferdinando IV nell’esilio a Palermo. Nel 1806 il resto della collezione fu trasferito a Napoli, ad eccezione delle pitture, che rimasero sole a occupare gli spazi del museo fino al 1826, quando furono anch’esse trasferite al Real Museo Borbonico.
Il Museo Ercolanese ospitava una vasta collezione di reperti provenienti dagli scavi di Pompei, Ercolano e Stabia. L’allestimento delle prime sei sale seguiva un criterio tematico, con ogni ambiente dedicato a una tipologia di oggetti (strumenti di sacrificio, utensili domestici, pesi e misure, ecc.). Questa organizzazione conferiva alle sale l’aspetto di “cabinet” specialistici. La settima sala presentava un’innovativa ricostruzione di una cucina pompeiana. Nelle sale successive (8 a -13), invece, l’allestimento ruotava attorno a un’opera d’arte centrale, senza un legame tematico tra gli oggetti. La sala 10 era una sorta di “wunderkammer” per la rarità degli oggetti esposti (monete, gioielle, tessuti). Le ultime sale (quattordici e quindici) tornavano a un approccio tematico, con le armi gladiatorie e le impronte dei corpi delle vittime di Pompei. Le sale sedici e diciassette contenevano oggetti non provenienti dagli scavi vesuviani. Questo mix di modelli espositivi – dal cabinet specialistico alla ricostruzione ambientale, dalla logica del “capolavoro” all’interesse antiquario – rifletteva l’evoluzione dell’approccio alle opere d’arte, con un graduale passaggio dall’interesse antiquario a quello estetico e storico.
Il Museo Ercolanese divenne presto una meta obbligata per gli eruditi e i colti viaggiatori europei, grazie alla straordinaria ricchezza e unicità delle sue collezioni. Pur mantenendo la proprietà e il controllo esclusivo sulla pubblicazione dei reperti, il museo si presentava come un illuminato promotore dello studio di quelle antichità, sottratte per quasi duemila anni alla distruzione del Vesuvio. Tuttavia, un severo regolamento impediva ai visitatori di prendere appunti, disegnare o trascrivere le iscrizioni, con l’evidente scopo di limitare la circolazione di informazioni dettagliate sui reperti e ostacolarne lo studio e la pubblicazione da parte di altri. Ciò era dovuto al fatto che l’Accademia Ercolanese, fondata nel 1755, aveva il compito di illustrare le antichità vesuviane, e i suoi otto volumi di “Antichità di Ercolano”, pubblicati tra il 1757 e il 1792, non furono mai messi in vendita, ma solo distribuiti selettivamente dal re di Napoli. Nonostante queste contraddizioni, il Museo Ercolanese godette di una fama unica in Europa, come testimoniato dalle ammirate descrizioni dei suoi più illustri visitatori, tra cui J.W. von Goethe, che lo definì “l’alfa e l’omega di tutte le collezioni di antichità”.
Grazie a tutti per aver ascoltato questo episodio. Oggi abbiamo esplorato la storia affascinante del Museo Ercolanese di Portici, un’istituzione che, nonostante non esista più, ha avuto un ruolo cruciale nel panorama archeologico del diciottesimo e diciannovesimo secolo. Abbiamo visto come le collezioni, inizialmente esposte vicino ai siti di scavo di Ercolano, Pompei e Stabia, siano state trasferite al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, segnando un’importante evoluzione nel modo di conservare e presentare i reperti.
Abbiamo anche discusso di come il museo si sia adattato alle crescenti esigenze della collezione, influenzando le modalità di acquisizione e restauro dei reperti. La testimonianza di eruditi e viaggiatori dell’epoca è stata fondamentale per ricostruire l’evoluzione del museo e per comprendere l’importanza della sua collezione.
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Bibliografia
– A. Allroggen-Bedel, H. Kammerer-Grothaus, Das Museum Ercolanense in Portici, in «Cronache Ercolanesi», 10 (1980), pp. 175-217 (traduzione italiana a cura delle autrici, Il Museo Ercolanese di Portici, in La villa dei Papiri, II supplemento a «Cronache Ercolanesi», 13 (1983), pp. 83-128.
– C. Grell, Herculanum et Pompéi dans le récits des voyageurs français du XVIIIe siècle, Napoli, 1982, pp. 123-139 (capitolo Portici: les «Antiques»).
– M.F. Represa Fernández, El Real Museo de Portici (Napoles) 1750-1825: aproximación al conocimiento de la restauración, organización y presentación de sus fondos, Valladolid, 1988.
– V. Papaccio, Il progetto di Ferdinando Fuga per il Museo Ercolanese di Portici con un carteggio inedito, in «Cronache Ercolanesi», 22 (1992), pp. 197-202.
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