Rinascita dalle rovine : Il restauro dell’abbazia di San Galgano

Rinascita delle rovine : Il restauro dell'abbazia di San Galgano Il Restauro Architettonico

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Benvenuti in un nuovo episodio del podcast “Il Restauro Architettonico”. Sono Vincenzo Biancamano e oggi parleremo dell’Abbazia di San Galgano a Chiusdino in provincia di Siena e del suo famoso restauro. Iniziamo con una descrizione dello stato di conservazione:

“L’ultimo arco del transetto, un grande arco ogivale, apparentemente piegato dal vento come uno stelo, collassò di notte qualche anno fa. Nemmeno questa rovina riuscì a suscitare l’interesse di chi aveva la responsabilità, in qualità di proprietario, di preservare i resti del maestoso tempio che la cupidigia e l’ignoranza umana, insieme all’azione subdola del tempo, avevano condannato alla distruzione. Il processo di smantellamento continuò con precisione, quasi come se fosse il risultato di un piano preordinato: l’edera persistente aprì la strada all’acqua, che infiltrandosi indebolì le malte e, durante il gelo, fece leva tra i blocchi; le radici dei fichi, con la loro forza straordinaria, sollevarono e spezzarono tratti di muro massicci come le pareti di una fortezza; il vento penetrò fischiando nelle fessure, spostando qua un mattone, là un detrito, minando sempre più la stabilità di parapetti, pilastri e cornici, finché un colpo più deciso, privando il punto di appoggio essenziale, ne causò il crollo”.

Gino Chierici, dal testo Il consolidamento degli avanzi del tempio di San Galgano, in «Bollettino d’arte», settembre 1924 osservò che la struttura dell’abbazia di S. Galgano presentava le seguenti condizioni mentre la Soprintendenza ai Monumenti di Siena stava studiando un progetto per consolidarne i resti:

Solo pochi frammenti di tegole tra i detriti, nessuna copertura. I materiali erano stati rimossi dalle volte e dagli archi della navata centrale, delle navate laterali (tranne l’ultima campata), dell’abside e del transetto, che erano distrutti. La volta dell’ultima cappella a sinistra del coro è crollata completamente. I muri esterni del corpo principale erano demoliti fino all’altezza dei capitelli dei pilastri. Quelli della navata centrale e del transetto erano abbassati al livello delle chiavi degli archi delle finestre. I contrafforti lungo i muri esterni della navata centrale pendevano pericolosamente, sospesi per il crollo delle arcate trasversali, sembrando incapaci di mantenere un equilibrio precario e minacciando di trascinare con sé le murature danneggiate.

Gli oculi del coro e delle due campate della nave maggiore vicine al transetto non erano presenti, né la ruota che l’Enlart ritiene decorasse il grande finestrone circolare del coro. I resti dei trafori di alcuni oculi e della finestra circolare nel transetto rischiavano il crollo, mentre nelle bifore della nave principale rimanevano tracce della decorazione delle lunette. Non c’erano tracce degli altari, tranne i residui delle fondazioni. Del pavimento rimanevano solo poche mezze tegole presso le basi dei pilastri. Si trovavano rosoni di travertino sparsi che adornavano le volte e resti dei colonnati ogivali che costituivano la struttura delle volte.

Due osservazioni rassicuranti emersero in mezzo a questa vasta rovina, confortando sull’efficacia delle misure per conservare i resti dell’abbazia: la stabilità dei pilastri e degli archi dei passaggi, e la solidità delle fondazioni. Nel 1916 furono effettuati interventi di conservazione e puntellamento di alcune sezioni del muro, insufficienti data l’entità del danno. L’abbazia, tra le istituzioni toscane più ricche e influenti, non ha senso tracciare la sua storia. L’Enlart e il Canestrelli hanno discusso approfonditamente; quest’ultimo, nel suo erudito studio, offre una valida bibliografia, citando e riproducendo numerosi documenti.

La costruzione dei monasteri iniziò nel 1224; entro il 1262 erano già abitati e si stava costruendo il tempio, consacrato nel 1288. Non si conoscono i costruttori dell’abbazia, ma spesso erano monaci architetti che seguivano le regole del loro ordine. L’affinità con le abbazie di Fossanova e Casamari, le prime dei Cistercensi in Italia; la guida di un monaco francese, Buono, tra i primi Cistercensi sul monte Siepi, e poi nella pianura più adatta a un grande complesso; e l’influenza borgognona nella pianta, struttura e ornamenti, attestano l’origine cistercense degli architetti di S. Galgano.

Tuttavia, è certo che presto, nella nuova costruzione, le forme elaborate dall’architettura francese, sviluppando i principi della tradizione lombarda, persero la loro rigidezza e assorbirono lo spirito senese, indipendentemente se gli artisti locali si siano riavvicinati alle tradizioni dell’arte italiana o se i monaci architetti di altre regioni siano stati influenzati localmente. La decadenza dell’abbazia iniziò nella seconda metà del XV secolo. Papa Giulio II la affidò in commenda al cardinale Sanseverino nel 1503. Da lui passò al cardinale Basso della Rovere, poi al cardinale Britto e ad altri. Questi commendatari, con poche eccezioni, miravano a massimizzare i profitti del monastero e ridurre al minimo le spese, specialmente quelle per la manutenzione degli edifici. Monsignor Giovanni Andrea Vitelliche, commendatario dal 1538 al 1576, arrivò a vendere il piombo della cupola della chiesa.

Nel 1723, l’architetto Alessandro Galilei dichiarò che la chiesa sarebbe andata presto in rovina senza un restauro tempestivo del tetto. Era stato incaricato dal commendatario Monsignor Feroni di valutare le condizioni del tempio e del monastero, cosi scrisse:

“Sarebbe veramente deplorevole lasciare che uno dei templi più belli e magnifici della Toscana perisse”.

Tuttavia, la relazione dettagliata di Galilei e le esortazioni non furono sufficienti a salvare l’abbazia di S. Galgano. Nel 1786, il campanile crollò, dando al marchese Francesco Feroni, nipote del cardinale, motivo per proporre al Granduca di Toscana di demolire il convento. Si offrì di costruire una canonica presso la vicina cappella di Monte Siepi, a condizione di poter utilizzare i materiali dalla demolizione della chiesa e del convento. La richiesta fu accettata. Le antiche pietre di S. Galgano opposero una resistenza notevole a questo atto di vandalismo, rendendo la distruzione degli edifici troppo lunga e costosa, e quindi fu rinviata a tempi successivi.

Nel restauro architettonico, c’è un dibattito tra il ripristino audace e il consolidamento minimale, nonostante risultati significativi. La verità non è intermedia. Ogni restauro è un problema unico che richiede un’attenta valutazione con spirito storico, anziché artistico o tecnico.

La chiesa di S. Galgano si presenta come un monumento di grandiosa e suggestiva bellezza. L’edera si attacca alle mura grigie, dorate e rosse; le pareti spezzate conferiscono un aspetto unico; i grandi finestroni vuoti sono immaginati con colonne marmoree e vetri istoriati; il prato verde cambia tonalità ad ogni ora e al soffio del vento; e il cielo azzurro luminoso sulle navate; il silenzio dei campi circostanti: tutti questi elementi contribuiscono a rendere più solenne e mistico questo tempio abbandonato e sconsacrato.

Alcuni hanno proposto il restauro del tempio. Tuttavia, si è opposto a qualsiasi ripristino artistico, sostenendo che comprometterebbe l’autenticità di ciò che è rimasto, sostituendo l’ammirazione con la diffidenza. Ovvero la rifinitura degli archi e delle volte, la ricostruzione del tetto, l’intonacatura delle pareti, la sostituzione dell’erba con mezzane arrotolate, il completamento delle finestre copiando le bifore del Duomo di Siena.

Il principio guida nel progetto è stato chiaro: consolidare il monumento senza alterarne l’aspetto. Gli studi completati hanno ottenuto l’approvazione del Direttore Generale per le Antichità e Belle Arti, che ha fornito un finanziamento per l’avvio dei lavori.

Il puntellamento dei contrafforti lungo il muro sud della navata centrale è iniziato per affrontare lo strapiombo preoccupante. Successivamente, la volta che copre l’ultima campata della navata laterale sinistra è stata demolita e ricostruita, riutilizzando i materiali originali e aggiungendo i nuovi indispensabili. Le arcate trasversali, uguali a quelle preesistenti, sono state progettate e parzialmente costruite per unire i muri esterni a quelli della navata centrale, assicurando stabilità senza modificare l’aspetto del monumento.

Dopo aver eliminato il rischio di crollo dai contrafforti, è necessario consolidare la muratura sugli archi dei valichi. Questo si ottiene inserendo archi in laterizio con la funzione strutturale di sorreggere gli archi esistenti. Tutte queste operazioni sono facilmente leggibili. I vari interventi includono la demolizione e la ricostruzione dei tratti instabili, la saldatura delle lesioni con sbarre di ferro e colate di cemento, la riparazione degli archi di travertino e la protezione dei muri contro le infiltrazioni d’acqua. Queste operazioni delicate e meticolose si estenderanno alle murature del transetto, dell’abside e della facciata, compreso l’inserimento in sommità dei muri delle tegole.

Durante i lavori, si è riutilizzato il materiale vecchio quando possibile, trovato in loco o nelle vicinanze, e si è cercata la provenienza antica per il nuovo materiale. Si sono scelti con cura travertino, mattoni e malte per assicurare coerenza con gli elementi originali.

Il restauro dell’abbazia di S. Galgano si rivela un’opera potente, trasformando lo stato di rudere in nuova vitalità con il consolidamento delle sue caratteristiche uniche. Questo monumento, ora suggestivo e maestoso, è un esempio paradigmatico di restauro a rudere, tra le migliori espressioni italiane in questo ambito.

Il restauro dell’abbazia di S. Galgano è un dialogo sensibile tra il restauratore e il monumento. Si percepisce il desiderio di trasmettere l’eredità senza alterarne l’essenza. Ascoltare il “grande muto” delle pietre, contrafforti e mura che raccontano una storia millenaria guida il conservatore.

Nel suo stato attuale, l’abbazia di S. Galgano offre un’emozionante visione della sua essenza, accettando il degrado come parte del suo racconto. Il restauro a rudere mira a preservare e rivelare la bellezza delle tracce del tempo. Quest’opera è un esempio di coesistenza armoniosa tra antico e presente, un equilibrio tra il desiderio di conservazione e l’intervento necessario per la sopravvivenza di un patrimonio culturale unico.

Il restauro dell’abbazia di S. Galgano è un modello ispiratore, dimostra come conservare i monumenti con rispetto, intelligenza e senso di responsabilità storica. Quest’opera è un esempio di connessione empatica tra restauratore e monumento, trasformando il dialogo tra passato e presente in un’esperienza di ricchezza culturale e artistica.

Bibliografia:

L’abbazia di S. Galgano di Antonio Canestrelli 

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