Alla scoperta della Chiesa di Santa Maria Incoronata – Il Restauro Architettonico
Abstract
In questo episodio del podcast “Il Restauro Architettonico” indaghiamo il restauro della Chiesa dell’Incoronata a Napoli, costruita nel 1352 per commemorare l’incoronazione di Giovanna I di Napoli e Luigi di Taranto. Passata ai certosini nel 1378, cadde in rovina nel XVI secolo, ma fu restaurata in stile barocco nel XVIII secolo. Durante i restauri del 1925-1929, si scoprì che la struttura interna originale era stata rispettata da un architetto sconosciuto del Settecento. L’obiettivo del restauro di Gino Chierici era di riportare alla luce la progettazione trecentesca originale. Durante i lavori, si affrontarono problemi tecnici come il rinforzo delle colonne e la sostituzione di parti danneggiate. Il risultato è stato la restituzione della bellezza e dell’eleganza dell’edificio, mantenendo la sua autenticità e integrità storica. Adesso la Chiesa dell’Incoronata è pronta a rivivere come luogo di culto e testimonianza della storia di Napoli.
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Nel 1352, Giovanna I di Napoli decise di costruire una chiesa per commemorare la sua incoronazione e quella del marito, Luigi di Taranto, presso il Largo delle Corregge, famoso per i tornei e le giostre del XIV secolo. Inizialmente dedicata a Santa Maria Spina Corona, il suo nome cambiò in Santa Maria Coronata e poi in Santa Maria Incoronata, a causa di una reliquia attribuita alla corona di Cristo donata dalla regina. La reliquia era stata ricevuta da Carlo V di Francia e precedentemente custodita nella Sainte-Chapelle di Parigi. I lavori furono completati nel 1373, come riportato in un documento angioino. La chiesa passò ai certosini di San Martino nel 1378, diventando un luogo di cerimonie e incoronazioni durante le dominazioni angioine e aragonesi. Nel XVI secolo, l’edificio si trovò ad un livello stradale inferiore di circa tre metri a causa della costruzione dei fossati e delle mura di cinta del Castel Nuovo. Durante lo stesso periodo, i monaci abbandonarono la chiesa, che cadde in rovina. Una bolla di Papa Pio V del 1565 afferma che quarant’anni prima, nel 1525, i locali del vecchio ospedale erano stati affittati. Nel XVIII secolo, la chiesa fu restaurata in stile barocco e riaperta al culto, con l’aggiunta di un edificio di due piani sulla sommità.
Tra il 1925 e il 1929 furono eseguiti restauri sotto la direzione di Gino Chierici, come riportato nel bollettino d’arte “Il restauro della chiesa dell’incoronata a Napoli”. Durante dei sondaggi su un pilastro, verso la fine del 1925, sono state trovate delle bozze di piperno, che hanno spinto a condurre un’analisi dell’edificio e esplorazioni con risultati positivi. Durante l’analisi, si è scoperto che l’antica struttura interna è stata rispettata dall’architetto sconosciuto del Settecento, che ha rinforzato i pilastri e gli archi con murature e sottarchi in mattoni, rivestito pareti e volte con stucchi grezzi, sostituito finestre polilobate con rettangolari, eretto altari di stucco lungo la parete sinistra e uno maggiore in marmo nell’abside. Nonostante le risorse inizialmente limitate della Sopraintendenza, l’opportunità di un restauro è emersa chiaramente. La struttura ecclesiastica ha due navate, un’abside poligonale allineata alla principale, e un grande cappella absidale rettangolare (cappella del Crocefisso) alla fine della laterale. I pilastri in piperno sostengono gli archi a tutto sesto delle arcate e quelli trasversali.
All’inizio dei lavori, si utilizzava una scala a due rampe con un ampio pianerottolo e un portale marmoreo per accedere alla chiesa. Gli archi interni erano ridotti da 4,50 a 3,75 metri per costruire dei contrafforti in mattoni per sostenere il sovraccarico e la navata laterale. La struttura barocca non era considerata un esempio eccellente. Sui pilastri intonacati, con capitelli a cartella, c’era una trabeazione interrotta per gli archi. La forma complessa mirava a conferire un aspetto snello ed elegante. La trabeazione, quando raggiungeva il punto più alto, veniva interrotta da mensole pensili che sostenevano le finestre tabernacolari. L’insieme era caratterizzato da cartocci goffi, fogliame modellato in modo grossolano, volute forzate e cornici pesanti, culminando nel falso gotico dell’abside. Non c’era esitazione nel demolire l’aspetto artistico, ma ci sono stati ostacoli nell’affrontare la demolizione delle strutture di rinforzo.
Le fondazioni erano in buone condizioni e non necessitavano di consolidamento. I pilastri avevano un rivestimento esterno di blocchi di piperno danneggiati e un nucleo interno di muratura a sacco in ottime condizioni. Le arcate in piperno mostrano segni evidenti di problemi statici, inclusi le volte della navata minore con nervature staccate. La muratura in tufo tra gli archi delle arcate e il solaio del piano superiore mostrava segni di compressione. È stato necessario ristrutturare e rinforzare l’armatura muraria del Settecento anziché demolirla. Si è proceduto alla sostituzione delle pietre danneggiate, alla ricostruzione delle pareti e delle volte con materiali più resistenti, e alla riparazione degli archi. Sono state costruite doppie arcate di mattoni murate con cemento per alleggerire la struttura. Il largo arco dell’abside è stato quasi interamente ricostruito, così come molti tratti delle nervature della volta e della navata minore.
Sono state demolite le murature di sostegno superflue per rafforzare l’antica struttura. La chiesa trecentesca è apparsa con forme sobrie ed eleganti, permeate da uno spirito rinascimentale. La prima finestra scoperta è stata quella alla base della navata minore, trovata intatta. Le altre lungo le pareti della navata principale erano danneggiate, ma ricostruite facilmente. Tuttavia, mancano elementi per rifabbricare le finestre absidali. Sono stati eretti tre altari marmorei sulla parete sinistra per motivi liturgici e una mensa semplice in armonia con lo stile della chiesa. L’altare maggiore e la balaustra sono stati conservati per mantenere l’espressione sincera dell’arte barocca anziché sostituirla con un’imitazione trecentesca.
Le pareti della chiesa erano affrescate, tranne i pilastri. Le colonne angolari erano contornate da bande dai colori vivaci, così come le nervature delle volte e i cordoni delle finestre. Motivi geometrici e floreali decoravano le pareti e le vele, con soggetti sacri dipinti. Frammenti dei dipinti sono visibili nei Sacramenti nella prima crociera della navata principale, nei resti di un ciclo biblico accanto alla porta principale e nella cappella a sinistra dell’altare. Gli affreschi sono stati restaurati con la collaborazione gratuita del pittore Carlo Siviera.
Dopo il restauro dell’interno della chiesa, si è deciso di ripristinare il portico esterno, creando un’intercapedine tra la strada e l’edificio per rendere visibili le colonne e garantire l’accesso senza compromettere la viabilità. Dopo l’approvazione del Municipio, sono stati effettuati scavi fino a 3,74 metri di profondità, corrispondenti al livello antico della strada. Le colonne presentavano uno strapiombo variabile da tredici a diciotto centimetri e poggiano su un muretto rivestito di piperno, con una fronte leggermente inclinata. Successivamente, è stato costruito un muro di sostegno per la nuova strada, e sono state rimosse le scale e il protiro settecentesco davanti alla porta d’ingresso. Infine, la porta è stata spostata sotto il portico.
L’isolamento delle colonne è stata una sfida. I calcoli dell’architetto-direttore Roberto Siano hanno mostrato che, anche in ottime condizioni, le colonne avrebbero potuto sopportare 28.000 kg, mentre il previsto superava i 50.000 kg. Si è deciso di sostituire le colonne con cilindri d’acciaio di 17 cm di diametro, capaci di sostenere 136.000 kg, circa il triplo. È stato necessario affrontare il problema delle fondazioni, inserendo pali e zatteroni di cemento armato a causa del terreno.
Dopo aver stabilito i principi, l’edificio è stato rinforzato con opere di puntellamento. I capitelli, i fusti e le basi delle colonne sono stati perforati. I cilindri d’acciaio sono stati inseriti e fissati nel muretto di base ricostruito. L’interstizio tra la colonna e il cilindro è stato riempito con cemento liquido. Le colonne conservano le loro forme e la patina del tempo. Sono state isolate per il ripristino del portico. La memoria del portico è presente negli affreschi della cappella del Crocifisso, raffiguranti l’investitura della giurisdizione sulla chiesa e sull’ospedale concessa dalla regina Giovanna ai Certosini. Gli archi acuti e a sbarra sono stati completamente rifatti, insieme alla muratura tra essi e il pavimento dei locali sovrastanti.
La chiesa dell’Incoronata ha caratteristiche architettoniche distinte rispetto agli edifici napoletani coevi ed era conosciuta solo per i suoi affreschi. Ora mostra l’originale progettazione dell’architetto trecentesco, liberata dalla pesante veste che la nascondeva, e assume un ruolo di primo piano tra i monumenti riscoperti. Il restauro della Chiesa dell’Incoronata a Napoli è un importante capitolo nella storia del patrimonio architettonico e artistico della città. Attraverso un lavoro meticoloso condotto nel corso degli anni, è stato possibile riportare alla luce la bellezza e l’eleganza dell’edificio originario, restituendogli la dignità e il ruolo nel tessuto urbano.
L’intervento ha affrontato diverse sfide sotto la guida di Gino Chierici, come la conservazione delle strutture antiche e l’adattamento alle esigenze moderne senza comprometterne l’autenticità e l’integrità storica.
Bibliografia
Gino Chierici: Il restauro della Chiesa dell’Incoronata a Napoli 1930 – IX (MARZO – ANNO IX)
La cultura del restauro. Teorie e fondatori – 22 agosto 1996 di S. Casiello











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