La “Bomboniera” in cenere: il rogo del Teatro Sannazaro e la sfida titanica della ricostruzione

La "Bomboniera" In Cenere: Il Rogo Del Teatro Sannazaro Il Restauro Architettonico

È un odore che Napoli farà fatica a dimenticare. Quello del legno antico, degli stucchi e dei velluti andati in fumo all’alba del 17 febbraio 2026. L’incendio che ha devastato il Teatro Sannazaro, affettuosamente conosciuto come la “Bomboniera di via Chiaia”, non ha solo distrutto un edificio, ma ha colpito al cuore l’identità culturale della città.

Oggi, mentre la cenere si posa, la domanda non è più se il teatro risorgerà, ma come. E la risposta è un affascinante e complesso paradosso tra storia, acustica e ingegneria.

Cronaca di una ferita urbana

Tutto è iniziato intorno alle 5 del mattino. Il fumo ha invaso via Chiaia, costringendo all’evacuazione 22 famiglie degli edifici adiacenti, fisicamente fusi con la struttura del teatro. Nonostante l’intervento massiccio di cinque squadre dei Vigili del Fuoco, il danno è stato incalcolabile: la magnifica cupola, affrescata da Vincenzo Paliotti nel 1847, è crollata rovinosamente sulla platea. Le indagini puntano su un guasto elettrico, forse un cortocircuito. Un nemico invisibile che, ironia della sorte, ha sostituito le pericolose fiamme libere e le lampade a gas che nell’Ottocento causavano vere e proprie “epidemie” di incendi nei teatri.

La maledizione dei Niccolini e il bivio del restauro

C’è un filo rosso storico che lega questo disastro al passato di Napoli. Il Sannazaro fu progettato dall’architetto Fausto Niccolini, figlio di quell’Antonio Niccolini che si occupò di ricostruire il mastodontico Teatro San Carlo dopo che le fiamme lo divorarono nel 1816. Sembra quasi un destino di famiglia: costruire capolavori destinati a sfidare il fuoco.

Oggi, le istituzioni – dal Sindaco Manfredi al Ministro della Cultura – promettono una ricostruzione totale, stimata tra i 60 e i 70 milioni di euro. Ma quale filosofia seguire? Il mondo del restauro si divide:

  • “Dov’era e com’era”: È la via emotiva, quella scelta per la Fenice di Venezia dopo il rogo del 1996. Il pubblico e la proprietà (la famiglia Sansone) rivogliono la loro “Bomboniera” intatta, con i suoi ori e le sue decorazioni. Il rischio, denunciano i puristi del restauro, è di creare un “falso storico”, una scenografia contemporanea che scimmiotta l’Ottocento.
  • Il restauro critico: Scegliere di mostrare le ferite del tempo o riprogettare gli spazi in chiave moderna, come fece Carlo Mollino con il Teatro Regio di Torino (distrutto nel 1936 e rinato nel 1973 con forme rivoluzionarie). Una via però difficilmente percorribile per un teatro “salotto” dal legame affettivo così forte come il Sannazaro.

L’acustica non ama la sicurezza: il paradosso dell’ingegneria

Se l’occhio vorrà essere ingannato rivedendo il teatro del 1847, la vera sfida si giocherà sotto la superficie. Un teatro all’italiana è, letteralmente, un enorme strumento musicale fatto di casse armoniche in legno e vuoti strategici.

Come si ricostruisce tutto questo rispettando le rigide normative antincendio del 2026? Sostituire i vecchi solai in legno con strutture in cemento armato (come fatto in passato, ad esempio, al Teatro Garibaldi di Santa Maria Capua Vetere) significherebbe “uccidere” l’acustica, rendendo la sala completamente afona. La soluzione sarà un miracolo di tecnologia mimetica:

  1. Legno “corazzato”: Si utilizzerà legno (probabilmente lamellare), ma ogni millimetro sarà trattato con vernici intumescenti trasparenti che, a contatto col calore, si gonfiano creando una barriera protettiva contro le fiamme, ritardando il collasso strutturale.
  2. Impianti invisibili: Sistemi di spegnimento automatico (sprinkler) e sensori ottici dovranno essere nascosti abilmente tra i nuovi stucchi, per non intaccare l’estetica.
  3. Tessuti hi-tech: I classici velluti altamente infiammabili saranno sostituiti da fibre sintetiche ignifughe (Classe 1). Poiché questi materiali assorbono il suono diversamente dal velluto naturale, interverranno fisici acustici per calibrare il riverbero della sala e restituirle la sua “voce” originale.

Oltre la cenere

Il sipario del Sannazaro tornerà ad aprirsi. I fondi del PNRR, destinati anche all’efficientamento e alla messa in sicurezza sismica e antincendio, giocheranno un ruolo cruciale in questa rinascita.

Non sarà l’edificio che Fausto Niccolini consegnò alla città quasi due secoli fa. Sarà un “cyborg” architettonico: un affascinante guscio ottocentesco che nasconde un cuore tecnologico del ventunesimo secolo. Ma finché ci sarà un palco, e una comunità pronta a sedersi in platea, la magia del teatro continuerà a vincere sul fuoco.

Riferimenti :

1. Cronaca e Analisi dell’Incendio del Teatro Sannazaro (2026)

  • Cosa resta del Teatro Sannazaro dopo l’incendio. Aperta un’inchiesta. Per la ricostruzione servono 70 milioni, Fanpage.it, 17 febbraio 2026.
  • Incendio a Napoli al Teatro Sannazaro, le fiamme distruggono la cupola: il video e i danni, Geopop, 17 febbraio 2026.
  • Incendio Teatro Sannazaro Napoli: crolla la cupola, Ingenio, 17 febbraio 2026.
  • Lara Sansone fuori dal teatro Sannazaro distrutto dall’incendio a Napoli in via Chiaia: cupola crollata, proprietaria in lacrime, Virgilio Notizie, 17 febbraio 2026.
  • La storia del Teatro Sannazaro, dall’apertura nel 1847 all’incendio, Sky TG24, 17 febbraio 2026.
  • Nota congiunta Sindaco Manfredi – Presidente Fico “Incendio teatro Sannazaro ferita per tutti”, Regione Campania, 17 febbraio 2026.
  • Teatro Sannazaro distrutto, la promessa di Giuli: “Tornerà a splendere”. Oggi il ministro a Napoli, Radio K55, 17 febbraio 2026.
  • Un incendio a Napoli distrugge il Teatro Sannazaro, Artribune, 17 febbraio 2026.

2. Storia, Architettura e Acustica dei Teatri all’Italiana

  • Arau-Puchades, H., Renovating Teatro alla Scala Milano for the 21st century, Part I & II, «J. Acoust. Soc. Am.», 2005.
  • Ciapparelli, P. L., Due secoli di teatri in Campania (1694-1896). Teorie, progetti e realizzazioni, Electa, Napoli 1999.
  • De Seta, C., Real Teatro di San Carlo, F. M. Ricci, Milano 1987.
  • Guaita, O., I teatri storici in Italia, Electa, Milano 1994.
  • Mancini, F., Il Teatro di San Carlo, 1737-1987, Electa, Napoli 1987.
  • Milizia, F., Trattato completo, formale e materiale del teatro, Stamperia Pasquali, Venezia 1774.
  • Pisani, R., Duretto, F., Il restauro ed i problemi di acustica dei teatri storici, in «XXVII Convegno Nazionale AIA», Genova, 26-28 maggio 1999.
  • Prodi, N., Pompoli, R., Acoustics in the restoration of Italian historical opera houses: A review, «Journal of Cultural Heritage», 2016.
  • Quagliarini, E., Costruzioni in legno nei teatri all’italiana tra ‘700 e ‘800. Il patrimonio nascosto dell’architettura teatrale marchigiana, Alinea, Firenze 2008.

3. I Grandi Incendi Teatrali e i Processi di Ricostruzione storici

  • Berlucchi, N., Teatro la Fenice, Teatro Petruzzelli, Cappella della Sacra Sindone: considerazioni sullo stato di conservazione e sugli interventi di restauro di monumenti danneggiati dalle fiamme, Rec Magazine, 2006.
  • Brusatin, M., Pavanello, G., Il teatro La Fenice. I progetti, l’architettura, le decorazioni, Marsilio, Venezia 1987.
  • Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, Il rogo del teatro Petruzzelli, vigilfuoco.it, 27 Ottobre 2025 (riferito al 1991).
  • Dezzi Bardeschi, M., Della Fenice, dei suoi trascorsi e presenti concorsi, in «Ananke», n. 20, 1997.
  • Dalla distruzione alla rinascita. Fatti, processo e condanne: la cronistoria del rogo della Fenice, Il Nord Est, 28 Gennaio 2026.
  • Mazzocca, F., Martorelli, L., Denunzio, A. (a cura di), Fergola. Lo splendore di un Regno (con riferimento all’opera “Incendio del Real Teatro di San Carlo”), Marsilio, 2016.
  • Niccolini, A., Alcune idee sulla risonanza del teatro del cav. Antonio Niccolini (redatto in seguito all’incendio del San Carlo del 1816), Tipografia Masi, Napoli 1816.
  • Sachs, E.O., Modern houses and theatres. Record of eleven hundred fires from 1797 to 1897, Arno Press, New York 1981.

4. Prevenzione Incendi e Sicurezza nei Beni Culturali

  • Ciapini, E., La prevenzione incendi nei teatri storici: il caso del teatro della Pergola, in «Bollettino ingegneri», n. 1-2, 2005.
  • CNI / Vigili del Fuoco, Prevenzione incendi per attività, musei, gallerie, esposizioni, mostre, biblioteche e archivi in edifici tutelati, 2025.
  • De Cesare, F., Preventivi per allontanare l’incendio dai teatri per Francesco de Cesare architetto, Napoli 1883.
  • Donghi, D., Sulla sicurezza dei teatri in caso d’incendio. Notizie ed osservazioni sui mezzi atti a prevenire e combattere l’incendio e sulla parte che spetta al pubblico nella questione, Camilla e Bertolero editori, Torino 1888.
  • Firewall, L’epidemia di incendi nei teatri nell’800, 2021.
  • Sabatino, R., Lombardi, M., Cancelliere, P. e altri, Il Codice di prevenzione incendi – Applicazioni pratiche, INAIL 2018.
  • Sabatino, R., Lombardi, M., Cancelliere, P. e altri, Reazione al fuoco / Sicurezza degli impianti tecnologici e di servizio, INAIL 2021.

Milano Cortina 2026: Architettura, Valori e l’Eredità di un’Olimpiade Diffusa

Milano Cortina 2026: Il racconto di un'Olimpiade Il Restauro Architettonico

Abstract

Le Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026 segnano un momento storico per l’Italia, proponendo un modello di evento diffuso che rompe con la tradizione delle cittadelle isolate. In questo articolo, approfondiamo la visione dell’architetto Vincenzo Biancamano sull’integrazione tra metropoli e montagna, il design innovativo della torcia Essential e l’eredità culturale lasciata dai Giochi. Analizzeremo inoltre i concetti di bellezza come responsabilità e custodia della tradizione, emersi durante la cerimonia di apertura, per comprendere come un grande evento possa diventare motore di rigenerazione territoriale duratura.

4–6 minuti

Benvenuti a questo nuovo approfondimento che ci porta nel cuore di un evento che sta trasformando il volto del nostro Paese: le Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026. Spesso ci concentriamo solo sulle medaglie e sulle gare, ma c’è un racconto architettonico e sociale molto più profondo che merita di essere svelato.

Un Rito Antico per un Mondo Moderno

Tutto inizia quasi tremila anni fa ad Olimpia. Gli antichi greci avevano una regola chiamata Ekecheiria, la tregua olimpica, che obbligava a fermare ogni guerra per permettere lo svolgimento dei Giochi. Anche oggi, nel 2026, questa pausa è necessaria. Le Olimpiadi non sono solo sport, ma un momento in cui l’umanità riconosce che il confronto pacifico vale più del conflitto. Quando vediamo la bandiera con i cinque cerchi, stiamo ripetendo un rito che ci ricorda l’importanza della convivenza e della bellezza del gesto atletico come linguaggio universale.

Il Fascino dell’Olimpiade Diffusa

L’Italia ha scelto una strada coraggiosa per questa edizione: la prima Olimpiade diffusa su vasta scala. Invece di costruire un villaggio chiuso e isolato, abbiamo aperto il territorio. Abbiamo unito due mondi opposti: Milano, la città della finanza e della velocità, e Cortina d’Ampezzo, la regina delle Dolomiti. Non è stato facile far dialogare realtà così diverse, ma questo evento ha dimostrato che la pianura e la montagna possono parlare la stessa lingua. Attraversando Lombardia, Veneto e le province di Trento e Bolzano, queste Olimpiadi mostrano al mondo la nostra incredibile varietà culturale e geografica.

Design e Paesaggio: La Torcia Essential

Uno dei simboli più forti di questo viaggio è la Torcia Olimpica, firmata dallo studio di Carlo Ratti. Il progetto si chiama Essential perché punta alla pulizia delle forme. Realizzata in alluminio satinato con una superficie specchiante, la torcia è stata pensata per sparire e lasciare spazio al paesaggio. Mentre percorreva l’Italia, ha riflesso boschi, piazze e volti, assorbendo i colori del nostro Paese. Inoltre, la scelta di produrre pochi esemplari destinati al riutilizzo sottolinea una nuova attenzione alla sostenibilità: non più spreco, ma cura del dettaglio e dell’ambiente.

Due Bracieri, Un Unico Cuore

Un momento rivoluzionario della cerimonia del 6 febbraio è stata l’accensione simultanea di due bracieri. Uno nello stadio di San Siro a Milano e l’altro in piazza Angelo Dibona a Cortina. Questa scelta simbolica ci dice che non esiste più un unico centro dell’energia, ma che essa è distribuita su tutto il territorio. Vedere le fiamme accese contemporaneamente da Deborah Compagnoni e Sofia Goggia ci ha restituito l’immagine di un Paese unito, dove la montagna ha la stessa importanza della grande metropoli.

La Tradizione come Custodia del Fuoco

Durante il suo discorso ufficiale, il Presidente della Fondazione Milano Cortina 2026 Giovanni Malagò ha espresso un concetto bellissimo: la tradizione non è il culto delle ceneri, ma la custodia del fuoco. Spesso guardiamo al passato con nostalgia, ma custodire il fuoco significa tenerlo vivo con legna nuova e ossigeno. L’Italia ha fatto proprio questo, prendendo piste e stadi storici e aggiornandoli con tecnologie moderne. Non abbiamo lasciato che il nostro patrimonio prendesse polvere, ma lo abbiamo reso attuale e funzionale per il futuro.

Bellezza e Responsabilità per il Domani

Dobbiamo ricordare che la bellezza dell’Italia non è un possesso privato, ma una responsabilità che ci è stata affidata dalla storia. Organizzare i Giochi in luoghi fragili come le Dolomiti, Patrimonio UNESCO, richiede un rispetto totale per l’ecosistema. La vera eredità di Milano Cortina 2026, la cosiddetta Legacy, non sarà solo fatta di nuove strade e ferrovie, ma della capacità di far rivivere le nostre montagne, offrendo ai giovani nuovi motivi per restare a vivere e lavorare in questi luoghi splendidi.

In conclusione, ecco i pilastri di questa visione:

  • L’Olimpiade diffusa come modello di integrazione territoriale.
  • Il design sostenibile che rispetta e riflette il paesaggio.
  • La tradizione vista come una forza viva e non come un ricordo statico.
  • La responsabilità collettiva verso il patrimonio naturale e architettonico.

Vi invitiamo a seguire le gare osservando non solo gli atleti, ma anche l’organizzazione e l’armonia tra modernità e storia che caratterizza questo evento. L’Italia sta raccontando se stessa al mondo, e lo sta facendo con una consapevolezza nuova.

Per approfondire questi temi, vi invitiamo ad ascoltare l’episodio completo sul nostro Podcast e a visitare regolarmente il nostro Blog.

RIFERIMENTI E APPROFONDIMENTI EPISODIO: MILANO CORTINA 2026

  1. STORIA E VALORI: LA TREGUA OLIMPICA E IL CONCETTO DI EKECHEIRIA Sito Ufficiale IOC – Olympic Truce: https://olympics.com/ioc/olympic-truce
  2. DESIGN E ARCHITETTURA: LA TORCIA ESSENTIAL Studio Carlo Ratti Associati – Project Essential:https://carloratti.com/project/essential-milano-cortina-2026/
  3. ISTITUZIONI E GOVERNANCE Fondazione Milano Cortina 2026 – Sito Ufficiale:https://milanocortina2026.olympics.com/it/
  4. TUTELA DEL PATRIMONIO: LE DOLOMITI UNESCO Fondazione Dolomiti UNESCO – Portale Ufficiale:https://www.dolomitiunesco.info/
  5. INFRASTRUTTURE E LEGACY TERRITORIALE SIMICO – Società Infrastrutture Milano Cortina 2026:https://www.simico.it/
  6. DISCORSI UFFICIALI E VISIONE DELLA FONDAZIONE Sezione Media e News Milano Cortina 2026:https://milanocortina2026.olympics.com/it/news/

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La Samaritaine: Dialettica tra trasparenza contemporanea e restauro monumentale nel cuore di Parigi  

2–3 minuti

La riapertura de La Samaritaine rappresenta uno dei capitoli più complessi e dibattuti della rigenerazione urbana parigina dell’ultimo decennio. Il progetto non è una semplice ristrutturazione, ma una riprogrammazione tipologica radicale che trasforma lo storico grande magazzino in un hub a uso misto. L’intervento vede la collaborazione tra la visione eterea di SANAA e il rigore conservativo di Lagneau Architectes (responsabile per i Monumenti Storici), creando una tensione tangibile tra il tessuto Haussmanniano e l’astrazione contemporanea.

La Sfida Progettuale: L’isolato, situato tra Rue de Rivoli e la Senna, presentava stratificazioni storiche complesse, dall’Art Nouveau di Frantz Jourdain all’Art Déco di Henri Sauvage. La sfida principale consisteva nel ricucire questa eterogeneità stilistica inserendo al contempo nuove funzioni (hotel, uffici, edilizia sociale e asilo) senza snaturare l’identità commerciale del luogo. Il vincolo più stringente era rappresentato dalla necessità di operare su edifici tutelati garantendo al contempo i moderni standard di sicurezza e accessibilità, un compito che ha richiesto un consolidamento strutturalemassivo e invisibile.

La Soluzione Tecnica: L’elemento dirimente del progetto è la nuova facciata su Rue de Rivoli progettata da SANAA. Si tratta di una doppia pelle in vetro ondulato che non cerca il mimetismo stilistico, ma la dissoluzione ottica. I pannelli di vetro curvo, alti 3,40 metri, agiscono come una lente che riflette e distorce gli edifici circostanti, ammorbidendo la monumentalità della pietra parigina attraverso la rifrazione. Sul fronte del restauro, l’intervento sugli edifici storici ha comportato il recupero filologico della grande verrière (lucernario) e delle decorazioni in smalto, tra cui il famoso affresco dei pavoni, riportando alla luce la policromia originale spesso oscurata da interventi successivi.

Parola al Progettista: L’approccio di Kazuyo Sejima e Ryue Nishizawa si fonda sulla smaterializzazione: “Il vetro riflette l’architettura degli edifici vicini e ne trasforma l’immagine; la facciata si fonde con l’ambiente e scompare.” Una dichiarazione che sottolinea come l’architettura contemporanea, in contesti storici densi, possa operare per sottrazione visiva piuttosto che per addizione volumetrica.

La Samaritaine non è solo un esercizio di stile, ma un manifesto di urbanistica integrata. Dimostra che il restauro architettonico, quando dialoga con l’audacia contemporanea, può rivitalizzare non solo un edificio, ma un intero quartiere, trasformando un monumento introverso in un passaggio urbano permeabile.

ASCOLTA IL PODCAST: https://linktr.ee/ilrestauroarchitettonico 

I MIEI PROGETTI (VBH RESTAURI): https://vbhrestauri.site/ 

FONTE PROGETTO: http://www.sanaa.co.jp/

Foto: Jared Chulski – Courtesy of: SANAA

Verdant Ridges: La metamorfosi di Tang Bohu nel restauro del distretto Taohuaw

Il progetto Verdant Ridges (青嶂), situato nello storico distretto di Taohuawu a Suzhou, non è solo una riconversione funzionale dell’edificio n. 5 della ex Xinguang Silk Weaving Factory. Lo studio Wutopia Lab propone quello che definisce un “terzo approccio”: un dialogo equo tra storia e presente che rifugge sia la ricostruzione totale che la conservazione rigida. L’architettura diventa qui la traduzione spaziale della vita di Tang Bohu, genio letterario della dinastia Ming.

La Sfida Progettuale: Dalla Caduta alla Metamorfosi 

Il concept trae forza dalla biografia di Tang Bohu. La sua esclusione dalla carriera burocratica nel 1499 divenne il catalizzatore del suo genio artistico. Allo stesso modo, l’edificio industriale, simbolo di vincoli passati, viene liberato attraverso una metamorfosi architettonica. La sfida tecnica ha riguardato l’integrazione di un teatro versatile in un volume vincolato, dove persino una colonna centrale inamovibile è stata trasformata in un perno narrativo, rivestito in legno nero per scomparire nel buio scenico.

La Soluzione Tecnica: Dualità e Materia 

L’intervento opera su una dualità cromatica e materica:

  • L’Involucro Esterno: Una parete tenda composta da quattro varianti di pannelli metallici che evocano i paesaggi Shan Shui verde-blu. L’uso di pannelli a forma di V ha risolto le transizioni geometriche agli angoli, garantendo una silhouette continua.
  • L’Interno Minimalista: Una palette di neri, bianchi e grigi risponde all’opulenza dei costumi tradizionali. Ispirandosi alle pennellate “cún” (皴), i progettisti hanno utilizzato pannelli acustici e rivestimenti artistici per creare trame verticali che simulano la profondità delle montagne.

Parola al Progettista 

Yu Ting introduce l’opera con versi evocativi: “Oltre le porte di Gusu, Cold Mountain si trova… cuore sonnerato, tutte le preoccupazioni cessano”. L’architettura cerca di mostrare ciò che un uomo “è”, citando Wittgenstein, andando oltre il possesso materiale per toccare l’identità profonda dello spazio.

 Il Verdant Ridges è un tunnel temporale. Il layout del palco a forma di I (工) e la terrazza incastonata tra le “cime” metalliche del tetto offrono ai visitatori un’esperienza immersiva dove il confine tra passato e presente si dissolve nel gesto architettonico.


ASCOLTA IL PODCAST: https://linktr.ee/ilrestauroarchitettonico

 I MIEI PROGETTI (VBH RESTAURI):https://vbhrestauri.site/ 

FONTE PROGETTO: http://www.wutopialab.com/ 

Foto: Guowei Liu – Courtesy of: Wutopia Lab

ll Partenone: Odissea di un Monumento tra Distruzioni e Restauri Scientifici

Il Partenone: Storia, Ferite e Rinascita di un Simbolo Universale Il Restauro Architettonico

Abstract

Il Partenone è molto più di un tempio antico: è un documento stratificato che racconta la storia della civiltà occidentale. In questo articolo ripercorriamo le sue trasformazioni da luogo di culto a polveriera, fino ai disastrosi restauri del primo Novecento. Scopriamo come l’approccio scientifico moderno, guidato dall’ESMA, sta rimediando agli errori del passato utilizzando titanio e filologia per preservare un’identità universale.

Un Simbolo Universale dell’Occidente Il Partenone domina l’Acropoli di Atene come l’emblema indiscusso della civiltà occidentale. Costruito nel V secolo a.C. durante l’età di Pericle, questo tempio dorico non celebrava solo la dea Atena Parthenos, ma la grandezza stessa della democrazia ateniese. Progettato da Ictino e Callicrate sotto la supervisione artistica di Fidia, l’edificio custodiva la colossale statua crisoelefantina della dea, alta 12 metri, simbolo di devozione e potenza.

Le sue proporzioni perfette e le decorazioni scultoree lo hanno consacrato come un capolavoro assoluto. Tuttavia, il Partenone non è un’immagine statica: è un sopravvissuto. Nei secoli ha cambiato volto e funzione, diventando un vero e proprio palinsesto di storia, dove ogni epoca ha lasciato, e talvolta strappato, qualcosa.

Le Metamorfosi: Chiesa, Moschea e Rovina La storia del Partenone è tumultuosa. Con il tramonto del paganesimo, nel V secolo d.C. il tempio fu convertito in chiesa cristiana dedicata alla Vergine Maria. Questo comportò modifiche strutturali e la rimozione di sculture considerate incompatibili con la nuova fede. Paradossalmente, questa conversione ne garantì la manutenzione per secoli. Nel 1456, con la dominazione ottomana, l’edificio mutò ancora, diventando una moschea dotata di minareto. Ma la vera tragedia avvenne nel 1687. Durante l’assedio veneziano guidato da Francesco Morosini, un colpo di mortaio centrò il tempio, utilizzato dagli Ottomani come deposito di polvere da sparo. L’esplosione fu apocalittica: il tetto saltò, le pareti crollarono e il Partenone si trasformò nel rudere ferito che conosciamo oggi.

Come se non bastasse, all’inizio dell’Ottocento arrivò Lord Elgin. L’ambasciatore britannico fece smontare e portare a Londra gran parte delle sculture superstiti, i famosi “Marmi di Elgin”, oggi al British Museum, lasciando il monumento ulteriormente spogliato.

L’Era dei Restauri: Dagli Errori di Balanos alla Scienza Dopo l’indipendenza greca, iniziò la fase di recupero. I primi interventi ottocenteschi furono pionieristici ma modesti. Il vero punto di svolta, purtroppo in negativo, si ebbe tra il 1898 e il 1933 con l’ingegnere Nikolaos Balanos. Balanos condusse un’enorme opera di anastilosi (ricostruzione con pezzi originali), ma commise errori fatali:

  • Usò grappe di ferro non protetto per unire i marmi, sigillandole con cemento.
  • Assemblò pezzi in modo arbitrario, talvolta segando i marmi antichi per farli combaciare.

Il ferro, ossidandosi, aumentò di volume e fece letteralmente esplodere la pietra dall’interno, causando danni definiti in seguito quasi irreparabili.

Se vuoi approfondire i dettagli tecnici di questi interventi storici, ti invito ad ascoltare l’episodio dedicato sul nostro Podcast.

La Svolta Moderna: Il Cantiere ESMA Nel 1975 nacque il Comitato per la Conservazione dei Monumenti dell’Acropoli (ESMA). Sotto la guida dell’architetto Manolis Korres, il restauro cambiò paradigma, basandosi su studi scientifici rigorosi e sui principi della Carta di Venezia:

  1. Rimozione del ferro: Le vecchie grappe arrugginite sono state estratte chirurgicamente e sostituite con titanio inossidabile.
  2. Anastilosi Critica: Si ricostruisce solo dove esiste la certezza della posizione originale dei frammenti.
  3. Riconoscibilità: Le integrazioni in marmo nuovo (dalle cave del monte Pentelico) sono lasciate visibili per non falsificare la storia.

Oggi l’Acropoli è un laboratorio a cielo aperto dove archeologi e ingegneri lavorano come detective, ricomponendo il “testo” architettonico del tempio un frammento alla volta.

Identità e Memoria: Il Dibattito sui Marmi Il restauro tocca inevitabilmente il tema dell’identità. La questione della restituzione dei marmi dal British Museum rimane aperta. Da un lato c’è la richiesta greca di ricomporre l’unità artistica del monumento; dall’altro la visione del “patrimonio universale” sostenuta da Londra. Il Nuovo Museo dell’Acropoli attende con spazi vuoti appositamente predisposti, simbolo di una ferita culturale che cerca ancora guarigione.

Punti Chiave da Ricordare

  • Il Partenone ha vissuto molte vite: tempio, chiesa, moschea, deposito di polveri.
  • L’esplosione del 1687 ha trasformato l’edificio integro in una rovina.
  • I restauri di inizio ‘900 di Balanos hanno causato gravi danni a causa dell’uso del ferro.
  • Dal 1975, il progetto ESMA utilizza titanio e metodologie scientifiche per salvare il monumento.
  • Il restauro odierno è un atto di “filologia architettonica” che mira a rendere leggibile la storia senza cancellare le tracce del tempo.

Restaurare il Partenone significa restituire voce al tempo, accettando che ogni frammento, anche se lontano o spezzato, è parte della nostra memoria collettiva. Per ulteriori analisi e aggiornamenti sul mondo del restauro, visita il nostro Blog.

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Bibliografia e Sitografia Essenziale

Sull’Architettura e i Restauri del Partenone

  • Korres, M. (2000). The Stones of the Parthenon. Los Angeles: J. Paul Getty Museum. (Testo fondamentale dell’architetto capo del restauro moderno).
  • Balanos, N. (1938). Les monuments de l’Acropole: relèvement et conservation. Paris: Massin et Cie. (Il resoconto storico dei restauri di inizio ‘900, oggi criticati ma essenziali per comprendere l’evoluzione del monumento).
  • Tournikiotis, P. (a cura di) (1994). The Parthenon and its Impact in Modern Times. Athens: Melissa.
  • Bouras, C., Ioannidou, M., Jenkins, I. (2012). Acropolis Restored. London: British Museum Press.
  • Economakis, R. (1994). Acropolis Restoration: The CCAM Interventions. London: Academy Editions.

Anastilosi e Trasparenza: La Nuova Identità della Chambre des Notaires a Parigi

 La professione notarile sta affrontando una crisi d’identità, stretta tra la smaterializzazione digitale e la necessità di mantenere un rapporto umano fiduciario. Il progetto per l’Hôtel de la Chambre des Notaires a Place du Châtelet non è quindi un semplice restauro, ma la traduzione spaziale di questo cambiamento. L’edificio deve diventare un “luogo simbolo”, capace di riconciliare l’expertise secolare con le dinamiche contemporanee.

La Sfida Progettuale: Distinguere per Unire 

La strategia, definita da un forte bias progettuale, mira a distinguere chiaramente la sfera pubblica da quella privata. La sfida consisteva nel trasformare un edificio storicamente amministrativo e chiuso in un dispositivo permeabile. L’intenzione è stata quella di densificare e aprire il retro dell’edificio per restituire nobiltà alla facciata storica, ottimizzando i flussi: l’area pubblica diventa visibile e accessibile, mentre quella privata garantisce la necessaria riservatezza operativa.

La Soluzione Tecnica: Anastilosi e Riuso Materico 

L’approccio metodologico è assimilabile all’archeologia. La trasformazione si ispira all’anastilosi: il completamento della struttura esistente tramite interventi misurati. Due dettagli tecnici definiscono l’intervento:

  1. Riuso della Pietra in Situ: Le pietre rimosse non sono state scartate, ma estratte con tagli a diamante e reinterpretate nel progetto, seguendo una logica di economia circolare e intelligenza costruttiva.
  2. La Facciata Continua Curva: La corte interna, da spazio di servizio, diviene palcoscenico. La nuova facciata utilizza moduli di vetro curvo ripetuti per evitare l’effetto sfaccettato. Il giunto tra la pietra esistente e il vetro è risolto con un elemento in alluminio anodizzato che ospita i meccanismi di ventilazione naturale, garantendo continuità visiva e performance ambientale.

Parola al Progettista 

Il team sottolinea come l’edificio debba funzionare come una “grande casa” o una “macchina flessibile”. “L’edificio non si chiude, filtra. La logica del progetto è rivelare la riservatezza senza abolirla: rendere visibile l’attività e la collaborazione senza esporre ciò che deve rimanere protetto”.

La ristrutturazione del piano nobile, con l’integrazione di pareti mobili acustiche ad alte prestazioni e l’occultamento totale degli impianti HVAC nel pavimento sopraelevato, dimostra che è possibile modernizzare radicalmente un edificio storico senza tradirne la morfologia. Un’architettura che agisce come interfaccia tra segreto professionale e servizio pubblico.


ASCOLTA IL PODCAST: https://linktr.ee/ilrestauroarchitettonico 

I MIEI PROGETTI (VBH RESTAURI):https://vbhrestauri.site/ 

FONTE PROGETTO: https://lateliersenzu.com/ 

Crediti Foto: Rory Gardiner, Cyrille Weiner – Courtesy of: L’Atelier Senzu

SCHEDA TECNICA DI PROGETTO

Denominazione: Ristrutturazione Hôtel de la Chambre des Notaires Luogo: 12 Avenue Victoria, Parigi (Francia)Tipologia: Edificio Istituzionale / Uffici / Spazi Pubblici

CREDITI PROGETTUALI Architettura: L’Atelier Senzu (Capogruppo/Mandatario) Architettura del Patrimonio:Lagneau Architectes

CONSULENTI E INGEGNERIA Strutture: TECCO Impianti e Fluidi: INEX Strategia Ambientale: Franck Boutté Consultants Economia di Cantiere: Mazet & Associés Ingegneria di Facciata: VS-a Design del Riuso (Reuse Designer): Anna Saint Pierre Acustica: CLARITY

FOTOGRAFIA Rory Gardiner, Cyrille Weiner

ELEMENTI CHIAVE DELL’INTERVENTO

  • Approccio Metodologico: Anastilosi (integrazione misurata dell’esistente).
  • Strategia Materiali: Riuso in situ della pietra calcarea rimossa (taglio a diamante e ricollocazione).
  • Facciata Corte Interna: Sistema modulare in vetro curvo con giunti in alluminio anodizzato per ventilazione naturale.
  • Impiantistica: Integrazione totale nei pavimenti sopraelevati per la pulizia delle superfici storiche.
  • Programma Funzionale: Distinzione netta tra flussi pubblici (piano terra/primo piano) e privati (uffici amministrativi).

La Basilica di Vitruvio a Fano: storia di una scoperta epocale tra archeologia e ingegneria

L'Epifania di Fano: Il Ritrovamento della Basilica di Vitruvio Il Restauro Architettonico

Abstract

 Il ritrovamento della Basilica di Vitruvio a Fano segna un punto di svolta per l’archeologia e la storia dell’architettura. L’edificio, emerso dagli scavi di Piazza Andrea Costa, conferma la veridicità del “De Architectura” e rivela le capacità pratiche di Vitruvio come costruttore. L’articolo analizza i dettagli tecnici, dall’uso dell’opus vittatum alle scelte cromatiche, esplorando le prospettive future di musealizzazione del sito.

ll 19 gennaio 2026 è una data che rimarrà impressa nei manuali di storia. A Fano, nel cuore freddo e trafficato di Piazza Andrea Costa, il suolo ha restituito qualcosa che l’umanità aspettava da duemila anni. Non si tratta di un semplice muro o di un reperto qualsiasi, ma della prova tangibile che un mito era in realtà una struttura solida, imponente e geniale. Parliamo della Basilica di Marco Vitruvio Pollione, l’edificio fantasma che per secoli è stato considerato solo “architettura di carta”.

Fino a ieri, l’abbiamo immaginata leggendo il quinto libro del De Architectura, l’abbiamo cercata nei disegni di Palladio e Perrault, dubitando perfino che fosse mai esistita davvero. Oggi, invece, possiamo dire che Vitruvio non ha solo scritto: ha costruito.

Immagini : https://cultura.gov.it/comunicato/28580

Oltre la teoria: Vitruvio era un “Faber”

La scoperta più grande non risiede solo nelle pietre, ma nella riabilitazione della figura stessa di Vitruvio. Spesso descritto come un teorico da tavolino, un intellettuale che voleva darsi un tono, Vitruvio si rivela oggi per quello che era veramente: un ingegnere militare, un uomo d’azione al servizio di Giulio Cesare e poi di Augusto. Dagli scavi è emersa una potenza architettonica disarmante. Le colonne ritrovate hanno un diametro di un metro e cinquanta centimetri – esattamente i cinque piedi romani citati nel trattato – e si innalzavano verso il cielo per ben quindici metri. Questo ordine gigante non ha eguali nell’Adriatico dell’epoca augustea e dimostra una capacità tecnica straordinaria.

Non è stato usato marmo pregiato, ma l’arenaria locale, un materiale difficile che Vitruvio ha saputo nobilitare attraverso la tecnica dell’opus vittatum (l’opera listata), alternando pietra e mattoni per garantire l’elasticità necessaria a reggere un tetto immenso su una navata larga diciotto metri. Come sottolineato dagli esperti, siamo di fronte a un livello ingegneristico paragonabile a quello del Pantheon.

Il dettaglio che cambia tutto: il nero e la luce

C’è un particolare emerso dai report di scavo che racconta la sensibilità artistica dell’architetto, la sua venustas. Alla base delle colonne sono state trovate tracce inequivocabili di intonaco nero. Questa non è una scelta casuale. Immaginate di entrare nella Basilica: la luce naturale taglia l’aria e colpisce queste basi scure, profonde, creando un contrasto netto che fa risaltare i fusti chiari delle colonne, probabilmente stuccati a finto marmo. È una gestione teatrale dello spazio. Quel nero è la firma di un progettista che sapeva controllare la percezione visiva e l’emozione di chi attraversava quegli spazi.

Per approfondire l’analisi sensoriale e tecnica di questo dettaglio, vi invito ad ascoltare l’episodio completo del nostro Podcast, dove esploriamo anche i suoni e le atmosfere di quel cantiere antico.

Un errore durato secoli: Sant’Agostino vs Piazza Andrea Costa

La scoperta risolve anche un grande equivoco storico. Per anni, studiosi e appassionati hanno creduto che la Basilica si trovasse sotto la chiesa di Sant’Agostino. Abbiamo camminato sopra quelle arcate possenti convinti di essere nel posto giusto. L’archeologia, con la sua onestà brutale, ci ha smentiti. Quello sotto Sant’Agostino è probabilmente il Tempio della Fortuna o il Capitolium. Questo cambia radicalmente la mappa mentale della Fano romana: da una parte la Basilica (legge e affari), dall’altra il Tempio (religione), due giganti che si fronteggiavano.

Vitruvio aveva progettato la Basilica eliminando le due colonne centrali sul lato lungo proprio per creare un “cannocchiale visivo” verso l’Aedes Augusti, il sacrario dell’imperatore situato di fronte. Era un’operazione di marketing politico scolpita nella pietra: chi discuteva di affari doveva avere sempre visibile il simbolo del potere imperiale.

Il futuro: una teca o un’opera nuova?

Ora che l’euforia del ritrovamento lascia spazio alla pianificazione, Fano si trova davanti a una sfida enorme. Come gestire questo buco prezioso nel tessuto urbano? Non possiamo limitarci a ricoprirlo o a chiuderlo in una teca di vetro che diventerebbe una serra invivibile. Si fa strada un’idea affascinante che potrebbe coinvolgere architetti del calibro di Renzo Piano: creare un monumento contemporaneo dentro quello antico. Una struttura ipogea e tecnologica che permetta ai visitatori di scendere al livello originale, di percepire la vertigine di quei quindici metri di altezza, protetti però da una struttura moderna. Sarebbe il dialogo perfetto tra il più grande teorico dell’antichità e i maestri dell’architettura odierna.

In sintesi

  • La Scoperta: La Basilica di Vitruvio è stata localizzata con certezza in Piazza Andrea Costa a Fano.
  • La Struttura: Colonne giganti in arenaria e mattoni (opus vittatum), alte 15 metri.
  • L’Estetica: Uso raffinato di intonaco nero alla base per creare contrasto cromatico.
  • La Funzione: L’edificio fungeva da connessione visiva con il potere imperiale (Aedes Augusti).
  • Il Futuro: Si valuta un progetto di musealizzazione ipogea per rendere fruibile il sito.

Fano ha ritrovato le sue radici e l’architettura occidentale ha ritrovato il suo testo sacro trasformato in pietra. Se volete rimanere aggiornati sugli sviluppi di questo cantiere straordinario, continuate a seguire il nostro Blog e i canali social.

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Vitruvio a Fano: È ufficiale. Il Punto della Settimana e i nuovi Bandi MiC (19-25 Gennaio 2026)

Benvenuti al nostro appuntamento settimanale con le notizie che contano nel mondo del restauro e dei beni culturali. Se c’è una settimana che ricorderemo a lungo, è questa. Dal 19 al 25 Gennaio 2026 l’archeologia italiana ha riscritto una pagina di storia che attendevamo da oltre duemila anni, trasformando un’ipotesi affascinante in una realtà scientifica.

Ma prima di entrare nel dettaglio tecnico di questa scoperta, ricordiamo che questo progetto editoriale è reso possibile grazie al supporto di VBH Restauri – Studio di restauro e riqualificazione (https://vbhrestauri.site/), partner d’eccellenza per la tutela del patrimonio storico.

Fano: La Basilica di Vitruvio non è più un fantasma

È la notizia “monstre” della settimana, quella che finirà su tutti i manuali universitari. Il Ministro della Cultura Alessandro Giuli ha ufficializzato ciò che gli addetti ai lavori speravano da tempo: i resti emersi in Piazza Andrea Costa a Fano appartengono inequivocabilmente alla Basilica progettata da Marco Vitruvio Pollione.

Perché è una scoperta epocale? Non abbiamo solo trovato “un edificio romano”. Abbiamo trovato l’unica opera architettonica attribuibile con certezza all’autore del De Architectura. La conferma è arrivata dalla metrologia: le misurazioni effettuate sui plinti e sulle colonne ritrovate combaciano al millimetro con le proporzioni e i moduli descritti da Vitruvio nel suo trattato. Fano diventa così l’epicentro mondiale per lo studio dell’architettura classica. (Fonte ufficiale: Regione Marche)

Diplomazia Culturale: L’Italia torna a Tunisi

Mentre a Fano si guarda al passato, a Tunisi si costruisce il futuro. Mercoledì 21 gennaio ha inaugurato al Museo Nazionale del Bardo la mostra “Magna Mater tra Zama e Roma”.

L’operazione, curata dal Parco Archeologico del Colosseo e dall’Institut National du Patrimoine, va oltre la semplice esposizione. È un atto di diplomazia culturale strategico che riafferma il ruolo dell’Italia nel Mediterraneo come leader nella formazione e nel restauro. Un segnale importante di cooperazione scientifica in un’area cruciale per l’archeologia internazionale. (Dettagli: AgenziaCult)

Bandi e Scadenze: Al via i contributi Archivi 2026

Chiudiamo con una nota di servizio fondamentale per gli enti e i professionisti. La Direzione Generale Archivi (MiC) ha pubblicato lunedì 19 i bandi per l’anno in corso.

Ecco cosa c’è da sapere in breve:

  • Cosa finanzia: Progetti di ricerca scientifica e interventi di conservazione/valorizzazione.
  • Destinatari: Archivi di movimenti politici e organismi di rappresentanza.
  • Finestra temporale: Le domande si inviano telematicamente dal 1° al 15 febbraio 2026.

Consigliamo a tutti gli interessati di non ridursi all’ultimo giorno per l’invio della documentazione. (Bando completo: DGA MiC)

Siamo di fronte a una settimana che cambia la percezione del nostro patrimonio. La scoperta di Vitruvio apre scenari di restauro e valorizzazione immensi. Voi come immaginate la musealizzazione di un sito così complesso in pieno centro urbano?

Parliamone insieme. La discussione è già aperta sul nostro canale Telegram.

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Sponsor: VBH Restauri – Studio di restauro e riqualificazione https://vbhrestauri.site/

Un Progetto di Assenze: Il recupero del Monastero delle Clarisse a Beas de Segura

Benvenuti nel nuovo appuntamento della Rubrica del Sabato: Progetti di Restauro, curata dalla redazione del Podcast Il Restauro Architettonico. Questa settimana analizziamo un intervento che ridefinisce il rapporto tra memoria e spazio vuoto.

Il recupero dell’Antico Monastero delle Clarisse a Beas de Segura (Jaén) travalica la definizione tradizionale di restauro per approdare a quella, più complessa, di riscrittura spaziale. Edificato nel XVI secolo e sconsacrato nel 1835, il complesso ha subito un processo di cannibalizzazione residenziale talmente aggressivo da vedere l’inserimento di intere abitazioni all’interno della navata della chiesa. L’intervento di Pablo Millán, promosso dal Comune dopo un lungo processo di acquisizione, lavora sulla memoria traumatica dell’edificio.

La Sfida Progettuale: Il Ritrovamento dell’Impronta

La saturazione abitativa aveva cancellato la morfologia tipologica del complesso. La sfida non era solo rimuovere le superfetazioni, ma ritrovare l’impronta (“huella”) dell’impianto originale per ristabilire le gerarchie perse. Il progetto è stato concepito come un “progetto di assenze”: dato che la quasi totalità dei corpi di fabbrica (dormitori, refettorio) era andata perduta, l’architettura doveva rendere manifesti questi vuoti piuttosto che colmarli arbitrariamente.

La Soluzione Tecnica: Anastilosi e Vuoto Ordinatore

L’operazione si fonda su due azioni distinte ma complementari:

  1. Lo Svuotamento (“Vaciado”): All’interno, l’eliminazione delle partizioni domestiche ha rivelato le cicatrici dell’edificio. Queste tracce non sono state intonacate, ma lasciate “fossilizzate” sulle pareti bianche come texture narrativa che testimonia la storia dell’occupazione.
  2. Il Chiostro come Vuoto: Essendo il chiostro l’elemento generatore della tipologia conventuale, il progetto lo ricostituisce non come volume pieno, ma come spazio vuoto riposizionato esattamente sul sedime originale. Attraverso un’operazione di anastilosi patrimoniale, utilizzando parti disperse recuperate, si è ricreata la volumetria del chiostro che ora torna a ordinare le “stanze perdute” e a connettere la chiesa con gli spazi adiacenti.

Parola al Progettista

Pablo Millán descrive così la genesi dell’intervento: “Quando il progetto si genera come un esercizio di svuotamento più che di addizione, sono gli elementi esistenti a definire l’intervento […] Il processo di disvelamento di ciascuno degli eventi accaduti in questi spazi diviene anche un processo di riscoperta della storia.”

A Beas de Segura, l’architettura non nasce dall’aggiunta, ma dalla sottrazione e dal riposizionamento. Millán ha trasformato un insieme di ruderi abitati in un sistema coerente dove il vuoto non è mancanza, ma sostanza costruttiva capace di evocare la vita monastica che fu.

Foto: Javier Callejas Sevilla – Courtesy of: Pablo Millán

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Conservare o rinnovare? Ise e l’antinomia Oriente/Occidente nel restauro

Conservare o rinnovare? Ise e l’antinomia Oriente/Occidente nel restauro Il Restauro Architettonico

4–6 minuti

Il paradosso del tempo e della materia 

Immaginate di osservare un’opera d’arte. Come fate a dire che è “autentica”? Probabilmente cercate i segni del tempo, la mano originale dell’artista, la materia che è sopravvissuta ai secoli. Questa è la risposta occidentale. Ma se vi dicessi che esiste un luogo dove l’autenticità richiede la distruzione periodica dell’opera stessa?

Benvenuti nell’episodio di oggi, dove vi porto a Benevento solo metaforicamente, per volare subito in Giappone, al cospetto del Santuario di Ise (Ise Jingū). Qui si consuma l’antinomia perfetta tra due visioni del mondo: la conservazione della materia contro la conservazione del processo.

L’approccio Occidentale: La sacralità della Patina

 Per comprendere lo shock culturale che Ise rappresenta, dobbiamo prima guardare in casa nostra. La cultura del restauro occidentale è profondamente radicata nel pensiero di figure come John Ruskin e Alois Riegl, fino ad arrivare alla sintesi teorica di Cesare Brandi. Per noi, l’autenticità è inscindibile dalla sostanza materiale.

  • Il valore dell’età: La patina, quel velo che il tempo deposita sulle superfici, è la prova tangibile della storia. Rimuoverla o sostituire la materia originale è un atto che priva l’opera della sua identità.
  • Il restauro come atto critico: Interveniamo solo quando strettamente necessario, con la massima cautela, per arrestare il degrado. L’idea di demolire una chiesa medievale per ricostruirla identica con pietre nuove ci farebbe gridare allo scandalo, bollandolo come un “falso storico” o un’imitazione in stile Disneyland.

Il modello Ise: L’eterna giovinezza (Tokowaka) 

Spostiamoci ora nella prefettura di Mie. Qui, il complesso di Ise Jingū (fondato nel 690 d.C.) segue una regola opposta, dettata dallo Shintoismo: il Shikinen Sengū. Ogni 20 anni, i due templi principali (Naikū e Gekū) vengono completamente smontati. Accanto a loro, su un lotto di terreno lasciato appositamente vuoto (kodenchi), viene costruito un tempio gemello, identico in ogni dettaglio, ma con legno nuovo e immacolato. Una volta completato il nuovo, la divinità viene trasferita e il vecchio tempio viene smantellato.

Perché questo “spreco” apparente? Perché nella visione giapponese vige il principio del Tokowaka (eterna giovinezza).

  1. La materia è peritura: Il legno marcisce, si degrada. Cercare di salvarlo per sempre è una battaglia persa.
  2. La forma è eterna: Ciò che deve sopravvivere non è l’atomo di legno, ma l’idea progettuale, la forma sacra e lo spirito del luogo.
  3. Il processo è memoria: L’autenticità non sta nell’oggetto, ma nell’atto di farlo.

I Miyadaiku e la tecnologia del sacro: Come si conserva il “Saper Fare”

 Un aspetto tecnico fondamentale, che approfondisco nell’episodio, è che il ciclo ventennale è un sistema didattico perfetto. Se il tempio durasse 100 o 200 anni (come le nostre cattedrali), le tecniche costruttive verrebbero dimenticate. Nessuno saprebbe più come tagliare quel particolare giunto o come trattare quel legno. Con un ciclo di 20 anni, invece, ogni generazione di carpentieri specializzati, i Miyadaiku, partecipa ad almeno due o tre ricostruzioni:

  • La prima volta come apprendista, osservando.
  • La seconda come esecutore esperto.
  • La terza come maestro che insegna.

La filiera del Cipresso (Hinoki) 

Non è solo una questione di cantiere, ma di territorio. Il legno utilizzato è il cipresso giapponese (Hinoki), che richiede un trattamento specifico:

  • I tronchi vengono selezionati e stagionati per anni.
  • Subiscono il processo di Mizukashi (immersione in acqua per due anni) per eliminare le resine, seguito da un’asciugatura naturale.
  • In cantiere è vietato l’uso di utensili elettrici moderni: tutto è fatto a mano per mantenere la “purezza” del gesto e la precisione dell’incastro che l’utensile elettrico non potrebbe replicare con la stessa “anima”.

L’Antinomia risolta: Verso una nuova Tassonomia dell’Autenticità 

Il caso Ise ci pone di fronte al paradosso della Nave di Teseo: se sostituisco tutte le assi della nave, è ancora la stessa nave? Per l’Occidente no. Per Ise sì. Questa divergenza ha costretto la comunità internazionale (UNESCO, ICOMOS) a rivedere i propri parametri, portando al Documento di Nara sull’Autenticità (1994). Abbiamo dovuto ammettere che l’autenticità non è un valore assoluto e monolitico, ma culturale.

Dobbiamo iniziare a distinguere tra:

  • Autenticità Materiale: Preservare la sostanza (modello Venezia/Brandi).
  • Autenticità Processuale: Preservare la tecnica e il rituale (modello Ise).
  • Autenticità Sociale: Preservare il legame tra comunità e monumento.

Conclusione e prospettive future 

Cosa possiamo imparare noi architetti italiani da Ise? Forse che in alcuni casi, specialmente per il patrimonio moderno o fragile, la tutela del progetto e della tecnica può essere altrettanto valida della tutela della materia. O forse, semplicemente, che la conservazione è un atto d’amore che può prendere forme diverse: la cura delle rughe per noi, il dono dell’eterna giovinezza per loro.

Il dibattito è aperto e le sfide per il futuro – dalla sostenibilità del legname alla carenza di artigiani – riguardano entrambi i mondi.

Per consulenze specifiche su interventi di restauro che richiedono un approccio critico complesso, o per capire come valorizzare il patrimonio storico, contatta lo Studio VBH. Siamo a disposizione per trasformare la teoria in progetto.